Una introduzione al vangelo di Marco. File audio da una relazione di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /02 /2012 - 23:19 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione ad experimentum per valutare l'utilizzo in futuro di files audio la registrazioni di una relazione tenuta da Andrea Lonardo presso la parrocchia di Santa Maria Stella dell'Evangelizzazione in Roma il 30 gennaio 2012. Per altri files audio vedi la sezione Audio e video.

Il Centro culturale Gli scritti (10/2/2012)

Ascolto

Download intro_vangelo_marco.mp3.

Riproducendo "intro vangelo marco".



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ANTOLOGIA DI TESTI UTILIZZATA DURANTE LA RELAZIONE

Per una introduzione al vangelo di Marco

Mc 1,1: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio

(da J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret)
Di recente la parola «vangelo» è stata tradotta con l’espressione «buona novella». Suona bene, ma resta molto al di sotto dell’ordine di grandezza
inteso dalla parola «vangelo». Questa parola appartiene al linguaggio degli imperatori romani che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e redentori. I proclami provenienti dall’imperatore si chiamavano «vangeli», indipendentemente dalla questione se il loro contenuto fosse particolarmente lieto e piacevole. Ciò che viene dall’imperatore – era l’idea soggiacente – è messaggio salvifico, non è semplicemente notizia, ma trasformazione del mondo verso il bene. Se gli evangelisti riprendono questa parola, tanto che a partire da quel momento diventa il termine per definire il genere dei loro scritti, è perché vogliono dire: quello che gli imperatori, che si fanno passare per dèi, pretendono a torto, qui accade veramente: un messaggio autorevole, che non è solo parola, ma realtà. Nell’odierno vocabolario proprio della teoria del linguaggio si direbbe: il Vangelo è discorso non solo informativo, ma operativo, non è solo comunicazione, ma azione, forza efficace, che entra nel mondo salvandolo e trasformandolo. Marco parla del «Vangelo di Dio»: non sono gli imperatori che possono salvare il mondo, bensì Dio. E qui si manifesta la parola di Dio che è parola efficace; qui accade davvero ciò che gli imperatori solo pretendono, senza poterlo adempiere. Perché qui entra in azione il vero Signore del mondo: il Dio vivente.

(da Henri De Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, trad. it. Jaca Book, Milano 1996)
In Gesù Cristo, che ne era il fine, l’antica Legge trovava in precedenza la sua unità
. Di secolo in secolo, tutto in questa Legge convergeva verso di Lui. È Lui che, della “totalità delle Scritture”, formava già “l’unica Parola di Dio”…
In Lui, i “verba multa” (le molte parole) degli scrittori biblici diventano per sempre “Verbum unum” (l’unica Parola). Senza di Lui, invece, il legame si scioglie: di nuovo la parola di Dio si riduce a frammenti di “parole umane”
; parole molteplici, non soltanto numerose, ma molteplici per essenza e senza unità possibile, perché, come constata Ugo di San Vittore, “multi sunt sermones hominis, quia cor hominis unum non est” (numerose sono le parole dell’uomo, perché il cuore dell’uomo non è uno)… Sì, Verbo abbreviato, “abbreviatissimo”, “brevissimum”, ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. Unità di pienezza. Concentrazione di luce. L’incarnazione del Verbo equivale all’apertura del Libro, la cui molteplicità esteriore lascia ormai percepire il “midollo” unico, questo midollo di cui i fedeli si nutriranno. Ecco che con il fiat (accada) di Maria che risponde all’annunzio dell’angelo, la Parola, fin qui soltanto “udibile alle orecchie”, è diventata “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile alle spalle”. Più ancora: essa è diventata “mangiabile”.
Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore
. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico, e, portandole, egli porta sé stesso nelle sue mani: “tutta la Bibbia in sostanza, affinché noi ne facciamo un solo boccone...”.
“A più riprese e sotto varie forme” Dio aveva distribuito agli uomini, foglio per foglio, un libro scritto, nel quale una Parola unica era nascosta sotto numerose parole: oggi egli apre loro questo libro, per mostrare loro tutte queste parole riunite nella Parola unica. Filius incarnatus, Verbum incarnatum, Liber maximus (Figlio incarnato, Verbo incarnato, Libro per eccellenza): la pergamena del Libro è ormai la sua carne; ciò che vi è scritto sopra è la sua divinità… Le due forme del Verbo abbreviato e dilatato sono inseparabili. Il Libro dunque rimane, ma nello stesso tempo passa tutt’intero in Gesù e per il credente la sua meditazione consiste nel contemplare questo passaggio. Mani e Maometto hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove. Così la Legge evangelica non è affatto una “lex scripta” (legge scritta).
Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una “religione del Libro”: è la religione della Parola
– ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, “non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo”. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”: Parola “viva ed efficace”, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza. Il cristianesimo non è “la religione biblica”: è la religione di Gesù Cristo.

(da J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret)
È vero quello che asserisce Rudolf Bultmann, secondo il quale il Gesù storico nella teologia del Nuovo Testamento non c’entrerebbe, ma dovrebbe invece essere considerato ancora come un maestro ebreo che, pur essendo da annoverare tra i presupposti essenziali del Nuovo Testamento, tuttavia personalmente non ne farebbe parte?
Un’altra variante in queste concezioni, che individuano un fossato tra Gesù e l’annuncio degli apostoli, si trova nell’affermazione, divenuta famosa, del modernista cattolico Alfred Loisy: «Gesù annunciò il regno di Dio ed è venuta la Chiesa». Sono parola da cui traspare sì ironia, ma anche tristezza: invece del tanto atteso regno di Dio, del mondo nuovo trasformato da Dio stesso, è venuto qualcosa di completamente diverso – una misera cosa! -: la Chiesa.
S’impone la risposta: la nuova vicinanza del regno di cui parla Gesù e la cui proclamazione costituisce l’aspetto distintivo del suo messaggio, questa nuova vicinanza è Lui stesso. Attraverso la sua presenza e la sua attività Dio è entrato nella storia in modo completamente nuovo qui e ora come Colui che opera. Per questo è ora «tempo compiuto» (cfr. Mc 1,15); per questo è ora, in un modo del tutto particolare, tempo di conversione e di penitenza, come anche tempo di gioia, perché in Gesù Dio viene incontro a noi. In Lui ora Dio è Colui che opera e regna – regna in modo divino, cioè senza potere mondano, regna con l’amore che va «sino alla fine» (Gv 13,1), sino alla croce.

La vera umanità di Gesù
Al v. 3,5 troviamo l'espressione "Guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori" in reazione al silenzio seguito alla domanda posta da Gesù: "E' lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?".
Al v. 3,21 troviamo una espressione dei parenti del Signore: "Dicevano: è fuori di sé".
Nell'episodio della tempesta sedata, mentre la tempesta infuria, solo Marco ci riporta un particolare, al v. 4, 38: "Egli se ne stava a poppa sul cuscino e dormiva".
Marco, al v. 6, 3, ci dice che proprio Gesù è conosciuto come "il carpentiere (tektòn), il figlio di Maria". In greco "tektòn" non vuol dire semplicemente falegname, ma piuttosto "carpentiere", essendo le abitazioni antiche costruite in gran parte di legname e non solo di pietra.
Al v. 6,6 troviamo: "Si meravigliava della loro incredulità".
Il v. 8,12: "Traendo un profondo sospiro disse: Perché questa generazione chiede un segno?".
Marco è l'unico a ricordare, nell'episodio dell'incontro con il ricco, al v. 10, 21 "Fissatolo, lo amò".
Nel cammino verso Gerusalemme, al v. 10,32, troviamo l'ordine del gruppo composto da Gesù e dai discepoli: "Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore".

La domanda sulla sua identità
In Mc 1,22 - “Ed erano stupiti del suo insegnamento perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” - si manifesta subito la forza assoluta della parola di Gesù.
In Mc 1,22-23 - “Allora un uomo… posseduto da uno spirito immondo si mise a gridare: Che c'entri con noi Gesù Nazareno?” - i demoni mostrano la loro distanza.
In Mc 1,37 - “E, trovatolo, gli dissero: Tutti ti cercano” - subito dopo la preghiera al mattino presto, oramai (e siamo solo al primo capitolo!) Gesù è già il grande ricercato.
In Mc 2,7 - “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo” - la domanda verte sul potere di perdonare. Chi ha autorizzato Gesù a perdonare? Lo stupore si concretizza dinanzi al fatto della riconciliazione. Notiamo che l'espressione può anche essere tradotta più precisamente, evidenziando ancora di più il legame fra il gesto di Gesù e la misericordia che solo a Dio pertiene, e cioè: “Chi può rimettere il peccato, se non il Dio unico?”
In Mc 2,12 - “Tutti si meravigliavano e lodavano Dio dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile” - lo stupore cresce ancor più.
Mc 2,16 - “Allora gli scribi della setta dei farisei… dicevano: Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?” - mostra la domanda sorta dal comportamento di Gesù.
Mc 2,18 - “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?” - è l'espressione della novità nell'educare i discepoli.
In Mc 2,24 - “I farisei gli dissero: Vedi, perché essi fanno di sabato quello che non è permesso?” - è la stupefacente constatazione della libertà di Gesù dinanzi al sabato.
In Mc 4,41 - “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” - subito dopo la calma che segue alla tempesta, non può non sorgere la questione sul potere di Gesù.
In Mc 5,7 - “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo?” - è nuovamente uno spirito immondo a suscitare la questione.
In Mc 6,2 - “E molti ascoltando rimanevano stupiti e dicevano: Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?” - la domanda è sulla bocca di tutti.
In Mc 6,14 - “Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché intanto il suo nome era diventato famoso” - è il re che, avendo sentito la vox populi, cerca anche lui una risposta..
In Mc 7,37 - “E, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e parlare i muti” - lo stupore già diviene lode.
Finalmente, in Mc 8,27, la domanda cresciuta e passata di bocca in bocca, diviene la grande questione che Gesù stesso pone. Innanzitutto: “Chi dice la gente che io sia?”, ma poi più direttamente: “E voi chi dite che io sia?”

Le tre grandi risposte
il Cristo
il Figlio dell’Uomo
il Figlio di Dio

La passione, la resurrezione e la sequela
il giovane nudo