Natale 2015. Per capire, per credere, per amare 1/ La felicità artificiale del Natale è come la chirurgia estetica, di Tonino Cantelmi 2/ Jean Vanier: salviamo il presepe dalla laicità, di Daniele Zappalà 3/ Natale in Siria. Dateci acqua, il grido da Aleppo, di Ibrahim Alsabagh 4/ Mattarella: presepe messaggio di pace (da Avvenire) 5/ La «guerra» ai simboli spegne la speranza, di Carlo Cardia 6/ Il significato pubblico del Presepe, di Giampaolo Crepaldi 7/ Quei traditori che dicono che il presepe è "tradizione", di Camillo Langone 8/ Il Natale e quel bambino che ci libera dalla paura, di Joseph Ratzinger 9/ La lezione di Natale, di Gustave Thibon 10/ Da alcuni profili FB 11/ Rowan Williams spiega i “Christmas carols” 12/ Il fuoco dello zio (un dono per Dio), di Alessandro D'Avenia 13/ Notizie sul Natale in persone e nazioni musulmani 14/ Usanze…, di Paolo Sciunnach 15/ Ciao Rav, ma quando arriva il Messia?, con Rav Shalom Hazan 16/ Natale non è eccezionale, di Antonio Gurrado 17/ Buonno Natal, di Erri De Luca

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /12 /2015 - 10:25 am | Permalink
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N.B. de Gli scritti. Questi testi sono molto diversi fra loro. Pure tutti hanno a che fare con il Natale. Anche se non condividiamo ogni singola parola scritta o detta dai diversi autori, tutte insieme ci accompagnano in questo Natale 2015.

W. Congdon, Natività

1/ La felicità artificiale del Natale è come la chirurgia estetica [Natale, e se ci salvasse un’omelia?], di Tonino Cantelmi

Riprendiamo dall’Agenzia di stampa Agensir un articolo di Tonino Cantelmi pubblicato il 21/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Si può essere infelici a causa del Natale? No, eppure sì. L’infelicità del Natale è un’infelicità subdola, terribile, stridente e inaccettabile. Le luminarie del Natale commerciale, le pubblicità gioiose, l’ineluttabile rito dei regali, le vetrine scintillanti e gli auguri ridondanti e inutili di persone con il sorriso “gastrico” sembrano capaci di illuminare tutte le imperfezioni della nostra vita e il fatto che ciò capiti in un periodo che, invece, sin da bambini, si è stati educati a vivere come un momento magico, felice e allegro provoca un ineluttabile e terrificante senso di colpa.

E sì, perché da un mucchio di tempo psicologi e psichiatri notano che a Natale aumentano depressioni, crisi, malumori e ansie. Vi risparmio i dati, eppure le cose stanno così. Perciò per favore basta con scenari idilliaci e falsamente “mulino bianco”.

Non parliamo poi della festa di Capodanno, dove per forza devi nascondere i tuoi drammi, magari immerso in un umiliante trenino che ti vede cantare a squarciagola esibendo una felicità artificiale. A Capodanno fiumi di cocaina e alcol sono pronti a stordire troppi giovani e troppi adulti in migliaia di feste di ogni tipo, magari a tema come va di moda quest’anno, con improbabili costumi orientali per esempio o maschere (a me è arrivato un invito da una nota palestra romana per una festa natalizia “animalesca”: dress code vestirsi da animale!). Insomma esiste una “infelicità da festa”.

E nel frattempo milioni di biglietti augurali, mail, sms, post e roba simile invaderanno i nostri computer e i nostri telefonini, tutti augurando feste eccezionali e sicuramente un nuovo strepitoso, anzi straordinario, anzi supereccezionale anno, magari con frasi celebri, passi della Scrittura o con ridicole e patetiche frasi fatte. E invece proprio quando sei “obbligato” ad essere felice, il tuo malumore, le tue ferite, le tue angosce non ce la fanno. E’ proprio a Natale, in alcune terrificanti “riunioni” di famiglia che esplodono i conflitti, le gelosie e le rivalità. E’ a Natale che i figli di genitori separati sono sommersi dai sensi di colpa o dilaniati da sottili, e a volte neanche sottili, tensioni tra genitori conflittuali. E’ a Natale che i dolori più profondi chiedono luce. E questo perché? Perché abbiamo fatto del Natale una caricatura, trasformandolo in una macchina infernale, carica di ipocrisia. Già, perché abbiamo staccato la felicità del Natale dal suo vero e unico significato. Come insetti impazziti corriamo nelle nostre città praticando laici riti coercitivi, il cui vero significato non ci appartiene più.

Cosicché il Natale è divenuto una deforme rincorsa a una felicità artificiale, un po’ come la chirurgia estetica. Spiacente, ma quando costruiamo felicità artificiali in realtà costruiamo immense infelicità. E infatti, tra i riti di queste feste c’è quello dell’oroscopo: saremo sommersi di oroscopi e di previsioni sul prossimo anno, sull’amore, sul lavoro, sulla salute. Insomma qualche consolazione ce la meritiamo pure!

E allora vorrei fare io un augurio. L’augurio è quello di ascoltare una bella omelia la notte di Natale (tra i riti laici c’è pure la Messa: ancora oggi la stragrande maggioranza degli italiani, che magari ha dimenticato il proprio battesimo, cerca un perché spirituale durante le feste natalizie, fosse anche per abitudine, tradizione o inerzia). Una omelia? Sì, abbiamo bisogno di una Parola che dia un senso, un significato, una cornice di comprensione a quei dolori profondi che le caricature del Natale stanno per far esplodere dentro di noi. Perciò cari preti, tocca a voi. Una omelia ci salverà!

Come dice il grande sociologo Baumann, nel buio di questa postmodernità il recupero della spiritualità sarà la ciambella di salvataggio dell’umano che è in noi. L’appuntamento dunque per tutti è a mezzanotte del 24 dicembre.

2/ Jean Vanier: salviamo il presepe dalla laicità, di Daniele Zappalà€

Riprendiamo da Avvenire del 23/12/2015 un’intervista di Daniele Zappalà a Jean Vanier. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

«Esprime una bellezza, una teologia, una storia che lasciano senza fiato. Occorre visitare questo presepio straordinario che mostra i popoli di ogni continente diretti verso il Bambino». Jean Vanier, fondatore dell’Arca, chiude gli occhi rimemorando una creazione umile e grandiosa: un presepio lungo quattro metri, con centinaia di pastori provenzali e napoletani, allestito ogni anno in casa Schléret, famiglia lorenese che l’ha dedicato a Marianne, la figlia con handicap mentale accolta adesso in una comunità dell’Arca. Informato dell’ipotesi di far calare il sipario sulla creazione, Vanier ha osservato: «Sarebbe un peccato. È l’opera di una vita». Così, il presepio resterà visitabile, dopo aver ricevuto una benedizione da monsignor Jean-Louis Papin, vescovo di Nancy. Tanti bagliori minimi d’umanità come questo costellano il percorso di Vanier, classe 1928, ex ufficiale canadese della Royal Navy, appena insignito in America del premio Templeton, nella scia di madre Teresa di Calcutta, di Desmond Tutu, del Dalai Lama o di Solženicyn. Lo incontriamo a Trosly, proprio dove nacque nel 1964 il movimento cristiano di comunione con le persone con handicap, presente oggi in trentacinque Paesi. E pensando alla Natività, in quest’angolo di Piccardia presso la «radura dell’armistizio » dove si mise fine alla Prima guerra mondiale, Vanier evoca presto la «festività autentica» dei canti natalizi: «Sono universali. Proprio durante la Grande Guerra, dei soldati nemici finirono per fraternizzare cantandoli, come ricorda il bel film Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia».

Il suo ultimo libro uscito in Francia, Jésus vulnérable (Salvator), raccoglie meditazioni pronunciate qui a Trosly. In copertina, c’è Gesù durante la lavanda dei piedi. Quel gesto e questo luogo sono legati?
«Il mistero della lavanda è una meraviglia e sono felice che il Papa l’abbia tanto sottolineato. Durante la lavanda, si è presenti per dire all’altro che è importante. La maggioranza delle persone che vengono qui sono state umiliate, considerate come “deficienti”. Ciò che conta è essere al loro servizio per rivelare loro che hanno un valore. Ascoltare le loro storie senza pretendere di trasformare nessuno dall’alto. Si tratta di restare assieme, in basso, per dire: sei importante, sei un figlio di Dio, potremo forse scoprire assieme la santità».

Un famoso scrittore che non si dice più credente, Emmanuel Carrère, confessa, al termine del suo recente romanzo autobiografico Il Regno, di aver «intravisto» qui, a Trosly, «cosa può essere il Regno » cristiano. L’ha colpita?
«L’ho trovato abbastanza toccante. Non me l’aspettavo. Durante il suo passaggio, non sapevo che fosse qualcuno d’importante. È stato colpito dalla Chiesa che lava i piedi, dai gesti d’umiltà. In questo scrittore, c’è una tensione fra il farsi conoscere come grande autore e, allo stesso tempo, servire la verità».

L’Arca ha avuto tanti di questi amici quasi involontari?
«Sì. Penso a un alto funzionario, Jean-Baptiste de Foucauld, già commissario generale alla pianificazione economica, che ha scritto: “L’Arca incanta il mondo”. Era affascinato dall’esercizio dell’autorità attraverso l’amicizia, l’incontro, la gioia, il vivere, lavorare, piangere assieme. Non dall’alto in basso. Uno scoprire assieme che siamo tutti poveri. Nati in povertà e fragilità, moriremo in povertà e fragilità. Lo restiamo per tutta la vita. È la nostra storia. L’essere umano è necessariamente vulnerabile».

Lei ha scritto un libro con Julia Kristeva, altra celebrità intellettuale che si dichiara non credente. Può parlarcene?
«Un giorno è venuta qui per dirmi: “Vorrei scrivere un libro con te”. Le ho suggerito che poteva essere uno scambio di lettere. È curioso constatare, leggendo il libro, che abbiamo trovato una forma d’incontro, un dialogo. La difficoltà di un incontro fra due persone sta nella comunione. Nel riuscire ad essere toccato dall’intimità dell’altro. Non sempre identità e comunione riescono a convivere. Ho l’impressione che in lei si agiti sempre l’interrogativo del figlio, della vera identità profonda di questo fragile figlio».

Un figlio portatore di handicap che ha scoperto l’Arca. A Natale, Trosly si riempie di presepi. L’arca e la mangiatoia sembrano ancor più parenti…
«Nella storia di Noè, c’è un’alleanza che riguarda tutti gli uomini. E Gesù è venuto per annunziare la Buona Novella a tutti. Sono affascinato dal mistero dell’amore di Dio per ciascuno di noi, indipendentemente dalle singole capacità e fragilità. Nel presepio, appare questo mistero dell’incontro con Dio attraverso il corpo. Qui, comprendiamo ogni giorno che l’amore si rivela con il contatto. Occorre fare il bagno, lavare i piedi, saper accogliere abbracci spontanei carichi di gioia».

Nella Francia che l’ha accolta, il presepio suscita nuove polemiche politiche…
«Polemiche dolorose. Questa forma di laicità non è sempre molto intelligente. È un peccato. Oggi, c’è forse una persecuzione verso i cristiani. Verso un simbolo musulmano, ci sarebbe stata forse meno severità. La storia della laïcité è vista come una liberazione dal potere ecclesiale. Come se la Chiesa soffocasse l’umano. Eppure, la Croce e il presepio sono segni di debolezza. Come cristiani, non siamo forti in senso terreno, ma crediamo nell’umano e che ogni essere è importante. Il senso di una lotta perenne di potere resta una minaccia per tutti. Sono felice che il Papa presenti le cose in modo del tutto diverso».

Si riferisce anche all’Anno della misericordia?
«Sì. È straordinario che il Papa sia andato in Africa ad aprire la Porta Santa. Ci sta dicendo che la Chiesa vuol essere una porta fragile capace di farci ritrovare il senso profondo della nostra fragilità. Quella su cui si basa il cristianesimo. Nella debolezza, il cristiano è chiamato a rivelare altro, la presenza di Dio. Come cristiani, sappiamo che il mondo non crede sempre in Dio. Ma pure che nel cuore vulnerabile di ognuno, c’è sempre una ricerca d’infinito».

3/ Natale in Siria. Dateci acqua, il grido da Aleppo, di Ibrahim Alsabagh, parroco di San Francesco ad Aleppo

Riprendiamo da Avvenire del 23/12/2015 un articolo di Ibrahim Alsabagh, parroco di San Francesco ad Aleppo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua la quale 
è multo utile et humile et pretiosa et casta.

(San Francesco d’Assisi, Il Cantico delle Creature)

È proprio "sorella acqua" che ci manca così tanto qui ad Aleppo e che ogni giorno attendiamo con speranza e trepidazione. Siamo in uno stato di guerra permanente e sono parecchie le brutte sorprese che aprono le nostre giornate: ondate di violenza inaudita, lanci di bombe, sparatorie nelle strade; e tutto questo accade sempre nelle zone abitate. La piaga che attualmente ci prostra più di ogni altra, rendendoci molto difficile affrontare con serenità la giornata, è l’insopportabile mancanza d’acqua che trasforma questa crisi in una vera catastrofe. Ci sono delle zone abitate d’Aleppo in cui non si vede una goccia d’acqua da anni. Anche nelle zone dove l’acqua arriva di tanto in tanto la gente è sul chi vive: l’acqua manca per giorni e qualche volta per intere settimane. L’acqua poi arriva come un ladro, all’improvviso, e così com’è arrivata, sparisce senza un solo cenno di preavviso.

Parrebbe che lo Stato abbia avviato la ricerca di approvvigionamenti alternativi, utilizzando risorse idriche sotterranee, che in tempo di pace aveva assolutamente proibito, per non incorrere nel rischio di accelerare il processo di desertificazione. Adesso, invece, quel rischio è superato dalla certezza della gente che muore di sete. Gente che è umiliata quotidianamente. Non si può evitare di condividere la sofferenza e la pena di quel padre di famiglia che ha figli piccoli a cui non riesce più a provvedere o di quell’uomo che ha i genitori anziani immobilizzati. Riuscite ad immaginarvi quei genitori che, abitando al quinto o sesto piano di un palazzo senza ascensore e con problemi gravi alla schiena, debbono caricarsi sulle spalle l’acqua necessaria alla sopravvivenza della famiglia, fino all’uscio di casa?

Lamentele strazianti si alzano in continuazione dalle strade: si tratta del "grido degli innocenti" che non cessa mai. Semplici e martellanti frasi come queste rimbombano nella nostra mente e nel nostro cuore: «Abbiamo un anziano in fin di vita a casa...»; «C’è una vicina che non riesce più a muoversi, chi e come potrà mai aiutarla?». Ogni volta che l’acqua scarseggia da più di quattro giorni, la richiesta pressante, in verità l’unica richiesta, di tutte le telefonate che riceviamo e la supplica delle persone che bussano alla porta del nostro ufficio parrocchiale è sempre la medesima: acqua.

Tutti gli aleppini accorrono ai pozzi pubblici, solo sporadicamente resi disponibili alla gente, dal mattino fino alla sera. Non si trova per la strada alcun uomo o donna oppure bambino che cammini senza un secchio o una bottiglia tra le mani, poiché dissetarsi vuol dire sopravvivere. Purtroppo non vi è un controllo sanitario sufficiente ai pozzi e quindi, per la mancanza di acqua veramente potabile, si registrano diversi casi di avvelenamento e di febbre dovuta a problemi intestinali.

Le varie comunità cristiane, appartenenti ai diversi riti presenti ad Aleppo, si prodigano per soccorrere tutti quelli che sono nel bisogno, ma non sono assolutamente in grado di sostituire lo Stato e fungere da "ministero delle Risorse idriche". Alcuni hanno cominciato a valutare, nell’immediato, soluzioni temporanee alternative, ma prevalgono le perplessità e il senso di "impotenza" dei più: la situazione che ci troviamo ad affrontare pare essere troppo impegnativa per le nostre sole forze.

Noi padri francescani d’Aleppo stiamo cercando di vivere questa tragedia avendo a cuore l’imperativo della misericordia e soccorrendo, nel bisogno primario dell’acqua, chiunque si rivolge a noi. Abbiamo ben presenti queste parole del Signore: «Ho avuto sete e mi avete dato da bere». Dovete credermi quando vi dico che ogni instante della nostra presenza instancabile tra la gente d’Aleppo si può leggere come l’esercizio di una delle quattordici Opere di Misericordia corporale e spirituale. È in tal modo che il Signore ci accompagna, educandoci ad essere misericordiosi com’è misericordioso il Padre nostro.

Da mesi, le porte del nostro convento di Azizieh sono spalancate e dei tubi trasportano la preziosissima acqua dal pozzo del nostro giardino fino al marciapiedi, di modo che tutti possano venire ad attingere acqua secondo il loro bisogno. Per facilitare questo servizio, alcuni uomini e giovani volontari assistono la gente ad attingere l’acqua in modo ordinato. Ci sono inoltre cinque autisti (altrimenti disoccupati) di camioncini e di auto attrezzate con serbatoi e con pompe che attingono acqua dallo stesso nostro pozzo, per consegnarla poi direttamente nelle case di quelle famiglie che si sono registrate da noi in ufficio.

L’orario di lavoro è senza sosta, dalle sette del mattino fino alle otto e mezza di sera. Nelle condizioni atmosferiche migliori, si arriva a servire fino a 45 abitazioni al giorno, ma dal quarto giorno della mancanza d’acqua in poi, la lista delle famiglie registrate si allunga all’inverosimile fino alle cinquecento, aumentando di giorno in giorno. Oltre ai nostri camioncini, ve ne sono altri tre della Chiesa maronita, a noi confinante, che si approvvigionano sempre al nostro pozzo.

Quello che cerchiamo d’impedire è il commercio e lo sfruttamento di questa tragica situazione da parte di troppi "sfruttatori della crisi", veri pirati. Inoltre diamo lavoro a alcuni uomini, padri di famiglia, che altrimenti sarebbero disoccupati. Con tenerezza e gratitudine osservo, anzi contemplo, dei giovani volontari aiutare i vecchietti che arrivano ad attingere l’acqua, avendo difficoltà a camminare. I giovani si caricano dei serbatoi da dieci litri, con le mani e sulle spalle, e in tal modo accompagnano gli anziani alle loro abitazioni.

Questi giovani "samaritani", una volta ogni due giorni, con trenta litri d’acqua potabile, vanno a far visita ad ogni anziano a loro assegnato... Abbiamo però il timore che il nostro pozzo si secchi... Questo pericolo è reale poiché, nonostante il pozzo sia stato scavato alla profondità di almeno 150 metri, il consumo giornaliero d’acqua, quando la crisi arriva al suo culmine, si aggira circa sui 60mila litri. Quindi il rischio c’è, ma d’altra parte, in tutta coscienza, non si può fare a meno di rispondere alle migliaia di persone che bussano alla nostra porta, mendicando l’acqua.

Anche il Convento francescano di Ram distribuisce l’acqua mediante tubi e rubinetti. Siccome però l’elettricità manca ovunque, come da noi ad Azizieh si ha un grande consumo di gasolio necessario a far funzionare il generatore elettrico. L’acqua di Ram, a differenza della nostra, non è potabile, ma serve comunque per tutti gli altri usi, facilitando la vita a molta gente che vive attorno a noi e che non ha alternative.

La terza presenza dei francescani ad Aleppo è il "Collegio di Terra Santa", dove esiste già un pozzo, purtroppo inutilizzato per la popolazione. Occorrerebbe acquistare un nuovo generatore elettrico con tutti gli accessori del caso, onde rendere disponibile la sua acqua potabile. Sappiamo tuttavia che ad Aleppo parecchie abitazioni non dispongono del serbatoio dell’acqua oppure quello che c’è è stato danneggiato dalle bombe.

Per questo abbiamo cominciato ad agosto ad acquistare dei serbatoi da distribuire gratuitamente e questo progetto attualmente sta continuando. Ad oggi ne abbiamo già distribuiti 180, ma altre centinaia di famiglie ne hanno fatta richiesta e stanno aspettando ansiosamente il loro turno. Un nuovo serbatoio, quando arriva in casa e viene installato senza alcun costo per la famiglia, è un meraviglioso dono del cielo: l’acqua quando arriva ai rubinetti, riempie i serbatoi e nel momento in cui se ne va, la vita della famiglia può continuare per un po’ di tempo in una condizione di quasi "normalità".

O Signore, quanti pesi gravitano sulle nostre deboli spalle, chiamati ad accompagnare e assistere la gente che oggi vive ad Aleppo! Quante croci "scorticano" le spalle del popolo che grida: «Fino a quando, o Signore, continuerai a scordarti di noi». Questa piaga "biblica" della mancanza d’acqua è molto più di quanto si riesca a sopportare.

Paradossalmente però, nella carenza di ciò che è essenziale per la vita, noi riusciamo a scorgere l’immenso dono di grazie che il Signore sta offrendo ad Aleppo: una grande riserva di risorse umane "sotterranee" e quella bellezza, verità e bontà che abitano la nostra comunione. E più ancora, è nella mendicanza di ogni istante per l’acqua, che abbiamo riscoperto l’evidente importanza di questo semplice e umile dono che ci ha fatto dal Signore. Oggi, infatti, ad Aleppo, non si può bere un sol bicchiere d’acqua potabile senza esultare ed esclamare con tutto il cuore: «Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile e preziosa e casta».

4/ Mattarella: presepe messaggio di pace (da Avvenire)

Riprendiamo da Avvenire del 10/12/2015 un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Il Natale ed il presepe trasmettono un messaggio universale in grado di favorire il dialogo tra fedi e culture diverse. Lo sottolinea il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, presentando la mostra "Presepi d'Italia - Le tradizioni regionali al Quirinale", inaugurata oggi pomeriggio dallo stesso Capo dello Stato nella sala degli Ambasciatori. Una rassegna che vede esposte 21 opere d'arte provenienti da tutte le Regioni italiane e dalle Province di Trento e Bolzano.

"Il presepe - afferma Mattarella - esprime un intenso sentimento religioso e trasmette un messaggio di pace e di fraternità universale. Il Natale dei cristiani non è soltanto una ricorrenza, ma un evento che si rinnova e che richiama l'umanità al senso del proprio rapporto con il mondo e la storia". "Proprio la profondità e l'universalità del suo significato hanno reso questi simboli dialoganti con le coscienze, con le fedi, con le culture, con le tradizioni popolari. E oggi il dialogo tra credenti e non credenti, il dialogo tra fedi e culture diverse rappresenta una condizione indispensabile per costruire un futuro di sviluppo e di pace".

5/ La «guerra» ai simboli spegne la speranza, di Carlo Cardia

Riprendiamo da Avvenire del 9/12/2015 un articolo di Carlo Cardia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Le polemiche che puntualmente esplodono, in prossimità delle feste natalizie, per la faziosità che si manifesta verso i simboli religiosi, specie cristiani, riflettono i sintomi d’una malattia che colpisce l’Europa e la sua cultura, non solo religiosa. Gli episodi più recenti, non tutti conosciuti dal grande pubblico, aggiungono ciascuno una goccia di ostilità, sempre più fredda e irrazionale.

Non torno su quelli accaduti, in sconcertate sequenza, in Italia all’insegna di intenti censori sul piano dell’arte e di remissive elucubrazioni sulla «provocazione» che i canti natalizi cristiani potrebbero rappresentare dopo l’eccidio jihadista di Parigi. Segnalo, però, che a Madrid la nuova giunta municipale ha deciso di non allestire nei locali del Comune il tradizionale presepio, provocando reazioni popolari e politiche. Mentre, nel mondo del commercio, la multinazionale di caffetteria Starbucks ha stilizzato il consueto prodotto natalizio, tingendolo in rosso per evocare «tutte le storie».

I lettori di 'Avvenire' sanno che la guerra ai simboli religiosi non è di oggi, se ne trovano tracce in più Paesi, alcune serie, altre ridicole. Una recente proposta di legge in una grande regione della Cina Popolare prevede che gli edifici di culto siano costruiti in modo tale che non risaltino, dal punto di vista architettonico e cromatico, rispetto all’edilizia circostante. Devono essere non troppo alti, con colori neutri che non li distinguano dai Palazzi vicini, e con simboli religiosi (Croci, stelle di Davide, statue di Buddha) che non si facciano notare. La squadra del Real Madrid, forse in ossequio allo sponsor arabo, toglie la croce dallo stemma, si vuole vietare ai giocatori di calcio di fare il segno della croce quando entrano in campo, si stampano biglietti augurali astratti, e si chiama il Natale 'festa d’inverno'. Non manca nemmeno il caso dello Stato di Okhlaoma, dove i seguaci di un culto satanista hanno eretto una grande scultura di Satana-Bafomet (strana figura che origina dal processo ai Templari di Filippo il Bello), per situarla in una piazza della capitale.

Singolarmente, questa volontà maniacale di far guerra ai simboli s’è incrinata, e attenuata, proprio in Francia, che per prima ha modellato la laicità ostile alla religione. È del 2004 la legge che proibisce a chi frequenta la scuola di indossare segni religiosi che non siano molto piccoli, e a essa ha fatto seguito uno stillicidio di misure regressive: l’assunzione di professori che divulghino i principi della laicité repubblicana; il dovere d’astensione dei funzionari da atti che implichino adesione a una religione, perfino il divieto dei simboli ai familiari che partecipino a gite scolastiche.

Questi eccessi provocano ormai reazioni e contestazioni. Più volte i cittadini si oppongono, con ricorsi e appelli, a decisioni negative, non di rado ottengono pronunce favorevoli all’esposizione di presepi e raffigurazioni religiose. Rapporti ufficiali e testimonianze dirette denunciano i rischi della separazione tra cultura e religione: alcuni ragazzi non riconoscono più, nei musei di Francia, la figura della Madonna nell’arte classica, la confondono con una «baby-sitter che accudisce un bambino», non comprendono i principali eventi, le personalità più eminenti, della storia cristiana.

Nei giorni scorsi una «guida della laicità» pubblicata sul sito del Governo ha voluto smussare la tradizionale ostilità ricordando che il presepio ( crèche de Noël) in uno spazio pubblico può consentirsi come espressione della cultura o della tradizione. Alcuni tribunali hanno permesso l’esposizione di opere religiose, perché legate a tradizioni locali, o fonti di attrazione turistica. Un modo tortuoso di ragionare che salva i simboli, e tradisce l’imbarazzo di un potere pubblico che non vuole contraddire il buon senso, e la realtà culturale che ha animato la Francia nella sua storia secolare.

Siamo di fronte ad una sorta di iconoclastia laicista, che induce a riflettere sulla nostra crisi. I simboli religiosi trasmettono spesso un messaggio universale che si deposita nella memoria collettiva di un popolo e del suo cammino storico. La figurazione ideata da San Francesco nel Natale del 1223 in una stalla di Greccio riassume il senso della svolta che porta nella storia l’annuncio dell’amore di Dio per l’umanità, avvia una crescita d’interiorità giunta sino a noi. Nel presepio tutto è gioia, dal bambino appena nato ai genitori che l’amano, dai pastori che lo riconoscono agli angeli che cantano, ai Magi che viaggiano per partecipare all’evento. Ogni cosa riflette una bellezza che esprime solidarietà, attesa per una storia migliore, fede in una redenzione che non esclude nessuno, e come tale è interpretata anche nella cultura moderna. Laurence Housman vede nel Natale l’evento con il quale l’amore va verso l’odio per vincerlo, la luce allontana il buio, la pace sostituisce la guerra, mentre per Georges Bernanos il Natale è il giorno «di tutte le speranze umane», che parlano a donne e uomini d’ogni colore e latitudine, a chi cade e vuole sollevarsi. L’ostilità che si manifesta contro il presepio, s’oppone a un simbolo che da sempre è oggetto di culto e memoria per i cristiani, ha ispirato artisti d’ogni tipo, pittori, scultori, musicisti, è divenuto punto di congiunzione tra fede, cultura, tradizioni popolari.

Quest’anno, poi, il presepio risponde a una speranza aggiuntiva, porta un messaggio di pace in un mondo che vive una drammatica regressione dai livelli di umanità e civiltà sinora conseguiti, soffre guerre, persecuzioni, violenze. Il messaggio cristiano è più di ieri un messaggio di pace, perché tante promesse sono state tradite, molte attese sono andate deluse, troppi diritti della persona sono negati. Questa è la riflessione che potrebbe essere promossa e sviluppata nelle nostre scuole, tra i ragazzi: il presepio è simbolo di amicizia, intimità, solidarietà, mentre l’ideologia che vuole spegnere la voce della speranza, non sa parlare agli altri, riflette paura, ignora le luci, i suoni, l’interiorità, che provengono dalla raffigurazione di un evento che ha cambiato la storia umana, e la alimenta di continuo.

6/ Il significato pubblico del Presepe. Perché e come, di Giampaolo Crepaldi

Riprendiamo dal sito dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân ampi brani di un articolo dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio stesso, pubblicato il 4/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Anche quest’anno, con l’avvicinarsi delle feste natalizie, è tornata la polemica sui presepi nei luoghi pubblici, soprattutto nelle scuole. […] Il nostro Osservatorio desidera fare, a questo proposito, alcune riflessioni.

Bisogna prima di tutto prendere atto che il processo di secolarizzazione non poteva certo fermarsi davanti al presepe. [...]

In secondo luogo va osservato che del presepe viene contestata la costruzione nei luoghi pubblici. Il senso è preciso: la fede può essere al massimo tollerata come fatto privato. Il presepe va fatto in casa e non in piazza. È la privatizzazione della fede religiosa, che la laicità occidentale vanta come unica propria fede. Ciò dovrebbe valere per tutte le religioni. Tutte dovrebbero abbandonare la pubblica piazza e trasferirsi tra le mura domestiche. La società che ne deriverebbe sarebbe una società senza Dio e questa viene spacciata per neutralità rispetto a tutte le fedi, ossia per presunta laicità.

Ma come può essere neutro chi vuol fare piazza pulita? Come può essere neutro chi discrimina le fedi religiose privandole della loro presenza pubblica? Certamente lo Stato ha, in certi casi, il dovere di vietare la manifestazione pubblica della religione. Il diritto alla libertà religiosa, per quanto riguarda il cosiddetto foro esterno, non è assoluto, ma sottoposto all’ordine pubblico e al bene comune. Lo Stato, per il bene comune, può limitare o anche vietare completamente la presenza pubblica di una religione. Ma nel caso in questione, il divieto non avviene per la salvaguardia di un bene comune, che lo Stato non è più nemmeno capace di immaginare, ma per un atto di imperio che tradisce una assolutezza politica molto pericolosa. Tradisce una politica che si fa religione e che gareggia con le religioni sul loro stesso piano assoluto. Si ha così uno scontro tra due religioni, e la laicità, che avrebbe dovuto essere uno spazio neutro e quindi pacifico, diventa un luogo pericoloso perché conflittuale.

La terza osservazione da farsi riguarda la qualità dell’opposizione che solitamente viene messa in atto contro simili misure. In genere essa fa riferimento alla civiltà cristiana, alla nostra storia e a come la nostra vita sociale, i nostri criteri morali, le nostre abitudini, senza parlare delle opere d’arte che hanno formato le nostre menti, affondi le proprie radici nel cristianesimo. Difficile avere dubbi su questo tipo di argomentazioni. L’Italia – e con essa tutto l’Occidente – non sarebbe se stesso senza le proprie radici cristiane che sono ben visibili ovunque attorno a noi. È legittimo e doveroso far valere questo argomento storico e di identità contro quanti sostengono che, invece, per convivere con gli altri, ci si dovrebbe spogliare delle proprie tradizioni e di quanto  esse ancora oggi ci danno. L’accoglienza e l’integrazione non si fanno nel vuoto e a volto coperto. È ben evidente che questi argomenti possono prestarsi anche ad un uso politico e che chi li sostiene non sempre lo fa per amore del cristianesimo, ma per altri motivi. Bisogna però anche accettare che gli argomenti siano vissuti da ognuno al proprio livello di comprensione e di assimilazione, mettendo anche in bilancio possibili elementi di strumentalizzazione. Non è corretto negare valore a questi argomenti circa l’identità di un popolo, con l’idea che si prestano ad operazioni politiche di corto respiro.

Detto questo, va anche però osservato che queste argomentazioni sono insufficienti. Se le radici cristiane vengono difese – come è pur giusto fare, lo ripetiamo – solo per motivi storici o culturali, può venire il momento che le nuove generazioni non siano più sensibili alla propria storia passata, alle proprie origini culturali o che, addirittura, diventino incapaci di leggere i segni della presenza cristiana attorno a noi. È proprio tra le bellissime basiliche gotiche della Francia che alligna il nuovo ateismo e, in genere, un giovane oggi non possiede le più elementari nozioni teologiche per poter leggere una pala d’altare, un affresco o un fregio. La nostra storia cristiana può diventare muta. Non può essere solo il “come eravamo” o il “è da lì che noi proveniamo” a salvarci dalla secolarizzazione che secolarizza anche il senso del passato come il senso in genere e non solo il senso religioso.

Il presepe, come ogni altra manifestazione pubblica delle fede cristiana, ha diritto ad essere mantenuto non solo perché lì ci sono le nostre origini, ma perché è vero. È solo la verità della religione cristiana a valere come titolo ultimo del suo diritto ad una presenza nella pubblica piazza ed è solo perché questa religione, più di ogni altra, contribuisce al bene comune che il potere pubblico dovrebbe esso stesso difendere il presepe o qualsiasi altro simbolo di quella fede. Senza il Bambinello siamo tutti più poveri, anche i potenti di questa terra, che gestiscono la cosa pubblica senza sapere perché né come e che non sono in grado di valutare la verità delle diverse religioni preoccupandosi invece, con un gesto falsamente liberatorio, di eliminarle in blocco dalla pubblica piazza: fuori tutti da qui! Ma il senso di quel “qui”, di cosa significhi la comunità politica, a quel potere sfugge. Altrimenti utilizzerebbe quei criteri per valutare le religioni e per vedere che la fede cristiana è “dal volto umano”.

Le tradizioni muoiono se non sono continuamente rivissute. Cristo non è una tradizione anche se la Chiesa ha una tradizione, una tradizione viva che si fonda sulla reale presenza di Cristo nella sua storia, proprio ciò che il presepe vuole rappresentare. Le autorità politiche non riusciranno a impedire il presepe, anche se ciò non toglie che si debba lottare perché non lo facciano. Non riusciranno nemmeno a difenderlo dalla secolarizzazione, anche se non possiamo esimerci dal richiederglielo. Ciò che conterà, alla fine, è che Cristo sia vissuto come Vero e come Vivo dai cristiani. Non solo come Vivo, ma anche come Vero, perché su questo si fonda la sua pretesa di essere presente nella pubblica piazza.

7/ Quei traditori che dicono che il presepe è "tradizione", di Camillo Langone

Riprendiamo da Il Foglio del 5/12/2015 un articolo di Camillo Langone. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

San Francesco, la parola tradizione piace molto ai traditori. Quando qualcuno definisce il tuo presepe “tradizione” significa che al tuo presepe non crede più. Poi pretende che il presepe lo difenda, ad esempio dalla barbarie coranica, nonostante sia il primo a non crederci, nonostante lo abbia piazzato in coda all’albero, al grassone con le renne, al panettone, e calpesti il Bambino andando a fare spesa la domenica. “Non importa se ci credi” canta Luciana Littizzetto, il volto della nostra estinzione, in “Eccolo qua il Natale”, il video delle masse atee e antiestetiche che bramano il dicembre per mettersi in testa il berretto rosso, floscio e patetico come un preservativo dopo l’uso. San Francesco, sembra che al tuo presepe credano davvero solo i suoi nemici, i presidi presepicidi: per loro non è affatto tradizione museificata e morta, per loro è acqua santa che scotta e quando lo vedono cominciano a dare in smanie come indemoniati davanti all’aspersorio. San Francesco, la grandezza della tua invenzione è provata dalla sua crescente necessità: il presepe nel 1223 era una poetica biblia pauperum, nel 2015 è ancora di più, è segno di contraddizione ed esorcismo.

8/ Il Natale e quel bambino che ci libera dalla paura. «La paura è la speranza» è l’ultima di tre meditazioni sul Natale scritte tra il 1959 e il 1960 da un trentenne Joseph Ratzinger. La nascita di Gesù come risposta alla paura che non è più quella delle tenebre, ma piuttosto dell’oscurità nel cuore degli uomini, di Joseph Ratzinger

Riprendiamo dal Corriere della sera del 24/12/2015 un testo di Joseph Ratzinger. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Il testo che presentiamo «La paura e la speranza», è l’ultima di tre meditazioni sul Natale pubblicate in Germania in una raccolta a uso didattico sul rapporto tra dogma e predicazione (Dogma und Verkündigung, München, 1973) e scritte tra il 1959 e il 1960 dall’allora trentenne Joseph Ratzinger. Ora vengono pubblicate nel libro «Gesù di Nazaret. Scritti di cristologia», volume 6/2 dell’opera omnia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI che esce in Italia, a cura di Pierluca Azzaro, presso la Libreria Editrice Vaticana.

Le luci di Natale risplendono di nuovo nelle nostre strade, l’«operazione Natale» è in pieno svolgimento. E per un istante anche la Chiesa viene fatta partecipe, per così dire, della congiuntura favorevole: quando cioè, nella Notte santa, le chiese si stipano di tanta gente che però, in seguito, per molto tempo passerà ancora dinanzi alle loro porte come a qualcosa di molto lontano ed estraneo, come a qualcosa che non la riguarda. Eppure, in questa notte, per un istante Chiesa e mondo sembrano riconciliarsi. Ed è bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che ancora credono; e, infine, il misterioso, antico messaggio del bambino che nacque molto tempo fa a Betlemme ed è chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questo ci commuove; eppure, i concetti che in quel momento udiamo - «redenzione», «peccato», «salvezza» - suonano come parole che ci giungono da un mondo lontano, da un tempo ormai passato: forse era bello quel mondo, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è invece?

Il mondo in cui sorse la festa di Natale era dominato da un sentimento diffuso molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il «crepuscolo degli dei» non era un modo di dire, ma un fatto reale. Tutt’a un tratto, gli antichi dèi erano divenuti irreali: non esistevano più e gli uomini non potevano più credere in quello che, per generazioni, aveva dato senso alla loro vita. Ma l’uomo non può vivere senza un senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano. E così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano?

Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della «luce invitta», del sole, che giorno dopo giorno fa il suo corso sulla terra, sicuro di vincere e forte quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale, soleva essere commemorato annualmente come il giorno natalizio della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e che da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio. Le liturgie della religione del sole molto abilmente si erano così appropriate di una paura e insieme di una speranza originarie dell’uomo. L’uomo primitivo, che un tempo avvertiva l’arrivo dell’inverno nel progressivo allungarsi delle notti d’autunno e nel progressivo indebolirsi della forza del sole, ogni volta si era chiesto pieno di paura: «Il sole dorato ora morirà? Ritornerà? O non sarà vinto quest’anno (o in uno degli anni a venire) dalle forze malvagie delle tenebre, tanto da non ritornare mai più?». Sapere che ogni anno tornava un nuovo solstizio d’inverno dava in fondo la certezza della sempre nuova vittoria del sole, del suo certo, perpetuo ritorno. È la festa in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indistruttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani, con il culto del sole invitto, cercarono di dare ai loro sudditi una nuova fede, una nuova speranza, un nuovo senso in mezzo all’inarrestabile crollo delle antiche divinità, coincise col tempo in cui la fede cristiana tentò di guadagnare il cuore dell’uomo greco-romano. Ed essa trovò proprio nel culto del sole uno dei suoi antagonisti più insidiosi. Si trattava di un segno fin troppo visibile agli occhi degli uomini, molto più visibile e attraente del segno della croce nel quale giungevano gli annunciatori della fede in Cristo. Eppure, la loro fede e la loro luce invisibile ebbero il sopravvento sul quel messaggio visibile col quale l’antico paganesimo cercò di affermarsi.

Molto presto i cristiani rivendicarono a sé il 25 dicembre, il giorno natalizio della luce invitta, e lo celebrarono come il giorno della nascita di Cristo, in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Dicevano ai pagani: «Il sole è buono e noi ci rallegriamo quanto voi per la sua continua vittoria. Ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e avere forza solo perché Dio lo ha creato. Esso quindi ci parla della vera luce, di Dio. Ed è il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna forza senza di lui. Ma questo non è ancora tutto e nemmeno la cosa più importante. Non vi siete accorti infatti che esistono un’oscurità e un freddo rispetto ai quali il sole è impotente? Sono quell’oscurità e quel freddo che provengono dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo...». E a questo punto ci accorgiamo d’improvviso quanto tutto questo sia per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è come il dialogo del credente di oggi col suo fratello non credente, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Certo, la paura primitiva che il sole un giorno potrebbe scomparire ormai non ci agita più: la fisica, col fresco soffio delle sue formule chiare, l’ha scacciata da tempo.

È vero, la paura primitiva è passata, ma è anche scomparsa la paura in assoluto? O l’uomo non continua forse a essere definito dalla paura, a tal punto che la filosofia di oggi indica la paura proprio come «esistenziale fondamentale» dell’uomo? Quale epoca della storia dell’umanità ha, più della nostra, sperimentato una paura maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l’uomo di oggi si accanisce così tanto nel presente solo perché non sopporta di guardare negli occhi il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. Non temiamo più che il sole possa essere sopraffatto dalle tenebre e non tornare; ma abbiamo paura del buio che proviene dagli uomini; scoprendo solo così quella vera oscurità che, in questo secolo di disumanità, abbiamo sperimentato più spaventosamente di quanto le generazioni che ci hanno preceduto avrebbero mai potuto immaginare. Abbiamo paura che il bene nel mondo divenga impotente, che non abbia più senso scegliere la verità, la purezza, la giustizia, l’amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, visto che il corso della storia sembra dare ragione a chi è senza scrupoli e brutale, non ai santi. E, d’altronde, non vediamo forse di fronte ai nostri occhi dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste più nulla di sacro? Spesso ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fine, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo; che, in fondo, la storia del mondo distingua solo fra gli sciocchi e i forti... Domina la sensazione che le forze oscure aumentino, che il bene sia impotente: ci assale più o meno quella stessa sensazione che, un tempo, prendeva gli uomini quando, in autunno e in inverno, il sole sembrava combattere la sua battaglia decisiva: «La vincerà? Il bene conserverà il suo senso e la sua forza nel mondo?».

Nella stalla di Betlemme ci è dato il segno che ci fa rispondere lieti: «Sì». Perché quel bambino, il Figlio unigenito di Dio, è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, proprio a quel bambino lì, che è la verità e l’amore. È questo il senso vero del Natale: è il «giorno di nascita della luce invitta», il solstizio d’inverno della storia del mondo che, nell’andamento altalenante di questa nostra storia, ci dà la certezza che anche qui la luce non morirà, ma ha già in pugno la vittoria finale.

(© 2015 Libreria Editrice Vaticana, traduzione di Pierluca Azzaro)

9/ La lezione di Natale, di Gustave Thibon

Riprendiamo dal sito Ritorno al reale. Gustave Thibon un testo di Gustave Thibon del 23/12/1976 (Titolo originale: La leçon de Noël, « Itinéraires », n. 211, marzo 1977; traduzione redazionale), ripubblicato dalla redazione del sito il 23/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Eccoci a festeggiare ancora una volta l’anniversario della nascita di Dio. Ritorniamo indietro di duemila anni, all’ora in cui il Cristo è apparso nel mondo. Questo avvenimento supremo – che non soltanto divide in due la storia (diciamo avanti e dopo Cristo) ma ci apre anche le porte dell’eternità – è passato quasi inosservato agli occhi dei contemporanei. È successo in una stalla, nel cuore dell’inverno, nell’ora più buia della notte, e non ha avuto per testimoni che degli umili animali e della povera gente. Se vi fossero stati dei giornali, non avrebbero fatto menzione di questa notizia. E che avrebbe pensato l’imperatore Augusto, dominatore del mondo e adorato come un Dio, se gli fosse stato predetto che questo gracile bimbo, oscuro rampollo di un popolo lontano e disprezzato, avrebbe ricevuto un giorno gli omaggi dell’universo e che la sua religione, dopo il naufragio dell’Impero, avrebbe salvato la lingua e il genio di Roma?

Noi ci lasciamo troppo facilmente abbagliare dagli eventi sensazionali e dai trionfi rapidi e spettacolari. E ci dimentichiamo che, quasi sempre, le più grandi cose hanno piccoli inizi. E questo è vero in tutti i campi. Abito non molto lontano dalla sorgente della Loira. Questo fiume, così maestoso presso il suo estuario, alla nascita non è che un piccolo ruscello insignificante che si snoda nel cortile di una fattoria. Una tempesta o una valanga dispiegano in un attimo tutta la loro potenza. Qualche ora dopo non resta più nulla di questo tumulto, all’infuori delle devastazioni che ha causato.

Lo stesso vale per le cose umane e quelle divine. Il Cristo, autore e messaggero della salvezza eterna dell’umanità, è nato e ha vissuto per trent’anni ignorato da tutti prima di rivelarsi al mondo. Si è rivelato ancora senza fragore, essendosi rivolto a dei piccoli gruppi piuttosto che alla folla. E dopo la sua morte e resurrezione, il cristianesimo ha dovuto maturare per tre secoli nell’oscurità delle catacombe prima di divenire la religione ufficiale dell’Impero.

Sono bastati invece pochi anni a un Napoleone o a un Hitler per rivoluzionare la propria epoca. Ma, allo stesso modo, non sono stati necessari che pochi anni affinché la loro opera fosse annientata.

«Il tempo non risparmia quanto è stato fatto senza di lui», ha detto Jacques Bainville. Dio, che è il signore del tempo, avrebbe potuto manifestarsi istantaneamente in tutto il fulgore della sua gloria. Se non l’ha fatto, se ha scelto l’umiltà e l’oscurità, è perché ha voluto darci l’esempio delle virtù dell’attesa e della pazienza. Per mostrarci che le riuscite più rapide e più visibili sono votate al nulla se non sono preparate da una lenta e segreta incubazione. È il lungo e invisibile lavorio delle radici e della linfa a permettere all’albero di portare frutto

Questa è la lezione che emerge dalla festa di Natale: l’esempio dell’uomo-Dio ci invita a coltivare le realtà interiori, che maturano nel silenzio e nel segreto, senza le quali tutti i successi temporali non sono che apparenze brillanti e fuggitive, dei fuochi di paglia che s’accendono e si estinguono in un sol colpo.

10/ Gli auguri e le riflessioni da alcuni profili FB o da fatti e incontri

Mons. Giuseppe Mani

Natale non è la festa principale del Cristianesimo ma sicuramente la festa dell’identità cristiana. È facile oggi , vivendo in un ambiente multiculturale, chiedersi perché dal momento che ebrei, musulmani e cristiani adorano lo stesso Dio, sono figli di Abramo e pregano nella stessa direzione , non si mettono d’accordo e fanno un’unica religione, probabilmente diminuirebbero anche le tensioni tra i popoli. Tutte adorano lo stesso Dio ma c’è una differenza sostanziale: i cristiani credono che Dio è diventato uomo e si è chiamato Gesù.

Donato Le Pera

Da piccolo ammiravo un prete che pregava con in mano gli elenchi. Conosceva a memoria tutti gli abitanti del paese. Li aveva trascritti su dei grandi fogli, con la sua calligrafia ordinata e precisa e li faceva passare ad uno ad uno davanti al Tabernacolo, affidando al Signore le miserie e le speranze di ciascuno. Io domani a mezzanotte nella Messa metterò la tua vita e le tue intenzioni di preghiera come un lungo elenco. Perché nel presepe c'è posto per tutti, anche per chi non è arrivato, per chi non è partito, per chi c'è finito dentro per errore o per caso. C'è posto anche per te, anche per me. Tanti auguri perché trovi il tuo posto nel presepe.

Camillo Langone

Oggi sul Foglio in prima pagina scrive sui kamikaze del Natale ossia su coloro che si suicidano culturalmente nei pressi del Natale, facendolo saltare in aria spesso senza nemmeno volerlo: i preti innamorati dei maomettani, i facitori di alberi di Natale, i mangiatori di panettoni e le sceme “che si selfano col berretto rosso suicidando la propria avvenenza e così affogando una grande solennità cristiana nel mare del ridicolo. Che poi le rossoberrettate a qualcosa servono: a farsi nuovi amici. Io su Facebook ho 5.000 amici, il massimo consentito, e posso accoglierne due o tre nuovi solo cancellando due o tre di quelli vecchi. Con quale criterio effettuare la scrematura? In questi giorni è facile: scorro la lista dei contatti e appena trovo qualcuna fotografata col berretto rosso ecco che posso eliminarla senza rimorsi e aprirmi al nuovo”.

Suore del Villino dei sacerdoti

I 3 Re magi sui loro cammelli già dagli inizi i dicembre sono in camino e le tre statuine si avvicinano giorno dopo giorno al presepe, camminando su armadi, mensole e sgabelli posti nella stanza del presepe, prima ancora che sia Natale. Perché l’uomo cerca Dio prima che Gesù nasca, anche se non lo può trovare finché non nasce il Bambino Gesù.

11/ Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, parla del Natale spiegando i “Christmas carols”, i “canti di Natale”

Riprendiamo da YouTube la relazione tenuta dall’arcivescovo anglicano di Canterbury Rowan Williams in St Paul’s Cathedral il 10/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Dr. Rowan Williams: How to have a Good Christmas

1,500 people came to St Paul’s Cathedral to hear Rowan Williams speak about the meanings of Christmas, and how we can reclaim it for our Christian spiritual lives.
Dr Williams, the former Archbishop of Canterbury, began his talk on 8 December 2015 by saying there are three kinds of Christmas carol:

1 Isn’t it cold? Let’s have a jolly time;

2 Isn’t the baby sweet!

3 and a third kind - full of disturbing, difficult, incomprehensible theology.

He said he knew we’d be delighted that it was the third kind he’d come to talk about.

Dr Williams, Master of Magdalene College, Cambridge, spoke of the outpouring of God’s love at Christmas ‘boiling over from eternity into time’ because God’s very nature is to share life: ‘There is nothing of God that is not sharing, not giving’.
Not that this begins at Christmas, but ‘we celebrate a birth which is the beginning of God being with us in a new way; this is not the beginning of God being God, but the beginning of God being like this in our hearts and minds’.
If we take the story of Christmas seriously, ‘We ought to be looking with speechless amazement at every human face; God thought this face, this person, was worth everything. God thinks there is no gift or risk too great to bring full life and joy to this person.
This 'is probably the hardest thing in the Christian faith to accept or understand’.
Answering questions chaired by Mark Oakley, Canon Chancellor of St Paul’s, Dr Williams offered suggestions about how we might keep Christmas as Christians, and also revealed what is his favourite carol – and the ones he most dreads.

12/ Il fuoco dello zio (un dono per Dio). I personaggi del presepe e le nostre storie/4, di Alessandro D'Avenia

Riprendiamo da Avvenire del 23/12/2015 un articolo di Alessandro D'Avenia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Tra i personaggi del presepe della tradizione siciliana che ho raccontato in queste settimane, quello che mi affascina di più in questa notte di veglia è "Zu Innaru", zio Gennaio o Gennaietto. Si tratta di un vecchio pastore, che riscalda il suo corpo infreddolito al fuoco, che poi offre anche a Maria e Giuseppe, perché possano riscaldare il Bambino. Per quanta simpatia mi abbiano sempre ispirato bue e asino, non mi ha mai convinto la versione idilliaca che fosse il loro fiato a riscaldare il Bambino: più che un conforto sarebbe stato un supplizio, che Maria non avrebbe permesso. Era necessario il fuoco e questo fuoco, nell’immaginazione di chi fa il Gioco del Mondo che è il Presepe, è procurato da un "inutile" (credo che lui così si sentisse) vecchio che porta il nome del primo mese dell’anno, il primo mese del primo anno dell’era cristiana.

Lo Zio Gennaio è un pastore provato da fatica, anni e freddo. I pastori sono disprezzati nel mondo ebraico, a causa del loro lavoro che li tiene lontani dai riti della legge. Gli è rimasto solo il fuoco in questa notte di stelle a riscaldargli un po’ il cuore e le membra, chissà dove sono sua moglie e i suoi figli, chissà se si ricordano ancora di lui. Sogna a tratti di palazzi confortevoli e giacigli morbidi, di sorrisi e di abbracci, ma quando si sveglia e vede il suo gregge sente tutta la fatica della sua vita ripetitiva e votata solo a finire, e cerca di riaddormentarsi in fretta, dopo aver attizzato il fuoco, per lenire almeno il gelo del corpo se non quello del cuore.

Ma all’improvviso una coppia in cerca di riparo con una giovane ragazza incinta scuote il suo torpore, e offre a un ragazzo forte e stanco, di nome Giuseppe, il suo fuoco per riscaldare l’ambiente inospitale di uno di quei ripari per animali scavati nella roccia, che lui conosce bene.

Il fuoco è ciò che, nel mito, Prometeo aveva strappato agli dei, ribellatosi a Zeus, che, deluso dalla razza umana, aveva deciso di sterminarla e sostituirla. Prometeo invece lo dona agli uomini insieme a tutte le arti, proprio perché possano affrancarsi dal controllo degli dei. Per questo Zeus lo condanna al terribile supplizio: incatena Prometeo a una rupe e il suo fegato, nel mondo antico organo deputato a raccogliere il sangue e quindi la vita stessa, viene divorato dall’aquila del padre degli dei, per ricrescere il giorno dopo ed essere nuovamente distrutto, provocando una continua morte in vita.

Gli dei non sopportano che agli uomini vengano concessi i privilegi esclusivi del mondo divino, né che gli uomini siano liberi. Al contrario, nel Presepe non ci sono divinità invidiose, ma c’è un Bambino che è il Salvatore. Almeno così affermano gli angeli ai pastori, che chiedono un segno. Lo potranno riconoscere così: è in una mangiatoia. Il segno perché Dio si faccia riconoscere è di fatto un "non segno": la vita quotidianissima di una giovane famiglia in stato d’emergenza, un Bambino deposto in fasce in un presepe. Il segno di Dio è l’ordinario, un segno tenue come la brezza in cui Elia riconobbe la presenza del Signore, che non era in nulla di eclatante.

Con questo segno silenzioso e invisibile, una famiglia qualsiasi in un luogo qualsiasi, è abbattuta la separazione tra sacro e profano, il profano anzi diventa il luogo del sacro e del mistero, purché si abbiano occhi per vedere. L’ordinario è divenuto straordinario, Dio si è fatto uomo, adesso l’uomo può farsi Dio. Dio si è fatto Bambino e in una sola notte i Bambini diventano la vetta della dignità umana, quando nella lingua della grande cultura occidentale, il greco, la lingua dei Vangeli, i bambini sono indicati solo con l’articolo che si usa per le cose.

A differenza degli dei antichi, che ci tenevano alla loro separazione, questo Bambino-Dio non ha neanche il privilegio del fuoco, viene al freddo di una notte di stelle, in un riparo improvvisato, perché nella locanda non c’è posto. Dio non solo non tiene il fuoco per sé, ma non lo ha e lo deve mendicare all’uomo, dall’ultimo degli uomini: la situazione è ribaltata. Per questo lo zio Gennaio è il mio eroe, perché non è un titano che inveisce contro il cielo, ma un povero pastore infreddolito e disperato, che presta il suo fuoco perché non ha altro. Non sa che sta prestando il suo fuoco a Dio, ma Dio lo sa.

La scena ricorda le parole di uno dei personaggi di "Vita e Destino" di Vassilij Grossman, Ikonnikov, che riferendosi alla disfatta di nazismo e comunismo, distingue il Bene con la maiuscola che le ideologie degli uomini vogliono imporre con i loro mezzi e si trasforma in sangue, soprattutto di vecchi e bambini, dal bene piccolo e quotidiano: «E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla».

Credo sia questa la rivoluzione silenziosa cominciata in questa notte, quella della «bontà illogica», che porta ad amare persino il nemico e a pregare per il persecutore. Lo zio Gennaio è il primo uomo a ricevere la grazia divina di poter donare (restituire) quel poco che ha a Dio stesso. Egli non lo sa, ma quel gesto senza testimoni fatto ad un "piccolo", lo ha fatto, lui pastore reietto ed escluso da Dio e dagli uomini, al Dio onnipotente, creatore e signore del cielo e della terra.

Lo zio Gennaio si sente finalmente utile: qualcuno ha bisogno di lui. Dio ha bisogno di lui, con il suo fuoco e con le sue arti, tanto disprezzate da tutti. Al contrario di Prometeo non deve strapparle agli dei invidiosi ma, può donarle al Dio che glieli chiede in elemosina per fare la redenzione, che è rendere evidente agli uomini la verità. Il fuoco che il Bambino ci chiede è quello dei nostri talenti, del nostro lavoro, di ciò che ci riesce bene, di ciò che ci appassiona e ci permette di fiorire e far fiorire gli altri servendoli con quei doni, fino a poter dire che questa vita, nonostante tutto, è bella e vale la pena esserci anziché no. Questo pensa zio Gennaio in quella grotta.

Questo è il mistero della notte di Natale: Dio ha bisogno di te e me. Fosse anche solo per il nostro piccolo fuoco e la nostra grande stanchezza.

13/ Notizie sul Natale in persone e nazioni musulmani

N.B. de Gli scritti. Seguendo diversi blogger e diversi Profili FB è facile vedere pubblicare tutta una serie di post che sottolineano gesti positivi di alcuni esponenti islamici nei confronti delle minoranze cristiane e a favore della libertà religiosa o, al contrario, gesti negativi di offesa delle minoranze cristiane o di altre minoranze ed inviti a negare la libertà religiosa.
D’altro canto ogni giorno le rassegne stampa pongono dinanzi a tutti i gesti più diversi compiuti dalle diverse correnti musulmane: ad esempio nello stesso giorno la stampa mondiale deve segnalare la condanna del sultano musulmano del Brunei congro chiunque manifesti con segni pubblici la festa del Natale e, all’opposto, il compiacimento del presidente egiziano al-Sissi verso il Natale degli arabi copti, mentre musulmani difendono cristiani in Kenya, durante l’attacco islamista ad un bus di linea.
La linea de Gli scritti continua ad essere quella di mostrare che esistono nell’Islam a tutt’oggi entrambe le tendenze e che entrambe hanno numerosi fautori, mentre la maggioranza continua a tacere e a non prendere posizione: esiste oggi nell’Islam una linea che evolve verso una dilatazione delle libertà, desiderosa di favorire la formazione culturale delle giovani generazioni, la libertà di fede e l’emancipazione delle donne ed un’altra che invece tende a chiudere sempre di più queste possibilità.
Noi desideriamo - poiché crediamo che l’Islam possa sconfiggere i musulmani che negano una libertà religiosa piena e compiuta - sostenere i gesti positivi e denunciare i gesti negativi. E questo facciamo anche con la pubblicazione di alcune notizie riguardanti il Natale nelle dichiarazioni di esponenti musulmani di correnti diverse
. (24/12/2015)

13.1/ Il Presidente egiziano al-Sisi (da FB; non è stato possibile controllare la fonte)

Il Presidente egiziano al-Sisi alle autorità religiose musulmane: "Si avvicinano le feste natalizie dei nostri fratelli cristiani, e cominceranno a circolare di nuovo le voci di coloro che dicono che ‘non dobbiamo fare loro gli auguri’. E invece tanti auguri, con tutto il cuore! Dobbiamo condividere la loro felicità. Se non capiamo questo sarebbe una catastrofe. E se non capite che anche questo fa parte della religione islamica, sarebbe ancora peggio. Ripeto: non ascoltate le voci che ci vogliono dividere. Non ci devono essere divisioni su basi confessionali o razziali. Siamo tutti egiziani. E lo dico alla vigilia delle feste natalizie: tanti auguri, con tutto il cuore e tutta la stima. Non abbiate paura: questo dovete insegnare dai pulpiti delle moschee: chi ci divide, ci vuole distruggere. Siamo una cosa sola. E rimarremo una cosa sola".

13.2/ Giordania, il re Abdullah II: i cristiani arabi fanno parte integrante della nostra civiltà

Riprendiamo da La Stampa un articolo redazionale pubblicato il 23/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

I cristiani arabi “sono una parte integrante del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro”, e fin dall’inizio “sono stati partner essenziali per la nostra cultura, per la costruzione della nostra civiltà e per la difesa dell’islam”. Parole pronunciate da re Abdullah II di Giordania nel corso del discorso, trasmesso martedì 22 dicembre dalla tv nazionale, con cui il monarca hascemita ha voluto felicitarsi con tutti i suoi sudditi in occasione della festa islamica della natività del Profeta Mohammad (celebrata in quasi tutto il mondo il 23 dicembre) e della solennità cristiana del Natale di Nostro Signore. Re Abdullah – riferiscono fonti giordane consultate dall’agenzia vaticana Fides - ha sottolineato il valore simbolico della prossimità tra le due celebrazioni, in un tempo in cui molti paesi “soffrono per l’estremismo e la violenza”, alimentati da chi tradisce “i veri principi dell’islam e del cristianesimo”.  

Alla vigilia della festa islamica e di quella cristiana, Abdullah ha voluto ribadire che “l’islam è una religione di misericordia”, e che cristiani e musulmani sono uniti da “valori comuni” totalmente opposti alle pratiche di coloro che lui ha definito come “fuorilegge dell’islam”. In tale contesto, il monarca ha ribadito che tutti i giordani “vivono sotto l’ombrello di una medesima cittadinanza”, e che i cristiani arabi hanno contribuito in maniera essenziale alla costruzione della civiltà arabo-islamica fin dai tempi della battaglia di Mu’tah (quando Mohammad aveva ordinato alle forze islamiche in lotta contro l’esercito bizantino di non nuocere ai cristiani della Siria).

La festività islamica del Mawlid al-nabi, la natività del Profeta Mohammad – che dipende dal calendario lunare – nell’anno 2015 viene celebrata anche il 23 dicembre. Erano 457 anni che non si registrava una simile prossimità tra la festa islamica e il Natale cristiano.

13.3/ Il sito islamico: nessuna obiezione a feste e simboli religiosi cattolici (da Avvenire)

Riprendiamo da Avvenire dell’1/12/2015 un articolo redazionale. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

L'immagine in home page del 
sito Islamshia il 1° dicembre

Molti laicisti portano avanti la battaglia contro la tradizione culturale italiana, intrisa della cultura religiosa cristiana, nascondendosi dietro un malinteso senso del rispetto per le altre religioni e tradizioni. In realtà, come si è visto anche in questi giorni nel caso del preside di Rozzano, che voleva abolire la festa di Natale, molti islamici non la pensano così.

Tra le voci islamiche su questa linea c'è anche quella degli sciiti dell'Associazione islamica imam Mahdi (A.J.). Nella home page del loro sito, che si propone di fare "conoscere e approfondire l'Islam Shi'ita", compare l'immagine di un presepe e una nota dal titolo "Il presepe e le festività cattoliche in Italia".

Nel testo, che proponiamo sotto integralmente, si legge anche: "La dottrina Islamica prevede inoltre il diritto dei credenti Cristiani a celebrare le proprie festività nei Paesi musulmani, senza che ciò possa essere loro negato od impedito".

Inoltre si legge anche: "Come cittadini Italiani di fede Islamica, non soltanto non abbiamo dunque alcuna particolare obiezione al fatto che in un Paese di tradizione Cristiana si esibiscano i simboli religiosi e si commemorino le festività legate a questa tradizione – così come ci aspettiamo che avvenga coerentemente nei Paesi di tradizione Islamica – bensì non abbiamo nemmeno alcun interesse a promuovere una minore visibilità della “religiosità diffusa” che caratterizza questo Paese, che consideriamo anzi un’eredità spirituale in cui affondano le radici del dialogo e della comprensione reciproca".

Di qui si arriva a dire a chi vuole eliminare i segni religiosi e le feste nelle scuole o altrove di non farsi scudo dei musulmani: "Invitiamo dunque a non presumere da parte nostra – né tanto meno attribuirci – alcun pregiudizio negativo circa la presenza di simboli religiosi Cristiani o la commemorazione di festività Cattoliche".

Il testo integrale della nota sul sito Islamshia.org

In relazione ai recenti e reiterati provvedimenti di sospensione, che hanno interessato la celebrazione di ricorrenze religiose Cattoliche presso alcuni istituti scolastici della Repubblica Italiana, nonché rispetto alle frequenti polemiche relative ad ipotesi di rimozione dei simboli religiosi Cristiani dagli uffici pubblici del nostro Paese, vorremmo esprimere chiaramente quanto segue.

Come Musulmani, veneriamo Gesù Cristo come Parola di Dio (kalimatu-Llâh) e Spirito (rûh) proveniente da parte Sua. Ne attestiamo la nascita miracolosa dal seno della Vergine Maria, narrata nel Nobile Corano; ne attendiamo inoltre il ritorno come Messia, al fianco dell'Imam Mahdi, che soverchierà le forze dell’Anticristo. Sebbene esprima una teologia diversa da quella Cristiana, la dottrina Islamica prevede inoltre il diritto dei credenti Cristiani a celebrare le proprie festività nei Paesi musulmani, senza che ciò possa essere loro negato od impedito.

Come cittadini Italiani di fede Islamica, non soltanto non abbiamo dunque alcuna particolare obiezione al fatto che in un Paese di tradizione Cristiana si esibiscano i simboli religiosi e si commemorino le festività legate a questa tradizione – così come ci aspettiamo che avvenga coerentemente nei Paesi di tradizione Islamica – bensì non abbiamo nemmeno alcun interesse a promuovere una minore visibilità della “religiosità diffusa” che caratterizza questo Paese, che consideriamo anzi un’eredità spirituale in cui affondano le radici del dialogo e della comprensione reciproca.

[N.B. seguono alcuni passaggi incomprensibili] [Eventuali  impedimenti nei confronti di segni religiosi] non rappresentano un elemento di progresso e di emancipazione, bensì un sintomo di decadenza e di disperazione, che certamente non auspichiamo, e che anzi desideriamo contribuire a medicare, insieme: ciascuno con gli strumenti e con le specificità che lo contraddistinguono.

Invitiamo dunque a non presumere da parte nostra – né tanto meno attribuirci – alcun pregiudizio negativo circa la presenza di simboli religiosi Cristiani o la commemorazione di festività Cattoliche: al contrario, auspichiamo che questi possano anzi costituire per i nostri concittadini una rammemorazione della comune Patria celeste, ed una forma di fedeltà agli insegnamenti delle tradizioni di fede, a fronte delle emergenze del nichilismo e della profonda crisi spirituale che ci troviamo a fronteggiare. Insieme.

13.4/ Brunei, 5 anni di cella a chi celebra il Natale. È vietato anche in Tagikistan, di Simona Verrazzo

Riprendiamo da Avvenire del 23/12/2015 un articolo di Simona Verrazzo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

Cinque anni di carcere per chiunque festeggi il Natale nel Brunei. Il piccolo, e ricchissimo (di petrolio) sultanato del sud-est asiatico inasprisce così norme che già nel 2014 scatenarono numerose polemiche in tutto il mondo. Il sultano, Hassanal Bolkiah, spesso in testa alla classifica dei sovrani più ricchi del mondo, ha ribadito la sua linea dura, nel suo minuscolo territorio sull’isola del Borneo, di una rigida applicazione della sharia, la legge coranica, introdotta lo scorso anno e ora implementata dalla decisione di mandare in prigione chiunque festeggi una ricorrenza non islamica, in questo caso il Natale. Con il termine «festeggiare», scrive il quotidiano britannico Daily Telegraph, si intende «ostentare» o «indossare simboli religiosi come croci, accendere candele, addobbare alberi di natale e cantare inni religiosi o mandare auguri, montare decorazioni»: in sintesi, tutto ciò che rappresenta il Natale.

I non musulmani del Brunei possono «santificare il Natale, ma solo all’interno della loro comunità e dopo aver notificato alle autorità le loro intenzioni». La decisione segue quella del maggio 2014 quando, con l’introduzione della sharia nel Codice penale, applicata anche ai non cristiani, sono state stabilite pene come la lapidazione, la flagellazione e l’amputazione di mani e piedi, e a nulla è servita la mobilitazione internazionale che chiedeva il boicottaggio degli alberghi di lusso di cui il sultano è proprietario anche in Europa e in America. Nel 2013 un divieto simile arrivò dalla Somalia, che legiferò in tal senso per la prima volta dall’inizio della guerra civile nel 1991.

Anche in Asia centrale proseguono le restrizioni ai danni delle minoranze cristiane, in particolare con l’avvicinarsi del Natale. Il Tagikistan ha messo al bando nelle scuole gli alberi di Natale e i biglietti di auguri. Il divieto ricorda quello dell’Uzbekistan del 2013, quando a finire fuori legge, in televisione, era stata la versione russa di Babbo Natale.

13.5/ Natale in Indonesia: «I fedeli rischiano, ma nulla può impedire di sperare in Dio». Intervista a padre Dwi Harsanto: «Ci è stato detto di non avere paura. Andremo felici a celebrare l’Eucarestia nel Natale del Signore», di Benedetta Frigerio

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un’intervista di Benedetta Frigerio a padre Dwi Harsanto, pubblicata il 24/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

I cristiani in Indonesia sono presenti in tutte e trentaquattro le province, mentre nelle trentasette diocesi della Chiesa vivono sette milioni di cattolici, che in alcune parti del paese subiscono le persecuzioni da parte dei fondamentalisti islamici. Tanto che il governo ha deciso di presidiare le chiese durante le funzioni natalizie con 150 mila soldati. Eppure, spiega padre Dwi Harsanto, segretario generale della Commissione giovani della Conferenza episcopale del paese, «viviamo la nostra vita quotidiana in armonia con gli altri gruppi, nonostante le violenze compiute in nome della religione».

UNA CONVIVENZA POSSIBILE. Secondo il sacerdote gli attacchi quest’anno sono comunque «scemati» e «restano legati ai gruppi estremisti o politicizzati, non ai gruppi convenzionali». Ci sono però delle zone pericolose dove vige la sharia, diffusa soprattutto nella provincia di Aceh e che, sebbene sia applicata in maniera diversa da come accade nei paesi arabi, può portare all’accusa di blasfemia. Eppure Harsanto non teme la celebrazione del Natale né la diffusione della diffidenza fra i cittadini di diverse confessioni religiose: «Possiamo comunque esprimere liberamente la nostra fede cattolica. Inoltre, come ha detto Gesù: “Non abbiate paura”». L’Indonesia, poi, resta «uno Stato fondato sul Pancasila, una filosofia i cui princìpi sono la fede in Dio, l’unità dell’umanità, la democrazia e la giustizia sociale».

CENTO PER CENTO. In questo contesto il governo indonesiano in passato ha apprezzato il ruolo positivo dei cattolici, «riconoscendo l’arcivescovo di Semarang, Albert Soegijapranata, come eroe nazionale. Ma anche laici come Ignatius Slamet Rijadi, Ignatius Joseph Kasimo e Augustin Adisucipto. E anche oggi noi cattolici diamo un contributo alla società nel campo dell’educazione della salute e dei servizi sociali».

La distruzione delle chiese e le persecuzioni restano un pericolo? «Sono un pericolo, ma il governo ci difenderà e quindi andremo comunque felici a celebrare l’Eucarestia nel Natale del Signore». Inoltre, «come dicono i cristiani qui: “Siamo al cento per cento cattolici e al cento per cento indonesiani”. E lo stesso vale per i musulmani indonesiani che nella grande maggioranza si schierano contro all’Isis».

«CRISTO VIENE DAVVERO». Il sacerdote è poi convinto che aiuterà il fatto che quest’anno «i musulmani celebreranno Maometto il 24 dicembre, favorendo un clima di festa per tutti». Ma soprattutto «la comunità dei cattolici indonesiani si è preparata al Natale, convinta che Gesù venga davvero a trasformare i cuori». Niente dunque potrà impedire ai fedeli di partecipare alla Messa il 25 dicembre?

Cosa spinge a rischiare anche la vita? «Tutto questo è possibile per Gesù Cristo, la luce della nostra esistenza, la via, la verità e la vita che viene nella stalla della nostra vita».

13.6/ Il Presidente Assad visita una chiesa cattolica alla periferia di Damasco

Riprendiamo dal sito dell’Agenzia Fides una notizia, pubblicata il 21/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/12/2015)

Damasco (Agenzia Fides) – il Presidente siriano Bashar al Assad ha visitato la parrocchia cattolica melkita di Nostra Signora di Damasco, nel quartiere damasceno di al Qussur, insieme alla moglie Asma. Della visita presidenziale, avvenuta la sera di venerdì 18 dicembre, i media ufficiali siriani hanno diffuso foto e video il giorno dopo. Il quartiere è situato a pochi chilometri dal distretto di al- Jobar, in mano a milizie ribelli, ed è regolarmente preso di mira da granate e missili lanciati dalle forze anti-regime. Nelle immagini diffuse dai media siriani, si vedono il Presidente Assad e la moglie mentre si intrattengono amichevolmente con i ragazzi del coro, impegnati nei preparativi per le imminenti festività natalizie. (GV).

14/ Usanze…, di Paolo Sciunnach

Riprendiamo dal sito Moched un articolo di Paolo Sciunnach, insegnante, pubblicato il 21/12/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

È usanza diffusa all’interno del mondo chassidico astenersi dallo studio della Torah la notte tra il 24 e il 25 dicembre (l’usanza è applicata solamente in base al calendario non ebraico, la data infatti è soggetta a variazioni a seconda delle varie tradizioni cristiane: in base a quando i Cristiani del luogo festeggiano il Natale, si pensi ad esempio al Natale ortodosso, a prescindere da ogni dato storico relativo alla data stessa, per altro sconosciuta) da dopo l’uscita delle stelle fino a dopo la mezzanotte (non oltre).

Si tratta di un Minhag chiamato in Yiddisch “Nitel Nacht” (“Notte di Natale”), unico nel suo genere, assolutamente paradossale. Per quale motivo astenersi dallo studio della Torah durante la notte di Natale, fino alla Messa di mezzanotte? Per quale motivo legare questa usanza a un calendario e un orario non ebraico? Per quale motivo gli ebrei dovrebbero interessarsi a un giorno di festa non ebraico? Non sarebbe più coerente ignorarlo completamente (come avviene per tutte le altre festività non ebraiche)? Non si rischia così di dare “valore” a quel giorno?

Cercherò di abbozzare una risposta:
L’espressione “Nitel” (scritto con Tet o con Tav) per indicare questa usanza è però già presente in alcuni dei Rishonim: Rabbenu Yonah, Avodah Zarah 2a. Le ragioni di questo termine possono essere svariate: nel Sefer Regel Yesharah 10 si fa risalire il termine “Nitel” al fatto che Gesù sia stato “appeso” (“Natul”)
; Moadim LeSimcha (di Rabbi Tuvia Freund) richiamandosi al Sefer Nitzachon però precisa che il termine deriva dal Latino, indicando appunto il “Natale”, la nascita di Gesù.
Le ragioni di questa usanza sono state oggetto di dibattito: il Nitei Gavriel (di Rabbi Gavriel Ciner) cita molte fonti, precisa che alcune ragioni vanno ricercate nella mistica (Shem MiShmuel, Chanuka): non attribuire “forza spirituale” (per mezzo dello studio della Torah nel giorno della sua nascita) all’anima del defunto innominato, in quanto il suo insegnamento è stato completamente travisato dai suoi seguaci e nel suo nome veniamo ammazzati ogni giorno…
Taameh HaMinhaghim (500) riporta una fonte (Sefer Liquteh HaPardes) dove viene esplicitato che nel medioevo qualsiasi ebreo venisse trovato per strada durante la notte di Natale era oggetto di violenza e che le case di studio o le case private degli ebrei con i lumi accesi erano causa di Pogrom. Per queste ragioni fu stabilito il divieto di accendere i lumi e di studiare Torah durante la notte di Natale, almeno fino a dopo la mezzanotte.
Nitei Gavriel (pag 388) citando altre fonti (Korban Netanel) precisa che la proibizione di studiare Torah in questa circostanza particolare è dovuta a ragioni di lutto (come il 9 di Av). La festa per la nascita di Gesù è stata causa di grande sofferenza e numerosi lutti nel popolo ebraico.
Il Chatam Sofer (Kovetz Teshuvot 31) da un’altra spiegazione: per quale motivo, se si trattasse di lutto, la proibizione di studiare Torah vale solo fino a dopo la mezzanotte? La ragione, secondo il Chatam Sofer, sarebbe da ricercare nel fatto di evitare che gli ebrei dormano durante la mezzanotte (in concomitanza della Messa dei non ebrei), perché questo metterebbe gli ebrei in cattiva luce. Di conseguenza sarebbe stato stabilito il divieto di studiare Torah fino a mezzanotte (normalmente si studia Torah almeno tutta la prima parte della notte) proprio per permettere agli ebrei di dormire la prima metà della notte, al fine di svegliarsi a mezzanotte e cominciare a studiare Torah.
Il Sefer Kedushat Tzion (pg 129) invece sostiene: Gesù fu un brillante (ed erudito) allievo di Rabbi Yehoshua ben Perachiah (un grande Maestro della Mishnah), il quale però venne allontanato dal Maestro per una incomprensione (tanto che la Ghemarah in Sanhedrin 207b ammonisce i Maestri di non seguire l’esempio di Rabbi Yehoshua ben Perachiah il quale avrebbe allontanato Gesù con “tutte e due le mani”, e suggerisce l’equilibrio “una mano allontana mentre l’altra avvicina”) del Maestro stesso, aggravata a sua volta da una incomprensione ostinata dell’allievo Gesù, in quale nonostante la sua erudizione, si allontana dal Maestro… Sarebbe necessario quindi concentrarsi sulle azioni per il prossimo, non solo sullo studio fine a se stesso, come è scritto nei Pirkeh Avoth…
È evidente qui la ragione storica e sociale di questo Minhag così “sui generis”: in base all’orientamento generale delle fonti sopra citate, le radici profonde di questa usanza sono da ricercare nelle persecuzioni anti ebraiche dell’Europa cristiana alto-medioevale.
Non c’è da stupirsi quindi che questa usanza sia esclusivamente diffusa nel mondo Aschkenazita (prevalentemente chassidico). Presso i Sefarditi (nella Spagna medioevale; paesi orientali) non vi erano i presupposti sociali e culturali.

15/ Ciao Rav, ma quando arriva il Messia?, con Rav Shalom Hazan, della serie I Diamanti Della Torà

Riprendiamo sul nostro sito da YouTube un video della serie I Diamanti Della Torà. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/12/2015)

16/ Natale non è eccezionale, di Antonio Gurrado

Riprendiamo da Il Foglio del 24/12/2015 un articolo di Antonio Gurrado. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/12/2015)

Sul Natale non c’è niente da dire; non più di quanto i giornali sentano il bisogno di scrivere riguardo alla Pentecoste o all’Ascensione o alle svariate feste che si nascondono nelle pieghe del calendario e sfilano sotto l’indifferenza collettiva e il giustificato silenzio dell’informazione martellante. Un giornale dovrebbe dare notizie: a cosa serve che parli invece di una ricorrenza, ossia di un giorno il cui arrivo è tanto prevedibile da essere segnato in rosso e in cui si reitera stancamente ogni anno una lista di cose da fare – i regali, il panettone, gli auguri – da cui pagine sempre più stracche di quotidiani cercano di spremere qualcosa di diverso da raccontare al solito pubblico, o un modo diverso di raccontargli le solite cose?

Intanto però tutti scrivono contro il Natale, per smania di dire qualcosa di memorabile su un argomento poco stimolante. Andiamo a spedire i biglietti augurali e la ressa ci schiaccia contro il bancone di un ufficio postale che nel resto dell’anno rimane deserto. Usciamo a fare due passi e quando lambiamo inconsapevoli la soglia di un negozio alla moda ci ritroviamo trasportati dal furore montante della folla in direzione opposta alle nostre intenzioni. In una corsia di supermercato valutiamo sovrappensiero quali biscotti comperare per la colazione dell’indomani e finiamo calpestati da masse fiere di ribadire l’egemonia sul panettone in via d’esaurimento. Allora rincasiamo e scriviamo un’intemerata contro il Natale consumistico, dicendoci disinteressati e certi di star rendendo un servizio alla società in declino richiamandola accoratamente allo spirito sincero della festa primigenia; del tutto ignari invece di star sotto sotto vergando l’accorata difesa delle tomaie delle nostre scarpe vittime dello scalpiccio incontrollato degli acquirenti, del nostro diritto a due metri quadri di respiro quando siamo in un ufficio pubblico, dei frollini frantumati all’impatto cogli avventori più esagitati. Scriviamo contro il Natale per dire che il Natale non è quello che tutti vivono ma quello che riteniamo che ciascuno dovrebbe vivere, o che almeno vorremmo vivere noi in santa pace.

Tale difesa del nostro diritto individuale camuffata da impegno sociale si esacerba entro gli ambienti intellettuali progressisti trasformandosi in assalto al nucleo stesso dell’essenza del Natale. Così come lo pensate e lo vivete voi – scrivono i soloni dell’erudizione umanistica e scientifica – il Natale non esiste. Andate alla messa di mezzanotte? Ebbene siete dei superstiziosi ignoranti che non hanno studiato storia antica e non sanno di star celebrando al solstizio d’inverno la festa del sole invitto, natura pagana sotto manto cristiano, anniversario naïf del periodo in cui inizia ad aumentare la luce quotidiana già simboleggiato da culture più antiche e radicate di quella cristiana – il culto di Mitra nell’antica Persia, ad esempio – con la nascita di un altro dio luminoso da un’altra madre vergine. Comprate regali ai vostri bambini? Peggio per voi, ricambieranno portandovi un ritaglio della Stampa in cui si spiega che Babbo Natale potrebbe depositare tutti i pacchi dono d’ordinanza solo e soltanto se volasse alla velocità della luce, stando allo studio di un gruppo di ricerca scandinavo (gli studi sull’inesistenza di Babbo Natale sono sovente scandinavi).

Esiste anche, per la verità, un’ala intellettuale moderata il cui precipuo interesse è consigliare a chiunque di regalare libri invece che fatuità, convinta così di nobilitare una festa che nacque come annuncio a pastorelli e oggi è ridotta a esortazione sui social network a stupire tutti donando a tappeto un saggio sulla svalutazione della rupia. Quest’ala moderata, ottimistica per costituzione e persuasa che la cultura migliori davvero le persone quando abbiamo sott’occhio fior di prove sperimentali avverse, non tiene presente che a Natale i libri non vanno regalati a dei poveri innocenti che magari desideravano un profumo o un balocco; vanno bensì nascosti sotto la giacca per eclissarsi a casa dei parenti, dire “scusate un attimo” e rintanarsi in un ripostiglio con qualcosa da fare nell’attesa che tutti sciamino via completamente dimentichi della nostra presenza silente.

Denudato, vilipeso, il Natale commentato riceve il massimo oltraggio nel mito del Natale eccezionale, che uccide il senso cristiano, ovvero rituale, della festa. Il Natale mette in difficoltà gli esegeti del 25 dicembre poiché si tratta di una ricorrenza ciclica, che regola i propri ritmi sull’eterno mentre la cultura secolarista, affamata di modernità, cerca di trovare ogni anno motivazioni speciali che rendano straordinario il singolo Natale incombente. In fin dei conti, bisogna venderlo.

Quest’anno allora arriva il Natale del plenilunio, come non avveniva da trentott’anni e per la cui replica dovremo aspettare il 2034 senza domandarci se sia effettivamente eccezionale un evento che si ripete almeno tre volte al secolo e soprattutto se non sia eccessiva tutta quest’attenzione dedicata al plenilunio, senza nemmeno essere licantropi, in un periodo dell’anno in cui se tutto va bene generalmente è nuvoloso. Allora arriva l’eccezionale Natale dello stato di guerra: è la prima volta in cui i bambini più grandicelli, quelli sui dieci anni, scrivono a Babbo Natale di proteggerli dalle minacce terroristiche o direttamente di ricevere armi da immediata difesa; e noi leggiamo scossi le stentate letterine in stampatello che rendono questo Natale straordinario perché così diverso dai precedenti trascorsi nella bambagia, senza domandarci se non sia strano che dei bambini di dieci anni, grandi abbastanza da desiderare di maneggiare un fucile, credano a Babbo Natale abbastanza da scrivergli senza cercarne l’indirizzo su internet. 

Oppure, rincara l’ala progressista dei nemici del Natale, quello di quest’anno è eccezionale per una coincidenza cronologica di particolare significanza: per la prima volta nella storia la ricorrenza della nascita di Cristo secondo il nostro calendario annuale cade nello stesso giorno della commemorazione della nascita di Maometto secondo il calendario lunare islamico, con tutte le implicazioni multiculti su cui si scatena un Enzo Bianchi e a cui farà eco un’immancabile scuola intitolata a Gandhi o a Sai Baba o a Marilyn Monroe pronta a vantarsi – dove se no? sui famelici quotidiani timorosi di restare sguarniti sotto le feste – della diversità del loro Natale, in cui festeggiano anche gli alunni islamici e non solo, induisti scintoisti sikh e caodaisti, ciascuno mischiando nel calderone il proprio ramadan o capodanno cinese o navratri allo scopo di rendere speciale un Natale che, a lasciarlo soltanto quel che era nelle originarie intenzioni di Gesù Cristo, rischia di restare un giorno qualsiasi inavvertito. La pretesa di un Natale eccezionale per fraternità fra i culti è, dal versante teologico, il correlativo oggettivo di ciò che per gli studiosi di cronologia era Renato Pozzetto col suo “il Natale quando arriva arriva” detto addentando una fetta di panettone fuori stagione.

A rischio di sfogliare fra un anno quotidiani onusti di pagine rimaste bianche, ci tengo ad assicurare che scrivere contro il Natale non ha più senso perché il Natale è finito tempo fa; è diventato qualcosa d’altro, è migrato verso un passato comunemente etichettato come medioevo trasformandosi in una festa omonima che i secolaristi vivono come fastidio insopprimibile.

diceva già Chesterton nel 1933, puntualmente ripescato dalla rivista Tempi: “Il Natale deve andarsene! E’ letteralmente inadatto a questo grande futuro che si sta aprendo dinanzi a noi. Non è fondato sulla grande concezione comunitaria che solo nel comunismo può trovare la sua espressione finale. Non favorisce veramente una più alta, più salutare e più vigorosa espansione del capitalismo. Non ci si può aspettare che si adatti alle moderne speranze di un grande futuro sociale. Contraddice il pensiero moderno ed è un ostacolo al progresso moderno”.

L’ideale sarebbe che nella generale indifferenza e nella consueta insipienza dell’informazione in materia ecclesiastica si riformasse zitti zitti il calendario liturgico e si spostasse il Natale in un periodo meno inflazionato – facciamo il 18 febbraio? il 3 ottobre? – così come qualche custode mattacchione delle istituzioni patrie proporrebbe di salvaguardarle spostando la capitale in un centro meno tentatore di Roma, che so, a Trento.

Immagino e pregusto noi cattolici felici di tornare nelle catacombe, con gli occhi che brillano incontrando i nostri correligionari che all’uscita da una messa deserta ci fanno gli auguri in silenzio, ammiccando per non farsi scoprire, mentre i giornali tacciono e tutti stiracchiano lavorando una giornata feriale frammezzo alle cifre nere sul calendario. Poi quando l’anno volgerà al solstizio d’inverno e all’inizio di dicembre tutto già sarà stato invaso dalle luminarie intermittenti, dall’erezione di abeti sponsorizzati, da Babbi Natali gonfiabili  semoventi e piste di ghiaccio; quando verremo nuovamente schiacciati alla posta, calpestati davanti ai negozi e frantumati al supermercato; quando sui giornali verrà di nuovo spiegato che la data del Natale è una convenzione dovuta al sole invitto e che secondo un più approfondito studio scandinavo si può ragionevolmente escludere che le renne volino; quando sugli almanacchi saranno stati scovati gli elementi che renderanno il Natale presente più unico di quello passato ma meno di quello a venire; quando le pagine di bon ton porranno il problema se sia buona educazione rivolgere alle amiche single un invito a trascorrere le feste in compagnia o lasciarle a languire sole per giornate vuote interminabili coerentemente col diritto alla libera espressione delle loro scelte sentimentali; allora, quando per strada verremo assaliti da un cronista che pur di sfangare il numero minimo di caratteri per il pezzo ci intervisterà domandandoci come trascorreremo il Natale, potremo serenamente rispondergli: “Non lo festeggio, sono cattolico”.

17/ Buonno Natal, di Erri De Luca

Riprendiamo dagli auguri di Natale 2015 della famiglia Olcuire un brano tratto dal racconto “Una confusione eccellente”, dal libro Il più e il meno di Erri De Luca, ed. Feltrinelli, 2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/12/2015)

Parigi, dicembre 1982. Sei operai di cantiere, non pagati da settembre, hanno occupato gli uffici dell’impresa. Provengono da diversi Paesi e solo uno di loro è italiano. Dormono sul pavimento, coi cappotti addosso, senza luce né riscaldamento.

[…] Dicembre in liturgia cristiana è dell’avvento, il tempo di un’attesa stabilita. Anche noi aspettavamo, senza sapere cosa. Insisto con il noi, ma non era un plurale consistente, non trattengo i loro nomi. Uno poteva chiamarsi Kemal, un altro Ugur, ma è facile che tiri a indovinare col ricordo. Uno aveva occhi da neve su una faccia scura, un altro affilava all’infinito un rasoio e si offriva barbiere, due giocavano a scacchi, tutti bevevano tè, io no, tutti erano musulmani, io pieno di no.

Cambiavano di stanza a un’ora della sera, piegavano la fronte e poi la schiena verso oriente. Sapevano dov’era, in tasca portavano una bussola per quando la preghiera li sorprendeva in mezzo alla città. In testa portavano a memoria un libro intero.

Ascoltavo attutita la loro cantilena diretta contro un muro. Chi poteva stare là dietro a meritarsi la loro fiducia di essere ascoltati? Più tardi ho capito che facevano mosse tutte interiori, che la divinità non stava dietro il muro, invece abitava in corpo a loro. Ripiegati a S, inginocchiati scalzi non avevano freddo, pensieri, fame. Seguivano la spinta della voce, le mani si posavano sul bordo del tappeto a benedire un nome. Somigliavano a uomini che insegnavano a un bambino.

Una volta il più giovane mi chiese che ci facevo, bianco in mezzo a loro. Un altro gli disse di non chiedere, e a me di non rispondere.

Non c’era bisogno, non dicevo da che tagliola uscivo. Poi un altro mi chiese se pregavo. Non pregavo. Disse: “Si sta in malinconia senza preghiera”. Ancora mi rimane sottocutaneo il dubbio di quell’uomo. Credo che gli sorrisi, perché sorrise lui. Poi domandò di Natale. “È l’atto di nascita di un bambino disgraziato, che viene al mondo carico di guai. Sua madre lo ha concepito fuori del matrimonio, poi è dovuta partire sulle piste di fango dell’inverno e partorire in una baracca di periferia. Il suo primo miracolo è stato di nascere comunque.”

Ascoltavano da intenditori di storie, sapevano di che notti parlavo. “Certo non poteva nascere a Parigi a rue de Rivoli,” disse uno.

“Neanche a Napoli Mergellina,” aggiunsi.

“Perché no?”

“Non l’avrebbero preso sul serio, ci voleva una notte delle vostre, di Africa, di Asia, dove il cielo ha il suo peso sulla terra.”

“Al mio paese il cielo è un campo di battaglia di aquiloni.”

Chiedevano ancora notizie di Natale. “Si sta con la famiglia, si fabbrica un presepe, s’imbacucca un albero di abete, si scambiano regali.” Con loro facevo la millesima parte del missionario che racconta la sua notizia sacra. Però a me non ridevano in faccia, come succede col sacro degli altri che all’inizio ha sempre un lato comico. E non ci sta neanche male una risata in faccia, indurisce la pelle meglio degli schiaffi.

Non ridevano: la notte intorno, lo stomaco digiuno, le voci basse sopra la candela ci tenevano insieme. Restavo lì mentre la mia folla di rivoluzionari si accampava nelle sezioni speciali del circuito penale. Isole, isolamenti, rivolte, repressioni, pratiche di tortura a estorcere altri nomi, il sentimento di essere finiti in fondo al sacco delle rivoluzioni del 1900. Restavo lì, non c’era un posto di ritorno. Mi faceva sorridere un verso di Rilke, pescato chissà dove: Chi non ha casa adesso, non l’avrà. Chi è solo, a lungo solo dovrà stare.

Fuori dal nostro buio si infittivano le luci e le cornici del Natale. Pure il panettiere agghindava il banco dove si compra quello quotidiano che non deve mancare a nessuno. Camminavo tutta la giornata, entravo nei grandi magazzini a riscaldarmi, senza tentazione di allungare le mani, chiuse in tasca.

Non ho saputo chiedere né prendere. Le mani mi servivano a buscare un salario e anche alla scrittura sui quaderni a righe.

Camminai svelto e dritto verso nessun posto anche la giornata del 24. Dopo la mensa di mezzogiorno di nuovo per le strade bagnate, meno insaccate di passanti e ruote. La città si ritirava in casa. Mi metteva allegria lo svuotamento, i miei passi veloci ottenevano un poco di deserto.

Arrivai presto agli uffici spenti, avevo la chiave, entrai nella stanza comune. Si accese una candela, poi due, tre.

I cinque erano lì seduti dietro il chiaro di fiammelle. Davanti, tra me e loro una tavola apparecchiata, piatti di carta e roba impacchettata. “Buonno Natal,” dissero insieme, buonnonatal chissà come imparato. “Che avete combinato?”

Mi abbracciarono con pudore uno dopo l’altro. Come si erano procurati il cibo ancora tiepido? Cose da non chiedere, solo da ringraziare, con i sorrisi, non con i merci. “Voi siete i cinque di una mano sola.” I denti dei loro sorrisi spalancati scintillavano al gran lume delle tre candele. Uno di loro benedisse il cibo, mezzo pollo per uno, aspettarono che fossi io a cominciare. Lo masticammo a respiri profondi, usando le mani, le dita, le unghie.

Mi sono battuto in vita mia per qualche uguaglianza, per qualche libertà, ma la fraternità non si può conquistare. È un dono, spunta all’improvviso, può durare anche mezzo pollo.

Però esiste, c’è stata, l’ho assaggiata. Cinque uomini dell’Islam avevano apparecchiato la cena di Natale per uno senza credo.

Stavolta la confusione sotto il cielo era abbastanza grande e dunque la situazione era eccellente.