Ci si può fidare. Anche quando tutto va storto, di Marina Corradi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /02 /2012 - 12:19 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire  del 5/2/2012 un articolo di Marina Corradi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Marina Corradi vedi su questo stesso sito la pagina Articoli di Marina Corradi.

Il Centro culturale Gli scritti (13/2/2012)

«Vede, signora, è che ormai non ci si può fidare di nessuno». Mila­no, una mattina di neve forte, un com­missariato di quartiere. Raccontare a un a­gente che un signore, mentre salivo in au­to, mi ha avvertita che avevo perso delle monete. Un attimo, mi volto, la borsa non c’è più. Il poliziotto è gentile, illustra tutti i modi in voga per derubare i passanti, consiglia di bloccare sempre la portiera dell’auto dall’interno, di stare attenti a chi chiede una indicazione. E poi, quella fra­se amara: «Qui, ormai, non ci si può più fidare di nessuno», che mi ritorna in men­te come un refrain in una giornata da pel­legrina per uffici pubblici, per richiedere tutte le carte perdute.

Mi erano rimasti solo il cellulare e le chia­vi di casa, e lo sbalordimento un po’ al­locco di chi, nato e cresciuto a Milano, si sentiva sicuro nella sua giungla domesti­ca. E adesso? mi chiedo smarrita davanti a questa privata Caporetto.

Di corsa a casa, a recuperare cento euro e gli stivaloni di gomma. Con il passaporto stretto fra le mani, unico documento ri­masto ad attestare che esisto, marcio sot­to la neve. Gli stivaloni neri che affonda­no nel bianco e il mio passo rabbioso dan­no alla circostanza un’aura epica. Polizia di Stato. Stanze spoglie, stranieri in coda. All’ufficio denunce gli agenti sono ragaz­zi del Sud, pazienti, solidali, direi. Con cal­ma trascrivono il mio caotico inventario: carta d’identità, patente, bancomat, car­ta di credito, tessere di tutti i tipi e i colo­ri. Ah, e degli assegni, aggiungo affanna­ta. Ah, e la carta di credito del supermer­cato, e anche la tessera sanitaria, aggiun­go ancora. «Nient’altro?», chiede sorri­dendo l’agente, come un confessore do­po una lunga fila di peccati.

Mi guardo attorno: vecchie scrivanie, computer un po’ lenti, ma questi ragazzi qui al loro posto, e umani, per poche cen­tinaia di euro al mese. Davvero non ci si può più fidare di nessuno, come dice uno di loro? Però voi qui, in una mattina di ne­ve, mentre le Volanti rientrano infangate; voi che chiamate anche la Motorizzazio­ne per sapere se la patente è duplicabile subito, per darmi almeno un foglio prov­visorio senza fare un’altra coda. E la ban­ca, a cui spiego che non ho la benché mi­nima idea dei numeri di serie delle carte e degli assegni rubati? Una sconosciuta impiegata: tranquilla, signora, la aiutiamo noi (uscire poi, brandendo un bancomat fresco fresco, il primo recuperato). Fuori, nevica che Dio la manda, ma Milano, se pure rallentata, procede come un eserci­to cocciuto. Ora, in Comune, piazzale Accursio, con le foto tessera. Sono le tre e venti, dieci mi­nuti alla chiusura. Allo sportello allungo la denuncia bagnata di neve e il passaporto superstite. L’impiegata guarda le foto – spettrali, ammetto, scattate come sono in una giornata di neve e di guai – e dice che i capelli nascondono troppo il viso. Non ri­spondo niente, ma dai miei occhi parte u­no sguardo supplice: la prego, non mi mandi via. L’impiegata china la testa. In­colla, digita, compila. La osservo; somi­glia un po’ alla signora della banca, non nei tratti ma nei modi - pallida, efficiente, si­lenziosa. Cinque minuti, carta d’identità nuova di zecca. Distrattamente mentre e­sco mi cade lo sguardo su un piccolo cro­cefisso appeso nella guardiola dove le ad­dette danno informazioni a due stranie­re. Con calma, anche se l’orario è scadu­to; sforzandosi di parlare adagio, per far­si capire. Anche questa, penso, è l’Italia.

Quel carrozzone che sui giornali pare sem­pre sul punto di affondare, quella nave in­cagliata, quel divario stratosferico di spread nel fuoco delle Borse, nella sua a­nonima quotidianità è invece anche que­sto. Facce umane, mani efficienti, pc ac­cesi e operanti, mentre fuori la neve blan­disce di restarsene a dormire. Facce che la sera aspetteranno un tram che arriverà ca­rico, i tergicristalli battenti davanti a un’al­tra faccia stanca di tranviere. Non ci si può più fidare di nessuno? Di tanti invece, a­gente: come lei, come milioni. (Chissà per­ché, fra noi, quasi non ci vediamo, non ci riconosciamo. Ma ci siamo).

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