“Tito mi fece erigere coi proventi del bottino”, di Géza Alföldy (Il Colosseo costruito con i beni sottratti al Tempio di Gerusalemme)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /10 /2011 - 23:10 pm | Permalink
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Riprendiamo da Il sole24ore del 29/1/1995 un articolo scritto da Géza Alföldy, docente all’Istituto di Storia Antica dell’Università di Heidelberg. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Sui Fori Romani, vedi anche la sezione Roma e le sue basiliche.

Il Centro culturale Gli scritti (7/10/2011)

Tutti i visitatori del Colosseo passano davanti a un grande blocco di marmo grigio, che attualmente è collocato nell’ingresso principale dell’edificio sul lato destro, ma che fu trovato il 13 giugno 1813 sul lato opposto dell’arena. [N.d.R. Attualmente il blocco è stato spostato al piano superiore, dove vengono presentati diversi reperti introduttori alla storia del Colosseo]

Il blocco non è interamente conservato: gli elementi in marmo bianco, che si vedono superiormente a sinistra e sul lato destro, furono prodotti dal restauro effettuato tra il 1814 e il 1822.  In considerazione del luogo ove il blocco è venuto alla luce, si può concludere che si tratti dell’architrave della porta interna posteriore del Colosseo.

Sul lato frontale si vedono le lettere incise di un’iscrizione appartenente al V secolo d.C. Il testo si riferisce a un restauro dell’anfiteatro avvenuto per cura del senatore Rufius Coecina Felix Lampadius, prefetto dell’urbs durante il regno degli imperatori Teodosio II e Valentiniano III, probabilmente negli anni 443-444.

Già il primo editore di questo testo, Carlo Fea, aveva osservato nell’anno 1813 che, frapposti alle lettere incise e inferiormente a queste, si riscontravano numerosi fori di dimensioni modeste, utilizzati per fissare le lettere in bronzo di un’iscrizione antecedente, in seguito interamente distrutta.

I fori non sono in buone condizioni di conservazione, dal momento che all’epoca in cui Lampadio fece incidere la sua iscrizione, la superficie del blocco era stata approfondita in modo da evitare, almeno in parte, la cattiva impressione suscitata dalla presenza dei fori visibili frapposti alle lettere della nuova iscrizione. Possiamo tuttavia constatare che questi fori, prima della loro parziale distruzione, avevano una superficie di circa 1 centimetro quadrato e una profondità di circa 2 centimetri.

La loro funzione è chiara: in questi fori di fissaggio furono introdotti i perni applicati al rovescio delle lettere bronzee dell’iscrizione originaria dell’architrave. Le lettere di iscrizioni di questo tipo erano dorate; come litterae aureae erano simboli dell’“età dell’oro” degli imperatori.

Per l’esecuzione di iscrizioni di tal genere, i romani usavano due tecniche differenti. Grandi lettere metalliche fabbricate meccanicamente, vale a dire fuse in una forma, eventualmente assieme ai perni, venivano poste sulla superficie della pietra all’interno di alveoli come, a esempio, nelle iscrizioni degli archi di Tito, di Settimio Severo e di Costantino, dove oggi, al posto delle lettere rimosse, si vedono gli alveoli e al loro interno, inseriti nei fori di fissaggio, i perni collocati per ogni lettera in una posizione sempre identica.

Nell’altro caso, lettere di spessore sottile venivano ritagliate da una lamiera in bronzo, risultanti così, soggette a una eventuale variazione di forma; successivamente venivano applicate alla superficie della pietra priva di alveoli mediante l’utilizzo dei soli perni, fissati singolarmente sul rovescio delle lettere e inseriti nella pietra, senza uno schema predeterminato in riferimento alla loro posizione.

Mentre nel primo caso, avendone a  disposizione il “negativo”, possiamo leggere l’iscrizione senza difficoltà alcuna, nel secondo caso gli studiosi, che intendano ricostruire le lettere, sono costretti a un arduo lavoro di combinazione. Grazie, invece, alla distribuzione dei fori (che devono venir occupati dalle lettere in modo adeguato), alla conoscenza del formulario dei testi di questo genere e alla testimonianza letteraria e archeologica sulla storia dei monumenti in questione, si possono ricostruire anche iscrizioni eseguite mediante questa tecnica.

In tal modo poterono venir restituite da studiosi francesi l’iscrizione della Maison Carreée di Nîmes, da Filippo Magi l’iscrizione originaria dell’Obelisco Vaticano e dallo scrivente l’iscrizione dell’acquedotto di Segovia in Spagna. Grazie allo studio dei resti dell’epigrafe del Colosseo, effettuato nel 1994 con l’appoggio della Soprintendenza Archeologica e di alcuni colleghi dell’Università “La Sapienza” di Roma, credo di poter presentare la ricostruzione del testo originario.

Il testo, secondo la versione proposta, sarebbe stato redatto nel modo seguente (nelle parentesi quadre sono indicate le lettere i cui fori di fissaggio sono andati perduti, in quelle rotonde è presentato lo scioglimento delle abbreviazioni): I[mp(erator)] Caes(ar) Vespasi[anus Aug(ustus)] / amphitheatru[m novum?] / [ex] manubis [fieri iussit (?)]; tradotto, significa: “L’imperatore Cesare Vespasiano Augusto fece erigere il nuovo anfiteatro con il provento del bottino”.

Grazie a un’analisi più attenta si può invece osservare che nella prima riga, mediante l’addizione di nuovi fori, le lettere CAE furono addensate tra loro e che prima di queste venne inserita una lettera aggiuntiva. La nuova versione risulta essere: I[mp(erator)] / T(itus) Cæs(ar) Vespasi[anus Aug(ustus)]; e cioè: “L’imperatore Tito Vespasiano Cesare Augusto”.

Si tratta di Tito, il figlio di Vespasiano. I fori di fissaggio della versione originaria non più utilizzati furono coperti quasi perfettamente dalle nuove lettere. Tutto ciò concorda con la ben nota storia del Colosseo. Come dice Svetonio, fu Vespasiano a far erigere il Colosseo e, in base a una fonte d’epoca posteriore, fu già questo imperatore ad aprire al pubblico il nuovo anfiteatro, pur se i lavori di costruzione non erano ancora stati terminati.

Sappiamo, però, da varie altre fonti, che fu Tito a inaugurare nell’anno 80 l’edificio con grandiose manifestazioni; per questo motivo, Tito veniva considerato come l’edificatore del Colosseo. Le due versioni dell’iscrizione si spiegano con chiarezza: la versione originaria fu redatta poco prima della morte di Vespasiano, avvenuta il 23 giugno del 79; quella modificata fu creata in occasione della solenne inaugurazione nell’anno 80, al fine di glorificare l’imperatore al potere e, cioè, Tito.

L’iscrizione presenta una grande novità: il finanziamento dei lavori veniva fornito ex manubis. La costruzione di edifici pubblici, grazie ai proventi del bottino, rispettava la tradizione della repubblica romana.

Nel nostro caso, si tratta dell’immenso bottino fatto da Tito nella guerra contro gli ebrei. Flavio Giuseppe riferisce del tesoro del Tempio di Gerusalemme e, in particolare, dell’arredamento aureo dell’edificio sacro, che fu depredato dai romani. In questo modo si può affermare che non soltanto l’arco di Tito con i suoi rilievi, raffiguranti l’arrivo a Roma dei vincitori carichi del bottino fatto nella Guerra Giudaica, ma che anche il Colosseo sia un monumento alla vittoria dei romani e, al contempo, alla tragedia delle sue vittime.

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