Il cardinale Bessarione, il Concilio di Ferrara-Firenze e la caduta di Costantinopoli. File audio di una relazione di Andrea Lonardo presso la Basilica dei Santi Apostoli

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /12 /2011 - 20:34 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione ad experimentum per valutare l'utilizzo in futuro di files audio le registrazioni ed i testi commentati nell'incontro tenuto da Andrea Lonardo su Il cardinale Bessarione, il Concilio di Ferrara-Firenze e la caduta di Costantinopoli presso la Basilica dei Santi Apostoli, il 12 novembre 2011. Per una presentazione degli affreschi della Cappella Bessarione vedi su questo stesso sito Il Cardinal Bessarione e gli affreschi della Cappella dei Santi Eugenia, Giovanni Battista e Michele Arcangelo nella basilica dei Santi XII Apostoli in Roma, di Sabina Isidori. Per altri files audio vedi la sezione Audio e video.

 

Il Centro culturale Gli scritti (9/12/2011)

Ascolto

Download costantinopoli.mp3.

Riproducendo "costantinopoli".



Download: Download

Antologia di testi utilizzata nel corso dell'incontro

Ufficio catechistico di Roma
www.ucroma.it
(cfr. anche www.gliscritti.it )

Indice

1/ La basilica dei Santi Apostoli: un luogo per ricordare  la caduta di Costantinopoli

da una Lettera di Bessarione a Teodoro di Gaza, luglio 1453, in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, pp. 125-126
La presa di Costantinopoli - ti dico la verità - mi ha gettato in uno sconforto da cui mi mancano i mezzi per richiamare me stesso: quando penso alla schiavitù di tanti e tali uomini, da quale culmine di fortuna a quale abisso di infelicità siano precipitati, all'indicibile bellezza di quelle chiese e di quegli edifici, penso poi che fino ad ora avevamo detto a noi stessi che in altro consisteva la libertà e la schiavitù per il saggio e in altro quella di cui parla comunemente il volgo, ma ora il senso che davamo a quella distinzione mi sfugge. Non trovo il coraggio, per esempio, di ripropormi quelle riflessioni per le quali capivamo bene che si poteva essere schiavi dei peggiori tra i barbari, avere ai piedi i ceppi più pesanti ma essere allo stesso tempo più libero di chi regna, di chi ha un diadema sul capo; e la stessa considerazione per cui ci era chiaro che solo i virtuosi sono liberi e schiavi gli sciocchi, come se io non l'avessi mai meditata e accettata con entusiasmo, se ne va appena, per trarne forza in questa disgrazia, tento di chiamarla alla mente. La bellezza di quei monasteri e di quelle chiese, penso poi, quando ci era presente davanti agli occhi, quando ci abitavamo, in effetti non traeva né faceva discendere su di noi il divino più di quanto, ora che sono rovine, non lo allontanino dalla terra e lo facciano fuggire da noi: ma tutti questi bei pensieri ora mi sfuggono e solo angoscia copre la mia anima. E quando penso che, con la caduta del centro del potere politico, c'è il rischio che si estingua il nostro popolo e vadano perduti quei libri e quella lingua che soli ci distinguono ormai dai barbari, allora la ragione mi si ottenebra e non posso esprimerti quale agitazione è in me, quale diluvio di pensieri amari si abbatte sul mio spirito. Ma conviene sopportare e facendoci sempre più simili a Dio cercare di fuggire al più presto da questa terra, verso il cielo, verso il coro celeste.

da G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, pp. 508-509
Maometto II decise di sferrare l’attacco generale il 29 maggio. La vigilia, mentre il sultano preparava le sue truppe alla battaglia, i cristiani, Greci e Latini assieme, celebravano in Santa Sofia la loro ultima funzione religiosa. Dopo la funzione i soldati tornarono ai loro posti e fino a tarda notte l’imperatore  ispezionò le fortificazioni. Alle prime ore dell’alba ebbe inizio la battaglia; la città veniva attaccata da tutti e tre i lati. Ma gli eroici difensori resistettero a lungo all’assalto e respinsero i nemici. Allora il sultano ricorse alla sua riserva, le schiere dei Giannizzeri, e dopo una dura lotta queste truppe scelte dell’armata ottomana riuscirono a  scalare le mura. Al momento decisivo Giustiniani [Giovanni Giustiniani, capo delle milizie genovesi], che combatteva a fianco dell’imperatore, venne mortalmente ferito e dovette essere portato via. La sua scomparsa creò confusione nel campo dei difensori e accelerò l’espugnazione dei Turchi. Poco dopo la città era nelle loro mani. Costantino XI combatté fino all’ultimo momento e nella battaglia trovò la morte che cercava. Tre giorni e tre notti durò il saccheggio che il sultano aveva concesso ai suoi soldati mentre li preparava per l’attacco finale, allo scopo di elevare il loro morale che andava cadendo. Si distrussero beni di inestimabile valore, monumenti d’arte, preziosi manoscritti, immagini sacre e arredi ecclesiastici. Maometto II entrò solennemente nella città conquistata. Costantinopoli divenne la capitale dell’impero ottomano. L’impero bizantino non esisteva più.

da Tâdji Beg-Zâde Ga‘fer Čelebi, Libro che celebra la conquista di Istanbul protetta da Dio (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 269)
[Mehmed disse:] «I miei padri illustri, i miei grandi antenati - Dio ne illumini le opere - erano intimamente consci del fatto che la felicità di questo mondo non dura, che nessuno è sempiterno nel mondo caduco, che gli istanti dell'uomo sono contati, che le porte dell'eternità gli sono sbarrate. Lo scopo della creazione è che l'uomo conosca l’Unità di Dio altissimo e che, per quanto gli è possibile e fino a quando gli è concesso il tempo, faccia ogni sforzo per avvicinarsi al suo trono. E la migliore maniera di avvicinarsi l'ha indicata Abû Sa‘îd-al Hadrî - Dio ne sia soddisfatto -, tramandando un insegnamento del profeta [...] "Il migliore degli uomini è quel credente che prodiga la sua vita e i suoi beni per combattere la guerra di Dio" [...] Durante i loro regni non passava un solo anno senza che conducessero una grande spedizione contro gli infedeli...

da Khodja Sa ‘d Ed-Dîn, Il diadema delle storie (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 287)
Con l'aiuto dell'Onnipotente la difesa della città diveniva sempre più debole. E appena le truppe vittoriose ebbero la convinzione che «in verità i nostri soldati saranno i vittoriosi» e le parole «Entrate sicuri» risuonarono come un'eco nelle orecchie dei guerrieri dell'Islàm, coloro che erano pronti a compiere distruzioni chiesero il permesso al sultano, conquistatore del mondo, di darsi al saccheggio. E pieni di gioia nel cuore si gettarono sulla città e là, impossessandosi dei beni e delle famiglie degli infedeli, fecero piangere questi sciagurati. Essi agirono secondo il precetto: «Sgozzate coloro che sono di una certa età e fate prigionieri i loro giovani».

Missiva del signor Paolo Dotti [dell’11 giugno 1453], esperto in ambedue i diritti, professore un tempo nell'Università di Padova, confinato ora a Candia [Creta], in cui si narra l'espugnazione dell'illustre città di Costantinopoli in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 13
Nobile e egregio dottore e cavaliere, fratello amatissimo, una disgrazia del nostro tempo e una grande sciagura piombata penosamente sui cristiani mi spinge ora a scriverti tra le lacrime e pieno di dolore; ciò che, non dubito, tu potrai apprendere con maggiori particolari da altri: l'imperiale e nobilissima città di Costantinopoli è perduta. È stata occupata con la violenza e con le armi dal ferocissimo e troppo potente gran re dei turchi, e con incredibile effusione di sangue dei cristiani. Sono state fatte prigioniere persone di ambo i sessi. È accaduto il giorno 29 maggio or ora trascorso, giorno quanto mai infausto. E ugualmente anche Pera [l’attuale Beyoğlu, il quartiere della torre di Galata], città piuttosto importante, colonia dei genovesi, vicina ad essa, è stata da lui conquistata.

dalla Lettera del Senato veneziano al papa Nicolò V (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, pp. 21-23)
30 giugno [1453].
Al sommo Pontefice [Nicolò V].
... Noi sappiamo con certezza attraverso varii canali d'informazione che il Turco, persecutore della croce, il giorno 28 maggio da poco trascorso, dopo un'asprissima battaglia, ha ridotto in proprio potere la città di Pera, ha ucciso a fil di spada in modo assai barbaro tutti i cristiani dai sei anni in su, e il giorno seguente, il 29, si è impadronito del porto di Costantinopoli, impiegando per terra e per mare ogni sorta di macchine da guerra, ha espugnato la stessa città e infine l'ha vinta in una battaglia straordinaria; allo stesso modo ha fatto strage di tutti i cristiani che vi si trovavano dai sei anni in su con estrema crudeltà. Un tal fatto, clementissimo Padre, che non riusciamo a comprendere, è da giudicare di estrema importanza e gravità, dal momento che riguarda la situazione e la sopravvivenza di tutta la cristianità, e noi siamo sicurissimi che vostra Santità comprenderà ciò meglio di quanto noi potremmo esporre. Ciò malgrado, noi non vogliamo passare sotto silenzio che da non pochi anni in qua, per così dire, abbiamo fatto presente che la potenza terrestre dei turchi è riuscita a far sue così tante forze e a conquistare così tanti domini, da esser ben difficile e assai duro il poter resistere loro, come ci si è resi conto attraverso diverse esperienze. Ora poi vediamo che la rabbia e la potenza dei turchi sono accresciute talmente non solo in terra, ma anche sul mare, che se il Dio nostro misericordioso, vostra Santità e le altre Potenze cristiane non offrono al più presto il loro aiuto contro questo male pestilenziale, graverà su tutta quanta la religione cristiana la minaccia di un totale annientamento e riteniamo che d'ora in poi sarà lecito a questo nemico estremamente crudele compiere per terra e per mare tutte le imprese che gli piacerà. Ora egli ha conquistato Costantinopoli, città che sia per la sua posizione geografica, sia per molte altre condizioni particolari, è quanto mai conveniente e idonea ad accrescere in modo considerevole la sua potenza, a tal punto che questo nemico potentissimo è da temere a fondo, dovunque, in terra e in mare. Stando così le cose, noi ricorriamo a vostra Santità come al pastore sommo del gregge di Dio, supplicandovi con la nostra solita devozione filiale che vi degniate di provvedere ad un tal male con tutti i mezzi e con tutte le preghiere che parranno opportune alla vostra saggezza, prima che esso porti ad una rovina ancor più grave; e perché vengano risparmiati a tutta quanta la cristianità pericoli e rovine ancor più gravi noi preghiamo soprattutto vostra Clemenza che si degni di ordinare al più presto al suo legato apostolico di armare e di inviare subito le cinque triremi che erano già state ordinate; altri provvedimenti infatti più energici e più importanti, che si renderanno assolutamente necessari, potranno esser presi in un momento successivo. Noi, per quanto sempre ci sarà possibile, non ometteremo certamente nulla di ciò che è nelle nostre possibilità per apportare il nostro aiuto a questa santa impresa e per assecondare il desiderio di vostra Beatitudine con tutti i nostri voti.

dalla Lettera del Senato veneziano a ser Giovanni Moro, nostro ambasciatore presso il serenissimo re d’Aragona [Alfonso V] (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, pp. 25-27)
Rimanete dunque a disposizione e vi invitiamo a voler dare tale notizia al serenissimo signor re con quelle parole e in quei modi che sembreranno opportuni alla vostra saggezza e avvertirlo che d'ora in poi sarà assolutamente necessario che tutte le potenze cristiane si risveglino e si mettano d'accordo in modo che ci si possa opporre in tempo utile ai pericoli che sovrastano i cristiani.

dalla Lettera del Senato veneziano a ser ]acopo Loredan (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 27)
[5 luglio 1453]

A ser ]acopo Loredan, capitano generale del mare.
Siamo stati informati dalla vostra lettera e dalla relazione del nostro capitano delle galere di Romania [= Lodovico Diedo] sulla sciagura della città di Costantinopoli. Quanto dispiacere ne abbiamo provato e quanto dolore, potete immaginarlo voi stesso. Che cosa però sia successo in seguito, non riusciamo a saperlo. Riteniamo però che il gran Turco si comporterà come si comportò il padre suo quando si impadronì di Salonicco, che preferì poi rimanere in pace con noi. E noi, per quanto sta in noi, intendiamo rimanere in pace con lui. Di conseguenza siamo dell'idea che il nobil uomo Bartolomeo Marcello, nostro ambasciatore, sia giustamente rimasto a Negroponte. Deliberiamo quindi ed esigiamo che intraprenda il suo viaggio alla volta del detto Turco. Ordiniamo dunque e assieme al nostro Consiglio dei Rogati vi diamo mandato di adoperarvi perché si ottenga attraverso ogni via e modo possibile un salvacondotto per il detto ambasciatore nostro e per coloro che lo accompagneranno ed anche per coloro che lo trasporteranno o altro documento che abitualmente suole esser dato dai turchi agli ambasciatori che si recano alla presenza sua [= del gran Turco]...

da una lettera di fra Girolamo da Firenze, vicario dei frati minori dell’isola di Candia, 5 luglio 1453 (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, pp. 33-37)
Questo solo si può dire, eminente padre: una sciagura del genere, di cui non si udì mai l'uguale dall'inizio del secolo, fu tanto spaventosa e orrenda, quanto l'evento in sé degno della nostra pietà. In realtà, perfino i soldati turchi, benché fossero scatenati nel loro furore contro i cristiani, erano spinti ad una certa pietà unicamente per impulso della loro natura umana. Il loro sultano invece, lui solo, Mehmed, che non può esser detto certo un uomo, ma una fiera pericolosissima, privo di ogni senso di umanità, sembrava riempirsi in modo incredibile, senza riuscire a saziarsi, del sangue dei cristiani. [...] In realtà, padre molto venerando, che ci serve fermarci ai lamenti e alle nostre sofferenze? È necessario ricorrere ai rimedi, non al pianto. Tra le disgrazie infatti pende sul nostro capo una spada, e questo despota, il più crudele fra quanti mai furono contro i cristiani, segue un piano terribile, malvagio, pieno insomma di spirito diabolico; ha pure a propria disposizione forze potenti di terra e di mare, è un signore troppo inorgoglito della sua ultima vittoria, per sua natura pieno di superbia, interamente nemico della croce di Cristo e infame bestemmiatore del nome di Cristo, disposto infine a spargere anche il proprio sangue pur di infierire mortalmente contro i cristiani. Ciò malgrado, nessun piano suo, per quanto malvagio, nessun potenziale suo di guerra, per quanto grande, gli sarebbe valso e gli avrebbe giovato, se a tempo debito e in modo opportuno i cristiani, d'amore e d'accordo, si fossero opposti a questo eccidio e avessero garantito tale terra ad un prezzo conveniente, non elevato. Ma fu forse la pietà divina a permettere ciò. Ed ora la potenza e il valore dei cristiani, che sono pieni di spavento, sorgano in armi in modo più coraggioso e virile, come è necessario, con l'aiuto del signor nostro Gesù Cristo: si tratta della sua difesa. [...] Vi scongiuriamo e supplici preghiamo in ginocchio vostra Clemenza in favore della giusta fede, nel nome di Gesù Cristo Dio, della verissima fede cristiana, che voi possedete, per tutto il vostro modo di vivere e per la vostra umanità, quale altra non fu mai vista nei rapporti da uomo a uomo, nella persuasione che, per quanto vostra Signoria lo riterrà opportuno, voglia rivolgere le proprie insistenti preghiere ai piedi del santissimo signore nostro il papa e alle orecchie pie dei reverendissimi signori cardinali, a quelle dell'imperatore, di tutti i re e principi e di tutte le potenze cristiane, fino a che la cristianità non sorga in armi al più presto e con le forze necessarie, fino a quando i nemici della croce di Cristo non saranno dispersi.

da una Lettera di Enea Silvio Piccolomini a papa Nicolò V (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, pp. 45-59)
Enea, vescovo di Siena, si raccomanda a Nicolò V, papa universale, signore nostro santissimo .
... Ma che dire della notizia terribile or ora giunta su Costantinopoli? La mia mano, mentre scrivo, trema, l’animo mio inorridisce; lo sdegno non mi permette di tacere, il dolore non mi concede di parlare. Povera cristianità! Io mi vergogno di vivere: almeno fossi io morto per mia fortuna prima che ciò accadesse! L'Italia, la Germania, la Gallia e la Spagna sono in buona parte sane e salve, e purtroppo - che vergogna! ­- abbiamo permesso che l'illustre città di Costantinopoli cadesse preda dei turchi effeminati. [...]
La città che dopo Costantino aveva resistito per più di mille e cento anni e che non era mai caduta in potere degli infedeli, è andata incontro ora, in quest'anno infausto, alla distruzione da parte dei turchi, gente quanto mai spregevole. Anche Roma nell'anno 1164 dalla sua fondazione si racconta che abbia subito distruzioni da parte di Alarico, re dei goti; ma questi ordinò che le chiese dei santi non fossero violate. Chi potrebbe dubitare che i turchi invece abbiano infierito contro le chiese di Dio? Soffro al pensiero che il tempio di Santa Sofia, famosissimo in tutto il mondo, sia stato distrutto o profanato, che le numerosissime basiliche dedicate ai santi, vere opere d'arte, siano state rovinate o contaminate dalla sozzura di Maometto. Che dire poi dei libri, che si trovavano in essa in grandissimo numero, non ancor noti a noi latini? Ahi, quanti nomi di grandi scrittori ora scompariranno? Questa è una seconda morte per Omero, un secondo trapasso per Platone: dove potremo ora ricercare le opere geniali dei filosofi e dei poeti greci? La fonte della poesia è scomparsa... Tutto ciò turba e affligge profondamente il mio cuore, santissimo Padre, poiché vedo esser distrutte ad un tempo la fede e la cultura, e perché questo è avvenuto per la nostra incapacità di agire, di noi che guardiamo soltanto alle cose immediate; ché se avessimo animi più pronti a servire la comunità cristiana, non ci sarebbe stata inferta certo una disfatta tanto vergognosa. [...]
Quella fama che aveva avuto Atene come sede del sapere al tempo di Roma, l'aveva avuta Costantinopoli al nostro tempo. Di lì ci venne ridato Platone, di lì Aristotele, Demostene, Senofonte, Tucidide, Basilio, Dionigi, Origene, e molte opere di altri sono state svelate ai latini ai giorni nostri, molte altre speravamo che ci sarebbero state svelate in futuro
. Ma ora, con la vittoria dei turchi, che hanno conquistato tutto ciò che possedeva la potenza bizantina, credo che sia la fine per le lettere greche ... Ora, sotto il dominio dei turchi accadrà ben diversamente che non sotto il dominio dei romani [...]
Che cosa è che ora abbiamo perduto? Certo, la città imperiale, la capitale dell'impero d'Oriente, la più alta sede del popolo greco, il secondo seggio patriarcale. Ahi! Come mai, o religione cristiana, che un tempo ti estendevi per largo tratto, ti sei cosi ristretta e venuta meno?
Dei quattro più grandi patriarchi non ti rimane che quello soltanto di Roma? Come puoi ancora sopravvivere dal momento che ti son state sottratte tre delle quattro colonne su cui stava tutto l'edificio della Chiesa? Hai perduto uno dei tuoi due occhi. Se la misericordia divina non rivolge il suo sguardo su di te, c'è poco da sperare che tu possa salvarti.
I turchi in effetti occupano parte dell'Albania: che succederà se ora sfrutteranno la loro vittoria, come potrà resistere Durazzo di fronte alla potenza dei turchi, contro la quale non poté resistere nemmeno Costantinopoli? E poi, chi difenderà Brindisi, che si trova vicina, dalla parte italiana? Chiuderanno l'Adriatico?
Sarebbe una catastrofe per i veneziani, ma ancor più per tutta la cristianità, che, sconfitti i veneziani, non avrà più il dominio del mare. Né i catalani né i genovesi, benché siano molto potenti, sono in grado di misurarsi con i turchi senza i veneziani [...] La spada dei turchi pende ormai sulle nostre teste, e noi ci facciamo la guerra l'un l'altro, perseguitiamo i nostri fratelli e permettiamo che i nemici della croce infieriscano contro di noi.

da una Lettera di Enea Silvio Piccolomini a Leonardo Benvoglienti, ambasciatore presso l’illustre Repubblica di Venezia (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 63)
Ciò malgrado accolgo la tua opinione, mi rendo conto che si prepara un brutto futuro per la sorte dei cristiani, se il furore del nemico non sarà contenuto attraverso il consenso unanime dei cristiani. Quando vedo l'ignavia dei nostri principi e le inimicizie particolari tra popolo e popolo, mi sembra di vedere lo sterminio di tutti noi. Siamo tutti degli agenti del Turco, tutti prepariamo la strada a Mehmed; mentre vogliamo tutti, ad uno ad uno, imperare, tutti stiamo perdendo l'impero. Ci preoccupiamo del nostro utile personale, nessuna preoccupazione abbiamo per la comunità, siamo schiavi dei nostri sentimenti, delle nostre passioni. Da una parte il re Alfonso ed i veneziani, dall'altra fiorentini e milanesi continuano a farsi violenze. Gli uni e gli altri chiedono vendetta; pochi piangono sulle violenze fatte a Cristo, nessuno le vendica.

2/ Una storia che parte da molto lontano

-gli arabi

da D. Cook, Storia del jihad, Einaudi, Torino, 2007, p. 4-5
Più che una città, Medina era un agglomerato di piccoli villaggi e forti disseminati nell’oasi, politicamente divisi tra due tribù arabe politeiste (‘Aws e Khazraj) e tre tribù ebraiche più piccole: Banu Qaynuqa‘; Banu al-Nadir; Banu Qurayza. Muhammad e i mussulmani impiantarono la loro comunità all’interno di Medina e, nel giro di cinque anni, convertirono la popolazione tribale araba residente nel territorio.
Il jihad nacque in tale contesto, e le campagne per fare proseliti e assumere il dominio del territorio furono l’elemento centrale dell’attività della comunità negli ultimi nove anni di vita del Profeta. Muhammad avrebbe partecipato ad almeno ventisette campagne promuovendone altre cinquantanove: una media di non meno di nove campagne l’anno. Campagne che si possono suddividere in quattro gruppi:
1/ Le cinque battaglie dette «tematiche» di Badr (624), Uhud (625), del Fossato (627), Mecca (630), Hunayn (630) combattute per assicurarsi il dominio sulle tre principali aree d’insediamento del Higiaz: Mecca, Medina, al-Ta’if;
2/ Incursioni contro i beduini, per costringere le popolazioni tribali del luogo a sostenere, o perlomeno non attaccare i musulmani;
3/ Attacchi contro le tribù ebraiche per impadronirsi delle oasi in cui risiedevano;
4/ Due incursioni contro i bizantini a al-Mu‘ta (629) e a Tabuk (631) e la campagna guidata da Usama ibn Zayd (632) contro la Siria che, lungi dall’essere vittoriosa, indicò, tuttavia, la direzione delle conquiste musulmane negli anni successivi la morte del profeta (632).
Il quadro militare mostra in maniera inequivocabile l’importanza del jihad per la nascente comunità musulmana. Non a caso, molti tra i primi biografi del profeta Muhammad hanno denominato al-maghazi («le incursioni») i capitoli delle loro opere dedicati alla narrazione degli ultimi dieci anni della sua vita.

Il Profeta Maometto passa per aver promesso ai Credenti la conquista di Costantinopoli. Gli storici ottomani citano, in effetti, l’hadith seguente: «Voi conquisterete Kustantiniyya. Salute al principe e al popolo che riporteranno questo successo!» (Ali, Kunh al-akhbar, V, 252; Solakzade, 194; Ewliya, I, 32 ss., 73; Ali Sati, Hadikat al-djewami, I, 2 ss.). La fonte citata da questi storici è al-Djami al-saghir, di al-Suyuti. Non esistono citazioni anteriori. Come che sia, gli Omayyadi si dettero a questa impresa con tutta l’audacia e l’ardore che animarono i primi rappresentanti dell’Islam...
Così afferma la voce Kustantiniyya, Costantinople, Encyclopédie de l’Islam, nouvelle édition, V, p. 536.

-634 califfo ‘Omar attacca l’impero bizantino
636: Siria
638: Gerusalemme
642 Alessandria d’Egitto
643 Tripoli
654 Rodi-Coo (è già segnata la via per Costantinopoli)
674-678 assedio di Costantinopoli (I vero arresto dell’avanzata araba)
711 passaggio a Gibilterra
nel IX secolo basi al Garigliano ed al Mons Maurum (Saint-Tropez)
846 e 849 i due attacchi arabi a Roma
dopo il 1000 indebolimento del mondo arabo e nuovo emergere dell’occidente

-i turchi (sottomissione progressiva del mondo arabo ai turchi fino alla I guerra mondiale)

1071, battaglia di Manzikert: i Turchi appaiono sulla scena dell’Anatolia
1393 Tarnovo e la Bulgari
1387 e 1430 Tessalonica
1443-1468 Scanderbeg in Albania contro i turchi
1453 Costantinopoli

-Costantinopoli e poi Istanbul, cerniera fra Asia ed Europa

3/ La richiesta di aiuto all’occidente e la questione della “guerra giusta” e l’intervento richiesto: questione morale e questione storica

-l’imperatore Costantino, il patriarca Giuseppe, Bessarione ed altri, prendono la via dell’Italia per chiedere aiuti militari, offrendo in cambio l’unità

-cfr. fra le opere che ricordano questo viaggio: la tomba del patriarca Giuseppe in Santa Maria Novella a Firenze, forse la Flagellazione di Piero della Francesca, forse la Cappella dei Magi in Palazzo Medici a Firenze di Benozzo Gozzoli, la porta del Filarete in San Pietro a Roma

CCC 2258 «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» (Congregazione Dottrina della fede, Donum vitae, intr. 5).
CCC 2265
La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell'autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.
CCC 2304
Il rispetto e lo sviluppo della vita umana richiedono la pace. La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l'equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l'assidua pratica della fratellanza. È la «tranquillità dell'ordine». È «frutto della giustizia» (Is 32,17) ed effetto della carità.
CCC 2306
Coloro che, per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, rinunciano all'azione violenta e cruenta e ricorrono a mezzi di difesa che sono alla portata dei più deboli, rendono testimonianza alla carità evangelica, purché ciò si faccia senza pregiudizio per i diritti e i doveri degli altri uomini e delle società. Essi legittimamente attestano la gravità dei rischi fisici e morali del ricorso alla violenza, che causa rovine e morti.
CCC 2307
Il quinto comandamento proibisce la distruzione volontaria della vita umana. A causa dei mali e delle ingiustizie che ogni guerra provoca, la Chiesa con insistenza esorta tutti a pregare e ad operare perché la bontà divina ci liberi dall'antica schiavitù della guerra.
CCC 2308
Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre.
«Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa».
CCC 2309
Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:
— che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;
— che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;
— che ci siano fondate condizioni di successo;
— che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della « guerra giusta ».
La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.
CCC 2312
La Chiesa e la ragione umana dichiarano la permanente validità della legge morale durante i conflitti armati. «Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto».
CCC 2313
Si devono rispettare e trattare con umanità i non-combattenti, i soldati feriti e i prigionieri.
Le azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente dalle disposizioni che le impongono, sono crimini. Non basta un'obbedienza cieca a scusare coloro che vi si sottomettono. Così lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica deve essere condannato come peccato mortale. Si è moralmente in obbligo di far resistenza agli ordini che comandano un «genocidio».
CCC 2314
«Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato». Un rischio della guerra moderna è di offrire l'occasione di commettere tali crimini a chi detiene armi scientifiche, in particolare atomiche, biologiche o chimiche.

da J. Ratzinger, Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Querinaiana, Brescia, 1967, pp. 134-138
Dal tempo di Agostino – sempre in dipendenza di idee dell’antichità – la teologia morale cattolica aveva sviluppato la dottrina della guerra giusta, per poter così sottoporre la guerra a norme etiche. Ma il canone classico dei presupposti che costituiscono la guerra giusta, per la situazione completamente mutata e per gli aspetti  mostruosi della guerra moderna, è divenuto profondamente discutibile. D’altra parte sarebbe una semplificazione non meno pericolosa e insensata condannare tutti quegli uomini di stato e tutti i loro cittadini, i quali anche oggi dinanzi alla loro coscienza riconoscono come una necessità la difesa dei beni supremi. Ma in tal modo è sorto per l’etica e per la posizione etica del cristiano un profondo dilemma, che però non fa che mettere in più chiara luce quel dilemma di principio, che neanche la dottrina della guerra giusta aveva eliminato, ma al massimo nascosto.
Infatti, guardando al volto effettivo della guerra ed a tutto ciò che essa provoca e scatena, si dovrà dire senz’altro che ‘propriamente’ ogni guerra è da condannare. Infatti, ‘propriamente’ ogni guerra è da condannare
. Infatti, ‘propriamente’ ogni guerra è qualcosa di così spaventevole che riesce difficile metterla in connessione con il concetto di ‘giusto’. Ma nello stesso tempo l’alternativa del completo disarmo è irreale e darebbe non meno via libera alla ingiustizia generale. Il problema si acuisce se lo si considera concretamente in connessione con la questione delle armi atomiche [...].  
In base a questo punto di partenza si dice [nei testi conciliari]: la meta deve essere la pace totale, la trasformazione delle armi in aratri, la proscrizione di ogni guerra (n.78). Ma non siamo ancora al punto da poter già realizzare questo ideale. E perciò ora l’etica è di fare tutto quello che può renderlo possibile, quindi: rispetto del diritto internazionale; ulteriori accordi per l’umanizzazione della guerra; rinunzia alla forza delle armi dovunque è possibile; rispetto  di chi rifiuta il servizio militare per motivi di coscienza (cui però si deve imporre un servizio sostitutivo); lavorare per il disarmo e per la formazione di un’autorità internazionale; attenzione dinanzi ai confini di ciò che è chiaramente delittuoso; appello agli uomini di stato a ponderare la loro enorme responsabilità, che viene in particolare dalle armi moderne.
In questa questione così difficile si fa quindi sentire, invece di norme astratte, un appello alla coscienza ed alla responsabilità degli esperti e di coloro cui i popoli hanno affidato la responsabilità (n. 80). Forse si dirà che questo risultato è misero. Ma anche la nostra situazione non è forse piena di ambiguità, di debolezze e di impossibilità? Io credo che il testo, nonostante la sua indeterminatezza, sia buono perché cerca di fare solo ciò che è possibile e quindi in fondo pretende di più che se esigesse ciò che è sicuramente impossibile.   

4/ La divisione fra Oriente ed Occidente

da J. Gill, Il concilio di Firenze, Sansoni, 1967, pp. 23-24
Gli ordini religiosi, in particolare i domenicani e i frati minori, avevano dei monasteri nei dintorni di Costantinopoli, ed erano continuamente in contatto con il mondo ecclesiastico greco
, che era non poco impressionato dal loro zelo di missionari. Le principesse latine, sposate a principi greci, avevano in genere degli ecclesiastici propri ed un piccolo entourage di fede occidentale; le colonie di veneziani, di genovesi e di pisani si stabilirono con le loro chiese a Costantinopoli e al di là del Corno d'Oro; la brigata dei catalani, gli umanisti italiani come Guarino, Aurispa e Filelfo, che si recarono a Costantinopoli per studiare il greco e mantennero relazioni con i loro amici del mondo bizantino, tutti ebbero la loro influenza nel rendere più conosciuta la Chiesa occidentale, anche se i privilegi accordati allo straniero non sempre li rendevano più amati. In conseguenza di ciò molti greci si sentirono portati verso la Chiesa cattolica e non pochi la seguirono. Procoro Cidones morì nella fede ortodossa ma suo fratello Demetrio entrò nella Chiesa latina, come fecero Manuele Crisolora, Manuele Calecas, i tre fratelli Massimo Teodoro e Andrea Crisoberghes: gli ultimi quattro diventarono domenicani. Marco Eugenico con suo fratello Giovanni e Giuseppe Briennio, tuttavia, diventarono più decisi nella loro opposizione; ma d'altro canto c'erano uomini come Bessarione e Isidoro, la cui tradizionale ostilità verso l'Occidente era quasi affievolita e sinceramente desideravano l'unificazione tra le due Chiese, per se stessa e per quanto poteva giovare ad alleviare il disagio della loro patria.

dall’Epistola II di Martino V a Manuele II, del 1418. Cfr. La Chiesa al tempo del grande scisma, p. 696.
È con grande pena che apprendiamo la desolazione di codesto eccellente impero, di codesta famosissima porzione della Chiesa, nella quale un tempo fiorì la saggezza, sbocciò il coraggio e l'onore militare, ma soprattutto e a profitto di tutti, ha brillato e si è irradiata la religione cristiana
. Noi vogliamo, per quanto sarà possibile e conforme a Dio e alla nostra dignità, prendere a cuore queste vecchie divisioni dei Greci, separati dall'obbedienza della santa Chiesa romana, per coglierne i fermenti e lavorare a estirpare tutto lo scisma in modo salutare, perché non vi siano ormai, né vi dovranno più essere in avvenire, differenze tra Latini e Greci, riuniti nell'unico gregge del Signore.

Indicazioni di Martino V (1417-1431)
- L'imperatore dei greci sceglierà una città sulla costa, dalla Calabria ad Ancona, ove si radunerà con il patriarca di Costantinopoli, gli altri tre patriarchi, i grandi dignitari e le persone eminenti. Lì si raduneranno pure da tutti i regni e domini coloro che fanno capo alla Chiesa di Grecia per fare un sinodo con la Chiesa latina.
- Si manderà qualcuno a Costantinopoli per provvedere alle spese del raduno in tale città. Si invieranno anche due galee leggere e trecento balestrieri per far la guardia alla città, Cretesi, Tarantini, Catalani o di simile origine, che saranno agli ordini dell'imperatore e gli presteranno giuramento.
- Tutte le spese per settecento persone, per il loro viaggio in Italia fino al ritorno a Costantinopoli saranno a carico della Chiesa latina.

5/ Il Concilio di Ferrara-Firenze-Roma

dall’Orazione del Bessarione nella prima seduta del Concilio
Bessarione parla dei padri conciliari «accesi dal desiderio di trovare la sola verità, dalla quale bramano essere conquistati, senza la quale rifiutano anche la stessa vittoria».

da San Basilio, Contra Eunomium, lib. III (il testo che diviene determinate per Bessarione)
Perché è necessario, se lo Spirito Santo è il terzo in ordine e dignità, che sia terzo anche per natura? Poiché lo è per dignità secondo l'essere dal Figlio, la ragione di fede ci tramanda che egli stesso ha e riceve da lui l'essere e lo manifesta a noi e da quella causa procede in tutto.

Bessarione scrive (testo in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 56):
Furono trovati 6 libri, quattro antichissimi in membrana, due in carta bombicina, dei quali tre appartenevano all'arcivescovo di Mitilene Doroteo, il quarto ai Latini. Dei due cartacei, uno era del sovrano nostro imperatore, l'altro del sacro patriarca che aveva preso dal monastero di Xantopulos. Cinque di questi presentavano il passo come l'ho ora riferito integro, attestante che lo Spirito Santo riceveva l'essere da lui, cioè dal Figlio, e da quella causa emanava. In un solo libro, quello del Patriarca, qualcuno aveva alterato la sentenza, parte aggiungendo e parte cancellando.

da Bessarione, Oratio dogmatica sive de unione, G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 58
Io non sono di quelli che, semplicemente e senza alcuna ragione, credono che bisogna restare separati dai latini, perché questi sono molto lontani dalla verità. E non mi arrendo all'opinione di coloro che, senza alcun motivo, dicono che bisogna prestarsi all'unione
. Ciò che occorre è studiare assiduamente, cercare con zelo e discernere con esattezza l'opinione degli autori sacri, per seguirli come guide. Come arrivare a ciò? Io ve lo dico: la congiuntura attuale richiede un uomo che rischi volentieri in proprio per la verità.

da Bessarione, Ad Alessio Lascaris, G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 59
I Latini alla fine hanno presentato le Auctoritates dei Padri con le quali hanno dimostrato chiaramente ed esplicitamente la verità di questo dogma. Hanno citato non solo passi dei dottori d'Occidente, ma anche dei dottori d'Oriente... A queste testimonianze abbiamo saputo dare l'unica risposta, che sono spurie e falsificate dai Latini. Hanno presentato il nostro Epifanio che in molti passi spiega chiaramente con ragionamenti teologici che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio; abbiamo detto che il testo è falsificato. Hanno letto il passo già citato del grande Basilio contro Eunomio e abbiamo affermato che è interpolato. Hanno esibito i testi dei santi d'Occidente e tutta la nostra difesa è stata nel dire che erano alterati e nient'altro. Meditandoci sopra per molti giorni e consultandoci tra noi, nessun' altra risposta abbiamo trovato ... perciò abbiamo fatto silenzio ... Per questo motivo giustamente è seguita l'unione coi Latini.

dal Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma, Sessione VI (6 luglio 1439) [Firenze]
Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria. Col consenso per quanto segue del nostro carissimo figlio Giovanni Paleologo, nobile imperatore dei Romani, dei rappresentanti dei venerabili fratelli nostri patriarchi, e degli altri che rappresentano la chiesa orientale.
Si rallegrino i cieli ed esulti la terra
: è stato abbattuto il muro che divideva la chiesa occidentale e quella orientale ed è tornata la pace e la concordia, poiché quella pietra angolare, Cristo, che ha fatto delle due cose una sola, vincolo fortissimo di carità e di pace, ha congiunto le due pareti e le ha unite e le tiene strette col vincolo della perfetta unità. E dopo la lunga nebbia della tristezza e la scura e spiacevole caligine della lunga separazione, è apparso a tutti il raggio sereno della desiderata unione.
Gioisca anche la madre chiesa, che ormai vede i suoi figli, fino a questo momento separati, tornare all'unità e alla pace; essa, che prima piangeva amaramente per la loro separazione, ringrazi l'onnipotente Dio con ineffabile gaudio per la loro meravigliosa concordia di oggi
. Esultino tutti i fedeli in ogni parte del mondo, e i cristiani si rallegrino con la loro madre, la chiesa cattolica.
Ecco, infatti: i padri occidentali ed orientali, dopo un lunghissimo periodo di dissenso e di discordia, esponendosi ai pericoli del mare e della terra, superate fatiche di ogni genere, sono venuti, lieti e gioiosi, a questo sacro concilio ecumenico col desiderio di rinnovare la sacratissima unione e l'antica carità
. E la loro attesa non è stata vana.
Infatti dopo lunga e laboriosa ricerca finalmente, per la clemenza dello Spirito santo, hanno raggiunto la desideratissima e santissima unione. Chi potrebbe, quindi, rendere le dovute grazie per i benefici di Dio onnipotente? Chi potrebbe non meravigliarsi per l'abbondanza di una cosi grande misericordia divina? Chi avrebbe un cuore tanto indurito da non essere commosso dalla grandezza della divina pietà?
Tali opere sono schiettamente divine, non frutto dell'umana fragilità
. Esse devono essere accolte, quindi, con somma venerazione e celebrate con lodi a Dio. A te la lode, a te la gloria, a te il ringraziamento, Cristo, fonte di misericordie, che hai ricolmato di tanto bene la tua sposa, la chiesa cattolica ed hai mostrato a questa nostra generazione i prodigi della tua pietà, perché tutti lodino le tue meraviglie.
Dio, infatti, ci ha fatto davvero un dono grande e divino e abbiamo visto coi nostri occhi quello che molti, prima di noi avevano intensamente desiderato, ma non avevano potuto vedere.

5.1/ Lo Spirito Santo e il Filioque

dal Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma, Sessione VI (6 luglio 1439) [Firenze]
Radunatisi, infatti, i Latini e i Greci in questo sacrosanto concilio ecumenico, gli uni e gli altri hanno posto grande impegno perché, tra le altre cose, con somma diligenza e assidua. ricerca fosse discusso anche l'articolo della divina processione dello Spirito Santo
.
Addotte, quindi, le testimonianze scavate dalle divine scritture e da molti passi dei santi dottori orientali ed occidentali, poiché qualcuno dice che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, qualcuno, invece, che procede dal Padre attraverso il Figlio, dato che con diverse formulazioni tutti intendono la medesima realtà, i Greci affermano che dicendo che lo Spirito Santo procede dal Padre non intendono escludere il Figlio; ma poiché sembrava loro, come dicono, che i Latini asseriscono che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio come da due principi e da due spirazioni, per questo si astengono dal dire che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio.
I Latini dal canto loro affermano che dicendo che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio non intendono escludere che il Padre sia la fonte e il principio di ogni divinità, cioè del Figlio e dello Spirito santo; né vogliono negare che il Figlio abbia dal Padre [il fatto] che lo Spirito santo procede dal Figlio; né ritengono che vi siano due principi o due spirazioni; ma affermano che unico è il principio ed unica la spirazione dello Spirito santo, come finora hanno asserito
.
E poiché da tutto ciò scaturisce un unico ed identico senso della verità, finalmente con lo stesso senso e con lo stesso significato essi si sono intesi e hanno convenuto nella seguente formula d'unione, santa e gradita a Dio.
Nel nome della santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, con l'approvazione di questo sacro ed universale concilio fiorentino, definiamo che questa verità di fede debba essere creduta e accettata da tutti i cristiani; e così tutti debbono professare che lo Spirito santo è eternamente dal Padre e dal Figlio, che ha la sua essenza e l'essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio, e che dall'eternità procede dall'uno e dall'altro come da un unico principio e da un'unica spirazione; e dichiariamo che quello che affermano i santi dottori e padri - che lo Spirito santo procede dal Padre per mezzo del Figlio, - tende a far comprendere che anche il Figlio come il Padre è causa, secondo i Greci, principio, secondo i Latini, della sussistenza dello Spirito santo.
E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha dato al Figlio con la generazione, meno l'essere Padre; questa stessa processione della Spirito Santo dal Figlio l'ha dall'eternità anche il Figlio dal Padre, da cui è stato pure eternamente generato.
Definiamo, inoltre, che la spiegazione data con l'espressione Filioque, è stata lecitamente e ragionevolmente aggiunta al simbolo per rendere più chiara la verità e per necessità allora incombenti
.

5.2/ Il pane azzimo ed il pane lievitato: la diversità dei riti

dal Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma, Sessione VI (6 luglio 1439) [Firenze]
Similmente definiamo che nel pane di frumento, sia azzimo che fermentato, si consacra veramente il corpo del Cristo, e che i sacerdoti devono consacrare il corpo del Signore nell'uno o nell'altro, ciascuno, cioè, secondo la consuetudine della sua chiesa, occidentale o orientale.

5.3/ Il Purgatorio

dal Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma, Sessione VI (6 luglio 1439) [Firenze]
Inoltre definiamo che le anime di chi, veramente pentito, muore nell'amore di Dio, prima di aver soddisfatto per i peccati e le omissioni con degni frutti di penitenza, vengono purificate dopo la morte con le pene del purgatorio; che, perché siano sollevate da queste pene, sono loro utili i suffragi dei fedeli viventi, cioè il sacrificio della messa, le preghiere, le elemosine, ed altre pratiche di pietà, che i fedeli usano offrire per gli altri fedeli, secondo le consuetudini della chiesa.
Le anime di quelli che dopo aver ricevuto il battesimo non sono incorse in nessuna macchia; e anche quelle che, dopo aver contratto la macchia del peccato, sono state purificate o durante la loro vita, o, come sopra è stato detto, dopo essere state spogliate dai loro corpi, vengono subito accolte in cielo e vedono chiaramente Dio stesso, uno e trino, cosi com'è, nondimeno uno più perfettamente dell'altro, a seconda della diversità dei meriti. Invece, le anime di quelli che muoiono in peccato mortale attuale, o anche solo nel peccato originale, scendono subito nell'inferno; subiranno tuttavia la punizione con pene diverse.

5.4/ Il primato papale e l’autorità dei vescovi e del concilio (et... et... e non aut... aut...)

dal Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma, Sessione VI (6 luglio 1439) [Firenze]
Definiamo inoltre che la santa sede apostolica e il romano pontefice hanno il primato su tutta la terra; che lo stesso romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli e vero vicario di Cristo, capo di tutta la chiesa e padre e maestro di tutti i cristiani; che a lui, nel beato Pietro, è stato dato da nostro signore Gesù Cristo pieno potere di pascere, reggere e governare la chiesa universale, come del resto è detto [in greco “in quanto sia contenuto”] negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni.
Rinnoviamo, infine, l'ordine trasmesso nei canoni tra gli altri venerabili patriarchi, per cui il patriarca di Costantinopoli sia il secondo dopo il santissimo pontefice romano; che il terzo sia il patriarca alessandrino; il quarto quello di Antiochia; il quinto quello di Gerusalemme, salvi tutti i loro privilegi e diritti
.

6/ Interpretazione divergenti del concilio

Iscrizione sepolcrale del patriarca Giuseppe, morto a Fiorenze e sepolto a Santa Maria Novella (redatta da Bessarione); in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 49
Qui riposo io che sono stato arcivescovo della Chiesa d'Oriente, / Giuseppe potente per religione. / Acceso d'amore, solo questo desideravo, / che vi fosse un solo culto per l'Europa e una sola fede. / Sono partito per l'Italia, abbiamo concluso un'alleanza: / la Fede Greca e la Romana si sono riunite sotto la mia guida. / Non ho dormito nell'attesa: ora Firenze mi circonda, / e in quella città allora è fiorito il Santo Concilio. / Me fortunato, vivendo una carriera, in cui si è donato tanto / da lasciarmi morire soddisfatto anche di me stesso.

in A. Theiner, Vicende della chiesa cattolica di ambedue i riti nella Polonia e nella Russia, Lugano, 1843, p. 80.
Isidoro per la grazia di Dio, Metropolita di Kiev e di tutte le Russie, Legato pontificio a latere, a tutti i cristiani eterna salute, pace e benedizione. Rallegratevi nel Signore. La Chiesa Orientale e la Romana si sono unite per sempre ed hanno stabilito l'antica pace e concordia. Voi, buoni cristiani, della Chiesa costantinopolitana, voi Russi Servi, Valacchi, voi tutti che credete in Gesù Cristo, apprendete e solennizzate con gioia e gratitudine questa santa unione. Siate d'ora innanzi veri fratelli cristiani della Chiesa romana. Non v'è che un Dio solo, e una sola Chiesa. L'amore e la pace sia sempre con voi. Ma anche voi, popoli della Chiesa latina non declinate dai vostri fratelli greci, che Roma ha riconosciuti per veri cristiani, pregate nelle chiese loro, come essi pregheranno nelle vostre, confessate i vostri peccati a chi più vi ispira, ricevete la santa Eucaristia da un greco o da un latino in azimo o fermentato, perché la Chiesa cattolica, madre di tutte, ha così ordinato nel solenne concilio celebrato nella cattedrale di Firenze il 6 giugno 1439 dopo molte riflessioni e maturo esame delle divine scritture.

da una lettera di Manuele II Paleologo al figlio Giovanni VIII alcuni anni prima di Ferrara-Firenze in un Chronicon del XV secolo
Figlio mio, sinceramente e veramente sappiamo degli infedeli (cioè i turchi e i musulmani) che sono assai paurosi che noi possiamo unirci e accordarci ai cristiani d’Occidente; sono infatti del parere che se questa unità tra Oriente e Occidente dovesse accadere, un grave danno ne deriverebbe a loro per la nostra opera. Per ciò che concerne il Concilio in vista dell’unione, occupatene quindi, fa ricerche, e ciò soprattutto quando hai bisogno di mettere paura nei musulmani. Quanto a realizzare il Concilio, non intraprendere mai una tale cosa, perché, per quanto vedo io, i nostri non sono pronti a trovare il metodo e il modo di unione e di accordo e di pace e di concordia, se non preoccupandosi che quelli, intendo gli occidentali latini, facciano ritorno indietro, alla situazione in comune in cui eravamo fin dalle origini. Ma ciò in realtà è impossibile. Io temo quasi che se ci fosse un concilio di unione, lo scisma andrebbe ad aggravarsi e noi resteremmo col fianco scoperto nei confronti degli infedeli saraceni.

da Giorgio Scolario, G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 64
I Latini hanno vinto per numero denaro dialettica e in tutto questo noi siamo stati inferiori, subito, dall'inizio. Nulla da noi è stato fatto di umano, nulla di cristiano, ma ogni nostra azione è stata un manifesto tradimento della verità
, un insulto a Dio, superbia, gioco di bambini in problemi di somma importanza, liti, guerre, invidie, ignobili calunnie reciproche, infamia, ridicolaggine e confusione. Per conseguenza alcuni di noi hanno spudoratamente tradito, altri con un brindisi di amicizia hanno ceduto con tutta facilità la dottrina della nostra Chiesa ... Quelli di grado più elevato hanno completamente tradito, tutti gli altri per ignoranza li hanno seguiti.

da un Discorso contro i latini, di Anonimo russo (1461-62) (in La caduta di Costantinopoli. L’eco nel mondo, a cura di A. Pertusi, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 2007, p. 253)
Tu invero o Isidoro [di Kiev], ingannatore e apostata, fino a quando odierai e perseguiterai la santa Chiesa che nella terra russa risplende di pietà, fino a quando sarai di ostacolo alla grazia dello Spirito Santo, introducendo nella santa Chiesa dell'ortodossia russa il pane azimo, che è offerta latina?
Cose a Dio invise e aborrite hai compiuto, l'oro hai amato, la tua fede hai distrutto, l'imperatore hai ingannato e il patriarca hai sobillato e l'imperiale loro città hai riempito di rovina, e dopo aver rovinato alcune anime del popolo ortodosso ti sei allontanato da Dio. Ora dunque vedi, o maledetto Isidoro, come a causa del tuo inganno e della prevaricazione della legge divina, ciò che aveva portato al popolo greco la pietà della vera fede, cade in rovina anche la città imperiale a causa dell'unione con l'eresia latina, e grazie alla punizione nei tuoi confronti, che Dio ha permesso mediante l'invasione di pagani, una quantità enorme di Agareni [= turchi] senza Dio si è scontrata ed ha ucciso il popolo ortodosso.

da S. Runciman, Gli ultimi giorni di Costantinopoli, Piemme, Casale Monferrato, 1997, pp.168-170
Quel lunedì, coscienti ormai dell'imminente disastro, soldati e cittadini dimenticarono le liti e, mentre gli uomini sulle mura lavoravano a riparare le difese in rovina, si formò una grande processione: in contrasto col silenzio del campo turco, nella città le campane delle chiese suonavano a rintocchi, echeggiavano i gong di legno e mentre le icone e le reliquie, trasportate a spalla dai fedeli lungo le strade e le mura, sostavano per benedire con la loro santa presenza i luoghi dove i danni erano maggiori e il pericolo più incombente, la moltitudine che le seguiva, greci e italiani, ortodossi e cattolici, cantava inni e ripeteva il Kyrie Eleison. Anche l'imperatore si unì alla processione e, al termine di essa, convocò i notabili e i comandanti greci e italiani e parlò loro. Del suo discorso abbiamo due resoconti, uno del segretario Frantzes e l'altro dell'arcivescovo di Mitilene, ambedue presenti; ciascuno di loro ha riportato il discorso dell'imperatore a modo suo, aggiungendovi allusioni pedantesche o pii aforismi per dargli quella forma retorica che probabilmente non aveva. Ma i loro resoconti coincidono abbastanza da permetterci di conoscerne la sostanza. Costantino disse ai suoi ascoltatori che stava per cominciare l'assalto decisivo; ai sudditi greci disse che un uomo doveva essere sempre pronto a morire per la sua fede, o per il suo paese, o per la propria famiglia o per il suo sovrano e che ora il suo popolo doveva esser pronto a morire per tutte queste quattro cause. Parlò delle glorie e delle grandi tradizioni della città imperiale, e della perfidia del sultano infedele che aveva provocato la guerra per distruggere la Vera Fede e porre il suo falso profeta sul seggio di Cristo; li invitò a ricordare che discendevano dagli eroi dell'antica Grecia e di Roma e ad essere degni dei loro avi. Da parte sua, aggiunse, era pronto a morire per la sua fede, la sua città, il suo popolo. Si rivolse poi agli italiani, ringraziandoli per i grandi servigi da loro resi e assicurandoli di riporre tutta la sua fiducia in loro per la prossima battaglia; implorò poi tutti, greci e italiani, di non temere il numero rilevante dei nemici e i trucchi barbari dei fuochi e dei rumori destinati ad allarmarli; d’innalzare il loro spirito ed essere valorosi e risoluti: con l'aiuto di Dio sarebbero riusciti vittoriosi. Tutti i presenti si alzarono per assicurare all'imperatore di essere pronti a sacrificare la vita e la famiglia per lui, ed egli fece lentamente il giro della sala, chiedendo a ciascuno di loro di perdonarlo se per caso l'avesse offeso. Essi seguirono il suo esempio abbracciandosi l'un l'altro come fanno coloro che aspettano la morte. Il giorno era quasi alla fine, quando la folla si diresse verso la grande chiesa dello Spirito Santo, di cui da cinque mesi nessun greco osservante aveva varcato i portali per ascoltare la sacra liturgia contaminata dai latini e dai rinnegati. Quella sera ogni rancore era dimenticato, nessun abitante, tranne i soldati sulle mura, mancò a questa disperata funzione propiziatoria; preti che consideravano peccato mortale l'unione con Roma salirono all'altare per officiare insieme ai fratelli unionisti. C'era il cardinale e al suo fianco vescovi che non ne avevano mai riconosciuto l'autorità, e tutti vennero a confessarsi e comunicarsi, senza preoccuparsi se il sacerdote fosse ortodosso o cattolico. C'erano italiani e catalani insieme ai greci; i mosaici dorati, ornati dalle immagini di Cristo e dei suoi santi, degli imperatori e delle imperatrici di Bisanzio, scintillavano alla luce di mille lampade e candele, e sotto di essi, per l'ultima volta, i preti nei loro splendidi paramenti si muovevano nel ritmo solenne della liturgia. In quel momento ci fu l’unione nella Chiesa di Costantinopoli.

7/ Dopo la caduta di Costantinopoli, fino al II assedio di Vienna

dal Testamento di Nicolò V, in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 135
Ora chi basterebbe a riaprire la piaga dei nostri mali, tutti tanto grandi da non aver lamento che basti? Ma temo ne vengano di peggiori: non per i Greci - noi ormai siamo come morti - bensì per gli altri Cristiani, in specie, credo, per gli Italiani, i quali mettono tutto il loro impegno ad aprire e anzi ad appianare la via al nemico; e ciò non solo in quanto sottovalutano i preparativi che si hanno da fare contro il Turco - questo sarebbe il meno - ma soprattutto in quanto, insidiandosi e facendosi continuamente guerra a vicenda, lo vanno favorendo immensamente. A me che pure avevo vaticinato loro quello che sarebbe successo, ora come allora non credono; [...] proprio a loro mancano non poche opere della nostra cultura sacra e profana: quando era ancora in piedi quel comune focolare di tutti i Greci, la nostra povera Città, non ci pensavo, ben sapendo che era tutto al sicuro, riposto nelle sue biblioteche, ma ora che, ahimè, essa è caduta, bisogna che io le possegga tutte, non per me, che di libri per la mia personale formazione ne ho abbastanza, ma perché, se mai i Greci sopravvivessero e riacquistassero importanza politica (ché molte e molte possono succedere nella vicenda dei secoli), essi abbiano un luogo sicuro ove trovare quel che è rimasto della loro letteratura e, trovatala, ne approfittino e la vadano anzi aumentando; non succeda insomma che, come nel passato si sono perdute quelle numerose, grandi opere di quei divini uomini, ora vadano perdute queste poche che si sono salvate e i Greci rimangano senza la loro cultura, in nulla diversi ormai, da barbari e schiavi.

da Pio II, Commentarii, rerum memorabilium que temporibus suis congigerunt (a cura di Adriano van Heck), Città del Vaticano, BAV, 1984, vol. I, pp. 105 s.
Allora [al momento dell’elezione di Enea Silvio Piccolomini] Bessarione, cardinale di Nicea, a suo nome e di quelli che avevano sostenuto il cardinale di Rouen, esclama: «Esalto, sommo Pontefice, la tua assunzione, certamente voluta da Dio. Assai degno di tale ufficio ti ho giudicato nel passato, tale ti giudico adesso. Se non ti abbiamo eletto, ce l'ha impedito la tua salute. Un solo difetto ti abbiamo riscontrato, la gotta di cui soffri. Certo, la Chiesa ha bisogno di un uomo attivo, capace di affrontare i viaggi e impedire i prossimi pericoli, che temiamo dai Turchi. Tu invece hai bisogno di riposo. Ciò ci ha spinto verso il cardinale di Rouen; se tu fossi stato in buona salute, nessuno avremmo preferito a te. Ora, Dio ti ha voluto, e anche noi dobbiamo volerti; e chi ti ha eletto, supplirà al difetto dei piedi; né tu ci condannerai per l'ignoranza. Ti onoriamo come pontefice e rifacciamo nuovamente, come ci è possibile, la nostra elezione, e ti serviremo docilmente». A queste parole rispose Enea: «O Niceno, hai valutato la mia persona assai più di quanto faccia io stesso, poiché solo il difetto della gotta hai riscontrato. So che la mia imperfezione è più estesa, come pure so che sono numerose le deficienze, per le quali giustamente ci sarebbe stato impedito il sommo pontificato».

da Pio II, Commentarii, pp. 113 s., parlando della battaglia di Belgrado del 1456
Esaltato dalla vittoria, Maometto II cominciò ad ambire il dominio d'Europa e messo insieme un grosso esercito decise di passare l'Ungheria tramite la Mesia Superiore. Ma durante il pontificato di Callisto III, nella confluenza di Sava e Danubio, [...] fu gravemente sconfitto dai crociati, condotti da Giovanni da Capestrano OFM in gran fama di santità, e da Giovanni Hunyadi, re d'Ungheria. Cacciato dal campo e messo in vergognosa fuga, non smise per questo l'arroganza e l'odio contro i cristiani. Preparò invece giorno per giorno nuovi eserciti e provò a molestare ora gli abitanti di Albania, ora quelli di Serbia, ora altri popoli vicini di fede cristiana, ostinato a oltraggiare e cancellare dalla terra il santo Vangelo e la legge divina di Cristo.

dall’Epistola di Pio II a Maometto II
Ci accingiamo a scriverti alcune cose per la tua salvezza e gloria ed anche per la comune pace e consolazione di molti popoli; e ti preghiamo anzitutto di porgere ascolto a quel che diciamo con animo ben disposto e di non condannarlo prima di averlo giudicato, né giudicarlo prima di averlo attentamente inteso punto per punto. Prendi il nostro scritto dal verso giusto e rimani a sentirlo pazientemente fino alla fine. Se i consigli che ti diamo sono buoni, falli tuoi; se non lo sono, rifiutali e butta la lettera nel fuoco. E non respingerla solo perché è di un cristiano, anzi del capo della cristianità. Infatti non è vero che ti detestiamo, che ti vogliamo morto, anche se sei nemico della nostra religione e con i tuoi eserciti non dai tregua al popolo cristiano. Odiamo le tue azioni, non la tua persona; amiamo i nostri nemici, secondo il comando divino, e preghiamo per i nostri persecutori. «Siamo in debito verso saggi e non saggi», desideriamo ardentemente la salvezza di tutti, Greci, Latini, Ebrei, Saraceni, ed a tutti auguriamo il bene. Sappiamo, però, che i veri beni non li può ottenere nessuno che si tenga fuori dal Vangelo e rimanga estraneo a Cristo Nostro Signore. Non coprirti le orecchie, non volgere lo sguardo altrove solo perché abbiamo fatto il nome di Cristo! La religione maomettana, in cui sei nato, lo dice infatti santo, grande profeta, figlio di una Vergine ed autore di miracoli. Se avrai creduto in lui e vorrai essere iniziato ai suoi riti, molti e grandissimi beni conseguirai per suo mezzo. All'inizio proverai sdegno e disgusto leggendo queste mie parole: ma occorre sentire l'intero dogma e soltanto dopo esprimere il proprio giudizio.
Sta’ a sentire dove vogliamo arrivare. Tu e i tuoi antenati avete avuto molte guerre contro i Cristiani. Si è sparso molto sangue. Si sono distrutte molte città, bruciate molte chiese, portate via molte vergini, stuprate molte spose, devastati molti campi. Sono stati commessi tutti i delitti immaginabili, mentre i Turchi e i Cristiani si contendevano l'impero con la spada. Tu desideri ardentemente mettere i Cristiani sotto il giogo e dominare i Latini come imperatore (lo dicono la tua fama e le tue stesse azioni)
. E forse non manca chi ti fa credere che sia facile e dice che i tuoi eserciti sono irresistibili: alcuni magnificano la tua potenza e sviliscono i Cristiani; altri puntano sulle divisioni e i risentimenti fra i popoli cristiani, pensando che un invasore esterno possa vincere senza difficoltà nazioni indebolite da lotte intestine. Noi pensiamo che tu non sia così male informato da ignorare la potenza del mondo cristiano, la forza della Spagna, la bellicosità della Francia, la superiorità numerica della Germania, l’energia dell’Inghilterra, l’audacia della Polonia, il valore dell'Ungheria, la ricchezza e l’animosità dell'Italia e la sua esperienza in campo militare. La sola Ungheria ha dato a lungo filo da torcere a te e ai tuoi antenati. Da ottant'anni i Turchi muovono guerra agli Ungheresi ed ancora sono bloccati fra Sava e Danubio. Un solo popolo ti mette in difficoltà, forte come sei. Che faresti se dovessi combattere contro gli Italiani, i Francesi o i Tedeschi, nazioni abbondanti di risorse e di energia militare? [...]
Se [tu, Maometto], vuoi propagare il tuo impero fra i cristiani e avvolgere di gloria il tuo nome, non hai bisogno né di oro né di anni né di eserciti né di navi. Una piccola cosa può renderti il più grande, potente e famoso fra quanti oggi vivono. Mi domandi che sia? È facile indovinare, né lontano da te, se la vuoi. Dove ci sono uomini, essa c'è pure: si tratta di un po' di acqua che ti battezzi e ti dia modo di intervenire ai riti cristiani e di credere nel Vangelo. Fatto ciò, non ci sarà più sulla terra principe che ti superi in gloria e ti eguagli in potenza. Ti nomineremo imperatore dei Greci e d'Oriente, e ciò che ora occupi con la violenza e ingiustamente, sarà tuo per diritto. Tutti i cristiani ti venereranno e ti faranno giudice delle loro liti. Gli oppressi verranno a te come a comune patrono, da ogni parte del mondo si farà appello a te, molti si sottometteranno a te spontaneamente, si inchineranno al tuo tribunale, ti pagheranno tributi. Sarà nelle tue facoltà estinguere le nascenti tirannidi, giovare ai buoni, combattere i cattivi: tu sarai nella retta via e la Chiesa non ti toccherà. La Carità della Prima Sede si volgerà a te come agli altri re e tanto più conterai quanto più sarai alto. A questo modo, senza sangue, senza anni, potrai acquistare molti regni [ ... ] Oh, quanta sarebbe l'abbondanza della pace, la esultanza della plebe cristiana, il giubilo in ogni tempo! Tornerebbero i tempi di Augusto, si rinnoverebbero quelli che i poeti chiamano secoli d'oro, del leopardo con l'agnello, del vitello col leone; si muterebbero le spade in falci, tutto il ferro in vomeri e zappe, l'agricoltura trionferebbe, si bonificherebbero i luoghi selvaggi, la terra splenderebbe di borghi e città rinnovati, i già caduti templi di Dio risorgerebbero, si rivedrebbero alti i già rovinati monasteri e ripopolati di monaci e tutti risuonerebbero delle lodi del Signore. Oh, quanta sarebbe la tua gloria per aver tu restituita la pace al mondo! E quanto bene ne verrebbe a te, che ricondurresti all' ombra dell' eterno Pastore tutte le greggi; e tutti amerebbero, onorerebbero, esalterebbero te, autore unico della comune pace e salvezza.

-l’assedio di Vienna (1529) e la battaglia di Vienna (1683)

8/ La vita di Bessarione a Roma, l’Accademia di Bessarione e la Biblioteca Marciana

-la salvezza di alcuni Codici da Costantinopoli, ma soprattutto la venuta di umanisti che conoscevano il greco e potevano valorizzare i testi antichi

Il manoscritto dell’A Diogneto fu scoperto casualmente nel 1436 a Costantinopoli, pochi anni prima della caduta della capitale dell’impero bizantino. Il Codice che conteneva l’A Diogneto fu notato in una pescheria, ove era adibito a carta da imballaggio (così S. Zincone, nell’Introduzione alla sua traduzione dell’A Diogneto, Borla, Roma, 1977, p. 7).
Il manoscritto cartaceo di 260 pagine, che si suole designare con la lettera F, conteneva 22 scritti di genere apologetico, di epoche diverse; i primi 5 erano attribuiti dal copista a Giustino filosofo e di questi l’ultimo è l’A Diogneto. L’erronea attribuzione fece sì che, per un certo tempo, l’A Diogneto fosse attribuita a Giustino stesso. L’editio princeps è del 1592. Dopo varie peripezie il documento arrivò nella Biblioteca municipale di Strasburgo dove fu distrutto nel 1870 in seguito ad un bombardamento dell’artiglieria prussiana.

-abbiamo già visto la questione filologica di San Basilio

-in Bessarione abbiamo anche la filologia biblica, a partire dal latino Maniacutia

che aveva fatto una revisione testuale del Salterio "iuxta Hebraeos", mirando a riportare al tenore originario la versione latina che ne aveva dato San Girolamo e che aveva scritto un Suffraganeus bibliothecae; Bessarione lo cononsce e lo cita

da Bessarione, Lettera a Michele Apostolio, G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 128
Ora chi basterebbe a riaprire la piaga dei nostri mali, tutti tanto grandi da non aver lamento che basti? Ma temo ne vengano di peggiori: non per i Greci - noi ormai siamo come morti - bensì per gli altri Cristiani, in specie, credo, per gli Italiani, i quali mettono tutto il loro impegno ad aprire e anzi ad appianare la via al nemico; e ciò non solo in quanto sottovalutano i preparativi che si hanno da fare contro il Turco - questo sarebbe il meno - ma soprattutto in quanto, insidiandosi e facendosi continuamente guerra a vicenda, lo vanno favorendo immensamente. A me che pure avevo vaticinato loro quello che sarebbe successo, ora come allora non credono; [...] proprio a loro mancano non poche opere della nostra cultura sacra e profana: quando era ancora in piedi quel comune focolare di tutti i Greci, la nostra povera Città, non ci pensavo, ben sapendo che era tutto al sicuro, riposto nelle sue biblioteche, ma ora che, ahimè, essa è caduta, bisogna che io le possegga tutte, non per me, che di libri per la mia personale formazione ne ho abbastanza, ma perché, se mai i Greci sopravvivessero e riacquistassero importanza politica (ché molte e molte possono succedere nella vicenda dei secoli), essi abbiano un luogo sicuro ove trovare quel che è rimasto della loro letteratura e, trovatala, ne approfittino e la vadano anzi aumentando; non succeda insomma che, come nel passato si sono perdute quelle numerose, grandi opere di quei divini uomini, ora vadano perdute queste poche che si sono salvate e i Greci rimangano senza la loro cultura, in nulla diversi ormai, da barbari e schiavi.

da Giorgio Scolario, Apologia, in in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 261
Quelli di loro [N.d.R. i latini] che hanno fama d'incolti, sono assai più sapienti dei nostri letterati, i quali usurpano il nome di dotti, ma eccetto due o tre, tutti gli altri non posseggono nemmeno l'abc del sapere. E sta il fatto che fra i Latini Aristotele e Platone si sentono maestri e tengono scuola e godono del culto di questi loro scolari, uomini stranieri, dei quali non si sarebbero mai aspettato di capitar tra le mani; da noi invece rappresentano un peso morto e già da gran pezzo si sono rassegnati a rimanere in silenzio, non essendovi più chi li ascolti: tesoro inutile e sorgente cristallina e dolcissima che giacciono interrati e che nessuno si cura di disseppellire e di far scaturire dal suolo; e ciò succede in un popolo presso il quale essi non si sarebbero mai aspettati di esser ridotti al silenzio e di rimanere avvolti nell' ombra dell' oblio.

da Bessarione, In calumniatorem Platonis
Li ritengo tutti e due [Aristotele e Platone] molto saggi, degni di viva gratitudine per il beneficio reso all'umanità
... Non approvo però né la preesistenza delle anime, né la moltitudine di dèi, né l'attribuzione delle anime al cielo e alle stelle, né tante altre cose che la Chiesa condanna nei pagani.

dalla Lettera di Bessarione a Cristoforo Moro del 31 maggio 1468 in G. L. Coluccia, Basilio Bessarione. Lo spirito greco e l’occidente, Olschki, 2009, p. 277-278
Mi sono sforzato dalla più tenera età senza risparmiare fatiche doveri impegni nel procurarmi libri di ogni specie di disciplina. Pertanto ne ho trascritto molti io stesso non solo da ragazzo e da giovane, ma per acquistarli ho speso il poco denaro che la semplice frugalità mi consentiva di risparmiare
. In realtà avevo l'impressione di non essere in grado di procurare cose più degne e più importanti né tesori più vantaggiosi e apprezzabili. I libri sono pieni di parole dei sapienti, di esempi degli antichi, di costumi, leggi, religione. I libri vivono, dialogano, parlano con noi, ammaestrano, confortano, ci fanno presenti, perché ce le mettono sotto gli occhi le cose lontanissime dalla nostra memoria. Il loro potere è sì grande, la loro dignità, la maestà, e quindi la santità, che se ci mancassero i libri, saremmo tutti analfabeti e ignoranti, senza ricordo del passato, senza esempio; non avremmo conoscenza di cose umane e divine. La stessa urna che conserva i corpi degli uomini, cancellerebbe i loro nomi. Sebbene di tutto questo mi fossi occupato con ogni impegno, dopo il crollo della Grecia e la desolata schiavitù di Bisanzio, ho rivolto alla ricerca dei libri della cultura greca interamente le mie forze ansie azioni capacità diligenza. Mi si era affacciato nell'animo un timore gravissimo che, insieme alle altre cose, anche i tanti libri di straordinaria importanza, i sacrifici e le veglie di tanti ingegni, e la grande luce del mondo si trovassero improvvisamente nel pericolo e andassero in rovina, come abbiamo subito anche in passato un grande danno: di duecentoventimila libri che secondo Plutarco erano nella biblioteca di Apamea, appena un migliaio sono restati nella nostra epoca. Ci siamo sforzati, come potevamo, di recuperare non molti libri ma solo quelli veramente importanti e ogni volume di ciascun' opera, e così abbiamo raccolto l'intera opera quasi dei sapienti di Grecia, specialmente i libri rari e difficili da trovare. D'altra parte, quando spesso ripensavo a queste cose, credevo di aver soddisfatto così poco il mio desiderio, se non avessi allo stesso modo provveduto che i libri, raccolti con grande passione e sacrificio, fossero durante la mia vita ordinati in modo che alla mia morte non potessero essere dispersi o alienati, ma fossero conservati in qualche luogo sicuro e agevole, per comodità comune sia ai Greci sia ai Latini. Pensando a ciò e ripassando con l'animo molte città d'Italia, mi si presenta solo la vostra nobile e grandissima città, nella quale il mio animo fosse del tutto tranquillo. Dapprima in realtà non vedevo quale luogo più sicuro io potessi scegliere di quello che si regge sulla giustizia, che è saldo per le leggi, si governa con onestà e saggezza, dove risiedono virtù moderazione serietà giustizia e fedeltà, dove il potere per quanto assai grande ed esteso, è tuttavia equilibrato e moderato, gli animi sono liberi nelle decisioni, non succubi della passione né della violenza, i prudenti moderano il potere, i buoni sono preferiti ai disonesti, e dimentichi degli interessi privati si prendono cura di tutto il corpo della Repubblica nel consenso unanime e nella più grande trasparenza. Da questo c'è da sperare che la vostra città, da me scelta, diffonderà sempre più nei giorni le sue energie e il suo nome. Iniziando di qui capivo che nessun luogo poteva essere scelto da me, più idoneo e più vantaggioso soprattutto ai nostri uomini. Dal momento che nella vostra città confluiscono in prevalenza quasi tutte le nazioni del mondo (= d'Europa), in maggioranza i Greci, che muovendo dalle loro provincie, prima approdano a Venezia, stretti per altro dalla necessità insieme con voi, da sembrare che entrano in una seconda Bisanzio, le volte che si avvicinano alla vostra città. Per questi fatti come potrò disporre questo beneficio più rettamente di quanto presso quegli uomini, ai quali io sono legato e vincolato dai loro benefici verso di me, e in quella città da me scelta come patria, dopo l'asservimento della Grecia, e nella quale sono stato da voi chiamato e accolto con grandissimo onore? Dunque, consapevole di essere mortale e considerando la mia età senescente, piena di acciacchi che mi affliggono, e di altre cose che accadono, ho fatto dono di tutti i miei libri nelle due lingue e li ho assegnati alla sacra casa di San Marco della vostra nobile città. Sento di dover alla patria tale animo sia della vostra superiorità che della mia gratitudine, e che avete voluto mi fosse comune, in modo che voi e i posteri liberi (che ritenete che con la virtù e la saggezza vostra e i molti benefici verso me io sia aggiunto, assegnato e vincolato) comprendete i frutti fecondi e continui di tali miei lavori, e di qui, gli altri che saranno studiosi delle buone discipline, capiscono per vostro mezzo. A tal fine spediamo alle eccellenze vostre la medesima donazione e l'indice dei libri e il decreto del papa (Paolo II), con preghiera a Dio che avvenga alla vostra repubblica tutto in beneficio, felicemente e prosperamente, e abbia pace, tranquillità, riposo e unione dei cuori perenne. Saluti e serenità alle eccellenze vostre.
Dalle Terme di Viterbo, 31 maggio 1468.

da A. Lonardo, Il Museo Pio-cristiano: I Musei Vaticani (su www.gliscritti.it)
R. Brague, ha recentemente affermato che questa modalità di far salvo il passato, ripensandolo, è peculiare della stessa cultura romana antica. Per Brague il tratto culturale essenziale dell’Europa è dato dalla capacità, ereditata dalla civiltà romana, di far proprio il portato positivo delle culture precedenti. «Significa sapere che ciò che si trasmette non proviene da se stessi, e che lo si possiede solo a stento, in modo fragile e provvisorio», scrive Brague, aggiungendo: «dire che noi siamo romani [...] significa riconoscere che in fondo non si è inventato niente, ma che si è saputo trasmettere, senza interromperla, ma ricollocandosi al suo interno, una corrente venuta da più in alto». Così afferma nel volume del 1992 Europe, la voie romaine successivamente tradotto in Italia da Rusconi, con il titolo Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa. Creatore di linguaggio, amante dell’invenzione di nuovi termini, Brague chiama questo atteggiamento “spirito di secondarietà”.

9/ La continuità dell’oriente

da G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, pp. 509-510
Bisanzio cadde nel 1453, ma la sua tradizione spirituale e politica sopravvisse. La sua fede, la sua cultura e concezione dello Stato continuarono a vivere, influenzando e fecondando la vita politica e culturale dei popoli europei sia sull’antico territorio bizantino, sia oltre gli antichi confini dell’impero. La religione cristiana nella sua specifica forma greca, come manifestazione della spiritualità bizantina e allo stesso tempo come antitesi del cattolicesimo romano, restò la cosa più sacra sia per i Greci che per gli Salvi meridionali e occidentali. Nei secoli della dominazione turca, la fede ortodossa fu per i Greci e gli Slavi meridionali l’espressione della loro individualità spirituale e nazionale; essa preservò i popoli balcanici dall’assorbimento nell’ondata d’immigrazione turca e rese così possibile la loro rinascita nazionale nel secolo XIX. L’ortodossia fu anche la bandiera sotto la quale ebbe luogo l’unificazione delle regioni russe e il principato di Mosca raggiunse la sua posizione di grande potenza. Poco dopo la caduta di Bisanzio e dei regni slavi meridionali, Mosca si ribellò al giogo tataro e divenne, quale unica potenza indipendente di fede ortodossa, il centro naturale del mondo ortodosso. Ivan III, il grande unificatore e liberatore delle regioni della Russia, sposò la figlia del despota Tommaso Paleologo, nipote dell’ultimo imperatore di Bisanzio, assunse l’insegna bizantina dell’aquila bicipite, introdusse a Mosca costumi bizantini, e ben presto la Russia svolse nell’Oriente cristiano il ruolo di guida che in passato era stato dell’impero bizantino. Se Costantinopoli era stata la nuova Roma, Mosca divenne la terza «terza Roma». L’eredità spirituale di Bisanzio, la sua fede, le idee politiche e i suoi ideali spirituali continuarono a vivere per secoli nell’impero degli zar russi.
Una forza d’irradiazione ancora più grande ebbe la cultura bizantina, che giunse a penetrare di sé l’Oriente e l’Occidente
. Anche se l’influenza bizantina nei paesi neolatini e germanici non fu così ampia come in quelli slavi, ciò nondimeno la cultura bizantina influì e fecondò anche la vita dell’Occidente. Lo Stato bizantino era stato lo strumento attraverso il quale la cultura dell’antichità greco-romana aveva continuato a vivere attraverso i secoli. Per questo Bisanzio era la parte che dava, l’Occidente la parte che riceveva. Soprattutto nell’età del Rinascimento, in cui così forte era la passione per la cultura classica, il mondo occidentale trovò in Bisanzio la fonte attraverso la quale attingere ai tesori culturali dell’antichità. Bisanzio conservò l’eredità classica e adempì in questo modo ad una missione storica di importanza universale. Salvò dalla distruzione il diritto romano, la poesia, la filosofia e la scienza greche, per trasmettere questa inestimabile eredità ai popoli dell’Europa occidentale, divenuti ormai maturi per riceverla.  

da Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti al simposio internazionale su Ivanov e la cultura del suo tempo, 28 maggio 1983
La divisione storica delle Chiese è una ferita sempre aperta. Confessando, nella basilica di San Pietro di Roma, il 17 marzo 1926, il Credo cattolico, Ivanov [Vjaceslav Ivanov poeta, filosofo e filologo russo] aveva coscienza, come scrisse a Charles du Bos, di “sentirmi per la prima volta ortodosso nella pienezza dell’accezione di questa parola, in pieno possesso del tesoro sacro, che era mio dal battesimo, e il cui godimento non era stato da anni libero da un sentimento di malessere, divenuto a poco a poco sofferenza, per essere staccato dall’altra metà di questo tesoro vivo di santità e di grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico, che con un solo polmone” (V.Ivanov, Lettre à Charles Du Bos, 1930, dans V.Ivanov et M.Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 90). È la stessa cosa che dicevo anch’io a Parigi ai rappresentanti delle comunità cristiane non cattoliche, il 31 maggio 1980, ricordando la mia visita fraterna al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli: “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale” (Giovanni Paolo II, Allocutio Lutetiae Parisiorum ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, 31 maggio 1980 (AAS 72 [1980] 704).

-lo stemma del cardinale Bessarione