Lévinas, prigioniero di Dio nella sofferenza, di Francesco Tomatis

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /09 /2011 - 15:11 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire  del 21/9/2011 un articolo scritto da Francesco Tomatis. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Su Lévinas e la Shoah, vedi su questo stesso sito le schede di presentazione nella mostra Voci dalla Shoah a Dall'esistenza all'esistente e Difficile libertà e Alcune riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo (scritte da Pier Luigi Quatrini).

Il Centro culturale Gli scritti (21/9/2011)

Nel settembre 1945, Emmanuel Lévinas riflette in radioconferenza su «L’esperienza ebraica del prigioniero»: «se per il deportato il martirio era immediato, il prigioniero aveva il tempo di prepararsi ad esso. Tra l’uomo e la sua sofferenza, c’era come un intervallo che permetteva di assumere un atteggiamento nei confronti del dolore prima di esserne ghermito e straziato. In questo intervallo si insinua la meditazione; è qui che la vita spirituale comincia».

Era stata la sua personale esperienza, di prigioniero per quattro anni e mezzo delle truppe di occupazione naziste in Francia, in quanto militare dell’esercito non mandato ai campi di sterminio benché ebreo. È questo intervallo sospensivo del dolore prolungato, senza possibilità nemmeno di morire, che dischiude le riflessioni lévinasiane recentemente pubblicate, come primo volume delle «Opere»: «Quaderni di prigionia e altri inediti» (Bompiani).

Su queste colonne ne ha dato un quadro completo e attento Edoardo Castagna [Lévinas, il diario della prigionia, di Edoardo Castagna]. Per Lévinas la sofferenza è via alla meditazione: sia come può evincersi dai ricchissimi spunti annotati sui quaderni negli anni di detenzione, da quelli filosofici ai teologici, dagli abbozzi di romanzo alle note di critica letteraria, sia notando come le riflessioni degli anni immediatamente successivi, emerse da tale dimensione di sospeso e sospensivo dolore, siano il laboratorio di idee da cui nasceranno le sue grandi opere, prima fra tutte «Totalité et Infini» del 1961.

Ma la sofferenza è anche via all’esperienza religiosa, al rapporto con Dio. «Nella passività totale dell’abbandono, nel distacco da tutti i legami – sentirsi come tra le mani del Signore, provare la sua presenza». Per il filosofo lituano­francese la profondità della sofferenza lega indissolubilmente giudaismo e cristianesimo: «La scoperta dei segni dell’elezione nella sofferenza stessa. L’intero cristianesimo è già contenuto in questa scoperta che gli è ben anteriore». Nella sofferenza della vita umana, nella sua passività inaggirabile, sta la presenza di Dio, il divenire gli uomini figli di Dio.

«Ebbrezza di tale sofferenza inutile, di questa passività pura attraverso cui si diviene come il figlio di Dio». Eppure l’avvicinarsi di Dio nella pura e sofferente passività umana trasforma anche tale sofferenza inutile, rendendola significativa, istruttiva, santa nella sua stessa inanità.

Lévinas annota come in santa Teresa si dia una stretta vicinanza fra affidamento alla grazia di Dio, nella consapevolezza della limitatezza umana, e continuo sforzo verso la santità, operato come se potesse essere efficace pur sapendo l’incapacità.

La sofferenza insegna: non solo aprendo alla meditazione, ma anche a un’alternativa etica, che nel volto altrui veda infinitamente Dio e l’impossibilità di far violenza su quel concreto corpo. Nulla giustifica la violenza. «Niente giustifica il terrore». «Maria Antonietta separata dai suoi piccoli figli mentre attende il patibolo – non c’è più ragione superiore – storica o altro – che scusi tutto ciò».

Attraverso la sofferenza si forgiano uomini capaci di vera storia, quella di chi cura la vita e l’istruzione viva, orale e esperienziale, di persone autentiche, capaci di comprendere come Dio sia più grande e efficace di ogni azione possibile, per quanto eroica, eppure come anche occorra operare al bene nel rapporto con gli altri, senza violenze o prevaricazioni. Rimeditando nel dopoguerra alle tragiche vicende storiche e alla loro sofferta istruttività, Lévinas scriverà: «La storia, è la storia santa dei maestri e dei padri – insegnamento e fecondità – e non dell’eroe».