Cara Madunina ecco le mie domande, di Giacomo Poretti (Aldo, Giovanni e Giacomo)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /12 /2011 - 17:04 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire dell’8/12/2011 un articolo scritto da Giacomo Poretti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Giacomo Poretti vedi su questo stesso sito anche il Video La confessione di un innamorato. Giacomo Poretti (di Aldo, Giovanni e Giacomo) saluta il nuovo arcivescovo di Milano, Angelo Scola (file video).

Il Centro culturale Gli scritti (8/12/2011)

In questi giorni ho deciso che approfitterò di un’occasione davvero speciale: per la prima volta verrà esposto il busto ligneo originario da cui è stata forgiata la statua dorata della Madunina, quella che sta sopra la guglia più alta del Duomo. Tutti i milanesi potranno finalmente vedere da vicino la loro protettrice. Io la guarderò negli occhi e se troverò il coraggio ho intenzione di rivolgerle una domanda che mi è rimasta in fondo al cuore da almeno mezzo secolo. Sì perché, per i bambini che vivono e crescono in un ambiente cristiano, i problemi teologici iniziano molto presto e per essere più precisi cominciano dalla storia di una famiglia di statuine.

La prima volta che ho sentito parlare della Madonnina è stato nella costruzione del primo presepe della mia vita: avrò avuto 4 anni, mamma e papà toglievano dalla carta di giornale le statuine con cui erano state avvolte l’anno prima: i primi a comparire erano i pastori, poi le donne con la brocca in testa, il cammelliere dormiente, che mio papà sistemava sempre sotto una palma, poi le pecorelle, quelle che brucavano e quelle che guardavano in cielo. Poi quando erano rimasti cinque pacchettini mamma mi diceva: «Guarda adesso chi arriva...». Io mi allungavo sulle punte dei piedi e con delicatezza la mamma svolgeva i pezzi più importanti del presepe: il bue, l’asinello, che mi faceva molto ridere, poi arrivava San Giuseppe con la barba e la sua faccia triste.

Io chiedevo chi fosse, e la mamma, omettendo imbarazzanti spiegazioni, rispondeva: «Il papà di Gesù Bambino». Poi mi mostrava la statuina della Madonna e mi diceva: «E lei chi è?», io indovinavo subito: «La sua mamma!». La mia mamma invece avrebbe voluto aggiungere qualcos’altro, poi si guardava negli occhi con il babbo e decideva che non era ancora il caso di avventurarsi nella storia dell’Immacolata concezione, l’avrebbe fatto fra 2 o 3 presepi ancora.

Nell’ultimo pacchetto di carta c’era la mangiatoia con Gesù Bambino che aveva indosso solo un panno che gli lasciava le braccia e le gambe nude; io avrei voluto sistemarlo subito nella mangiatoia, ma la mamma e papà tentavano di spiegarmi che sarebbe nato dopo venti giorni, a Natale. Io replicavo regolarmente che, se era già lì, non aveva bisogno di nascere. Alla fine si arrivava a un compromesso: la statuina di Gesù Bambino sarebbe rimasta al caldo nel cassetto delle calze fino al giorno di Natale. Siccome quello che c’era da dire in quel momento era delicato e importante, prendeva la parola il papà: «Gesù Bambino è il figlio di Dio...». Io, però, non ero in vena di polemiche e di dispute, e così nei giorni successivi appena potevo prendevo la statuina del bambinello e la sistemavo tra la Madonnina e San Giuseppe perché pensavo che i bambini soffrono se stanno lontani dai loro genitori.

Mi ricordo che la Madonnina era per davvero una delle statuine più belle del presepe con il suo abito azzurro e il velo bianco sulla testa, le mani giunte e il viso buonissimo che guardava adorante nella direzione del suo bimbo. Per tutto l’anno dei compagni continuavano a chiedermi perché papà mi avesse detto che Gesù è figlio di Dio, quando invece la suora all’asilo ci aveva raccontato che appena nato, Gesù, dovette scappare in Egitto con la sua mamma, la Madonnina, e il suo papà, San Giuseppe per l’appunto! Passarono 2 anni e durante la costruzione del presepe della prima elementare, la mia mamma aggiunse un partico­lare, disse che la Madonnina era stata visitata qualche tempo prima da un Angelo, Gabriele, il quale chiese a Maria se se la sentiva di essere la madre del figlio di Dio; lei dopo un attimo di preoccupazione disse: «Sia fatta la volontà sua». La storia del presepe si infittiva di mistero. Ho passato i primi tre anni delle elementari a domandarmi perché nessuno andasse da San Giuseppe a rincuorarlo, che aveva sempre la faccia triste nonostante fosse appena diventato papà. E poi questo bimbo, di chi era figlio per davvero?

E ancora, ammesso che Gesù, per un mistero che speravo di sciogliere prima della quinta elementare, fosse davvero il figlio di Dio, perché era stata scelta proprio la Madonnina per fargli da mamma: una giovinetta anonima e poverissima? Perché non una regina?

Perché non una signora importante con un castello? Ma perché Dio che aveva creato ogni cosa il cielo e la terra, il gelato al pistacchio, la pasta al pesto e le galassie, e che quindi non era mica messo male, dico perché, un Signore così importante, Dio, che mi faceva un po’ paura e tanta soggezione, e che soprattutto – stavo per dimenticarmi – aveva creato i vulcani, le tigri con i denti a sciabola e i microbini che fanno venire il mal di gola, voleva scegliersi una poveraccia che passava tutto il tempo a cucire per fare da mamma a suo figlio? Ma cosa aveva di speciale quella statuina con l’abito azzurro e il velo bianco? La suora dell’asilo e le mie nonne dicevano che Dio preferiva i buoni e i semplici, perché la bontà e la semplicità sono le cose più importanti. E lei, Maria, era stata scelta perché era una persona talmente buona che era difficilissimo trovarne un’altra più buona di lei. Erano cose che funzionavano solo nella storia di Dio e del presepe perché nel paese dove abitavo io non era per niente così. Queste storie dei personaggi del presepe mi sono rimaste dentro per tutta la vita, in alcuni momenti ben presenti con i loro misteri pungenti e irrisolvibili, poi ho voluto combatterle perché mi sembravano baggianate per bambini, a un certo punto sembravano svanite, o forse si erano semplice­mente assopite in fondo al cuore.

Il giorno dell’Immacolata in casa nostra, come da tradizione, faremo il presepe: sono un paio di settimane che penso a cosa dire a mio figlio, che ha 5 anni, quando mi chiederà la storia dei personaggi. Ho deciso democraticamente che quest’anno toccherà a mia moglie spiegare chi è la Madonnina, di chi è mamma e soprattutto chi è il Padre di Gesù. Anche volendo non riesco a dimenticarmi della Madonna e di tutti i problemi che mi ha creato e dei dubbi che continua a suscitare.

Anche perché, guarda il destino, sono andato a vivere nella città della Madonnina, anzi della Madunina. Uno alza gli occhi al cielo, e se non c’è la nebbia o l’inquinamento, non può non vederla. In città, ma non solo, è diventato comune esprimersi con frasi come queste: all’ombra della Madonnina, sotto gli occhi della Madonnina, persino la stracittadina di calcio è denominata il derby della Madonnina. È stata così importante la figura della mamma di Gesù, a Milano, che a un certo punto hanno deciso di mettere sopra la guglia più alta del Duomo, 104 metri, una statua della Madonna alta 4 metri: grandissima, imponente, ma vista da sotto in strada sembra alta come la statuina del presepe; forse è per questo che l’hanno chiamata Madonnina.

È dal 1774 che la Madunina, tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan, sota ti se viv la vita, se sta mai coi man in man... Ne ha viste di pene, di gioie dei milanesi e di guerre in questi due secoli e mezzo. Era così importante per la città che una legge, prima non scritta e poi resa ufficiale negli anni Trenta, stabilì che nessun edificio poteva essere più alto della Madonnina. Poi nel 1956 il palazzo della Regione, il famoso Pirellone, l’ha superata in altezza di quasi 9 metri. E il più recente palazzo della Regione è ancora più alto: 161 metri. Verrebbe da dire non c’è più rispetto neanche per la Madonnina, sicumera della politica e arrogante ostentazione delle nuove gerarchie sociali, nuova ridefinizione dei valori…

Quando mi troverò di fronte a Lei cercherò come prima cosa di rincuorarla. Sono sicuro che adesso che non è più obbligata per legge ad essere la cosa più alta della città, è come se si fosse liberata da un peso. Perché a Lei i record non interessano tanto, e Lei non ha bisogno delle quote rosa per sentirsi utile. Perché a me, in tutti questi anni, qualche cosa forse mi si è chiarita: Lei si trova bene nella grotta del presepe, Lei deve guardare semplicemente suo figlio e Lui potrà crescere tranquillo senza paura. Lei ha uno sguardo così buono e così luminoso che quella grotta la fa diventare una reggia.

Persino San Giuseppe quando è triste e pensa che il mestiere del papà non è facile ed è misterioso, guarda la Madonnina e gli scappa un sorriso. Noi milanesi l’abbiamo messa lassù, a 108 metri d’altezza, perché ci piace fare le cose in grande, perché siamo un po’ bauscia , perché vogliamo gareggiare con la creazione di Dio, perché protendersi verso l’alto è un segno simbolico del nostro anelito di raggiungerLa nell’infinita altezza della Sua dimora, perché vogliamo celebrarla, perché forse vogliamo assicurarci più che la Sua benedizione i Suoi benefici.

Ma Lei, la Madunina, se ce la teniamo all’altezza del cuore, tra il metro e venti e il metro e novanta, a seconda se uno è brevilineo o longilineo, Lei, è contenta. Quella è la sua altezza preferita. E ogni giorno potrei rivolgerle la stessa domanda di tanti anni fa: «Spiegami come ha fatto Dio a perdere la testa per Te».

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