Che cos’è l’“esperienza” cristiana e la metafora del tennis. Prendere la forma di Cristo: dialogando a partire da alcuni testi di Giovanni Moioli, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /11 /2011 - 13:16 pm | Permalink
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Il Centro culturale Gli scritti (1/11/2011)

«Quando fai esperienza del tennis? Quando, dopo aver preso pian piano dal tuo istruttore con esercizio e allenamento la “forma” del diritto, ti arriva una pallina scagliata dal tuo avversario, prepari il tuo colpo e piazzi un dritto che colpisce a dieci centimetri dall’incrocio delle righe e fai il tuo punto. Lì hai fatto “esperienza” del tennis!».

Così racconta un amico, p. Maurizio, e prosegue: «Aver sperimentato il tennis non è semplicemente essere andati una volta su di un campo, aver preso la racchetta da tennis e non essere riusciti a mandare di là dalla rete neanche una pallina, se non una a cucchiaio, per puro caso. No! Esperienza del tennis è quando la “forma” del diritto - così come della battuta e del rovescio – dopo esserti stata spiegata dal tuo maestro, dopo averla vista e ripetuta tante volte, diviene talmente tua che la puoi realizzare a tuo modo, ma con forza e bellezza. È ormai totalmente tua, ma è anche quella forma che il dritto ha in sé, oggettivamente, e che ora è divenuta tua».

E mi rimanda allo splendido testo di Giovanni Moioli sull’esperienza spirituale che afferma[1]:

L’uomo «nuovo» è l’uomo secondo la fede. Cos’è la fede? Dobbiamo, anzitutto, cogliere la struttura caratteristica del credere cristiano, per non ridurre la fede a un assenso intellettuale, a una serie di enunciati che riteniamo essere veri. Bisogna ritrovare la struttura caratteristica dell’uomo di fede e questa struttura si può esprimere come un «soggettivo» che prende la forma di un «oggettivo».
I due termini sono astratti, ma si possono spiegare così: esiste un soggetto, il credente, nel quale la grazia della fede opera non solo facendo accettare delle verità, ma, prima che delle verità, facendo accettare il riferimento a Gesù Cristo. Di tale riferimento il soggetto credente dice: «Questo riferimento è la mia verità, io devo prendere la forma di questa verità».
Questa constatazione, che in sé può apparire elementare, è in realtà decisiva per la spiritualità, perché consente di capire come la fede non sia solo un sentimento religioso e un fatto soggettivo. Il cristiano non è l’uomo del senso religioso. Il senso religioso è importante, ma non è la fede. La fede è un atteggiamento complesso dell’uomo che dice a Gesù Cristo: «Tu sei la mia vita»; cioè: «Tu misuri la verità del mio modo di essere uomo». La verità dell’uomo, infatti, non è nell’uomo, ma nell’umanità di Gesù Cristo.

Caratteristica della fede cristiana è questa interazione continua tra soggettivo e oggettivo, tra il soggetto che dice: «Io cerco la verità» e «la verità sei Tu», dove il Tu è Gesù Cristo
. Come se il soggetto dicesse: «Faccio verificare da Te quello che dico vero e quello che dico falso, quello che dico giusto e quello che dico sbagliato, quello che dico buono e quello che dico cattivo». Dalla Bibbia questo atteggiamento è chiamato ubbidienza.
Potrebbe nascere l’interrogativo: ma questa non è eteronomia?
Cioè l’atteggiamento di un uomo che proprio lì dove è più uomo, negli aspetti più profondi, quelli della propria coscienza e della propria libertà, proprio lì dice: «Non sono io il padrone di me stesso, trovo il mio centro fuori di me».
In effetti, questo pone il problema della revisione critica circa la legittimità del modo cristiano di essere uomo . In fondo, l’Illuminismo, Kant, Lessing hanno sollevato il problema se questo modo, proprio del credente, è un modo illegittimo di essere uomo.
Per superare il problema bisogna recuperare il senso di Cristo come verità dell’uomo.

Nella riflessione di Moioli – e nella fede cristiana – è il “particolare” di Cristo, è la sua “forma” peculiare, ad essere l’origine dell’esperienza cristiana[2]:

Questa è la fede. È, cioè, la relazione del credente con l’oggettivo che è Gesù Cristo. Potremmo precisare: questo oggettivo è l’avvenimento di Cristo ed è la Pasqua che noi celebriamo, è il Cristo della Pasqua, il Signore morto e risorto.
Quando Lessing leggeva la prima lettera ai Corinzi
, al capitolo quindicesimo, diceva: «Paolo fa un ragionamento assurdo: “Se Cristo è risorto, se questo uomo singolo risorge, tutti gli uomini risorgono”. Ciò è impossibile! Posso accettare solo l’affermazione universale: Tutti gli uomini risorgono, dunque anche Cristo è risorto».
Invece Paolo propone proprio il contrario, in quanto la risurrezione di cui parla non è una risurrezione qualunque, ma quella di Cristo
. Non è sufficiente parlare dell’immortalità dell’anima ed essere convinti che dopo la morte c’è qualcosa. Ciò che è decisivo è il riferimento a Cristo: «Se Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?» (1 Cor 15,12).
Questo è precisamente il ragionamento di Paolo ed è ciò che Lessing non riesce ad accettare, cioè come un fatto particolare possa diventare principio di una affermazione è universale. Infatti, se l’affermazione è universale, deve appartenere alla natura umana. Non può mai succedere che il caso particolare di un uomo mi faccia concludere: «Allora anch’io risorgo». Invece è precisamente così. Solo questo è il modo di ragionare del credente cristiano.

Se riflettiamo, allora, sulla speranza – solo per fare un esempio - ci accorgiamo come l’esperienza cristiana faccia sì che l’uomo stesso diventi speranza[3]:

L’uomo «nuovo» è l’uomo secondo la speranza. L’uomo «nuovo» è la speranza. Credo che questo sia il giudizio più sintetico e anche più giusto per riassumere quello che Paolo descrive nel magnifico capitolo ottavo della lettera ai Romani, quando parla dello Spirito che è come un germe dentro di noi, come una caparra di quello che sarà, e che ci consente di essere sicuri di sperare.
Infatti lo Spirito, prima che far fare all’uomo un atto di speranza, lo fa speranza, nel senso che inizia nell’uomo qualcosa che nel disegno di Dio sarà portato a conclusione
. Potremo essere solo noi, eventualmente, a impedirne la conclusione. Lo Spirito ci è dato perché l’uomo raggiunga la conclusione: la risurrezione, la piena libertà dei figli di Dio, il mondo rinnovato.
Allora, l’uomo nuovo è speranza, l’uomo spirituale è speranza
. Per questo l’uomo spirituale, che è nuovo, esprime, vive, testimonia speranza. È già speranza, perché è un inizio che è garanzia del compimento.

Moioli sottolinea, quindi, come l’esperienza cristiana implichi un “comprendere”, ma sia ancor più un “sapere”[4]:

Dalla storia della spiritualità cristiana viene l’invito a interpretare l’esperienza cristiana nei termini di un sapere. Può sembrare strano, ma nella storia della spiritualità cristiana appare abbastanza insistente la presenza di una tensione tra il comprendere e il sapere.
Il comprendere fa parte, indubbiamente, dell’esperienza cristiana. Il cristiano deve comprendere l’annuncio e le verità cristiane
. Se Dio parla, parla perché vi sia un interlocutore e il parlare suppone che l’interlocutore comprenda. Il comprendere è, soprattutto per noi, immediatamente un esercizio dell’intelligenza.
Nell’esperienza o nel cammino spirituale comprendere e sapere vengono però visti in tensione perché il comprendere – per esempio il comprendere la fede, i dati cristiani, la vita di Gesù Cristo, il suo messaggio, la Bibbia – non può esaurire la realtà profonda del credere o del sapere cristiano.
Cioè, il cristiano è sì chiamato a comprendere ciò che Dio gli dice, ma anche e di più è chiamato a saperlo. Saperlo vuol dire, nel linguaggio spirituale, realizzare una esperienza assai complessa, realizzare una situazione dove l’uomo è implicato non solo con la propria intelligenza, ma anche con la propria libertà, la propria coscienza, il proprio amore, il proprio desiderio, il senso globale della propria vita, la propria sensibilità.
Si vuol dire, dunque, che se l’esperienza cristiana si esprimesse soltanto nei termini di un comprendere e fosse, quindi, solo una comunicazione da intelligenza a intelligenza, se ne ridurrebbe la portata effettiva. Di fronte all’oggetto della fede e a ciò che è comunicato dalla fede e, quindi, ultimamente, di fronte a Gesù Cristo e di fronte a Dio, il cristiano non può essere soltanto uno che comprende, deve essere uno che dal proprio comprendere è condotto a stabilire un rapporto molto più globale, più totale, che lo coinvolge completamente.

Note al testo

[1] Giovanni Moioli, L’esperienza spirituale, Glossa, Milano, 1994, pp. 20-21.

[2] Giovanni Moioli, L’esperienza spirituale, Glossa, Milano, 1994, pp. 22-23.

[3] Giovanni Moioli, L’esperienza spirituale, Glossa, Milano, 1994, pp. 24-25.

[4] Giovanni Moioli, L’esperienza spirituale, Glossa, Milano, 1994, pp. 51-52.