Celtic, la squadra che cercò di aiutare i bambini poveri che nessuno voleva nella Scozia di allora e che divenne Campione d’Europa nel 1967 contro l’Inter (dalla Premessa del libro di Paolo Gulisano)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /10 /2017 - 15:46 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la Premessa del romanzo di P. Gulisano, Il prodigio di Lisbona, Torino, Elledici, 2017. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (2/10/2017)

Nel novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il Celtic Foot Ball Club.

Il Celtic, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi club calcistici al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell'oratorio», per iniziativa di un religioso marista, fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.

Glasgow, dalla metà dell'Ottocento, aveva accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e che ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno.

Vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la loro fede cattolica. Solo la Chiesa era accanto ai loro bisogni, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole.

Il Celtic venne costituito formalmente il 6 novembre 1887. La sede della fondazione fu la parrocchia di St. Mary. L'iniziativa di fra Walfrid era a scopo di carità: le partite della nuova squadra sarebbero servite a raccogliere soldi da destinare ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città. Il nome Celtic fu scelto per richiamare le radici storico-culturali di natura celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi. Erano stati presi in considerazione altri nomi, come «Hibernian» o «Harp», che tuttavia erano esclusivamente irlandesi. Fu invece proprio fratello Walfrid a volere la denominazione Celtic, il substrato comune a scozzesi e irlandesi.

Il soprannome ufficiale della formazione invece, «Bhoys», con una «h» in mezzo a sottolineare l'accento di Glasgow, deriverebbe dall'usanza di molta gente di chiamare i calciatori dei primi anni della squadra biancoverde bold bhoys («ragazzi audaci»).

Il sodalizio venne etichettato come «la squadra dei cattolici», ma in realtà fin dai primi tempi l'appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza dei Rangers, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo l'apartheid nei confronti di giocatori cattolici. La finalità della squadra biancoverde di raccogliere fondi, attraverso partite e tornei, da destinare alle opere di carità non è mai venuta meno, così come l'essere un punto di riferimento, attraverso bandiere, canti e iniziative parallele, per le comunità irlandesi presenti in tutto il mondo. Con le sue vittorie il Celtic diede alla comunità irlandese in Scozia e in tutta la Gran Bretagna l'orgoglio di una appartenenza e di una identità, e il sapore dolce della vittoria per un popolo che non poteva essere solo di vinti.

Il 25 maggio 1967 il Celtic visse il momento più importante di tutta la sua storia: si giocò il titolo di Campione d'Europa nella finale della Coppa dei Campioni che si disputò nello Stadio Nazionale di Lisbona, in Portogallo. Era una sfida praticamente impossibile contro quella che in quel momento era la più forte squadra del mondo: l'Inter di Milano, una squadra di fuoriclasse assoluti come Facchetti e Mazzola, guidata da un carismatico allenatore argentino, Helenio Herrera, soprannominato «il Mago» per le sue soluzioni tecniche e tattiche spesso straordinarie e imprevedibili, delle vere magie.

Il Celtic affrontò i giganti italiani con una squadra di ragazzi usciti quasi tutti dal proprio settore giovanile. Tutti e undici inoltre erano nati in un fazzoletto di terra scozzese, entro trenta miglia dal proprio stadio, il mitico Celtic Park, soprannominato «The Paradise», il Paradiso.