«È al singolare che noi dobbiamo parlare del mistero cristiano». Per un rinnovato annunzio della fede a partire dalle caratteristiche spirituali del nostro tempo. Appunti su di una conferenza di Henri de Lubac del 1938, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /01 /2012 - 14:46 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo su di un testo di Henri de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, in Paradoxe et mystère de l’Église, Cerf, Paris, 2010, pp. 261-277.

Il Centro culturale Gli scritti (8/1/2012)

Indice

«Le verità più elementari sono anche le più essenziali – e queste non sono sempre quelle che sono meglio percepite. In ogni caso, è a queste che bisogna sempre tornare, senza credere che esse abbiano mai esaurito il loro potenziale»[1].

Così Henri de Lubac in una straordinaria conferenza del 1938[2] chiedeva di tornare a ciò che è essenziale nell'annunzio della fede.

1/ Le tre caratteristiche spirituali del nostro tempo

Egli sottolineava tre caratteristiche del suo tempo, che sono illuminanti anche per una comprensione del nostro – i grandi leggono sempre in maniera profetica il loro tempo!

1.1/ Innanzitutto – diceva – viviamo «in un’epoca profondamente “scristianizzata”. [...] Sono le tradizioni cristiane, le abitudini, i “costumi” cristiani, le reazioni cristiane quasi incoscienti, che sempre più si perdono. [...] In altri tempi si sono segnalati numerosi casi di mancanza di fede [...] Oggi questa corrente vitale è quasi interrotta; tutto è rimesso in questione, [...] l’individuo si trova solo, lasciato a se stesso, o piuttosto sottoposto a nuove pressioni che tirannizzano questo sradicato»[3].

L’interruzione della trasmissione di una visione del mondo ha generato un uomo che è e si sente sradicato, conducendolo al contempo a vivere sotto una tirannide di pensiero che lo ha schiavizzato senza che egli se ne rendesse conto. 

1.2/ In secondo luogo, «questo secolo che ha portato ad abbattere l’albero delle tradizioni non è assolutamente un secolo individualista. [...] Le dottrine attuali posseggono generalmente un carattere concreto e totalizzante. Esse vogliono allo stesso tempo spiegare l’uomo a se stesso, organizzare la sua vita pratica e chiarificare il suo ultimo destino. Le distinzioni che un tempo era ancora possibile stabilire tra il politico e il metafisico, o fra il sociale e lo spirituale, sono nella maggior parte dei casi superate [in queste dottrine]»[4].

Il taglio netto con la tradizione cristiana non ha lasciato l’uomo libero arbitro delle sue decisioni, bensì piuttosto ha avuto come conseguenza il proliferare di visioni totalizzanti della vita, nelle quali – ben più che nella laicità cristiana – non vi è alcuno iato fra i valori ritenuti tali e lo spazio politico e sociale: il pensiero dominante si è imposto anche come pensiero pubblico che chiede a tutti sottomissione in ogni campo.

1.3/ In terzo luogo de Lubac sottolinea che «noi siamo entrati in un’età mistica. [...] Sia che seguano Marx o Nietzsche, molti dei nostri contemporanei hanno decretato la “morte di Dio” per realizzare la deificazione dell’uomo. Per Nietzsche si tratta di creare il superuomo. Per Marx si tratta di promuovere uno stato di comunione perfetta dove ogni opposizione dell’uomo all’uomo  e dell’uomo alla natura sia definitivamente superata. Per tutti coloro che si richiamano a Prometeo, surrealisti o altri, si tratta si spezzare tutte le apparenze di questo mondo che ci incatena per accedere all’onnipotenza di una libertà creatrice. In ogni caso, si tratta di un’ambizione mistica»[5].

Le ideologie che sono apparse all’orizzonte si presentano come interpretazioni totalizzanti del reale, al punto da avere connotati religiosi, mistici e promettendo perciò felicità e salvezza, sebbene laiche.

Può essere aggiunta oggi alla riflessione di de Lubac del 1938 la considerazione che la cultura contemporanea sta cominciando a misurarsi con la pretesa ideologica del post-moderno e del pensiero debole, che si erano originariamente accreditati come pensieri post-ideologici (cfr. ad esempio il breve testo Pensiero debole: in realtà è un pensiero sistematico e forte, da Gianni Vattimo)

1.4/ De Lubac prosegue affermando giustamente che questa triplice provocazione non può lasciare indifferente il cristiano:

«Ora se ci sentiamo, come è certo, responsabili davanti a Dio dei nostri contemporanei, da questo triplice fatto risulta per noi un triplice obbligo. Non certamente nel senso di un adattamento compiacente; ma, tutto al contrario, in una presa di coscienza approfondita della nostra fede, che ci renderà capaci di esserne i testimoni autentici»[6].

2/ Dinanzi alla scristianizzazione, l'esigenza di cogliere l'unità della fede: «è al singolare che noi dobbiamo parlare del mistero cristiano»

Il primo orientamento della sua epoca – la crescente scristianizzazione – suggerisce a de Lubac la considerazione che sia assolutamente inadeguata alla condizione presente «quella classica impostazione dei problemi che utilizza la distinzione tra verità di ordine naturale e verità di ordine soprannaturale. Ad esempio, da un lato, il Dio creatore; e dall’altro, la Trinità. O ancora, l’idea dell’immortalità dell’anima da un lato e quella della resurrezione dei corpi dall’altro. Con la conseguenza di un doppio insegnamento: da una parte la filosofia, dall’altra la riflessione religiosa. Distinzione necessaria, che non si deve minimamente sopprimere. Ma ne consegue che, nel desiderio lodevole di trovare qualcosa come un terreno comune condiviso da chi non partecipa della nostra fede, si farà astrazione dalla luce dell’ordine soprannaturale, per appellarsi solamente a quella della filosofia. Ne risulta una grande dispersione di forze. Noi siamo in presenza di spiriti che si pongono interamente, con tutte le loro risorse, alla soluzione dei loro problemi; e noi, per una sorta di pudore mal compreso, ecco che lasciamo da parte ciò che abbiamo più a cuore e ciò che è più adatto a rischiarare le questioni più a fondo. Noi non ci coinvolgiamo, per così dire, che a metà [...] Tale atteggiamento è d’altra parte svantaggiato, perché il non credente non è più disposto ordinariamente ad essere d’accordo con noi riguardo a quelle che noi chiamiamo “verità naturali” piuttosto che aderire a dogmi più specificamente cristiani. Piuttosto, in molti casi che tendono a moltiplicarsi, sarà più disposto  a prendere sul serio il pensiero specificamente cristiano al posto che accogliere considerazioni filosofiche che gli appaiono spesso ben più fragili e in ogni caso indifferenti. È un fatto che oggi, in gruppi di non credenti – forse perché essi stessi non si fanno troppe illusioni sul carattere puramente razionale delle loro dottrine – le nostre questioni teologiche risvegliano un interesse più vivo che i nostri studi filosofici»[7].  

De Lubac sottolinea con ancora maggior forza che questo vuol dire oggi sottolineare più che mai che

«è al singolare che noi dobbiamo parlare del mistero cristiano»[8].

Perché proprio questo è specifico del cristianesimo: solo in esso la frammentarietà dell'esistenza acquista finalmente unità perché Dio si è rivelato totalmente rivelandosi al contempo come chiave risolutiva dell'enigma dell'esistenza umana.

Abitualmente invece, secondo de Lubac, la presentazione del mistero cristiano è troppo preoccupata dei suoi particolari, dimenticando la visione d'insieme che sola tocca il cuore:

«È bene che noi apprendiamo che ci sono tre misteri: il mistero della Santa Trinità, il mistero dell’Incarnazione e il mistero della Redenzione. È bene che noi distinguiamo tra verità di fede definite e quelle che non hanno mai ricevuto una definizione solenne; che noi presentiamo una lista delle une e delle altre; che noi delimitiamo il dominio delle affermazioni di fede e quello delle opinioni teologiche, ecc. ecc. Ma a fermarci a queste cose, noi non proporremo mai uno sguardo pienamente reale di ciò che Dio ci ha rivelato nel suo Figlio [...] Dio ha inviato un messaggero con il compito di insegnarci tante verità disgiunte? No. Egli ci ha inviato il suo Figlio, che è il suo Verbo, la sua Parola eterna, e nel Verbo fatto carne si è rivelato interamente, così come si è donato tutto intero»[9].

La catechesi si deve porre allora in un atteggiamento adeguato al contesto di crescente “scristianizzazione” del tempo:

«è necessario che noi comunichiamo il sentimento di questa unità [della fede]»[10].

Ed anche quando si affrontano aspetti specifici della fede

«ogni parte deve sempre essere, il più possibile mostrare la sua appartenenza all’insieme, ogni dogma particolare nell’unico Tutto del dogma»[11].

De Lubac sottolinea, ad esempio, come si debba superare la tendenza presente nella catechesi a separare in comportamenti stagni il dogma, la morale e la liturgia, senza essere in grado di mostrare l’unità di queste dimensioni.

La liturgia, invece,

«non è altro che il Mistero cristiano in atto»[12], come ha insegnato San Leone Magno quando ha affermato: «Tutto ciò che divenne visibile nella nostra Redenzione è divenuto per noi mistero e sacramento (quod Redemptoris nostri conspicuum fuit, in sacramenta transivit[13].

D’altro canto nell’appartenenza reciproca della morale e del dogma sono proprio i sacramenti a giocare un ruolo decisivo:

«essi sono questo legame stesso che unisce dogma e morale, cioè la realtà di Cristo e la vita del cristiano»[14].

3/ Dinanzi alla pretesa di totalità del pensiero contemporaneo: la fede come risposta personale alla rivelazione personale di Dio

Dinanzi alla pretesa di totalità di un tempo che è solo apparentemente individualistico, mentre in realtà propone una visione totale e totalizzante dell’uomo e del suo destino, de Lubac sottolinea che è necessario proporre la fede come fede in Dio, come fiducia personale in Colui che solo merita tutta la fiducia:

«Io credo in Dio significa che io mi coinvolgo personalmente, con tutto il mio essere, verso un Essere personale, il solo Essere personale verso il quale io ho il diritto di coinvolgermi così, verso l’Essere personale per eccellenza, dal quale ogni personalità dipende, dicendogli “Mio Dio!”»[15].

De Lubac ricorda l’antica distinzione proposta dai teologi fra il credere Deum, il credere Deo ed il credere in Deum. Se credere Deum, cioè il credere che Dio esiste, è certamente importante, se il credere Deo, cioè l’ accogliere e ricevere la sua Parola, credere a ciò che Egli dice, è altrettanto importante, essi comunque non toccano l’essenziale della fede.

Solo il credere in Deum esprime la pienezza della fede: solo esso corrisponde pienamente alla statura del tempo presente.

Nel credere in Deum è l’uomo tutto intero che si dona personalmente al Dio personale rivelatosi in Cristo: io mi dono a Lui, così come egli si rivela e si dona a me in Gesù Cristo. Certo

«la nostra fede non è un fideismo; noi sappiamo perché crediamo; e soprattutto noi sappiamo chi è Colui in cui crediamo»[16].

Ma, sapendolo, lo amiamo e ci consegniamo interamente nelle sue mani con amore.

4/ Dinanzi ad un tempo mistico, un cristianesimo non “a misura umana”

Infine, dinanzi ad un tempo che si caratterizza per una attesa “mistica” che pretende una giustizia ed una speranza che garantiscano amore e felicità piene, la fede non può che riscoprire il primato di Dio come chiave dell’esistenza e dell’attesa di gioia presente nel cuore umano. La situazione drammatica dell’annunzio della fede contemporaneo dipende, invece, secondo de Lubac dal fatto che

«noi abbiamo ridotto il cristianesimo a misura umana. Noi ne abbiamo fatto, al massimo, una morale»[17].

Un cristianesimo che si propone solo come messaggio volto a rendere l’uomo più capace di amore e giustizia non ha niente da dire alle attese del tempo. De Lubac afferma in proposito che 

«noi sembriamo animati da un’ambizione meno alta di quelli che hanno rinnegato il Cristo. Ciò che fa dire loro qualche volta che il cristianesimo ha potuto essere un tempo la formula della salvezza, ma che questo è adesso passato. Provocati da una situazione così paradossale, è necessario ritrovare il senso della grandezza cristiana»[18].

Solo se i cristiani avranno una rinnovata consapevolezza della grandezza e della novità portate da Cristo l’annunzio del Vangelo sarà percepibile nell’esistenza della Chiesa.

Ma egli si domanda:

«Abbiamo noi una coscienza abbastanza viva, abbastanza stupita, sufficientemente trionfale della nostra vocazione in Gesù Cristo?»[19].

5/ Cristo, la “meraviglia delle meraviglie”

In conclusione della conferenza de Lubac afferma di voler raggiungere un punto di sintesi ancora maggiore ad unificare le tre prospettive delineate:

«Diciamo solamente per terminare una parola, una sola parola, più elementare ancora di quelle che abbiamo appena detto, Per fare spazio a tutte le nostre responsabilità dottrinali, a tutte le nostre responsabilità spirituali, nel mondo di oggi, dovrà esserci sufficiente di comprendere questo: il cristianesimo è Cristo. No, veramente, non c’è niente d’altro che questo. In Cristo noi abbiamo tutto. “Paradosso dei paradossi”, “Meraviglia delle meraviglie”. Egli è l’Alpha e l’Omega. In Lui si riassume concretamente la dottrina, perché, dicendoci la sua Parola, il suo Verbo unico, consustanziale a Lui stesso, Dio ci ha detto tutto quello che poteva dirci»[20].

E conclude citando un’espressione di Origene: Revelat [Christus] Patrem, per hoc quod ipse intelligitur. Il testo è tratto dal De principiis I,2,6 e si potrebbe tradurre

«Cristo rivela il Padre in quanto egli stesso, il Cristo, viene compreso».

Cioè: solo Cristo rivela il Padre in quanto viene compreso lui stesso il Cristo come Dio. O ancora: solo Cristo ci rivela il volto del Padre, ma per comprendere Cristo dobbiamo comprendere che egli è Dio, il rivelatore del Padre.

Note al testo

[1] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, in Paradoxe et mystère de l’Église, Cerf, Paris, 2010, p. 261. La traduzione di questo brano come dei successivi è nostra.

[2] Si tratta di una conferenza pronunciata a Grenoble nel 1938 il cui testo è depositato a Namur presso il "Centro di archivi e di studi Cardinal Henri de Lubac".

[3] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, pp. 261-262.

[4] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 262.

[5] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, pp. 262-263.

[6] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 263.

[7] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, pp. 263-264.

[8] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 265.

[9] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, pp. 265-266.

[10] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 266.

[11] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 267.

[12] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 268.

[13] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 268.

[14] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, pp. 268-269.

[15] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 272.

[16] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 272.

[17] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 274.

[18] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 274.

[19] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 275.

[20] H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, Cerf, Paris, 2010, p. 276.