Nella tempesta della Riforma luterana: la straordinaria storia di Caritas Pirckheimer e delle clarisse di Norimberga (da M.C. Roussey – M.P. Gounon)

Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /12 /2011 - 23:59 pm | Segnala questo articolo:
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Riprendiamo da M.C. Roussey – M.P. Gounon, Nella tua tenda per sempre. Storia delle clarisse. Un'avventura di ottocento anni, Porziuncola, Assisi, 2005, pp. 491-516 un lungo brano che racconta la straordinaria storia di sr. Caritas Pirckheimer e del monastero delle Clarisse di Norimberga. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (5/12/2011)

Le Clarisse non erano preparate alla tempesta che si abbattè così violentemente sulla Chiesa Cattolica [con il sorgere della Riforma luterana]. Tuttavia non sembra che ne venissero scosse più di altri e la loro reazione di fronte agli attacchi di cui furono immancabilmente oggetto, mise in luce dappertutto la solidità della loro vocazione. Molto spesso difesero la loro vita comunitaria con una tenacia che impressionò i loro stessi avversari. Questa resistenza prese delle forme diverse secondo le situazioni dei monasteri nei diversi paesi.

I - Nell'Impero: la resistenza di Caritas Pirckheimer a Norimberga

Le Clarisse tedesche furono necessariamente le prime ad essere colpite dalla Riforma protestante. L’Impero era composto da più di un centinaio di piccoli principati o città autonome e questo rendeva la situazione molto confusa: ciascuno sceglieva il suo campo, con più o meno rapidità. L’imperatore Carlo V, eletto dai sette grandi Elettori, tentò invano di mantenere l'unità in seno alla Chiesa, ma era obbligato a rispettare l'autonomia di tutte queste entità locali.

Norimberga: Caritas Pirckheimer e le sue suore

Norimberga era allora una città di modeste dimensioni (25.000 abitanti circa), ma era uno dei grandi focolai culturali dell'epoca, centro europeo in cui s'incontravano i dotti e gli artisti e, nello stesso tempo, importante centro commerciale ai confini dei colli transalpini, sulla strada che dall'Italia porta verso il Mare del Nord.

La città era retta da un Consiglio dove sedevano i rappresentanti delle grandi famiglie patrizie i cui membri andavano a studiare nelle diverse università d'Europa. Fra queste c'era la famiglia Pirckheimer: Johann Pirckheimer, padre di Caritas (abbadessa delle Clarisse di Norimberga al tempo di Lutero), aveva studiato diritto a Padova. Era entrato poi al servizio del Principe-Vescovo d'Eichstadt e, successivamente, dei duchi di Baviera e del Tirolo. Willibald, fratello di Caritas, era dottore in diritto dell'università di Bologna, diplomatico e anche sapiente grecista, amico d'Erasmo, di Melantone, di Dürer e del poeta Conrad Celtis che chiamava la sua casa: 'l'asilo dei letterati'[1].

Il Monastero di Santa Chiara di Norimberga

Le vocazioni femminili erano numerose. Caritas, per esempio, aveva tra i suoi nove fratelli e sorelle, due Benedettini a Bergen, un'altra Benedettina a Geisenfeld, una Clarissa con lei a Norimberga, una Clarissa a Monaco. Una sola sorella si era sposata, come pure suo fratello Willibald.

Il monastero di Santa Chiara, antica casa di penitenza, trasformata nel 1278 in convento di Clarisse, era un monastero Urbanista riformato nel XV secolo, di grande pietà e regolarità. Comprendeva sessanta religiose, provenienti per la maggior parte dalle famiglie patrizie della città. La comunità disponeva di ricchezze molto numerose: terre esenti dal censo, una grande fattoria gestita da un intendente e molti servitori; beneficiava di privilegi e di esenzioni diverse.

Le suore ricevevano le ragazze dall'età di dodici anni, affidate loro dai parenti per educarle. Era una pratica corrente: infatti in quel tempo non esistevano dei collegi per ragazze.

Anche Caritas era entrata a dodici anni presso le Clarisse di Norimberga; e sua zia, Apollonia Tücher, le dette un'educazione molto accurata: Caritas conosceva bene il latino, un po' il greco, la letteratura, la musica, suonava in particolare la cetra; possedeva una buona cultura religiosa e umanistica. La sua vita spirituale, come quella delle sue sorelle, si era nutrita di una solida dottrina. Il suo convento sceglieva dei predicatori di qualità. Etienne Fridolin, per esempio, notevole autore spirituale francescano, ha predicato più volte a Santa Chiara di Norimberga. Spesso le suore trascrivevano i sermoni e ne inviavano delle copie alle sorelle di monasteri meno dotati.

Chiaramente, la comunità viveva in osmosi con la classe umanista della città. Le famiglie delle Clarisse condividevano con le suore la passione per il sapere e per il capire che animava l'élite culturale della città. Parenti e amici non disdegnavano di avere scambi con le religiose anche su argomenti abbastanza ardui.

All'inizio del XVI secolo il canonico Tücher aveva scritto non meno di quaranta lettere in latino a Caritas e alla sua zia, Apollonia; queste furono tradotte e pubblicate dal nipote già nel 1515: «Si costata che spesso lui ringrazia le suore per i loro preziosi consigli e le loro esortazioni»[2]. Willibald Pirckheimer dedica a sua sorella la traduzione delle Opere di Plutarco. Il poeta umanista Conrad Celtis dedica a lei la sua edizione delle opere di una religiosa tedesca del Medioevo, Hrotswitha von Gandersheim, come anche un lungo poema in onore della città, I Norimberga, accompagnati da un'ode a suo encomio. Altri letterati le scrivono o le dedicano le loro opere, fanno menzione di lei nelle loro corrispondenze; anche Erasmo e Reuchlin incaricano Willibald di trasmettere a lei i loro saluti; lei stessa ebbe con gli amministratori della città una corrispondenza frequente, non soltanto ufficiale in quanto abbadessa, ma anche personale[3].

Caritas stessa, divenuta abbadessa nel 1503, fece acquistare a Venezia un esemplare del Pentateuco in ebraico che offrì a Francescano Pelican, che studiava ebraico. La sua intelligenza e la sua virtù erano rinomate e la città ne era fiera.

Una curiosità intellettuale e religiosa animava dunque tutti gli spiriti, nei conventi come negli ambienti secolari. Quando arrivò la Riforma le suore di Norimberga non furono prese alla sprovvista e dettero prova di una grande capacità di riflessione, d'argomentazione e di conoscenza che le misero sullo stesso piano dei loro interlocutori. Nel 1527 Caritas poteva dire ai Consiglieri della città: «Ho letto molto, ho ascoltato tante cose da quando sono nata, .. ma non ho mai letto, né inteso un vangelo così straordinario come il suo» (cioè quello del predicatore)[4].

1. La penetrazione delle dottrine di Lutero

A Norimberga, Gaspard Nutzel, Curatore[5] delle Clarisse, tradusse dal latino in tedesco le tesi di Lutero: esse furono stampate e largamente diffuse e, ben presto, in tutta la città ci si appassionò a tali problemi. All'inizio ci fu un dibattito di idee che non coinvolse la vita corrente: infatti nel 1519 Gaspard Nutzel e il suo amico Conrad Ebner lasciano entrare le loro figlie nel convento di santa Chiara, pur essendo i capi del circolo di amici di Lutero. Nel luglio del 1522 anche la figlia di un Consigliere della città entrò tra le Clarisse[6].

Ma le idee si propagarono e si irrobustirono e le divergenze si affermarono. La maggior parte delle famiglie delle monache incominciarono a simpatizzare per le nuove idee. Willibald Pirckheimer venne scomunicato già dal 1520 assieme a Lutero. Ma in seguito, disgustato dagli eccessi dei riformatori, prese le distanze da essi e si mostrò fedele sostegno delle suore. Intanto la popolazione guadagnata alla Riforma, arrivava a turbare perfino le prediche cattoliche delle chiese. Fu il caso dell'agosto 1523 nella chiesa del convento.

2. Le dispute delle clarisse con i luterani

Le suore hanno lasciato una cronaca delle loro dispute con la città diventata ormai Luterana; questa cronaca non copre che i primi quattro anni, dal 1524 al 1528. Si tratta dei Fatti memorabili: testimonianza estremamente preziosa sulla vita delle suore in questo difficile periodo.

Caritas comincia così la sua relazione[7]: «La dottrina di Lutero è stata la causa di molte rovine; crudeli discordie hanno straziato la cristianità, le cerimonie delle chiese sono state mutilate e in molti luoghi i preti hanno di colpo abbandonato il loro stato, perché si predicava la sedicente libertà cristiana, si andava ripetendo che le leggi della Chiesa e i voti non obbligavano più nessuno. La conseguenza di tali discorsi fu che un buon numero di monaci e di monache usarono di questa libertà per uscire dal chiostro e deporre i loro abiti; molte si maritarono persino e, in una parola, non agirono che seguendo la propria fantasia.
Noi provammo dolorosamente il contraccolpo di questo ribaltamento, perché una folla di personaggi molto potenti e molto temibili veniva giornalmente a fare visita alle amiche che avevano tra di noi. Insegnavano loro la nuova dottrina, cercavano di convincerle attraverso tutti i mezzi, e le loro argomentazioni non avevano mai fine. Volevano provar loro che lo stato religioso era uno stato di dannazione e che era impossibile conquistare la propria salvezza e che, infine, noi tutte appartenevamo al diavolo.
Molte famiglie, influenzate da questi discorsi, tentarono di riportar via dal chiostro le figlie, le sorelle o le parenti che avevano tra noi. Le mie povere ragazze ora venivano minacciate duramente, ora si sceglieva di incantarle con delle belle promesse di cui non avrebbero neanche mantenuto la metà. E queste lotte duravano ore intere» (pp. 2-3).

I Fatti Memorabili raccontano inoltre il reclamo della signora Tetzel accompagnata dai suoi due fratelli per la Candelora del 1525: «(I due fratelli) chiesero immediatamente, con tono arrogante, che si rendesse la nipote alla loro sorella, perché quest'ultima era troppo illuminata dal vero vangelo e dalle nuove predicazioni per lasciare, in coscienza, sua figlia tra di noi. E nello stesso tempo essi rifiutavano lo stato religioso, criticando tutti i nostri modi di fare e di pensare» (p. 21).

Ma la figlia non li volle seguire. La madre scrisse allora al Consiglio della città una supplica che rivela molto bene lo stato d'animo dei cristiani del tempo: «Onorevoli Consiglieri e Illustrissimi Signori, il defunto mio marito ed io abbiamo fin dalla sua infanzia, affidato la nostra cara figlia al convento di Santa Chiara, essendo persuasi, allora, che l'avremmo offerta così a Dio come un'ostia vivente, e questo sacrificio l'avrebbe mondata dai suoi peccati e che, grazie alla vita del chiostro essa sarebbe avanzata nella via della salvezza. In seguito, appresi, per la lettura e per le prediche, che Dio non teneva in nessun conto la clausura, e che questa non era che un'invenzione umana. La mia coscienza, messa in allarme, mi ha spinto a richiedere mia figlia alla venerabile abbadessa, cosa che io ho fatto in presenza dei miei due fratelli» (p. 25).

Si coglie qui la devozione deviata del tempo e la ragione per la quale la dottrina Luterana ebbe così facilmente presa sulla popolazione.

Qui la vita religiosa è vista non come una risposta d'amore ad una chiamata percepita nel cuore di un'esperienza personale di Dio, come era per tante e tante religiose della stessa epoca (pensiamo alla beata Camilla Battista da Varano, per esempio); piuttosto, ai parenti cristiani, appariva come il mezzo più sicuro per raggiungere la propria salvezza: che era il grande problema di questi secoli così tormentati. La vita religiosa è vista unicamente come un sacrificio, non nel senso di una consacrazione per amore, ma nel senso di uno scambio.

Si comprende come, in queste condizioni, il numero delle vocazioni, in un certo senso obbligate o per lo meno suggerite, fosse molto elevato; ma, d'altra parte, ci si può stupire anche del piccolo numero delle defezioni. La vita dei chiostri, in una comunità fraterna vivente, anche se austera, favorisce una pienezza di vita in Dio e la figlia della signora Tetzel, per esempio, non volle uscire. «Ella finì per dire alla mamma che nessuno al mondo l'avrebbe potuta convincere a uscire dal convento: era risoluta, con il soccorso della grazia, a mantenere la promessa che aveva fatto a Dio. Allora, la madre, corrucciata, lasciò sua figlia dicendole di non credere che l'avrebbe lasciata in questo stato di perdizione» (p. 18).

Per tutto il periodo della Quaresima del 1525, in città si ebbero continui dibattiti tra coloro che parteggiavano per la nuova dottrina e alcuni preti e religiosi. Ogni volta i seguaci di Lutero guadagnavano maggiormente terreno. Anche molti religiosi della città erano passati alla Riforma. Solo i Domenicani e i Francescani erano rimasti irriducibili. I Consiglieri annunciarono dunque alle suore la loro intenzione di sottrarle al servizio spirituale dei frati e di dar loro dei predicatori e dei confessori adeguati, pescati tra gli adepti della nuova dottrina e scelti dagli stessi Consiglieri.

«Tutta la città in questo momento era in possesso del puro Evangelo, così oscurato già da coloro che avevano la missione di annunciarlo; il Consiglio non voleva privarci per molto tempo di un tale beneficio, e non badavano a spese per procurarcelo. Per questo scopo era stato designato un predicatore molto sapiente e molto apprezzato, chiamato Poliandro, di Würzburg. Egli comincerà da lunedì mattina a predicare a noi suore. In più, il Consiglio aveva stabilito un confessore che dovevamo preferire, per il suo zelo e per la sua intelligenza illuminante, a quelli che ci avevano diretto fino ad allora. Il Consiglio ci lasciava la scelta tra più preti: due agostiniani, Karl e Dorfer, e un prete secolare di San Sebald di nome Sebelt. Eravamo libere di prendere chi noi preferivamo. Il venerdì seguente il nostro confessore e il nostro predicatore ritornarono per cercare i loro strumenti di lavoro nella casa. Ci dissero la messa, ci predicarono un'ultima volta e rinnovarono il Santissimo. Poi partirono. Non li abbiamo più rivisti: neanche il padre guardiano, né il nostro superiore, né i Frati Minori (p. 40). Da questo giorno noi siamo state private della confessione, della comunione e di tutti i sacramenti persino in pericolo di morte» (p. 41).

Caritas e le sue suore protestarono più energicamente che poterono: si sottomisero a tutte le esigenze del Consiglio sul piano temporale, accettarono i predicatori, ma rifiutarono ostinatamente i confessori imposti, preferendo fare a meno dei sacramenti (pp. 9-10). Durante una visita dei Consiglieri Caritas incalza dicendo: «Il Consiglio ricorderà certamente che noi gli abbiamo sempre obbedito nelle cose temporali, ma in ciò che tocca le nostre anime noi non obbediremo che alla nostra coscienza» (p. 43).

I Consiglieri sono stupiti della resistenza delle suore che essi rispettano e tra le quali hanno delle parenti prossime, alle quali desiderano ardentemente fare del bene. Per esempio: nel corso di una visita, il Curatore Nutzel «ci disse che aveva annunciato in piena seduta ai Consiglieri la nostra decisione di riceverli e che tutti si erano rallegrati e speravano che il Santo Spirito ci avesse visitato e ci avesse ispirato delle sagge riflessioni» (p. 45).

Il Consiglio della città offre loro i migliori predicatori, spesso anziani religiosi spretati di grande nome, come il già citato Poliandro, ricco canonico di Würtzburg. «Questo Poliandro fece otto prediche, dal lunedì dopo 'Oculi' fino al venerdì dopo la domenica 'Iudica'. Ci fu una grande affluenza di gente presso di noi e gli assistenti della cappella provavano grande piacere nell'ascoltarlo. Mi disse il nostro Curatore che gli avrebbe volentieri dato seicento fiorini l'anno pur di conservarlo a Norimberga e perché riuscisse a convertirci» (p. 78).

Le suore dovettero ascoltare molti altri predicatori che duravano anche delle ore e che non erano mai molto pacifici: dovettero protestare a più riprese contro l'aggressività dei predicatori nei loro confronti. Ascoltarono così centoundici prediche. Poi, il Consiglio, stanco, rinunciò a convertirle con questo sistema.

Attraverso il racconto di questi Fatti Memorabili si comprende la sovrapposizione civile e religiosa negli affari della città; il Consiglio ha una grande autorità sui conventi, in parte per un 'contratto' tacito, da tempi immemorabili, in parte perché si era arrogato l'autorità dei superiori ecclesiastici mandati via: di qui l'ostinazione dei Consiglieri a imporre alle suore i propri confessori e predicatori.

A poco a poco le posizioni si irrigidiscono e si accaniscono, e sotto espressioni ancora cortesi, si avverte una certa violenza. Le suore sono strettamente sorvegliate. È loro interdetto di ricevere novizie. Si moltiplicano le imposte materiali: tasse, ecc., e allora diminuiscono i redditi.

Per la festa di Tutti i Santi del 1527, l'Abbadessa può dire ai Consiglieri: «Durante questi tre anni noi siamo vissute tra le privazioni, nude, come miserabili vermi della terra» (p. 219), ma le pressioni si fanno sempre più insistenti.

3. La situazione di confusione della Germania

Sullo sfondo dei dibattiti si avverte il cambiamento che c'è nella popolazione; si capisce il tradimento degli uni, la fedeltà di altri e lo scatenamento delle passioni popolari. Questi Fatti Memorabili sono un documento di primo valore. «Quando il Curatore Nutzel vide che non sarebbe mai arrivato a vincere la mia resistenza cambiò soggetto e mi parlò di un grande sollevamento di contadini che erano entrati in rivolta, in numero molto considerevole, per saccheggiare i conventi e scacciare o mettere a morte tutti i Religiosi e le Religiose. E che in quello stesso Venerdì Santo si diceva che essi erano stati a Bamberga e avevano distrutto i chiostri. E che non doveva rimanere presente una sola Clarissa nel convento di quella città; e che avremo fatto bene a riflettere a non dare occasione, a nostra volta, ad una grande carneficina. Aggiunse che, anche se i contadini non sarebbero venuti fin qui, la popolazione delle nostre contrade era stata ben istruita dal puro Evangelo per sapere che lo stato religioso era da condannare. Ci consigliava di non perseverare nella nostra ostinazione. Fu da queste parole di minaccia e di discordia che fummo straziate in quel Venerdì Santo. E la stessa cosa avvenne la Domenica e il Lunedì di Pasqua, quando il nostro Curatore ritornò ancora per due giorni e impiegò tutto il suo zelo a farci cambiare opinione. Ma, grazie a Dio, niente ci fece vacillare» (pp. 98-99).

Si percepisce presso questi grandi borghesi la paura di essere scavalcati dai moti popolari. In effetti, nel 1525 la rivolta dei contadini scoppiò in Germania come conseguenza non prevista della predicazione protestante. I contadini confusero facilmente libertà religiosa e libertà sociale. Lutero li condannò molto severamente e spinse i Signori a far loro una guerra implacabile, anche perché, comprendendo essi a modo loro i principi teologici, rifiutavano tutti i sacramenti compreso il battesimo, e stavano diventando preda delle diverse sétte, specialmente quella degli Anabattisti.

La pressione popolare s'accrebbe sulle città restate cattoliche; nelle due vicine città di Rothenwerk e Windsheim, il popolo imprigionò il Consiglio della città e il Borgomastro che avevano scacciato i predicatori (cfr. p. 74).

Per contro, altre città restarono fedeli al cattolicesimo: Bamberga per esempio, dopo essere stata occupata dai rivoltosi, diviene rifugio per un grosso numero di Religiosi. Le suore di Norimberga che non potevano più accogliere le novizie, nel 1539 mandarono al convento di questa città una ragazza che desiderava diventare Clarissa (cfr. p. 78).

4. Pasqua 1525: interdizione del culto cattolico

A Norimberga la situazione per le suore era sempre più grave: «Che quaresima di dolore abbiamo passato! Piena di angoscia e privazioni spirituali, piena di apprensioni e di paure. Non abbiamo potuto celebrare degnamente gli Uffici della Settimana Santa cantando la Passione. Siamo state obbligate a fare da sole l'Adorazione della Croce e a cantare l'Alleluia, poiché non hanno voluto darci neanche un prete» (p. 99). Il giorno dopo la Pasqua del 1525, ci fu l'interdizione di ogni culto cattolico per tutta la città. «Il venerdì di Pasqua viene interdetto ai nostri venerabili Frati Minori di suonare le campane e di celebrare qualsiasi Ufficio di giorno o di notte, e di radunarsi per pregare in comune. Ed è così che essi hanno vissuto da quel giorno. Non si è usato lo stesso rigore che nei confronti dei poveri Francescani; agli altri Ordini non è stato interdetto che di celebrare la messa» (p. 100).

«In seguito... i monaci abbandonarono i loro abiti monastici, si rivestirono di vestiti laicali, di cui alcuni molto sontuosi. Non dissero più il Mattutino, in una parola celebravano gli Uffici a loro piacere. Gli Agostiniani seguirono lo stesso esempio: gli Agostiniani che erano la sorgente di tutte queste disgrazie! e poi i Carmelitani, poi i Certosini. Nessuna regola fu più osservata nei chiostri: vi si conduceva una vita disordinata, ciascuno viveva a modo suo. Molti monaci abbandonarono di colpo i loro conventi e presero moglie. I frati Predicatori avrebbero volentieri consegnato il loro convento in regalo al Consiglio, ma la loro richiesta fu respinta perché erano troppo poveri, e non avevano le rendite come altri conventi. Allora, se ne andarono tutti, salvo nove tra di loro» (pp. 101-102).

Ormai la mano sulle suore si fa più pesante. «Siamo vissute in mezzo a grandi inquietudini, perché ci minacciavano in ogni modo. Abbiamo deciso, all'unanimità, che non avremmo mai fatto la consegna del nostro convento: non ci appartiene, noi non l'abbiamo né fondato né costruito. Giornalmente ci minacciavano di scacciarci, di demolire il chiostro, e di mettere il convento a ferro e fuoco. Come tori furiosi insultavano i nostri servitori, proprio davanti alla nostra casa. Una notte sono penetrati fin dentro il chiostro; noi provammo uno spavento terribile e dormimmo molto poco, perché sapevamo che c'era grande fermento in città, e temevamo che il popolo, nel corso dei tumulti, potesse indirizzare tutto il suo furore contro i Religiosi e i conventi. Siamo diventate per tutti, grandi e piccoli, oggetto di disprezzo e i nostri servitori si azzardano a stento a fare gli acquisti. Siamo tenute in maggiore disprezzo delle donne pubbliche e ci dicono che veramente noi valiamo meno di loro. I nostri amici non osano venire a vederci che furtivamente e tremando, e ci tormentano senza tregua, perché i predicatori [scatenano] il loro auditorio contro di noi e ripetono che non bisogna più tollerare né chiostro, né abiti religiosi. Non volevano che qualcuno chiamasse più 'chiostri' i nostri conventi, ma 'ospizi' e che le suore si chiamassero 'canonichesse', le abbadesse e le priore, si dovevano chiamare 'direttrici': non doveva più esistere alcuna distinzione tra i chierici e i laici» (pp. 102-103).

I Consiglieri desideravano soprattutto strappare l'adesione di Caritas e della sua comunità: non arrivando a comprendere come una donna così intelligente non si impegnasse con entusiasmo nel campo della Riforma. Questo accanimento a convertirle era per loro una questione che li avrebbe rassicurati sulla propria salvezza spirituale.

Uno degli incontri tra l'Abbadessa e il Curatore Nutzel, trascritto nei Fatti memorabili, presenta dei tratti commoventi. «Egli (il Curatore) argomentò sulle nuove dottrine. Si felicitò della giusta abolizione delle credenze passate, anche se, in verità, la messa tedesca non gli era mai piaciuta molto, quantunque i predicatori affermassero che era la vera messa degli apostoli ... E m'intrattenne ancora su numerose eresie di cui era invaghito al massimo grado. Io gli risposi: 'Venerabile e caro signore, vi stimo molto e desidero tutto il bene per voi; è per questo che vi compiango dal fondo del cuore perché vi lasciate così convincere e accecare. Le cose sono le stesse del tempo di Ario e di altri eretici. Si trascina la gente nell'errore con parole menzognere che sembrano piene di sapienza. Veramente, veramente! Degli uomini simili a quelli d'allora vi ingannano oggi. Un giorno voi vi accorgerete che hanno illuso i vostri cuori portandovi dubbi e angosce'. Egli rispose: 'No, no! Ci sta cadendo addosso proprio una rugiada di benedizioni come non s'erano più viste da secoli'. Rimanemmo a lottare per lungo tempo: ciascuno di noi era persuaso dell'accecamento e dell'errore dell'altra parte. Allorché ci siamo alzati per uscire dal coro, sua figlia, Clara, entrò, seguita da altre suore che avevano i loro padri tra i Consiglieri. Esse caddero ai suoi piedi e lo pregarono insistentemente di dire ai loro padri che loro le supplicavano di lasciarle nel chiostro. Ma egli girò loro le spalle di scatto e se ne andò con una grande tristezza. Disse uscendo: 'Sono entrato qui allegro, avevo la speranza di riportare una buona risposta al Consiglio: ma questa grazia non mi è stata accordata! Adesso che vado a dire? Perché qui lo Spirito Santo non si fa sentire!' Sua moglie ci venne a visitare il giorno dopo, in gran collera. Essa ci fece un discorso sul male che avevamo fatto a suo marito e che lei non l'aveva mai veduto così triste e che non aveva dormito la notte e che la nostra testardaggine era colpevole e che ci sarebbero arrivate sicuramente delle disgrazie se non ci fossimo sottomesse...» (pp. 62-63).

Ma Caritas le rispose: «'Lasciate a Dio la preoccupazione della nostra conversione' e un'altra volta: 'Se lui cambia i nostri cuori, noi ve lo faremo sapere'» (pp. 72-73).

Eppure i Consiglieri rispettavano queste suore che argomentavano, sapevano rispondere per le rime, si sentivano a loro agio dentro la fede cattolica e non si lasciavano smontare facilmente. Queste suore erano chiaramente di un notevole livello di cultura e, senza aver fatto degli studi approfonditissimi, erano tuttavia al corrente delle grandi questioni che scuotevano il pensiero dei loro contemporanei.

Malgrado ciò continuarono ad invitarle a discutere con i più sapienti predicatori. Gaspard Nutzel scrive alle suore dicendo loro: «Vi invito dunque ad una conferenza amichevole con uno dei nostri predicatori attualmente in servizio a Norimberga. Ne avete otto a scelta, tra cui il priore dei Certosini, vegliardo rispettabile, così saggio quanto pieno di devozione. Se voi desiderate che io mi metta in contatto con qualcuno o con diversi di questi predicatori, lo farò molto volentieri. Non domando a Dio che una grazia: di vivere fino a che la sua volontà si compia presso di voi, sia che vi conduca a lasciarvi dolcemente guidare, o vi costringa lui stesso a credere, attraverso i fatti e i suoi interventi: perché, tanto, bisognerà che vi risolviate, una buona volta, ad obbedire» (p. 67).

Caritas rivela in queste discussioni la sua grande intelligenza, il buon senso, l'abilità personale, ma c'è anche tutta una comunità viva e libera che fa corpo con lei. Ella scrive: «Abbiamo ascoltato centoundici di queste prediche, e ci siamo sorbite Andrea Osiandro per quattro ore di seguito. Abbiamo letto con attenzione gli scritti del Dottor Wenzel[8] e ce li siamo anche copiati.
Abbiamo dunque ricevuto molti insegnamenti da tutti i lati per sapere quali sono gli argomenti di tutti questi dottori, le loro idee, le loro conclusioni (p.164). Se io ho conservato così a lungo lo scritto del Dott. Wenzel è perché l'ho fatto copiare interamente. Sono quasi felice che Filippo Melantone sia stato chiamato qui; è da tempo che ho sentito di lui che è un uomo giusto, pio, retto, e amico dell'equità. Non credo che lui approvi tutte queste cose, specialmente che si voglia forzare la gente a credere e a fare ciò che è contrario alla propria coscienza. Che Dio doni a lui e a noi tutti il suo Santo Spirito e che benedica eternamente Vostra Saggezza» (p. 167).

Caritas riunisce le sorelle nel Capitolo e domanda loro il parere sulla condotta da seguire: «Ho dato lettura della lettera alla comunità ed ho chiesto il parere a ciascuna» (p. 107). Le sorelle fanno corpo: «Le ho trovate tutte con lo stesso sentimento e mi hanno risposto che non si sarebbero lasciate convertire alle dottrine nuove attraverso nessuna sofferenza; che non si sarebbero separate dalla santa Chiesa e che non sarebbero mai riusciti a trascinarle fuori dalla vita monastica. Rifiutarono la direzione dei preti apostati preferendo restare lungo tempo senza confessione e private della santa Comunione. Furono d'avviso di scrivere le loro risposte al Curatore, in un buon tedesco; con la preghiera che lui stesso leggesse la nostra lettera ai Consiglieri in modo che questi sapessero una volta per tutte come regolarsi con le suore. Scrissi la supplica seguente che la comunità approvò all'unanimità dopo averne ascoltata la lettura. Ciascuna chiese di firmare; tutte volevano la loro parte di responsabilità delle disgrazie di cui essa avrebbe potuto essere per noi la fonte» (p. 168) . Poi Caritas precisa di nuovo: «Allorché fummo sole tra di noi, le mie sorelle mi hanno supplicato di non cedere in niente, e mi hanno avvertito inoltre, che se per caso io avessi avuto un attimo di debolezza esse non mi avrebbero seguito e mi avrebbero rifiutato per sempre la loro obbedienza».

Le suore pur non rimanendo chiuse, non si allontanarono mai da questa linea di ferma condotta, né manifestarono aggressività o polemica. E non mancarono nemmeno di humour: «Se noi avessimo tanti difensori quanti sono i Reggenti e Consiglieri, saremmo alla testa di una vera armata, e se noi ascoltassimo tutti gli ordini che ci vengono impartiti, non saremmo meno disciplinate di una carovana di zingari» (p. 167). Anche a proposito del matrimonio: «L'eccellente dottore ci domanda di modellarci su di lui. Che Vostra Saggezza ci scusi. Se io dovessi imitarlo, dovrei prendere marito, ma forse non saprei trovarmelo, perché sono vecchia e non sono adatta a questa ricerca. Sarei obbligata a pregare Vostra Saggezza di farsi carico di questa preoccupazione, e non sarebbe davvero una piccola faccenda!» (p. 201).

In alcuni punti sono molto incisive: «Vostra Saggezza mi ha scritto che si è accorta che gli insegnamenti del signor Andrea Osiandro mi dispiacciono. Io rispondo che nessuna dottrina mi piace quanto quella del Cristo e dei suoi Apostoli. Oggi, come mille anni fa, gli uomini non sono che degli uomini, ma la Parola di Dio resta eternamente. Magari fosse piaciuto a Dio che Osiandro avesse insegnato il modo di evitare tumulti prima che arrivassero, prima che tanta gente fosse stata messa a morte. Io mi auguro che egli impari ad impedirli per l'avvenire» (p. 167).

5. L'isolamento progressivo

Poco dopo la Pentecoste del 1525 i Consiglieri pretesero di imporre alle suore una riforma in cinque punti, al fine, dicevano, «di preservarle dagli eccessi popolari». Si trattava:

- di rimettere le doti a disposizione delle suore (in modo di assicurare la loro vita materiale, nel caso volessero lasciare la comunità);

- di rimandare le giovani presso le famiglie che volessero riprendersele a tutti i costi, anche contro la loro stessa volontà, perché, dicevano: «Il comandamento di Dio è che i figli obbediscano ai loro genitori»;

- di lasciare l'abito religioso e di vestire come tutti gli altri, perché «non esisteva nessuna differenza tra i laici e gli ecclesiastici»;

- di consegnare al Consiglio l'inventario di tutti i loro beni, redditi, censi, ritenute, guadagni, il tesoro (cioè la cassa), l'ammontare delle doti;

- di aprire una finestra nella grata del parlatorio per conversare liberamente con le suore (pp. 109-115).

Consultate, «le monache tutte e ognuna in particolare, risposero che esse volevano conservare la Regola che avevano accettata davanti a Dio e non quello che sarebbe piaciuto al Consiglio d'imporre» (p. 116).

Le suore fecero l'elenco dell'inventario. Quanto allo finestrella dissero «che certamente non ne consentivano di buon grado la sua apertura, ma che, per evitare un male ancora peggiore, valeva meglio cedere; d'altronde la nostra Regola non impediva di mostrarsi a viso scoperto (p. 117). Ma esse non potevano decidersi di accettare il cambiamento di vestito prima di aver domandato consiglio a qualcuno dei nostri buoni amici ... » i quali consigliarono loro di attendere (p. 118).

In tutte queste occasioni le suore manifestano un senso considerevole di ciò che è essenziale ed un grande spirito di discernimento che testimonia la qualità della loro vita spirituale. Le monache Domenicane avevano accettato d'aprire i loro chiostri ed ebbero a subire molti dispiaceri per questo: «Qualche settimana più tardi il Consiglio decise che i chiostri sarebbero ormai diventati aperti, e che chiunque vi poteva accedere e visitare i propri amici, a piacimento. Da parte loro le suore avevano la libertà di uscire per andare a casa dei loro amici, quando ne sentissero la necessità. E quando gli amici invitavano una monaca a venire da loro, l'Abbadessa non aveva il diritto di rifiutarglielo, ma doveva darle una compagna che mangiava a fianco dell'invitata e poi la riconduceva in seguito al convento. Avevano apportato queste innovazioni a Santa Caterina e ora in questo chiostro c'era un andirivieni perpetuo. Si racconta che il predicatore luterano, Thomas, aveva fatto a cambio di vestito con un altro burlone e poi si era introdotto nel convento di Santa Caterina. Là aveva dato fastidio alle giovani suore pretendendo che gli promettessero di sposarlo. Quando uscì dal convento lui raccontò molte sconvenienze sulle povere figliole di cui invece loro erano totalmente innocenti. Esse reclamarono davanti al Consiglio. Certi Consiglieri che ci sono favorevoli avevano colto l'occasione di tale scandalo per opporsi con tutta la loro forza contro l'apertura dei conventi delle donne. Avevano detto al Consiglio: 'Che ci guadagnerete voi a causare una simile onta. Tra le suore ci sono pure le vostre figlie, le vostre sorelle' ... » (p. 119).

Questo duro combattimento d'una comunità, ormai isolata, contro tutta una città è chiaramente portato avanti con forze ineguali e le Clarisse vedono sempre più restringersi le loro condizioni di vita. Parecchi privilegi ed esenzioni sono soppressi, le rendite delle loro terre compromesse dalle rivolte contadine e dalle guerre tutt'intorno. La loro vita materiale è molto povera; incominciano a prendere in considerazione la possibilità di vendere i loro beni a un prezzo molto basso.

La vigilia del Corpus Domini dello stesso anno ebbero il dispiacere di vedersi portare via tre delle loro sorelle. Le loro famiglie erano venute a riprenderle con la forza, scortate dai membri del Consiglio e dai gendarmi della città. La moglie del loro Curatore partecipava alla 'spedizione'. Su loro richiesta l'incontro ebbe luogo nella Cappella. Le discussioni durarono delle ore: «Ogni madre battagliava con sua figlia, a turno, riempiendola di promesse o asfissiandola di minacce; ma le povere ragazze continuavano a piangere e a lamentarsi senza retrocedere. Il combattimento durò molto a lungo. Caterina lo sostenne così validamente e con tanta intelligenza, che ci si sbalordiva ad ascoltarla. Seppe mettere in tutte le sue parole le affermazioni della Sacra Scrittura, rispondeva a tutte le obiezioni e dimostrò a quelle donne che esse agivano contro il santo Vangelo. Dopo di questo i Consiglieri dissero che non avevano mai udito niente di paragonabile» (pp. 131-132).

Alla fine, però, presero le figlie per le braccia, le tirarono fuori, e le spinsero fin dentro la carrozza malgrado le loro grida e le loro lacrime.

In questo periodo in Germania la dottrina di Lutero avanzava. «Molti principi elettori ed altri hanno ordinato che la nuova religione sia insegnata in ogni luogo dei loro stati e che nessun prete papista poteva ormai predicare, perché non si voleva più vedere gente simile ai membri degli antichi Ordini» (p. 161).

Ma c'erano ancora tanti problemi da risolvere, specialmente quello dell'istruzione della gioventù, perché la cura dell'educazione era, fino a quel momento, affidata alla Chiesa: Melantone era atteso a Norimberga per organizzare un nuovo collegio.

Nello stesso tempo sembra insinuarsi negli spiriti un senso di rilassamento. Nessun dubbio che questo dissidio tra i cristiani sia stato all'origine di una corrente di scetticismo di fronte alla religione, che crescerà sempre più nel corso dei tempi moderni, e che fosse l'esatto contrario di quanto aveva detto Gesù Cristo: «che essi siano una cosa sola affinché il mondo creda». Caritas scrive nelle sue memorie: «Intendo dire che molte persone sono perplesse e che non vanno più a nessuna predica. Dicono che sono indotte in errore dai predicatori e non sanno più a che cosa bisogna credere e darebbero molto per non averli mai ascoltati» (p. 161).

Intanto il Curatore Nutzel si fa sempre più pressante. Cerca tutti i mezzi per convincere le suore. C'è da notare che quasi mai, nelle sue argomentazioni, si parla di scandali o di deficienze del clero. Il dibattito si colloca a livello della fede, non della morale.

Le suore sono preoccupate di ricopiare le lettere o memorie e di annotare certi elementi della predicazione o delle dichiarazioni che i Consiglieri della città sono venuti a fare, assieme alle risposte che loro stesse hanno dato. Per questo motivo noi conosciamo gli argomenti utilizzati da una parte e dall'altra. Lo scambio tra il Dottor[9] Link, e la comunità è particolarmente interessante. Le suore hanno studiato e ricopiato il piccolo trattato del Dottor Link, che mette in discussione tutta la loro vita religiosa.

6. I confronti teologici e le controversie sulla vita religiosa

I grandi dibattiti girano attorno ai principali elementi della 'nuova dottrina'.

La Sacra Scrittura. La lettura e l'interpretazione della Sacra Scrittura è sempre alla base dei dibattiti e gli avversari s'appigliano alle citazioni bibliche.

Caritas è fiera di poter affermare a coloro che l'accusano d'essere male illuminate e d'essere dei 'ciechi condotti da altri ciechi': «Noi affermiamo che l'Antico e il Nuovo Testamento, in latino e in tedesco, sono presso di noi di uso quotidiano. Noi li studiamo e ci sforziamo di comprenderli. E non leggiamo solamente la Bibbia, ma anche gli scritti che ci giungono giornalmente. Noi leggiamo tutto, ad eccezione dei libelli o degli opuscoli che ripugnano alla nostra coscienza e che non ci sembrano conformi alla semplicità cristiana» (p. 51).

Di fronte alle diverse interpretazioni della Parola di Dio Caritas non trova ragioni di sceglierne una piuttosto che quella della Chiesa: «Vostra Saggezza per un certo tempo mi ha vantato molto Zwingli e altri. Se noi avessimo creduto loro, dove saremmo arrivate oggi, per esempio, per quanto riguarda il dogma dell'Eucaristia? I predicatori di Strasburgo, me ne sono dettagliatamente informata, non considerano il Cristo che un uomo, simile a tutti gli altri uomini. Se noi li ascoltassimo saremmo certamente sulla cattiva strada. Ciascuno dice: 'Seguiamo la verità della Scrittura', ma ciascuno si serve della Scrittura a modo suo, ciascuno vuole avere ragione, nessuno vuol cedere e queste discussioni non hanno mai fine. Noi ci rimettiamo a quelli più saggi di noi per sbrogliarci da questo caos. In attesa che ci si mostri ciò che è meglio, ci atteniamo a quello che pensiamo meno biasimevole. Se ci sbagliamo in qualche punto, ne siamo dispiaciute, ma ci sono tanti errori in questo momento che saremmo sicure di non soddisfare Dio intraprendendo una qualunque via; preferiamo restare come siamo e Dio accordi la sua grazia a noi povere creature. Amen» (p. 184).

I protestanti le accusano: «Voi credete che Dio giudichi gli uomini solo attraverso i meriti di Gesù Cristo; ne consegue che non dovete annettere tanti meriti alle vostre azioni, alle vostre preghiere, né credervi giustificate attraverso le vostre opere, né sperare il perdono per i meriti dei santi, né per la loro intercessione; ma solamente per la fede, in grazia di Gesù Cristo. Perché queste stazioni, queste cappelle alle quali è affisso un così grande numero di indulgenze? Perché cercate consolazione e soccorso presso i santi, confidando in loro e non soltanto in Dio? E non dite che fate queste opere come frutto della vostra fede, perché la fede non agisce che attraverso l'amore. Non ci sono opere cristiane al di fuori di quelle determinate dall'amore di Dio e del prossimo, perché Cristo è Dio e uomo e ci renderà quello che noi abbiamo fatto al più piccolo dei nostri fratelli» (p. 171).

Caritas replica: «Ci si accusa di confidare nelle nostre opere e di non aspettare salvezza che dal loro soccorso. Grazie a Dio, noi non ignoriamo che l'uomo, seguendo la parola di san Paolo, non può essere giustificato dalle sole opere, ma dalla sua fede nel Nostro Signore Gesù Cristo. Il Salvatore ce lo ha insegnato lui stesso dicendo che, allorché noi avremmo compiuto tutto ciò che era in nostro potere, dobbiamo considerarci come dei servi inutili. Sappiamo, d'altra parte, che una fede vera non esiste senza gli atti, le opere, come non esiste un buon albero senza dei buoni frutti. Noi siamo sicure che Dio tratterà ciascuno secondo le sue buone o cattive opere, allorché appariremo davanti al tribunale di Cristo.
San Giacomo dice che la fede senza le opere è una fede morta .... Sappiamo che non dobbiamo attribuirci il merito delle nostre azioni, e che, se qualche bene si compie per mezzo nostro, la gloria ritorna a Dio, unicamente a Dio. È dunque senza alcun fondamento che ci si accusa di gloriarci nelle nostre opere, perché la nostra gloria è tutta intera in Gesù crocifisso e umiliato, che ci invita a portare la sua croce e a seguirlo.
Ma se l'uomo è salvato per la grazia di Dio, e non per i propri meriti, bisogna dunque che, come un buon albero, porti dei buoni frutti, che saranno la dimostrazione della sua fede, perché il Signore Gesù ha detto: 'li riconoscerete dai loro frutti'.
Quando le opere della fede non esistono e più ancora quando la carità fraterna, che insegna a sopportarci reciprocamente, è assente, allora la fede è meno che niente, e non sposta nessuna montagna. È proprio perché, secondo le parole di san Paolo, sappiamo che saremo giudicati sulla nostra fede, che noi siamo in pace con Dio. In tale fede vogliamo vivere e morire; e che il mondo ci giudichi come vuole» (p. 152).

La vita religiosa. Il grande argomento dei Luterani: questa forma di vita non c'è nel Vangelo; è una invenzione umana e perciò diabolica. Il Curatore Nutzel diceva loro: «Che i loro dottori insegnano, al momento, che in questo mondo non serve a niente condurre la vita del chiostro, e che perciò il chiostro non poteva essere di nessun aiuto alla nostra salvezza, non avendo il suo fondamento nel Vangelo» (p. 23). «E che non si deve fare niente per Dio al di fuori di ciò che la sua parola ci ordina con sicurezza ... » (p. 195). Caritas replica citando san Paolo e gli Atti degli Apostoli: «Noi seguiamo l'esempio dei primi cristiani di cui è scritto negli Atti, che possedevano tutte le cose in comune, condividevano tra loro ogni nutrimento e che dimoravano tutto il giorno nel tempio e lodavano Dio» (p. 32).

Altro argomento dei protestanti: si deve seguire la via comune e non bisogna fare i singolari, in quanto non c'è che un solo popolo cristiano. «Voi non dovete separarvi dal resto degli uomini, né cercare delle vie e dei modi di vivere in maniera singolare. L'amore non vuole queste cose, è libero e comune a tutti e Cristo non ama che le opere che emanano da una vera fede e da una vera carità. Io temo che la vostra scelta di opere singolari vi impedisca di fare opere di carità cristiana. Quante tra di voi potrebbero servire gli uomini attraverso delle strade ordinarie, sia nell'istruzione della gioventù, la manutenzione di una casa, il governo di un ambiente coniugale, l'educazione dei ragazzi ecc. Ecco le opere che Dio domanderà, nell'ultimo giudizio, come i veri frutti di una fede vera. Voi siete impedite e imprigionate dalle vostre opere che vi siete inventate, non meno di un giovane albero che è soffocato, tanto che non può crescere e portare frutti per i bisogni degli uomini. È evidente che voi non cercate nella vita del chiostro che la vostra salvezza, non tenendo conto di ciò che è utile al prossimo e di ciò che è comandato dal vero amore. Non rispondete: 'noi preghiamo, noi cantiamo, e digiuniamo per gli altri'; queste cose non devono servire che per la mortificazione dell'uomo vecchio e per il rinnovamento della vita interiore; pur facendo queste cose non devono essere trascurate le opere della carità. Il Cristo vi punirà come delle ipocrite, voi che prendete pretesto dalla vostra vita chiusa nel chiostro per disinteressarvi del vostro prossimo. Ciascuno riceverà il prezzo delle sue opere secondo il modo in cui avrà messo a prova la propria fede nel servizio dei suoi fratelli, e non secondo come avrà cantato, pregato e fatto le sue stazioni» (pp. 171-172).

Di fronte all'accusa d'inutilità fatta ai monasteri, suor Caritas replica: «Noi non possiamo credere che uno sia in buonafede quando ci rimprovera la nostra vita claustrale. Abbiamo imitato gli Apostoli che avevano tutto in comune, i cristiani. della Chiesa primitiva. Allorché la vita claustrale abbia per scopo un'intenzione retta e non faccia del torto a nessuno non può essere un male, perché si ottiene, grazie ad essa, più pace, ordine e concordia in mezzo ad un gran numero di persone.
Sappiamo anche che dobbiamo sostenere fedelmente ed aiutare il nostro prossimo. Speriamo di non mancare a questo dovere: si tratta di un dovere che le nostre suore si sono prefisse di esercitare tra di loro. Ma se con questo rimprovero s'intende che noi ci aiutiamo tra noi e non aiutiamo per niente gli altri, ebbene, allora possiamo invocare a nostro favore la testimonianza di molta gente di fuori» (p. 179).

Quanto al matrimonio sul quale i protestanti insistevano tanto, lei dichiara: «Non crediate tuttavia che noi disprezziamo lo stato di matrimonio. Colui che si sposa fa bene, ma san Paolo ci dice che colui che non si sposa fa meglio. Nessuna persona sensata saprebbe biasimarci della scelta di servire Dio nello stato verginale. Noi non vorremmo mai trattenere tra noi quelle che non hanno questa vocazione; noi non tratteniamo, contro la sua volontà, nessuna delle nostre sorelle; i loro parenti possono testimoniarlo, noi non nascondiamo la possibilità del matrimonio. Se qualcuna desiderasse ritornare nel mondo, noi non la condanniamo: che ciascuna di noi giudichi se stessa, ciascuno parlerà per conto suo davanti al tribunale di Dio. Giacché non opprimiamo nessuno, noi chiediamo che si usi questa stessa reciprocità con noi: reclamiamo la libertà, non del corpo ma dello spirito».

Le si accusa anche di confidare nell'intercessione dei Santi al posto di contare sull'unica mediazione del Cristo, accusa che Caritas rifiuta energicamente: «Io so, e le nostre suore lo sanno come me, che non c'è altro mediatore tra Dio e gli uomini al di fuori di Gesù fatto uomo; tuttavia, non è giusto non onorare i cari santi; invocandoli io seguo le lezioni di sant'Agostino, di san Girolamo e di san Cipriano. Se si dice che costoro erano degli uomini e potevano sbagliarsi, rispondo che nemmeno quelli che li combattono sono degli dèi e possono sbagliarsi anche loro. Questi grandi santi di cui molti hanno versato il loro sangue per la fede cristiana sono più degni di fede che gli iconoclasti e i detrattori dei Santi».

Con un grande e abile buon senso, con una costanza tenace e infrangibile, suor Caritas oppone a tutti questi attacchi degli argomenti che testimoniano una fede molto illuminata. Nello stesso tempo ella rivendica, in un modo molto moderno, l'imprescrittibile libertà della coscienza. Ha saputo accogliere gli argomenti protestanti, riconoscendo in essi quello che c'è di buono e utilizzandoli per difendere la sua fede cattolica.

I suoi argomenti sono semplici, chiari e vanno diritto all'essenziale. Non si perde dietro questioni secondarie. Non è fissa sul passato come tale, ma in questi tempi di dubbi dove nessuno è d'accordo, essa si attiene al perenne pensiero dell'intera Chiesa. «Essendo la nuova dottrina oggetto di grandi discordie ... poiché ognuno rivendica per sé la vera interpretazione della Sacra Scrittura, noi povere figlie ignoranti, vogliamo rimanere attaccate alla fede primitiva del santo Vangelo, finché tutto quanto non sarà rientrato nell'ordine con l'aiuto di Dio» (p. 93).

Ella fa questa professione di fede: «La Chiesa è stata governata fino ad ora dallo Spirito Santo, secondo le promesse del Cristo. Niente ci separerà da essa. Noi soffriremo ciò che piacerà a Dio di mandarci, è meglio soffrire a causa del male che consentire a fare del male» (p. 72).

Il dibattito è stato spesso indirizzato sul problema della libertà. Caritas fa della libertà della coscienza la sua roccia incrollabile. Contrariamente a ciò che ci si sarebbe potuto attendere, è Caritas che prende la difesa della libertà di fronte ai Luterani che non esitano a pensare che si possa costringere qualcuno pur di salvarlo. Per esempio, appoggiandosi sul decalogo, essi trovano legittimo che i parenti impongano la loro volontà ai loro figli anche se adulti. Alle suore che deplorano questo fatto, i Consiglieri dichiarano: «Voi dovete capire bene che gli amici e i parenti cercano di portarvi via dal chiostro attraverso tutti i mezzi possibili e condurvi nella vera via della salvezza, senza sentire se volete restare o no al convento. Allo stesso modo che, quando si vede un malato in preda alla febbre, non si deve esitare, né domandare il suo consenso per curarlo. E voi siete obbligate dalla legge di Dio a obbedire ai vostri parenti e ai vostri superiori e non ai vostri voti che non sono stati ordinati dalla parola di Dio». In modo più generale aggiungono: «Se vi si dimostra con ragione, attraverso le Scritture, che alcune delle vostre cerimonie non
sono utili né benefiche ai cristiani, anche se non ne convenite, bisogna tuttavia che vi sottomettiate a questa verità e non vi crediate perseguitate perché uno ve le impedisce. Voi le conservate solo per delle ragioni estranee alla parola di Dio. Colui che predica la Parola non deve domandarsi se è dolce o no a colui che l'intende, se ferisce o no, se è contro la sua coscienza o no, perché la coscienza non esiste se non si fonda sulla Parola di Dio; fuori di ciò, tutto quanto è pura chimera».

A quell'epoca non c'era separazione tra potere civile e potere religioso, perché si considerava che ogni autorità provenisse da Dio. Ciò spiega le pretese del Consiglio di dirimere le questioni religiose. Ma suor Caritas afferma: «Se si deve cedere nelle altre cose, è per andare incontro alla salvezza, e non bisogna abbracciare una fede solo per obbedire a delle creature» (p. 92). «La Fede è un dono di Dio ed è libera; è per questo che non può essere introdotta a forza e con le minacce nel cuore degli uomini» (p. 152).

7. La visita di Melantone

I Consiglieri, però, non sembravano sensibili agli argomenti delle suore. Fortunatamente esse trovarono un appoggio, insperato, proprio in Filippo Melantone, uno dei maggiori capi del movimento luterano: «Qualche giorno più tardi, il Curatore venne a visitarci con Messer Filippo Melantone, nella casa dei confessori. Messer Filippo parlò molto della nuova dottrina; ma quando intese da me che ci basiamo sulla grazia di Dio e non sulle nostre proprie opere, disse che noi possiamo salvarci sia nel chiostro che fuori del chiostro, dal momento che non leghiamo nessun merito ai nostri voti. Diceva che i voti non ci vincolano, e io rispondevo che si era obbligate a mantenere, con il soccorso della grazia, quello che si era promesso a Dio. Nei suoi discorsi era più sensato di tutti gli altri Luterani che ho inteso. Si mostrò totalmente contrario alla violenza. Si congedò da noi molto amichevolmente. In seguito sembra che abbia discusso con vivacità con il Curatore e gli altri Consiglieri su molti punti. Si lamentò che fosse stato interdetto ai Frati Minori di officiare presso di noi e del fatto che erano state portate via con forza le tre religiose fuori dal convento. A quattr'occhi disse loro che era stato commesso in questo un grande peccato. Dio ci aveva inviato questo Luterano al momento giusto, perché questo era il tempo in cui avevano deciso definitivamente di scacciarci dal chiostro, di distruggere i nostri monasteri, di chiudere in uno stesso convento tutte le religiose che rimanevano intestardite nella loro antica dottrina e di forzare le giovani a rientrare nel mondo.
Messer Filippo respinse un gran numero di cattiverie che volevano fare contro di noi. Egli disse quanto fosse contrario alla mente di Dio usare una tale violenza. Avrebbe anche aggiunto: che né il padre né la madre avevano diritto di rispondere a Dio dei figli che essi avevano ripreso forzatamente dal chiostro. Ad alcuni che gli avevano chiesto cosa bisognasse fare per i chiostri e se lui fosse favorevole a distruggerli, rispose che bisognava lasciarli nel loro stato attuale, che si poteva anche non dare loro un grande aiuto, ma che non si aveva il diritto di togliere nulla; che non era stato distrutto nessun convento né a Wittenberg e nemmeno negli altri centri luterani. Prese così bene la nostra difesa che tutti si calmarono e da quel giorno, non mostrarono più verso di noi la stessa insolenza. Egli insistette con Messer Nutzel perché non ritirasse la sua curatura, cosa che lui ha continuato a svolgere con zelo.
Il Curatore mi scrisse a questo proposito la lettera seguente: 'venerata signora e cara suora: ... mi dispiace che per colpa mia certi predicatori vi abbiano importunato. Dio sa che è il desiderio di essere utile che mi ha fatto eccedere nella mia autorità e nel mio impegno. È perciò che ho deciso di non tormentare più né voi né le vostre sorelle; e di attenermi alle mie funzioni passate, che non mi pesano e non mi danno dei ripensamenti: al contrario, di queste io ringrazio Dio'».

8. Gli ultimi anni

Uno dei dispiaceri più grossi verrà tuttavia alla comunità delle suore, dal proprio interno. In questa comunità così unita fino a quel momento, una sorella finisce per farsi convincere ad abbracciare la nuova dottrina. Anna Schwarz cominciò a condurre una vita appartata: «Quando si andava a tavola ella andava a dormire, quando si era nel coro ella si metteva a mangiare ... Non intendeva più ricevere alcuna ammonizione dalle sue superiore e viveva in uno stato di ostilità continua ed era diventata di peso al convento intero ... Nonostante ciò il convento aveva deciso all'unanimità che le cose non si sarebbero troncate da parte nostra, perché non si dicesse, poi, che noi l'avevamo mandata via .... La sua famiglia stessa le consigliava di restare, sperando così d'indebolire la comunità, ma un giorno lei reclamò la sua dote e chiese di partire .... Noi fummo molto rattristate per la salvezza della sua anima, benché la sua partenza fosse un grande sollievo per tutta la comunità» (pp. 227-231).

Lo stesso anno il Vescovo di Bamberga, da cui dipendeva Norimberga, tentò di fare il punto della situazione dei conventi della sua diocesi e convocò «tutti gli Abati, i Priori, i Superiori, le Decane, le Abbadesse per il mercoledì dopo la festa di san Pietro in Vincoli il 5 aprile». Ma la situazione è tale che Caritas scrive per scusarsi della sua assenza: «Non abbiamo libertà nei nostri atti e siamo soverchiate da tutti i mali» (p. 235).

La raccolta dei Fatti memorabili si ferma al 1528. In seguito, noi siamo informati sul monastero solo attraverso le lettere che Caterina manda a suo padre Willibald Pirckheimer, fratello di Caritas; racconta con grande gioia il giubileo d'argento di Caritas e questo ci permette di entrare un po' nell'intimità della vita di queste suore la cui resistenza e l'isolamento non hanno assolutamente abbattuto il morale.

Nel 1529, dopo tutti questi anni di avversità e di molestie, Caritas doveva ancora conoscere una grande gioia. Era il giubileo dei suoi venticinque anni di Abbaziato e le sue sorelle s'ingegnarono a festeggiare con molta solennità. Caritas stessa aveva da anni fatto economia per poter offrire qualche cosa alle sue sorelle. Willibald inviò un vino squisito e, per la cena della festa, aveva mandato anche il suo vasellame in argento. La stessa speziaia, una vedova che amministrava la casa di Willibald, rimasto vedovo anche lui da molto tempo, inviò del vino e del vasellame d'argento. La sorella di Caritas e le figlie sposate di Willibald inviarono ugualmente del vino, delle trote e dei dolciumi.

La figlia di Willibald, Caterina, festeggiava, nello stesso giorno, il sedicesimo anniversario del suo ingresso in monastero. E racconta in dettaglio la festa in una lettera a suo padre: «Il mattino del giubileo tutta la comunità andò a prendere l'Abbadessa nella sua cella e la accompagna al coro con delle candele accese; la Vicaria le ha messo sulla testa la corona giubilare. Le suore hanno cantato l'Ufficio del giorno e i canti della messa; esposto il Santissimo Sacramento, hanno fatto la comunione spirituale, secondo le parole di san Agostino: 'Crede et manducasti'» (così scrive Caterina nella sua lettera). Poi l'Abbadessa è stata fatta mettere davanti all'altare e ogni suora le si è avvicinata; l'Abbadessa abbracciando ciascuna le ha dato un piccolo anello in segno della loro fedeltà reciproca e della loro fedeltà al loro Sposo spirituale Gesù Cristo.

In refettorio, 'niente economia' (come scrive Caterina); le suore si misero d'accordo nel mangiare e nel bere qualcosa di speciale in occasione di questa festa rara. Willibald aveva dato loro una piccola damigiana di vino e aveva fatto dire loro che la dovevano vuotare, ma era troppo per essere bevuto per un solo giorno, e fu servito ancora nei giorni seguenti. Verso la sera iniziarono un piccolo passo di danza alla quale partecipò anche la vecchia Madre Vicaria, Apollonia Tücher in monastero da cinquantasette anni. L'Abbadessa suonò la cetra: era molto dotata nella musica, come suo fratello.

'Non era mai stata ancora celebrata una grande festa al monastero di Santa Chiara' - continua Caterina nella sua lettera - perché mai un'Abbadessa era stata così tanto in carica. «Ciò che ci dispiace - scrive - è che l'Abbadessa, alla sua rispettabile età, dovesse ancora fare fronte a tutti questi compiti come il primo giorno in cui aveva fatto le solenni promesse, ma ne avrebbe sofferto molto se qualcuna l'avesse dispensata». Prova che Caritas seguiva coscientemente le Regole dell'Ordine malgrado la sua età e la sua malattia.

In questi ultimi anni Caritas aveva ancora un amico e consigliere spirituale. Non abbiamo che una lettera da parte sua, ma è lecito dedurne che ebbero uno scambio di corrispondenza molto frequente. Malauguratamente non abitava a Norimberga. Era il priore del convento dei canonici di San Agostino, Kilian Leib, un umanista ardente che era legato da amicizia con Willibald Pirckheimer ed era in corrispondenza con lui. Nella sola lettera che noi abbiamo, del mese di marzo 1530, Caritas ringrazia il priore dei suoi buoni consigli e gli chiede di nuovo consiglio, soprattutto riguardo la validità dei voti, perché i Luterani la rimproveravano con una certa sottigliezza. È ella spergiura e traditrice come le altre monache e monaci che escono dai monasteri, in quanto avendo promesso obbedienza, non aveva potuto tener fede a questo voto non avendo più dei superiori a cui era tenuta ad obbedire?

Nel 1530 Willibald, il loro fedele sostenitore, muore; Caritas muore a sua volta nel 1532. Sua sorella Clara le succedette, ma il Signore la chiamò a sé l'anno seguente ed è sua nipote Caterina, ad essere eletta abbadessa. La comunità si mantenne solida, pur diminuendo progressivamente.

Ma lo Spirito soffia dove vuole; e la commovente avventura della giovane Caterina Glaser lo testimonia, unico evento inatteso nell'umile, fiera e lunga perseveranza quotidiana delle suore: «Il 5 ottobre del 1539 Caterina, che da tre anni supplicava le suore di accoglierla, architettò, aiutata da una serva, di penetrare all'insaputa delle suore attraverso la ruota. Essendo riuscita in questo stratagemma, sorprese le suore nel refettorio e le supplicò di tenerla con loro. Ora, il Consiglio della città aveva interdetto ogni nuovo ingresso in monastero. Le suore imbarazzate e commosse non ebbero tuttavia cuore di rinviarla e la tennero con sé come serva, ma la cosa finì per essere risaputa nel giro di qualche settimana e i Consiglieri vennero al monastero esigendo che venisse loro restituita. La trascinarono via malgrado le sue lacrime e le sue suppliche. La portarono nella casa del sergente della città, la tennero chiusa per parecchi giorni e la interrogarono duramente. Ella dovette fare ammenda onorevole in presenza di sua madre e giurare che non avrebbe tentato una cosa simile mai più. E le si volle interdire l'ingresso a tutti gli altri chiostri della giurisdizione del Consiglio, dentro la città e fuori della città. Poi le si rese la libertà. Ella ritornò da noi dopo il pranzo e ci raccontò piangendo a calde lacrime, che cosa le era capitato. Allora noi ringraziammo e lodammo Dio per la sua misericordia verso di noi, considerando la fortezza che ha dato agli umili. I due Signori, Geuder e Ebner ritornarono da noi, due giorni più tardi a direi che il Consiglio li aveva incaricati di esprimere molto severamente la propria disapprovazione. In seguito inviammo quella povera ragazza a Bamberga dalle suore di santa Chiara con sua madre. L'anno seguente, dopo Natale, fu ricevuta nella comunità con grande solennità; e le suore ringraziarono Dio d'aver una così pia fanciulla tra di loro».

A Norimberga l'ultima Clarissa, suor Felicita, si spense nel 1591 all'età di novant'uno anni. Conformemente alle loro promesse, i Consiglieri dovettero attendere la sua morte per prender possesso del convento. Questa clausola era stato un privilegio in omaggio alla bella resistenza di Caritas e delle sue suore: infatti, in quasi tutte le altre città protestanti, le monache erano state obbligate all'esilio.

9. Squarcio di vita spirituale attraverso il Gebetbuch di Caritas

Ci sia consentito, ora, penetrare nell'intensa vita spirituale del monastero di Norimberga riportando qui alcune suppliche al Bambino di Betlemme, composte da suor Caritas Pirckheimer, ove si può vedere come tutta la sua preghiera «si nutre di Scrittura ed affonda ad ogni passo nel mistero di Cristo e della Chiesa»:

a) Bouquet per invitare il Bambino di Betlemme

«Ave, Gesù, Bambinello, atteso da tutti i popoli vieni da me:

con il tuo amore, per riempire il mio cuore e infiammarlo al tuo incontro; con la tua benedizione, per prevenirmi da ogni male;

con il tuo conforto, per mostrarti presente nelle mie tentazioni; con remissione della mia colpa per la tua misericordia;

con la tua dottrina, perché beato l'uomo che tu ammaestri e a cui insegni la tua Legge;

con la tua forza, in aiuto alla mia debolezza;

con la tua guida, per dirigere tutti i miei pensieri, parole ed opere

con mia umiliazione, affinché nei giorni prosperi non mi allontani da te e nel bene non mi insuperbisca;

con la tua luce, per aprirmi tutta la verità della vita e della dottrina;

con la tua ricchezza e con i tuoi doni, per ornarmi di grazia e di virtù;

con salutare pianto, per piangere interiormente ogni giorno i miei peccati;

con mansuetudine, affinché nella mansuetudine compia ogni mia opera;

con rinnovamento, affinché ti serva in novità di spirito;

col raccoglimento della preghiera, perché sempre la mia preghiera si innalzi come incenso alla tua presenza;

con la pazienza, affinché sopporti tutte le avversità per amor tuo e le indirizzi a te;

con la pace del cuore, perché il mio cuore sia sempre per te un luogo di riposo;

col ricordo costante di ogni tuo beneficio e di ogni mio male;

coi santi Sacramenti, per rallegrarmi e nutrirmi;

con il santo timore, che tenga lontano da me ogni peccato e non lasci sfuggire alcun bene;

con vittoria, affinché vinca il mondo, il demonio e tutto ciò che a te si oppone;

con la tua stessa Essenza, o Cristo, affinché ti santifichi sempre nel mio cuore;

con te stesso, Gesù, vieni, o Signore Gesù! Amen.

Con lo zelo e la serietà contro ogni male, affinché, o Signore, io operi per te con serietà;

con il tuo aiuto, poiché tu, Signore, sei il mio aiuto, perciò non perirò;

con la tua bontà: se tu mi dai bontà, allora darà frutto la mia terra;

con la dolce tua mortificazione: che, se mi mortifichi, non mi consegnerai alla morte;

con paterna protezione: e bada a difendermi nella lotta del nemico;

con l'elevazione del cuore, degli occhi e delle mani, affinché il mio spirito sia sempre sollevato in te;

con la tua fedeltà, affinché non cada mai in tentazione sopra le mie forze;

con il tuo gusto spirituale, affinché sempre gusti e veda quanto tu sei dolce, Signore;

con la tua costante inabitazione e perenne scelta, per dimorare in me, nel mio cuore, con la fede;

con i tuoi comandamenti, perché venga in me il tuo Regno e si compia in me e per me ogni tuo volere;

con il tuo amore ricco di grazia, perché io in te e tu in me rimanga eternamente! Amen»

b) Bouquet al Bambino di Betlemme, per impetrare la sua azione salvifica

«Ave, Gesù, Bambinello, atteso da tutti i popoli!

Concedimi:

la tua amicizia, perché nella tua amicizia è grande gioia;

la tua benedizione, giacché sopra il tuo popolo è la tua benedizione;

la castità, affinché, sposata a Cristo, mi presenti a lui come vergine pura;

santi desideri, perché tu colmi col bene i nostri desideri;

la giustizia, poiché nella tua giustizia mi darai la vita;

la forza, e io conserverò la mia forza per te;

la vera gioia, giacché non vi è alcun diletto pari alla gioia del cuore;

l'umiliazione, perché non disprezzerai un cuore contrito ed umiliato;

la luce: se tu sei mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?

L'amore, giacché l'amore copre una moltitudine di peccati;

la gioia della tua presenza, perché non vi è alcuna amarezza nel tuo operare, né alcuna noia nella tua inabitazione, ma solo letizia e gaudio;

i tuoi precetti: perché voglio mettere in opera i tuoi precetti e guardare fisso le tue strade;

un operare virtuoso, perché solo operare il bene è proprio dell'anima, e non si spegnerà nella notte la sua luce;

la tua obbedienza, perché migliore è l'obbedienza dei sacrifici degli stolti;

la povertà: giacché beati sono i poveri, di loro è il Regno di Dio;

di cercare te: perché hai detto: 'Cercatemi e vivrete!' e non abbandoni quelli che ti cercano;

una guida sicura, poiché tu sei il mio asilo e rifugio nel giorno della tribolazione;

la santità, affinché ti serva nella santità e nella giustizia ogni giorno della mia vita;

tempo meritorio: la mia anima si consuma nel desiderare ogni giorno i tuoi decreti;

una buona volontà: e insegnami a fare la tua volontà, perché tu sei il mio Dio; Cristo, dammi te stesso, Redentore: perché tu, o Cristo, ci hai redenti dalla maledizione, divenendo per noi maledizione;

Gesù, dammi te, come mio Salvatore; di' alla mia anima: 'Io sono la tua salvezza', periranno quelli che attentano alla mia salvezza!

Concedimi una giusta severità, affinché sia zelante in ogni bene;

di aderire a te: poiché è bene per me aderire a Dio, giacché 'chi si unisce al Signore, forma un solo Spirito con Lui';

la bontà, Signore: insegnami la bontà, la disciplina e la sapienza, perché ho creduto ai tuoi precetti;

il conforto: la tua consolazione rallegra la mia anima; per Cristo, perché 'in lui sovrabbonda la nostra consolazione';

la correzione, poiché la tua correzione mi castiga e mi ammaestra fino alla fine;

la verità evangelica, per camminare in modo degno del Vangelo di Cristo e cooperare con esso;

la beatitudine interiore: questi è beato 'chi non ha tristezza di cuore e non recede dalla tua speranza';

di gloriarmi in te, giacché si gloriano in te tutti quelli che amano il tuo nome;

l'eredità in te, perché tu, Signore, sei la mia parte di eredità;

di conversare con te, perché conversare con l'Onnipotente dona intelletto;

i doni migliori, perché sul serio desideriamo i doni migliori, cioè: la fede, la speranza e la carità, la grazia, la gloria, la vita eterna. Amen»

«Signore Gesù Cristo, tu che per amore dell'uomo, hai voluto diventare un uomo e un bambinello piccolo, senza parola, lattante, piangente, avvolto in fasce e deposto in una greppia, Ti preghiamo, dacci al posto del latte la sovrabbondanza della dolcezza; al posto delle lacrime, la gioia della salvezza; al posto della tua incapacità a parlare, la pienezza della vita eterna; al posto delle fasce, la veste dell'immortalità; al posto della piccola greppia, il Paradiso dell'esultanza e dell'eterna beatitudine. Amen»

II - Le Clarisse nel resto dell'Impero

Nel resto dell'Impero, eccettuati i paesi sottomessi alla dominazione degli Asburgo, che vedremo più avanti (Paesi Bassi e parte orientale dell'Impero) la situazione restò per molto tempo aggrovigliata.

[...]

Tutti i monasteri, quelli delle Clarisse come anche di altri Ordini, situati sotto il dominio protestante, scomparvero. Troppo poche sono le notizie che abbiamo sulle condizioni della loro chiusura e sulla sorte delle ultime monache, perché è stato tutto distrutto. Non esiste più alcun archivio, ma le memorie delle Clarisse di Norimberga lasciano intuire l'atmosfera generale e i metodi usati.

Note

[1] J. Pfanner, Caritas Pirckheimer, Biographie der Äbtissin, ripreso da Caritas Pirckheimer Ordenfrau und Humanistin, Vorbild fur die Ökumene Festschrift zum 450, Todestag.

[2] J. Pfanner, ibidem.

[3] Ibidem.

[4] J. Ph. Heuzey, p. 221.

[5] Curatore o procuratore: una specie di sindaco, incaricato di vigilare sugli interessi temporali della comunità

[6] È interessante notare che i genitori delle Clarisse diventati protestanti e che, in seguito, hanno ritirato le loro figlie dal convento, riconoscevano la qualità dell'educazione ricevuta in monastero

[7] Da qui in avanti tutte le citazioni della Memoria sono tratte dal libro di J. Ph. Heuzey, o.c.

[8] Scritti in cui viene esposta la dottrina luterana.

[9] Nell'ambito luterano si dava il titolo di 'Dottore' a quanti avessero studiato teologia e che fossero in grado di essere 'maestri' nelle nuove dottrine.