Voglia di politica, di Luigino Bruni

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 18 /09 /2011 - 22:53 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 18/9/2011 un articolo di Luigino Bruni. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (18/9/2011)

Dietro questa crisi si nasconde una nuo­va voglia di politica. Mai come in questi anni stiamo capendo sulla nostra pelle che il mito del mercato che si auto-organizza e si au­to- regola è un modello che funziona solo nei libri di testo di economia. Ma quando i mer­cati escono dai libri hanno un vitale bisogno di istituzioni, di regole, di governance.

La concorrenza di mercato non accompa­gnata da altri principi co-essenziali non pre­mia, ad esempio, il merito, poiché, a diffe­renza dello sport, che spesso viene utilizzato erroneamente come sua metafora, nella ga­ra di mercato i con-correnti non partono qua­si mai dalla stessa linea, perché chi vince og­gi parte più avanti degli altri nella gara di do­mani. Ecco allora che qualche altra agenzia deve occuparsi di riallineare, ogni tanto, i pun­ti di partenza, se vogliamo che il mercato sia morale e fattore di civiltà. Questa 'agenzia' è stata tradizionalmente la politica, che non dovrebbe essere un 'concorrente' nella gara, ma un agente esterno preposto al bene co­mune.

In questa crisi si sente tanto la mancanza di una classe dirigente che sia di nuovo capace di bene comune, da qui la forte domanda di nuova politica che nasce dalla gente. Ma – ec­co il punto – questa nuova 'domanda' non sta incontrando l’'offerta'. Per quali ragioni? Di certo il mondo è cambiato velocemente, for­se troppo: i tempi della democrazia non so­no i nanosecondi della speculazione finan­ziaria, e gli spazi della politica non sono quel­li mondiali del nuovo capitalismo.

Ma c’è an­che un fenomeno tutto interno alla classe di­rigente, non solo italiana, su cui non si riflet­te abbastanza. È la nota teoria della 'selezio­ne avversa', introdotta dal premio Nobel per l’Economia George Akerlof nel 1970. Que­st’economista americano dimostrò che in molte situazioni reali il mercato non premia i migliori né il merito ma, se lasciato a se stes­so, tende ad attrarre e selezionare i peggiori o, nelle sue parole, i lemons (i 'bidoni').

Il messaggio di questa teoria è semplice e im­portante: in un mondo reale e quindi imper­fetto un’istituzione o un’organizzazione at­trae un tipo di persone o un altro in base ai segnali che essa emette. Le imprese, ad e­sempio, che offrono alti stipendi e benefit per i manager tendono a selezionare candidati più interessati al denaro e ai benefit, e non necessariamente al bene dell’impresa; e l’or­dine religioso per attrarre vocazioni autenti­che deve segnalare chiaramente che offrirà ai nuovi membri gratuità e ideali alti; se invece promettesse, per assurdo, benefit e comfort attrarrebbe senz’altro le persone sbagliate.

In buona sostanza, qualsiasi organizzazione nel selezionare il suo personale deve fare molta attenzione ai segnali che dà, perché il primo strumento di selezione è il segnale stesso. Quando allora una società, come la nostra, ci rappresenta quotidianamente una classe di­rigente, da destra a sinistra, caratterizzata da privilegi, denaro e vantaggi, inevitabilmente tende ad attrarre verso la politica individui interessati, più della media, a quei privilegi e vantaggi e, conseguentemente, poco motiva­ti dal bene comune.

Se oggi la politica vuole rinnovarsi ed essere all’altezza delle nuove sfide deve iniziare a da­re segnali diversi, soprattutto ai giovani. Un popolo, come ogni persona o comunità, per svilupparsi e crescere bene ha bisogno di tan­to in tanto di momenti di autentica rinascita etica e ideale. Nel Novecento questi momen­ti sono stati provocati da profonde 'ferite' (guerre, fascismo), che hanno avuto l’effetto indiretto di selezionare classi dirigenti di alta qualità morale e umana.

Il miracolo economico e civile dell’I­talia del dopoguerra fu anche il frut­to di politici che furono all’altezza dei loro tempi, perché provenivano dal­la parte più viva e ideale della società civile e della comunità ecclesiale. A distanza di quasi settant’anni, i par­titi e in generale le classi dirigenti oc­cidentali (sindacati, associazioni di categoria...) si sono eccessivamente e inevitabilmente istituzionalizzati, perdendo così molta della loro capa­cità di vera innovazione civile; come l’hanno in larga misura persa anche i luoghi dove si sono formati.

Se oggi qualcuno cerca in Italia in­novazione vera, deve cercarla fuori da quei luoghi. Per questo le ragioni del bene comune stanno spingendo decisamente verso una decrescita di questa politica per una liberazione delle forze innovative della società e dell’economia civile, cioè chiamano con forza a un nuovo protagonismo e impegno quelle associazioni e quei movimenti generativi che pullulano, oggi forse ancora più di ieri, nel sot­tobosco vivissimo della nostra so­cietà, e il cui capitale più importante è costituito dalle persone e dai loro 'carismi' (doni).

Le innovazioni più importanti sono una questione di sguardi, di occhi, quindi di persone: «Non chiamateli problemi, chiamateli doni», amava ripetere madre Teresa, perché sape­va vedere qualcosa di diverso e bello nei derelitti di Calcutta. E noi non u­sciremo bene da questa crisi senza un nuovo protagonismo del civile, e delle sue persone.