«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Perché la Santa Sede ritiene la cultura una questione decisiva nell’annuncio del Vangelo e nel servizio all’umanità. Lettera di Giovanni Paolo II con cui viene istituito il Pontificio Consiglio della Cultura

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /01 /2021 - 11:57 am | Permalink | Homepage
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro la Lettera di Giovanni Paolo II con cui viene istituito il Pontificio Consiglio della Cultura, datata al 20/5/1982. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Cultura e Testi del magistero.

Il Centro culturale Gli scritti (26/1/2021)

Signor Cardinale[1].

Fin dall'inizio del mio pontificato, ho ritenuto che il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo fosse un campo vitale, nel quale è in gioco il destino del mondo in questo scorcio del secolo XX. Esiste infatti una dimensione fondamentale, in grado di consolidare o di scuotere fin dalle fondamenta i sistemi che strutturano l'insieme dell'umanità, e di liberare l'esistenza umana, individuale e collettiva, dalle minacce che pesano su di essa. Questa dimensione fondamentale è l'uomo, nella sua integralità. Ora l'uomo vive una vita pienamente umana grazie alla cultura. «Sì, l'avvenire dell'uomo dipende dalla cultura», dichiaravo nel mio discorso del 2 giugno 1980 all'UNESCO, rivolgendomi ad interlocutori così diversi per la loro provenienza e le loro convinzioni, aggiungendo: «Ci ritroviamo sul terreno della cultura, realtà fondamentale che ci unisce... Ci ritroviamo per ciò stesso intorno all'uomo e in un certo senso, in lui, nell'uomo».

Per tali motivi, fin dal 15 novembre 1979, avevo voluto consultare, sul fondamentale problema delle responsabilità della Santa Sede di fronte alla cultura, tutti i Membri del Sacro Collegio dei Cardinali riuniti a Roma, e successivamente, il 17 dicembre 1980, tutti i Capi dei Dicasteri, per discutere con essi i pareri raccolti nella consultazione, di cui avevo, nel frattempo, incaricato il Cardinale Gabriel-Marie Garrone.

Infine, su mia richiesta, questi ha animato le riflessioni di un Consiglio, costituito il 25 novembre 1981, e richiesto di studiare concretamente, nello spazio di alcuni mesi, come meglio assicurare i rapporti della Chiesa e della Santa Sede con la cultura, in tutte le sue varie espressioni. Desidero esprimere al venerato e caro Cardinale la mia viva gratitudine per l'esemplare lavoro da lui compiuto a tale scopo, con l'apporto generoso di organismi in stretti rapporti col mondo della cultura: la Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, il Segretariato per i non Credenti, la Pontificia Accademia delle Scienze, e il Centro di Ricerca della Federazione Internazionale delle Università Cattoliche.

È ora il momento di trarre profitto da tali lavori. Per questo mi sembra opportuno fondare uno speciale organismo permanente, con lo scopo di promuovere i grandi obiettivi che il Concilio Ecumenico Vaticano II si è proposti circa i rapporti tra la Chiesa e la cultura. Il Concilio infatti ha sottolineato, dedicandovi un'intera sezione della costituzione pastorale Gaudium et Spes, l'importanza fondamentale della cultura per il pieno sviluppo dell'uomo, i molteplici legami tra il messaggio della salvezza e la cultura, il reciproco arricchimento della Chiesa e delle diverse culture nella comunione storica con le varie civiltà, come pure la necessità per i credenti di comprendere a fondo il modo di pensare e di sentire degli altri uomini del proprio tempo, così come si esprimono nelle rispettive culture (Gaudium et Spes, 53-62).

Sulle orme del Concilio, la Sessione del Sinodo dei Vescovi, tenutasi nell'autunno 1974, ha preso chiara coscienza del ruolo delle diverse culture nell'evangelizzazione dei popoli. E il mio predecessore Paolo VI, raccogliendo il frutto dei suoi lavori nell'esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, dichiarava: «Il Vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura e sono indipendenti rispetto a tutte le culture. Tuttavia, il Regno che il Vangelo annunzia è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l'evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impegnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna» (n. 20).

Raccogliendo anch'io la ricca eredità del Concilio Ecumenico, del Sinodo dei Vescovi e del mio venerato predecessore Paolo VI, l'1 e il 2 giugno 1980 ho proclamato a Parigi, prima all'Istituto Cattolico, e poi davanti all'eccezionale assemblea dell'UNESCO, il legame organico e costitutivo che esiste tra il cristianesimo e la cultura, con l'uomo, quindi, nella sua stessa umanità. Questo legame del Vangelo con l'uomo, dicevo nel mio discorso davanti a quell'areopago di uomini e di donne di cultura e di scienza del mondo intero, «è, in effetti, creatore della cultura nel suo fondamento stesso». E, se la cultura è ciò per cui l'uomo, in quanto uomo, diviene maggiormente uomo, è in gioco, in essa, lo stesso destino dell'uomo. Di qui l'importanza per la Chiesa, che ne è responsabile, di un'azione pastorale attenta e lungimirante, riguardo alla cultura, in particolare a quella che viene chiamata cultura viva, cioè l'insieme dei principi e dei valori che costituiscono l'ethos di un popolo: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede... Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» («Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale»: «Insegnamenti», V, 1 [1982] 131), come dicevo il 16 gennaio 1982.

Certamente molti organismi operano da lungo tempo nella Chiesa in questo campo (cfr. «Sapientia Christiana») e innumerevoli sono i cristiani che, secondo il Concilio, si sforzano, insieme a molti credenti e non credenti, di «permettere a ogni uomo e ai gruppi sociali di ciascun popolo, di raggiungere il pieno sviluppo della loro vita culturale, in conformità con le doti e le tradizioni loro proprie» (Gaudium et Spes, 60). Anche là dove ideologie agnostiche, ostili alla tradizione cristiana, o anche dichiaratamente atee, ispirano certi maestri di pensiero, tanto più grande è l'urgenza per la Chiesa di intrecciare un dialogo con le culture affinché l'uomo d'oggi possa scoprire che Dio, ben lungi dall'essere rivale dell'uomo, gli dona di realizzarsi pienamente, a sua immagine e somiglianza. Infatti l'uomo sa oltrepassare infinitamente se stesso, come ne danno prova, in modo evidente, gli sforzi che tanti geni creatori compiono per incarnare durevolmente nelle opere d'arte e di pensiero valori trascendenti di bellezza e di verità, più o meno fuggevolmente intuiti come espressione dell'assoluto. Così l'incontro delle culture è oggi un terreno di dialogo privilegiato tra uomini impegnati nella ricerca di un nuovo umanesimo per il nostro tempo, al di là delle divergenze che li separano: «Anche noi - diceva Paolo VI a nome di tutti i Padri del Concilio Ecumenico, di cui anch'io ero membro - abbiamo più di chiunque altro il culto dell'uomo» (Discorso di chiusura del Vaticano II, 7 dicembre 1965). E proclamava davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: «La Chiesa è esperta in umanità» (4 ottobre 1965): quell'umanità che essa serve con amore. L'amore è come una grande forza nascosta nel cuore delle culture, per sollecitarle a superare la loro finitezza irrimediabile aprendosi verso Colui che di esse è la fonte e il termine, e per dare loro, quando si aprono alla sua grazia, un arricchimento di pienezza.

D'altronde, è urgente che i nostri contemporanei, e in modo particolare i cattolici, si interroghino seriamente sulle condizioni che sono alla base dello sviluppo dei popoli. È sempre più evidente che il progresso culturale è intimamente legato alla costruzione di un mondo più giusto e più fraterno. Come ho detto a Hiroshima, il 25 febbraio 1981, ai rappresentanti della scienza e della cultura riuniti nell'Università delle Nazioni Unite: «La costruzione di una umanità più giusta o di una comunità internazionale più unita non è un sogno o un vano ideale. È un imperativo morale, un sacro dovere, che il genio intellettuale e spirituale dell'uomo può affrontare mediante una nuova mobilitazione dei talenti e delle energie di ognuno e sfruttando tutte le risorse tecniche e culturali dell'uomo» («Insegnamenti», IV 1 [1981] 545).

Di conseguenza, in virtù della mia missione apostolica, io sento la responsabilità che mi incombe, nel cuore della collegialità della Chiesa universale, e in contatto ed accordo con le Chiese locali, di intensificare i rapporti della Santa Sede con tutte le realizzazioni della cultura, assicurando anche un rapporto originale in una feconda collaborazione internazionale, in seno alla famiglia delle nazioni, ossia delle grandi «comunità degli uomini uniti da vincoli diversi, ma soprattutto, essenzialmente dalla cultura» («Discorso all'UNESCO», 2 giugno 1980: «Insegnamenti» III [1980] 1636ss).

Per questo, ho deciso di fondare e di istituire un Consiglio per la Cultura, capace di dare a tutta la Chiesa un impulso comune nell'incontro, continuamente rinnovato, del messaggio salvifico del Vangelo con la pluralità delle culture, nella diversità dei popoli, ai quali deve portare i suoi frutti di grazia.

Così, signor Cardinale, ben sapendo quanto Ella partecipi strettamente alle mie preoccupazioni, dopo aver profondamente ponderato i motivi sopra espressi, e averne anche considerata l'opportunità nella preghiera, le affido la cura di presiedere all'organizzazione di questo Pontificio Consiglio per la Cultura, che comprende un Comitato di Presidenza e un Comitato esecutivo, oltre ad un Consiglio Internazionale, composto di qualificati rappresentanti della cultura cattolica mondiale, che sarà convocato almeno una volta all'anno. Per suo tramite, il Pontificio Consiglio resterà legato direttamente a me, come un servizio nuovo e originale, che la riflessione e l'esperienza permetteranno a poco a poco di strutturare in maniera adeguata, giacché la Chiesa non si pone di fronte alle culture dall'esterno, bensì dal di dentro, come un fermento, a motivo del legame organico e costitutivo che strettamente le unisce.

Il Consiglio perseguirà le proprie finalità in spirito ecumenico e fraterno, promuovendo anche il dialogo con le religioni non cristiane, e con individui o gruppi che non si richiamano ad alcuna religione, nella ricerca congiunta di una comunicazione culturale con tutti gli uomini di buona volontà.

Esso porterà regolarmente alla Santa Sede l'eco delle grandi aspirazioni culturali del mondo d'oggi, approfondendo le attese delle civiltà contemporanee ed esplorando le nuove vie del dialogo culturale, per consentire così al Pontificio Consiglio per la Cultura di meglio rispondere ai compiti, per i quali è stato istituito, e che sono nelle loro grandi linee:

1. Testimoniare, davanti alla Chiesa e al mondo, il profondo interesse che la Santa Sede, per la sua specifica missione, presta al progresso della cultura e del dialogo fecondo delle culture, come pure al loro benefico incontro col Vangelo.

2. Farsi partecipe delle preoccupazioni culturali che i Dicasteri della Santa Sede incontrano nel loro lavoro, in modo da facilitare il coordinamento dei loro incarichi per l'evangelizzazione delle culture, e assicurare la cooperazione delle istituzioni culturali della Santa Sede.

3. Dialogare con le Conferenze Episcopali, anche allo scopo di fare beneficiare tutta la Chiesa delle ricerche, iniziative, realizzazioni e creazioni che permettono alle Chiese locali un'attiva presenza nel proprio ambiente culturale.

4. Collaborare con le Organizzazioni Internazionali cattoliche, universitarie, storiche, filosofiche, teologiche, scientifiche, artistiche, intellettuali e promuovere la reciproca cooperazione.

5. Seguire, sotto il profilo che ad esso è proprio, e salve sempre le specifiche competenze di altri Organismi della Curia in materia, l'azione degli organismi internazionali, a cominciare dall'UNESCO e dal Consiglio di cooperazione culturale del Consiglio d'Europa, che s'interessano alla cultura, alla filosofia delle scienze, alle scienze dell'uomo, e assicurare l'efficiente partecipazione della Santa Sede ai Congressi internazionali che si occupano di scienza, di cultura e di educazione.

6. Seguire la politica e l'azione culturale dei diversi governi del mondo, legittimamente preoccupati di dare piena dimensione umana alla promozione del bene comune degli uomini dei quali hanno la responsabilità.

7. Facilitare il dialogo Chiesa-culture a livello di Università e di Centri di ricerca, di organizzazioni di artisti e di specialisti, di ricercatori e di studiosi, e promuovere incontri significativi mediante questi mondi culturali.

8. Accogliere a Roma i rappresentanti della cultura interessati a conoscere meglio l'azione della Chiesa in questo campo e a far beneficiare la Santa Sede della loro ricca esperienza, offrendo loro a Roma un luogo di riunione e di dialogo.

Messi gradualmente in opera, sotto la sua alta direzione e secondo le possibilità, ma con lucido e costante impegno, questi grandi orientamenti saranno certamente una testimonianza e un impulso.

È con grande fiducia e con viva speranza, signor Cardinale, che le affido un così importante incarico, mentre di cuore invoco su questa iniziativa, oggi tanto opportuna e necessaria, l'abbondanza dell'aiuto divino.

Con la mia particolare benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso la Basilica di san Pietro, nella festa dell'Ascensione di nostro Signore, il 20 maggio 1982, anno quarto del mio pontificato.

IOANNES PAULUS PP. II

Note al testo

[1] La Lettera era indirizzata al Segretario di Stato, il cardinal Agostino Casaroli.