Liberare i prigionieri nel medioevo e oggi: i due ordini dei Trinitari e dei Mercedari (da un dossier dell'Agenzia Fides)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /01 /2012 - 21:38 pm | Permalink
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo due testi a cura di A.M. dall'Agenzia di stampa Fides del 21/02/2009, allora diretta da Luca De Mata. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (2/1/2012)

Indice

1/ L'Ordine della Santissima Trinità

1.1/ La visione di San Giovanni de Matha

Il 17 dicembre 1198 Papa Innocenzo III approvava la Regola dell'Ordine della Santissima Trinità (Ordo Sanctae Trinitatis et captivorum), fondato nel 1194 da San Giovanni de Matha per la liberazione dei captivi cristiani (i prigionieri di guerra nelle mani dei musulmani).

Da otto secoli la tradizione trinitaria ricorda le origini dell'Ordine nella visione avuta dal Fondatore durante la celebrazione della sua prima Messa. “Quando arrivò il momento del canone della Messa – racconta un anonimo del XIII secolo – Giovanni chiese a Dio di manifestargli la religione che avrebbe dovuto abbracciare per la sua salvezza. Quando alzò gli occhi al cielo, vide la maestà di Dio e Dio che teneva nelle sue mani due uomini con le catene alle tibie, uno bianco e uno nero”. Questo fatto avrà il conforto dell'adesione di Innocenzo III e di altri Papi e la sua memoria rimarrà costante nel tempo. Un mosaico coevo di straordinaria importanza, ancora oggi visibile, venne posto sulla facciata esterna della Chiesa di San Tommaso in Formis a Roma (verso il 1210) a ricordo della visione e del programma trinitario: rompere le catene della schiavitù a gloria della Trinità.

A partire da quel momento Giovanni abbandonò la sua cattedra alla Sorbona, lasciò Parigi e andò a vivere nel deserto di Cerfroid, a circa 80 km dalla città, conducendo vita comune assieme ad un gruppo di eremiti già presenti nel luogo (tra cui Felice di Valois, annoverato come cofondatore e canonizzato nel 1666). Nei quattro-cinque anni seguenti Giovanni continuò ad avere contatti con la Chiesa di Parigi, facendo conoscere la comunità che era nata a Cerfroid e ormai costituita come “domus”, con altre due fondazioni a Bourg-la-Reine (Parigi) e Planels (Meaux).

Una lettera di Innocenzo III pochi mesi prima dell'approvazione parla di “ordo”. Secondo le fonti disponibili il 1198 è l'anno dei primi contatti diretti con la S. Sede e del coinvolgimento dello stesso Pontefice, che prima concede la sua protezione alle case già esistenti (maggio) e poi approva la Regola (dicembre). Essa marca un'evoluzione della vita religiosa, alternativa alle regole monastiche e a quelle degli ordini militari.

Le sue linee essenziali sono tre: una particolare devozione alla Trinità; un più evangelico stile di vita religiosa; l'impegno per la redemptio captivorum e le opere di misericordia. I frati indossano un semplice abito bianco con una croce rossa e azzurra che richiama l'iconografia del mistero trinitario. Il voto di povertà implica l'obbligo di investire un terzo dei propri beni per la redenzione e per le opere di ospitalità (lo stesso è richiesto ai donatori). È fissata rigorosamente la dieta, con l'astensione da carne, pesce e vino (salvo nelle solennità). È permesso, per i viaggi, di utilizzare solamente la cavalcatura degli asini (di qui l'appellativo fratres asinorum). Un Ministro Generale, figura innovativa rispetto agli abati e ai superiori dell'epoca, viene eletto a vita e ha giurisdizione in tutte le case dell'Ordine.

Gli aggiornamenti del 1267 prevedono maggiore libertà per la separazione della terza parte dei beni donati e regolamentano la gestione interna. Viene menzionata per la prima volta la croce a due colori (peraltro già presente nel mosaico del 1210) e indicate le province. Questo testo dirigerà la vita dell'Ordine fino alla prima metà del XVII secolo, quando, raccogliendo le sollecitazioni del tempo delle riforme e del Concilio di Trento, i Trinitari avranno vari altri testi a seconda dei diversi influssi. La Regola resterà tuttavia un precedente storico di assoluto rilievo, avendo anticipato e ispirato la riforma degli Ordini mendicanti (in particolare dei Francescani).

Nel 1199, a pochi mesi di distanza dall'approvazione pontificia, Giovanni de Matha viene ricevuto dall'Emiro Miramolino, che era il capo degli Almohadi nel Maghreb. Con sé Giovanni porta una lettera di Innocenzo III nella quale si dice che “entusiasmati dall'amor divino, coloro che consegneranno la presente, hanno fondato un nuovo Ordine religioso, con regola propria, nella quale si stabilisce che la terza parte di tutte le loro entrate deve essere impiegata per la redenzione degli schiavi. Per facilitare questa missione è consentito, qualora ritenuto opportuno, ricorrere allo scambio di schiavi pagani con quelli cristiani”. Ottenuta l'approvazione di Miramolino Giovanni compie la prima redenzione, liberando circa 150 cristiani.

1.2/ Dal secolo d'oro al Vaticano II

Il periodo che va dal 1213 al 1314 viene considerato il secolo d'oro dell'Ordine. In una bolla di Papa Onofrio III (1216-1227) si elencano 43 case: 18 in Francia, 13 in Spagna, 8 in Italia, 1 in Portogallo, 1 in Inghilterra e due in luoghi sconosciuti. Inoltre appartengono ai Trinitari più di 17 ospedali e 23 chiese. Più tardi il numero delle case aumenta ad 80, per arrivare a 200 alla fine del secolo.

In questo periodo, in Francia, Spagna e Portogallo i regnanti dimostrano il loro patrocinio all'opera redentiva. Il re Pietro I di Catalogna concede la possibilità dello scambio di prigionieri cristiani e musulmani e una serie di facilitazioni per la raccolta delle elemosine è attestata nel 1421 dal successore Giovanni II.

A partire dal Cinquecento inizia in Portogallo un movimento di riforma dell'Ordine che chiede un ritorno alla Regola originaria e il rispetto della terza parte degli investimenti a favore delle redenzioni. Tali richieste hanno il sanzionamento regio e quello pontificio (1618) e consentono alla provincia una larga indipendenza nell'organizzazione dei riscatti.

Fino a quel momento l'Ordine conserva la sua unità pur nel differente ordinamento delle varie province europee, ma presto in Francia e Spagna si affermano delle filiazioni indipendenti. Nel Seicento in Francia esistono tre case autonome: i Trinitari di antica osservanza, i Trinitari riformati (1601) e una loro ulteriore ramificazione, i Trinitari scalzi (1670). Nel 1769 i tre rami francesi verranno riuniti, per poi essere travolti dalla Rivoluzione Francese. In Spagna invece la riforma trova attuazione definitiva grazie all'opera di San Giovanni Battista della Concezione (1561-1613), che nel 1599 ottiene da Papa Clemente VIII l'approvazione della “Congregazione dei fratelli riformati e scalzi dell'ordine della Santissima Trinità”, istituita per osservare la Regola di San Giovanni di Matha in tutto il su rigore. Giovanni Battista della Concezione fonda 18 conventi di religiosi e uno di religiose di clausura. Vive e trasmette un forte spirito di carità, preghiera, raccoglimento, umiltà e penitenza, dando molta importanza alla necessità di mantenere viva la consegna solidale per i prigionieri e i poveri.

La riforma scalza ha un rapido sviluppo. Si diffonde dapprima in Italia, a Roma, poi in Spagna, Francia, Portogallo e nell'impero Austro-Ungarico (Polonia, Russia, Lituania, Austria etc.). Quest'ultima direttrice è resa necessaria dall'espansione dell'impero Turco a oriente con l'assedio di Vienna del 1683.

La Rivoluzione Francese e le successive soppressioni ottocentesche in Austria e Spagna causano la progressiva scomparsa dei Trinitari calzati. Essi vengono ridotti al solo convento romano di via Condotti, in seguito dato ai Domenicani. L'ultimo trinitario calzato muore all'inizio del Novecento. Intanto dalla fine del Settecento i Trinitari scalzi erano rimasti concentrati in due blocchi geografici: la penisola Iberica da una parte e Italia, Polonia e Russia dall'altra. Questo aveva creato le condizioni per una scissione (1783) tra la famiglia ispanica e quella extra ispanica, che troverà soluzione solo nel 1900, con la riunificazione nell'unico Ordine.

Il ritorno in Francia a carattere permanente avviene nel 1922, quando si stabilisce una piccola comunità a Marsiglia. In Austria si ha dall'inizio del secolo. I trinitari italiani nel 1912 aprono l'Ordine agli Stati Uniti cominciando il servizio pastorale per gli emigrati del loro paese ad Asbury Park (New Jersey). Da Roma parte anche la prima missione per il Canada (1924), guidata dal Ministro Generale Xaverio dell'Immacolata. I religiosi si stabiliscono nella regione del Quebec e costituiscono una nuova provincia nel 1959.

Prima e dopo il Concilio Vaticano II i Trinitari hanno aperto una vasta riflessione sulla propria identità, sul recupero del carisma del Fondatore e sulla nuova situazione storica e le sue sfide, aprendo l'Ordine allo slancio missionario e al servizio per le nuove forme di schiavitù. Le nuove Costituzioni, approvate definitivamente nel 1984, sanciscono il nuovo orientamento e al tempo stesso il ritorno alle fonti carismatiche della missione redentiva trinitaria, sintetizzato nel motto “Gloria alla Trinità e agli schiavi libertà”.

Parallelamente dal 1980 è iniziata la fondazione di nuove missioni. Nel 1995 è stata aperta la prima casa in Congo Brazzaville, “primo anello – affermava l'allora Ministro Generale, padre José Hernández – delle nuove presenze trinitarie nell'Africa occidentale”. Oggi l'Ordine, diviso in sette province religiose, è presente in 22 paesi di tutti i continenti.

1.3/ L'attività fondamentale: la liberazione dei captivi

L'Ordine dei Trinitari nasce per la liberazione dei prigionieri (captivi) cristiani che vengono perseguitati a causa di Cristo nei territori musulmani. Al momento della fondazione il diritto europeo ha un concetto chiaro del captivus, considerato come colui che è stato sottratto con violenza dal suo gruppo e dal suo complesso di valori (religione, cultura e cittadinanza) e non è stato ancora asservito (servus). I Trinitari si impegnano per la redenzione “captivorum, qui sunt incarcerati pro fide Christi” (escludendo coloro che abiurano o che sono fuori dal carcere, come liberi o come servi).

La liberazione avviene pagando il riscatto in moneta o scambiando prigionieri con la controparte, così che ogni fedele viva nel proprio ambito culturale e religioso. I missionari si espongono a particolari rischi. Alcune scritture pubbliche ancora conservate attestano il sacrificio di alcuni religiosi rimasti volontariamente in ostaggio in cambio della liberazione dei captivi nel XIV secolo, mentre nel XVI secolo l'Ordine annovera diversi martiri, uccisi perché redentori.

L'organizzazione pratica è descritta nella Regola di San Giovanni de Matha, che stabilisce la tertia pars e la destinazione del restante per le opere di misericordia. Secondo tali disposizioni le entrate dovranno essere sempre investite nell'apostolato specifico e nell'ambito domestico, cosicché l'economia di ogni casa è un continuo investimento nella carità.

Questo presuppone ingenti somme di denaro provenienti, oltre che dall'autotassazione dell'Ordine, da volontari e benefattori. Con il passare del tempo queste forme di collaborazione assumono una precisa organizzazione: uomini e donne, laici e chierici riuniti nella confraternita trinitaria.

Costituite in ogni casa trinitaria ma presenti anche in molte altre parrocchie (fin dove potevano arrivare i predicatori dell'Ordine e secondo i cammini dei redentori e dei liberati), le confraternite si diffusero soprattutto a partire dal Cinquecento. Quando l'opera della redenzione, sul finire del Settecento, cominciò invece il suo ridimensionamento, il sodalizio cambiò fisionomia trasformandosi in Terz'ordine, evolvendosi poi ulteriormente come laicato trinitario.

Le Confraternite, i religiosi e le religiose prestavano servizio anche presso gli ospedali dell'Ordine, dove i captivi di umili condizioni ricevevano alloggio e assistenza medica prima di intraprendere il viaggio di ritorno. San Giovanni aveva fondato i primi tre ospedali a Marsiglia, Arles e St-Gilles (zone di collegamento marittimo tra la Francia e la Terra Santa). In seguito l'attività ospedaliere si sarebbe estesa anche non in stretta connessione con le redenzioni.

Ad oggi non si dispone di statistiche complete sul numero dei cristiani liberati ma solo di dati frammentari. Durante il XV secolo l'attività più intensa si svolse in Spagna a favore dei prigionieri del Nord Africa. I Trinitari calzati di Francia organizzarono circa 70 operazioni di redenzione tra il XV e il XVIII secolo, liberando in totale almeno 6 mila cristiani. Il Portogallo, tra il 1558 e il 1778, promosse cinquanta redenzioni, pari a 11 mila prigionieri. Tra il XVI e il XVIII secolo i Trinitari di Castiglia e Aragona riuscirono a salvare circa 20 mila carcerati, ai quali bisogna aggiungere coloro che furono liberati ad opera degli amministratori Trinitari negli ospedali di Algeri e Tunisi. Grazie al loro intervento anche Miguel de Cervantes, padre della letteratura spagnola, poté essere liberato nel 1580 dalla prigionia ad Algeri. I cronisti dell'Ordine attribuiscono globalmente ai Trinitari calzati di Spagna, Portogallo, Francia e Italia circa 90 mila redenzioni.

Dei Trinitari scalzi si conoscono le operazioni di riscatto effettuate dalle tre province spagnole: dal 1625 al 1769, 24 redenzioni per un totale di 4.893 prigionieri. Tra il XVII e il XVIII secolo le province dell'Europa centrale effettuarono circa 50 redenzioni, equivalenti a 5.000 riscattati. Anche in Italia vennero organizzate operazioni simili ma il loro numero è sconosciuto.

La più grande redenzione che si conosca fu organizzata a Tunisi nel 1769, congiuntamente dagli spagnoli Giovanni della Vergine (dei Trinitari scalzi), Alonso Cano (dei Trinitari calzati) ed Emanuele de Artalejo (dei Mercedari). In totale furono liberato 1.402 cristiani.

La convenzione di Ginevra del 1864 stabilì l'obbligo di prestare assistenza ai feriti e agli infermi senza distinzione di nazionalità e quella del 1929 il rispetto della libertà religiosa e di culto. Queste regole determinarono un nuovo clima nel diritto internazionale e migliorarono le condizioni di vita dei prigionieri. Nel corso del Novecento tale processo è culminato con l'abolizione della schiavitù nella Dichiarazione universale dei diritti umani (1948).

Ancora nell'Ottocento i Trinitari italiani hanno operato diverse liberazioni di bambini schiavi in Egitto e Somalia. L'ultima operazione di riscatto risale al 1905, con la liberazione di una famiglia di dodici membri a Benadir (Somalia).

Le mutate condizioni storiche e sociali e il rinnovamento apportato dal Concilio Vaticano II hanno aperto l'Ordine alle nuove forme di oppressione e schiavitù. Nel 1974 Paolo VI ha incoraggiato ad attualizzare il carisma originario nei nuovi ambiti: “Siete nati – ha affermato – per liberare quelle persone, classi sociali e luoghi che non godono della libertà. Questo è il segnale che la vostra formula non solo ha superato tutte le alte maree, tutte le tempeste della storia, ma è altresì il segnale che essa si afferma e si presenta con una modernità ed una attualità degna di qualsiasi elogio”.

Nel 1998, in occasione degli 800 anni dall'approvazione pontificia dell'Ordine, Giovanni Paolo II ha invitato i Trinitari a “farsi annunciatori nel nostro mondo del Mistero trinitario soccorrendo, quali moderni apostoli di liberazione per l'uomo contemporaneo, chi rischia di rimanere prigioniero di meno visibili ma non meno tragiche ed oppressive schiavitù. Essere – ha aggiunto – tra gli uomini d'oggi 'epifania' del Cristo Redentore, testimoni credibili attraverso i quali Dio agisce e rivela il suo amore misericordioso e redentivo: ecco ancora la vostra missione. Con questo scopo voi prestate un servizio di misericordia e di redenzione agli esclusi e oppressi della nostra società e, in particolar modo, ai perseguitati o discriminati a causa della loro fede religiosa, della fedeltà alla loro coscienza o ai valori del Vangelo”.

2/ L'Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede

2.1/ San Pietro Nolasco e la “Merced” di Maria

La più antica e venerata tradizione, attestata da fonti storiche attendibili, riconosce in Maria la vera fondatrice, oltre che patrona, protettrice e capo dell'Ordine della Mercede. La Madonna sarebbe apparsa al laico Pietro Nolasco nella notte tra il I e il 2 agosto 1218, invitandolo a costituire un Ordine religioso, di cui egli doveva essere il primo frate, per la redenzione degli schiavi cristiani.

La figura di Pietro Nolasco è ancora oggi avvolta dalla penombra e dalle leggende fiorite nei secoli successivi. Ma “sfrondandolo della rigogliosa vegetazione simbolico-leggendaria che lo ricopre – ha scritto Alessandro Pronzato nella sua biografia – Pietro Nolasco appare come un santo in carne e ossa e cuore. Con una consistenza umana, un rilievo evangelico tale da imporsi all'attenzione dei più distratti. Con un messaggio contenente una carica provocatoria di bruciante attualità”.

Secondo gli studi più plausibili, Pietro sarebbe nato tra il 1180 e il 1182 forse – come si pensava comunemente – in un paese della Linguadoca (Mas Saintes Puelles) tra Tolosa e Carcassone, oppure a Barcellona, come è stato ipotizzato di recente.

La Spagna era nel pieno della reconquista. La convivenza tra cristiani e musulmani durava da otto secoli e – pur in presenza di uno scambio culturale e di momenti di pace – i due popoli vivevano nelle scorrerie e nell'aperta ostilità. Due fenomeni colpivano maggiormente la sensibilità religiosa: la cattura dei cristiani e il rischio di apostasia. Un episodio clamoroso si era verificato nel 997, dopo la distruzione di Compostela. I prigionieri cristiani erano stati costretti a trasportare a spalle, dalla Galizia a Cordova, le campane del santuario per essere fuse e trasformate in candelabri della moschea.

I captivi venivano sottoposti ad ogni genere di soprusi. Erano considerati bottino di guerra e quindi privati di qualsiasi diritto. Le popolazioni sopraffatte dovevano scegliere se abbracciare l'Islam o, in alternativa, pagare un pesante tributo. In caso contrario erano esposte alle violenze ed all'arbitrio dei conquistatori arabi.

Nel 1203 si ha notizia, a Barcellona, di un primo intervento del giovane Nolasco per liberare alcuni cristiani fatti schiavi dai Mori. Da questo momento ogni anno vengono raccolti fondi ed effettuate le redenzioni grazie all'aiuto di un gruppo di collaboratori. È il primo nucleo da cui ha origine a Barcellona, il 10 agosto 1218, l'Ordine di S. Maria della Mercede (“Merced”, ovvero misericordia o grazia) – inizialmente chiamato anche di Sant'Eulalia, patrona di Barcellona e titolare del convento di residenza. Nella cattedrale il Fondatore riceve l'abito bianco dal Vescovo Berenguer de Palou. In qualità di responsabile e maestro dell'Ordine – nonostante una tarda cronaca annoveri al suo fianco anche San Raimondo de Peñafort e Giacomo I d'Aragona, che forse furono coinvolti nell'assistenza spirituale e nel riconoscimento legale – il Nolasco adotta degli ordinamenti giuridici sul modello degli ordini cavallereschi e militari. Il carisma è però diametralmente opposto e riassunto nella “visita e redenzione” dei captivi cristiani. L'approvazione papale arriva con Gregorio IX nel 1235.

Negli anni successivi l'attività è documentata da alcuni atti pubblici notarili che attestano le donazioni ricevute da influenti personaggi.

Alla morte del Fondatore (maggio 1249) l'Ordine ha assunto una certa organizzazione – grazie anche alla collaborazione con i laici donatori, in seguito riuniti nella Confraternita o Terz'ordine della Mercede – ed un'estensione nei territori della corona di Aragona e nel Sud della Francia (già nel 1245 si contavano 18 case con poco meno di cento religiosi). Il Nolasco ha disposto che le redenzioni attirino tutte le risorse economiche disponibili – non solo la “terza parte” come per i Trinitari – e che, in determinate circostanze, i religiosi siano disposti a dare la propria vita per gli schiavi (quarto voto). È prevista inoltre una precisa ripartizione del territorio tra religiosi e confraternite affinché le questue diano il massimo profitto. Ai benefattori vengono assicurate speciali indulgenze concesse dalla Santa Sede.

La liberazione degli schiavi cristiani viene intesa come opera di misericordia e soprattutto come mezzo per salvaguardare la fede dal pericolo dell'apostasia. Le Costituzioni del 1272 fissano infatti come scopo quello di “visitare e liberare quei cristiani che sono in schiavitù e in potere dei saraceni e di altri nemici della dottrina di Cristo”.

2.2/ La liberazione per la salvezza dell'anima

All'inizio l'Ordine aveva un carattere prevalentemente laico e militare. Questo non impedì ovviamente la presenza di religiosi nel sovrintendere la vita spirituale e nella questua, anche se il Maestro Generale fu sempre, fino al 1317, un laico.

Per partecipare alle operazioni di riscatto i religiosi dovevano ottenere l'autorizzazione del Capitolo Generale, che si svolgeva ogni anno, o del Maestro. Le Costituzioni del 1272 raccomandavano di essere “temperati nel mangiare e nel bere, savi in teologia e prudenti nella compera degli schiavi”. I riscatti avvenivano pagando a prezzo d'oro e, quando ciò non bastasse, offrendo la propria persona in cambio (quarto voto di redenzione emesso dai Mercedari). Questo avveniva soprattutto quando lo schiavo veniva giudicato in pericolo di apostasia. Così, nell'ottica mercedaria, la liberazione assumeva un significato di salvaguardia della fede.

Nel complesso la storia ricorda 345 operazioni di riscatto e 100 mila cristiani liberati. L'ultima redenzione avvenne nel 1798 a Tunisi, nella quale vennero liberati 830 captivi catturati dai turchi nell'isola di Carlo Forte (Sardegna). Non mancarono numerosi martiri in tutte le epoche.

La storia dell'Ordine conosce periodi di benedizione e di crisi. Il 1317 è una data importante che segnò la svolta clericale in seguito all'elezione a Maestro Generale di padre Raimondo Albert, nominato da Papa Giovanni XXII dopo la spaccatura interna. Il nuovo Generale diede impulso alla vita religiosa e ai riscatti e promulgò nuove costituzioni che riorganizzavano la giurisdizione come voluto dallo stesso pontefice nella Bolla che divideva per la prima volta l'Ordine in province religiose. Il numero dei religiosi era di 300 e si contavano case in Catalogna, Aragona, Valencia, Castiglia, Portogallo, Francia.

La peste del 1348 causò grandi vuoti fra i Mercedari, fino a far ipotizzare ad una fusione con i Trinitari. Ma tra alterne vicende l'Ordine si riprese nel Quattrocento sotto il generalato di padre Antonio Caxal (1404-1417), a cui si devono importanti redenzioni, e con quello di padre Natale Gaver (1452-1474), che poteva affermare: “Noi facciamo tutto quello che gli altri fanno e per di più liberiamo i nostri fratelli dai pagani con l'elemosina dei fedeli. Anche noi predichiamo, celebriamo i divini uffici, ascoltiamo le confessioni, lodiamo Dio con canti e con salmi; anche fra noi ci sono molti letterati”.

La scoperta del nuovo mondo proiettò i Mercedari nei paesi appena conquistati dagli spagnoli. Padre Giovanni Zolórzano accompagnò Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio e molti altri lo seguirono per stabilirsi in tutta l'America Latina, dal Messico all'Argentina. Spesso i religiosi vestiti del tradizionale abito bianco con il blasone di Giacomo I d'Aragona furono i primi a evangelizzare il nuovo continente. Così in Cile l'evangelizzazione iniziò proprio con l'arrivo dei primi Mercedari nel 1535. A partire dal 1548 i religiosi si stabilirono nel paese e operarono per la pacificazione tra indios e conquistadores. Il convento di Santo Domingo, nell'attuale Repubblica Dominicana, costituiva il centro di irradiazione dell'azione missionaria.

I secoli XVI, XVII e XVIII furono il periodo di maggior splendore. Il Concilio di Trento favorì un incremento numerico crescente. Nel 1700 veniva raggiunta la cifra, mai più eguagliata, di 5.200 religiosi (tra di essi illustri teologi e mariologi). Nel 1775, dei 4 mila effettivi, 2 mila risiedevano in America Latina. Nel 1606 una riforma avviata gradualmente da padre Giovanni Battista Gonzalez (che vestiva un abito meno comodo e calzava i sandali) era stata approvata da Papa Paolo V. Nasceva così il ramo dei Mercedari scalzi, successivamente indipendente quanto all'amministrazione interna e con proprie province in Spagna e Italia, ma sempre soggetto al Maestro Generale per l'esercizio del quarto voto (decreto di Papa Gregorio XV nel 1621, sempre riconfermato).

La Rivoluzione Francese, le guerre napoleoniche e le legislazioni liberali frustrarono l'Ordine in Europa. Alla morte del generale nel 1834, nell'impossibilità di riunire il capitolo per la nuova elezione, i Mercedari vennero diretti da Vicari esterni nominati dal Papa e la sede fu trasferita da Madrid a Roma. Al ritorno alla normalità, nel 1880, i religiosi europei che officiavano regolarmente nelle chiese e nei conventi non superavano le 30 unità, tutti gli altri erano dispersi. La situazione era poco più favorevole in America Latina, dove ne restavano qualche centinaio.

Il nuovo Maestro generale, padre Pietro Armengaudio Valenzuela (1880-1911) fu decisivo per la rinascita e l'aggiornamento dell'Ordine alla luce delle mutate condizioni storico-sociali. Dall'inizio del Novecento i Mercedari hanno conosciuto una nuova crescita numerica e un più esteso apostolato sociale e missionario. Le nuove Costituzioni (1970) maturate nel clima conciliare hanno invitato la famiglia ad abbracciare le “nuove forme di schiavitù sociale, politica e psicologica che derivano in ultima analisi dal peccato e che risultano per la fede dei cristiani così perniciose come l'oppressione e la schiavitù di altri tempi”. Anche le nuove schiavitù mettono i cristiani “in grave pericolo di abbandono e di indebolimento della vita e della fede”.

2.3/ I nuovi captivi e l'attualità del carisma

A partire dagli anni '60 il recupero del carisma originale e la sua attualizzazione sono al centro di un vasto dibattito interno. La maggiore sensibilità per le radici carismatiche dell'Ordine ha favorito l'inserimento dell'antico prologo del 1272 nelle nuove Costituzioni.

“Parte dell’aridità e della desolazione del nostro tempo – spiega all'Agenzia Fides padre Stefano Defraia O. de M., direttore dell'Istituto Storico dell’Ordine della Mercede – è dovuta alla prevenzione, alla disaccortezza che hanno rimosso o trascurato negligentemente una tradizione: la tradizione che si è venuta formando e raccogliendo, come una risorsa e un capitale prezioso e ha preso il nome della Mercede”. “L'Ordine – continua il religioso – non è stato una mera realtà geografica o politica, una influente realtà ecclesiale o una realtà che ha vissuto un carisma originale, ma una dinamica spirituale che, per continuare ad essere tale, dovrà raccogliere per l'oggi quell'intuizione di Pietro Nolasco, cercando di mantenere vivo quello spirito originario”.

Da alcuni anni padre Defraia, professore alla Gregoriana, coordina lo studio e la ricerca, la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico delle diverse istituzioni mercedarie che dirige (Institutum Historicum Ordinis de Mercede, Archivum Mercedarium Historicum e la recentissima Associazione dei Frati Editori dell’Istituto Storico dell’Ordine della Mercede). Le rinnovate collane scientifiche internazionali – Analecta Mercedaria e Bibliotheca Mercedaria (Documenta et Studia - Subsidia Studiorum - Textus) sono espressione e strumenti dell’attività di ricerca che l’Institutum Historicum va svolgendo nel ricco ma disperso patrimonio archivistico dell'Ordine.

I religiosi Mercedari – prosegue – vogliono mantenere la loro identità di redenzione dei captivi christiani dai nemici della Croce di Cristo, il che comporta rispecchiarsi nel passato alla ricerca di una precisa configurazione spirituale. Solo alla luce dell’intelligente e paziente lettura delle notevoli testimonianze delle redenzioni dell’Ordine della Mercede e della molteplice documentazione redentiva, la gran parte purtroppo ancora inedite, si potrà certamente giungere a quella intuizione mercedaria, nonché considerare opportunamente il rovescio della medaglia che sostenta la carità di questa particolare opera di misericordia di riscatto e redenzione”.

“L’ufficio che oggi sono chiamati a compiere i frati mercedari – si domanda Maria Federica Orabona, autrice di un articolo (La Mercede e la chiesa del Silenzio) che verrà pubblicato su Bibliotheca Mercedaria e che Fides è in grado di presentare in anteprima – corrisponde sempre alla missione loro affidata da san Pietro Nolasco? La società, la Chiesa del nostro secolo accoglie ancora lo spirito missionario proprio dei mercedari? Sono esse pronte, Chiesa e società, a rispondere alle grida dei fedeli cristiani che soffrono? Cioè della Chiesa del Silenzio, costretta a tacere perché privata della libertà di predicare l’insegnamento di Gesù”.

L'idea di fondo è che i mutamenti storici intercorsi tra la fondazione del Nolasco e l'epoca attuale abbiano solo cambiato apparenza al problema originario: consentire ai cristiani di professare liberamente la propria fede. È dunque fondamentale tutelare e riscoprire gli elementi essenziali del carisma.

“Nel voto del donarsi agli altri e per gli altri – chiarisce la studiosa – si racchiudono il valore carismatico dell’Ordine e la sua essenza come la massima perfezione della carità [...]. L’importanza del ‘visitare’, cioè, dell’‘essere presente’ è l’essenza dello stesso quarto voto mercedario. Nelle poche note agiografiche che l’Ordine conserva ‘canonizzate’ dalla Chiesa nel suo patrimonio spirituale risalta l’importanza dell’eroicità del martirio dei suoi figli proprio in questo ‘rimanere’ nella terra dei mori. Ma al di là di tutto ciò, dal testo che ancora oggi prologa il corpo costituzionale dell’Ordine e che si considera come la ‘Carta Magna carismatica’ della Mercede, ovvero, il Proemio delle Costituzioni del 1272, si esprime la finalità dell’Ordine nel quadro cristologico della redenzione fondata sul ‘visitare’ e ‘redimere’”.

“Ancora oggi – conclude Maria Federica Orabona –. Ancora oggi vi sono nel mondo cristiani che aspettano un mercedario, che, in nome del quarto voto, accetti di vivere la sofferenza con uno di loro, di poterlo confortare, di farlo sentire finalmente libero di annunciare la parola di Dio”.