Roma dal Risorgimento al Concilio Vaticano II. File audio dell'itinerario guidato da Andrea Lonardo per i seminaristi del Seminario di Genova

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /02 /2012 - 20:57 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione ad experimentum per valutare l'utilizzo in futuro di files audio le registrazioni della visita ad alcuni luoghi significativi di Roma dal Risorgimento al Concilio Vaticano II. Per altri files audio vedi la sezione Audio e video.

Il Centro culturale Gli scritti (13/2/2012)

N.B. L'audio si riferisce ai diversi luoghi visitati ed è pertanto non continuo, ma si interrompe ad ogni fine visita di un dato luogo.

Primo giorno: dall'ottocento alle guerre mondiali (29 gennaio 2012)

Ascolto

Download risorgimento1.mp3.

Riproducendo "risorgimento1".



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Secondo giorno: dal secondo dopoguerra al Concilio vaticano II (30 gennaio 2012)

Ascolto

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Riproducendo "risorgimento2".



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ANTOLOGIA UTILIZZATA NEL CORSO DELL’ITINERARIO

Andrea Lonardo
www.gliscritti.it
www.ucroma.it
 

da Risorgimento, Unità d’Italia, Chiesa cattolica, di Carlo Cardia (su www.gliscritti.it )
Nel bel libro-intervista di Emilio Gentile il nodo dei rapporti con la Chiesa è interpretato come una delle ragioni per la quale difettiamo del senso dello Stato, e la prova sarebbe nel fatto che manteniamo tante festività religiose ma non abbiamo una vera festa nazionale, come per altri è il 4 o 14 luglio. [...] Noi abbiamo una pluralità di feste e celebrazioni (laiche e religiose) proprio perché non abbiamo voluto spezzare la continuità della nostra storia; non abbiamo bisogno di una data esclusiva per la nostra identità nazionale perché questa è assai più antica rispetto a quella di altri popoli, non ne abbiamo mai espunto una parte, provandone vergogna. Caso mai, il problema è opposto, siamo rinascimentali anche nelle feste, non riusciamo a liberarci neanche di quelle patronali. Con l’unità d’Italia la nostra storia non si spezza, è portata a compimento da un Risorgimento che esalta il nostro passato e le nostre tradizioni facendone la leva per affermare il diritto all’indipendenza, che nessuno all’epoca può negare.
Solo così si spiega come il Risorgimento abbia potuto affrontare e risolvere, in un arco di tempo assai ridotto, tra il 1848 e il 1861, con l’appendice del 1870, compiti assai più ardui di quelli propri di altri Paesi. E l’ha fatto senza guerre di religione o persecuzioni di alcun genere
, senza fratture definitive tra le parti sociali, senza gli estremismi che hanno segnato la storia di altri Stati. Nessuna recriminazione può cancellare questo tratto di distinzione e di nobiltà della doppia rivoluzione risorgimentale, per libere istituzioni e per l’indipendenza.[...]

Il Risorgimento trasforma e riforma il nostro Paese. In uno spazio di tempo brevissimo, tra il 1850 e il 1860, l’Italia viene introdotta nella modernità, cancella istituzioni e arretratezze dell’ancien régime, delinea la grande architettura dello Stato laico e riconosce la libertà religiosa e l’eguaglianza dei culti.
Però, come rilevano Jemolo e Spadolini, il modello di Stato laico del Risorgimento è un modello nostro, originale, equilibrato, non un figlio minore o una brutta copia dei prototipi giacobini d’oltralpe
. Esso ha radice nella formula cavourriana del “libera chiesa in libero Stato” che ha una sua feconda ambiguità, e raccoglie consensi da ogni sponda, ma è esente da quel veleno antireligioso che serpeggia abbondante in d’Europa.
Si aprono le porte ai protestanti, si realizza la seconda e definitiva emancipazione degli ebrei che sono tra i primi protagonisti del Risorgimento, fino a giungere ai vertici delle istituzioni statali nei primi decenni dell’Italia unita. Le libertà civili e religiose, in altri importanti paesi, si sono realizzate con maggiore fatica e in tempi assai più lunghi, mentre in Italia si affermano pienamente con il consenso generale delle forze politiche e della popolazione.
Tutto ciò avviene con il concorso di liberali, cattolici, democratici, nello sviluppo di divisioni e scontri politici che Cavour sapientemente gestisce a livello parlamentare. Cavour conosce bene il cattolicesimo italiano che vive dentro di sé l’aspirazione alla modernità e la resistenza al nuovo, a volte subisce il fascino del passato.
Ma sono Gioberti e Rosmini, con Niccolò Tommaseo e Cesare Balbo che chiedono la libertà religiosa per tutti, l’emancipazione per gli ebrei, Massimo D’Azeglio scrive un libro sull’argomento, lo dedica al papa. È uno Stato laico vero quello che si afferma in Italia, di cui troviamo solenni riflessi nel carteggio privato tra Vittorio Emanuele II e Pio IX.
Nel quale, insieme alla confidenza e familiarità che unisce il Re (personalmente cattolicissimo) al Papa, scopriamo che la coscienza del Re, confligge a volte con i richiami del Papa ai suoi doveri di cattolico. Ma Vittorio Emanuele, figlio devotissimo della Chiesa, sa dire no a Pio IX invocando le proprie responsabilità di sovrano costituzionale, sa difendere il diritto storico dell’Italia alle libertà religiose per tutti, ad avere Roma capitale.
Il Re conferma la distinzione tra spirituale e temporale che accompagna il nostro Risorgimento, anche per questo merita l’onore e la nostra gratitudine. Il Papa lo ricambia con un affetto che non viene mai meno, lo assolve facilmente dalle scomuniche quando si trova in stato di infermità o quando va in guerra mettendo a rischio la propria vita, perché il foro interno pratica una misericordia che il foro esterno non comprende.
Anche questo tratto della nostra storia, che vede i maggiori protagonisti del Risorgimento fermi nella propria fede cattolica, e che chiedono e ottengono (magari con tollerante dissimulazione) i conforti religiosi sul punto di morte andrebbe meglio valutato in sede storica, se non altro perché non si conoscono vicende analoghe o parallele in altri Paesi europei.
Ma la nostra laicità non è giacobina. Il Risorgimento non conosce nessuno che miri alla
reformatio ecclesiae, i maggiori esponenti liberali si pronunciano a favore della libertà della Chiesa, lasciando che sia essa a decidere tempi e modalità della sua evoluzione.
Da Cavour a Ricasoli, da Minghetti a Boncompagni, perfino Pasquale Stanislao Mancini (grande campione e nostalgico della tradizione giurisdizionalista del Regno delle Due Sicilia), tutti respingono anche solo l’idea di quella constitution civile du clergé che costituisce l’incubo della Chiesa per tutto l’Ottocento, e oltre. [...]

La più gran parte del Risorgimento, certamente fino al 1866, è stata frutto di un’azione corale di liberali, cattolici-liberali, democratici, e possiamo dire che il Risorgimento è la culla della prima esperienza storica del pluralismo dei cattolici, con diverse anime che si affermano in attesa di successivi amalgami; diverse anime perché nel cattolicesimo dell’Ottocento si trovano i più grandi patrioti e i più grandi conservatori, insieme con autentici reazionari.
Cavour
è talmente consapevole del ruolo dei cattolici che afferma in Senato il 9 aprile 1861 che “in Italia il partito liberale è più cattolico che in qualunque altro paese d’Europa”, aggiunge quasi profeticamente che quando si giungerà all’accordo con la Chiesa “i fautori della Chiesa, o meglio, quelli che chiamerò il partito cattolico, avranno il sopravvento, ed io mi rassegno fin d’ora a finire la mia carriera sui banchi dell’opposizione”.
E Giovanni Spadolini delinea il ruolo centrale del cattolicesimo liberale nel risorgimento e nella storia dell’Italia unita, non solo quando richiama la partecipazione diretta dei cattolici alle vicende risorgimentali ma quando afferma con insuperabile acume che “il cattolicesimo liberale sopravvive nei suoi stessi avversari, compenetra i nuovi metodi di lotta politica, alimentava l’evoluzione del liberalismo”. Il cattolicesimo liberale, nella lettura di Spadolini, ha permesso ai cattolici di entrare nella modernità, ai liberali di liberarsi delle illusioni e dei veleni dell’illuminismo antireligioso.
Si spiegano meglio, in questa lungimirante interpretazione, anche quei conflitti minori e assai singolari che caratterizzano i rapporti con la Chiesa nel 1850-60, come quello per il quale fu imposto al clero di cantare nelle Chiese un solenne Te Deum per celebrare l’anniversario dello Statuto albertino quando l’Italia è sul punto di essere unita.
Ai nostri occhi la richiesta è singolare, e riesce perfino a dar ragione ai gesuiti della Civiltà Cattolica i quali chiedono di “sapere, così, dove il governo laico di qualunque Paese di questo mondo abbia pescato l’autorità di obbligare il clero a cantare il Te Deum piuttosto che il Miserere o il Dies Irae in un dato giorno dell’anno”. Ne nasce un conflitto buffo [...] E la Chiesa protesta, ma poi in un modo o nell’altro accondiscende alle richieste dello Stato perché comprende che, in fondo, questa è una propria vittoria, dimostra che senza il cattolicesimo l’Italia non esiste. L’apparente cedimento alle pressioni esercitate certifica che ogni evento importante attende in Italia la benedizioni religiosa. Sembra strano, ma mentre polemizzano, Stato e Chiesa sono complici, agiscono come membri di una famiglia che litiga ma non può, né vuole, separarsi davvero.
Gli effetti a lunga scadenza di questa modernizzazione del Paese si fanno sentire nella Chiesa, perché con il tempo si consuma ogni nostalgia dell’ancien régime, il cattolicesimo si scompone e ricompone, si struttura con una dimensione nazionale, si riforma, attenua quella visione pessimista del Sillabo che sembrava un monolito destinato a fermarne la modernizzazione, si avvia con Leone XIII sulla strada delle grandi questioni sociali, e dei diritti umani, dello Stato moderno.
Forse nel nostro Risorgimento plurale sono anche le ragioni per le quali non è mai esistita una vandea italiana (posso aggiungere, neanche qualcosa di paragonabile all’Action Français), perché nessuno ha voluto introdurre la logica dell’amico-nemico nei rapporti con la Chiesa, e perché la Chiesa in ogni momento ha mantenuto le sue radici sociali profonde partecipando alle aspirazioni nazionali del Risorgimento, almeno fino a quando la Questione Romana ha reso tutto più difficile. [...]

La legislazione eversiva [del 1866-1867] è stata quindi una ferita nel corpo sociale cattolico. E viene da chiedersi se il conflitto di natura patrimoniale e associativo ha fatto tramontare la tradizionale moderazione nei rapporti con la Chiesa. La risposta non può che essere negativa, soprattutto se si confronta la vicenda italiana con analoghe esperienze soprattutto di Francia e Spagna, e se si riesce a mantenere serenità di giudizio e di valutazione.
Un segno della moderazione tutta italiana la troviamo in primo luogo nelle modalità di attuazione delle leggi eversive, in specie quelle del 1866-67. In Italia non assistiamo a nessuna delle scene verificatesi in Francia o in Spagna, dove la resistenza dei religiosi asserragliati nei conventi provocava l’intervento armato delle milizie per scacciarli con la forza, o in cui la reazione anticlericale raggiungeva vertici sanguinari nella mattanza de los frailes in alcune città spagnole.
In Italia tutto si svolge nell’amarezza e nell’ordine, quando si presentano gli agenti governativi per la presa di possesso degli immobili, l’inventario, il rilascio di alcuni locali per il culto e via di seguito. I religiosi e le autorità ecclesiastiche protestano, contestano ciò che possono contestare, ma obbediscono. Obbediscono, e tutto si svolge secondo le regole scritte con migliaia di religiosi che prendono la via dei rispettivi luoghi di origine. Sembra poco, ma è moltissimo perché la tensione non fa oltre i suoi binari naturali.
La moderazione, però, è anche nelle pieghe della legge. In primo luogo nel fatto che gli ordini religiosi sono disciolti e viene loro tolta la personalità giuridica, ma non è negato ai singoli il diritto di associazione, e il diritto di riunirsi in una nuova vita in comune, sia pure senza mezzi e fuori dei conventi del passato.
Inizia di qui quella ricerca creativa, a volte immaginifica, di frati e suore e religiosi d’ogni tipo per sfuggire alle leggi eversive, e inventarsi un nuovo futuro. Qualche convento si salva per raccomandazione (del Re, di un ministro, di qualche alta personalità), altri istituti come quelli di don Bosco e di Rosmini sfuggono all’eversione perché la proprietà è intestata ai singoli religiosi, altri ancora perché sono strutturati in forma giuridiche atipiche. Infine, molti istituti religiosi con il tempo riprendono a vivere perché riacquistano con prestanome i vecchi conventi, o nuovi immobili, e con il coraggio tipico di chi crede in qualcosa ricostituiscono ciò che le leggi volevano cancellare.
Dunque, anche nel secondo Ottocento quando l’acuirsi delle tensioni con Roma impedisce una evoluzione più morbida, paralizza i tentativi e le potenzialità conciliariste, la moderazione italiana trova il modo di affiorare, permette di tenere uniti i fili di un rapporto teso ma non spezzato. E la moderazione trova conferma nel fatto che le declamazioni laiciste, abbondanti e ripetute, non impediscono alla Sinistra di proseguire nella politica ecclesiastica moderata della Destra storica; e ciò permette allo Stato e alla Chiesa di convivere con una intelaiatura di relazioni che erodono lentamente ruggine e astio.
È Salvemini ad osservare che Chiesa e Stato in questo periodo non sono “due persone in carne ed ossa che si battono in duello senza riposarsi mai, in nome di astratte dottrine
. Sono due collettività di persone, ben lontane dal formare blocchi omogenei”, segnate da un “incrociarsi continuo di influenze contraddittorie e mutevoli”. [...]

Il papa non è assimilabile né al principe di Monaco né ai capitani di San Marino, la sua capacità d’influenza è asimmetrica rispetto a quella di qualsiasi principe territoriale, quindi anche a quella del Re d’Italia. La sovranità del Papa non dipende dalla consistenza territoriale, ha respiro universale, quella di uno Stato ha forza territoriale, ma non supera i propri confini.
L’Italia lo sa, elabora su questa asimmetria una paura che condiziona le sue scelte, la paura che il papa offuschi il Re, la Santa Sede oscuri il governo italiano, in Roma possano trovarsi affiancate due sovranità diseguali.
Con piena lucidità, Crispi lo dice in Parlamento nel 1864: “la Chiesa Romana è cattolica, cioè universale. Questa condizione, che è una forza per lei, è un danno per noi. Essa per la sua indole universale bisogna che viva da sé, che non si assoggetti ad alcuna potestà temporale (…). Il Pontefice romano, qual è oggi costituito, non può divenire cittadino di un grande Stato
, discendendo dal trono su cui lo venera tutta la cattolicità. Bisogna che sia principe e signore a casa sua, a nessuno secondo. D’altra parte il Re d’Italia non può sedere accanto a un monarca a lui superiore”. Impossibile dire meglio.
La Legge delle Guarentigie è sapiente, e raffinata, anticipa il futuro perché inventa una sorta di mezza sovranità (personale) per il papa, di sospensione della sovranità italiana sui palazzi vaticani. Ma presenta un limite: quello di negare al pontefice e alla Santa Sede la soggettività internazionale che ha sempre avuto. Il papa può essere vescovo, capo della cattolicità, ma nelle sedi internazionali non deve aver voce, non può parlare neanche nelle conferenze sulla pace, non è competente in nessuna materia che interessi i rapporti tra gli Stati.
Viene dimidiata la funzione del papa, il quale è ridotto alla gestione della “sua” Chiesa, fingendo di non sapere che nella sua missione rientra proprio il poter parlare al mondo
. Non solo, ma il papa diviene con la Legge delle Guarentigie un suddito, pur privilegiatissimo, dello Stato italiano. Quando Giosuè Carducci declama: “cittadino Mastai, bevi un bicchiere” non ricorre ad una metafora letteraria, si fonda su una verità giuridica. Nasce, così, l’ossimoro di un Papa che è suddito, diventa possibile giuridicamente ciò che è impossibile concepire sul piano concettuale e storico. [...]

Ma l’Italia insiste nel volere negare al papa il riconoscimento pieno della sua dimensione universale e internazionale. Si oppone infatti nel 1872 alla partecipazione della Santa Sede alla Conferenza di Parigi (la c.d. conferenza del metro), perché, afferma il ministro degli esteri Visconti Venosta, “il governo del Re non può esporsi a dover firmare accordi con un suddito proprio, il quale stipulerebbe a nome di un’autorità che non ha ai nostri occhi, né a quelli delle Potenze che ci vogliono essere amiche alcuna esistenza di diritto né di fatto in materie non ecclesiastiche”.
L’Italia ancora si oppone alla partecipazione della Santa Sede alla prima conferenza dell’Aja sulla limitazione degli armamenti del 1899, e a quella successiva del 1907. E soprattutto, il governo Salandra, stipulando il 26 aprile 1915 il trattato segreto di alleanza con Gran Bretagna, Russia e Francia, fa includere all’art. 15 una clausola in base alla quale le potenze dell’Intesa si impegnano “ad appoggiare l’Italia in quanto essa non permetta che rappresentanti della Santa Sede intraprendano un’azione diplomatica riguardo alla conclusione della pace e al regolamento delle questioni connesse con la guerra”.
Questi i termini della questione, irrisolti a lungo dopo il 1870, questo il corto circuito tra Italia e Santa Sede. La Santa Sede continua a pensare al vecchio principato, l’Italia diviene gelosa del papa, ha paura che il Vaticano conti più del Quirinale. Gli storici parlano del vago timore di Vittorio Emanuele II verso Pio IX, il quale confida alla regina d’Olanda nel 1872: “vorrei proprio che il papa lasciasse Roma, perché non posso guardare dalle finestre del Quirinale senza vedere dinanzi a me il Vaticano, e mi sembra che Pio IX ed io siamo due prigionieri”.
Essi sono prigionieri inconsapevoli della cultura nazionalista. Il nostro Re si sente piccolo di fronte al nostro papa che governa spiritualmente molti popoli. Pio IX si sente prigioniero perché Vittorio Emanuele ha uno Stato e lui no. Per questa ragione in tutta Europa si parla della possibilità che il papa lasci l’Italia; Pio IX chiede un giorno il parere ai suoi cardinali sulla praticabilità di una sua allocazione all’estero, alcune potenze europee assicurano a Pio IX il loro appoggio, e la disponibilità ad accoglierlo. In realtà il papa non crede a questa ipotesi, e (sia detto con tutto il rispetto) nessuno vuole davvero il papa in casa propria. [...] In realtà il papa non ci pensa per niente a lasciare Roma, e nessuno lo vuole veramente perché la sua presenza è impegnativa per chi non vi è abituato, e soprattutto perché tutti intuiscono che l’allontanamento dall’Italia sarebbe una scelta contro natura, violerebbe quel rapporto di simbiosi che si è costruito tra il papa e Roma, il papato e l’Italia in quasi due millenni. [...]

Un papa suddito è un ossimoro concettualmente incomprensibile, storicamente inaccettabile, e Pio IX resiste fino alla fine a questa soluzione rivendicando l’universalità del papato.
Ed è ancora una volta Giovanni Spadolini a cogliere ciò che altri non hanno visto quando afferma che “il merito storico di Pio IX, dal punto di vista cattolico, è di aver compreso che la causa del papato poteva essere salvata soltanto sul piano universalistico
, sul piano della fede, e che nessuna combinazione diplomatica sarebbe riuscita a evitare il particolarismo degli Stati, a scongiurare il trionfo delle nazionalità, a prevenire il successivo definirsi e differenziarsi dei blocchi”.
Se dunque Vittorio Emanuele II aveva avuto ragione, in Piemonte, a dire no al papa su questioni di politica interna, Pio IX ha ragione a resistere nella difesa dell’universalità del papato
e della Chiesa, e la storia ha confermato che la sua resistenza era fondata e non è stata inutile.
È la storia infatti che con il tempo dirada le paure dell’una e dell’altra parte
. Quando le ideologie nazionaliste declinano, quando la storia dall’Europa si allarga ad altre parti del mondo, tende ad essere universale, anche nelle sofferenze delle guerre e nelle tragedie dei totalitarismi, si sente il bisogno di nuove regole e istituzioni internazionali, di autorità morali più alte che parlino a tutti gli Stati e a tutti i popoli.
È allora che il papato senza potere temporale sembra spiccare il volo, il suo ruolo universale si rinnova. Si allargano i confini della Chiesa tra i popoli, con le missioni, le attività benefiche, le rappresentanze diplomatiche. Si estende la voce del papa oltre ogni frontiera, tutti vogliono ascoltarlo, molti ne traggono conforto.
Il primo conflitto mondiale, con le sue tragedie e con la prima crisi delle ideologie nazionaliste vede Benedetto XV al centro dello scenario internazi
onale, non perché i belligeranti seguano i suoi consigli, ma perché è ascoltato, riconosciuto come autorità morale, e l’attività internazionale del papa, svincolata com’è da un potere temporale vero, appare nei suoi contorni morali, sociali, umanitari.
L’Italia se ne accorge, e già nel 1919 con Vittorio Emanuele Orlando è pronta a parlare di Conciliazione. L’Italia ha capito che il papa non può essere suddito a nessuno
, e che il papato universale può essere un bene prezioso per l’Italia come lo era stato per secoli per gli italiani. [...]

Nell’amicizia tra Vaticano e Italia, Roma diviene il crocevia di una storia politica, diplomatica, spirituale, unica nel suo genere. Sta qui la ragione della nascita di quello “Stato bomboniera”, come amo definirlo, lo Stato Città del Vaticano che ha le fattezze formali di uno Stato ma ha la sostanza di un mezzo per consentire, e agevolare, lo svolgimento della funzione universale della Chiesa e della Santa Sede: esso vede la luce nel 1929 e trova subito tanto consenso a livello internazionale, ed a livello interno, fino alla ricezione dello spirito dei Patti del 1929, del Trattato del Laterano in particolare, da parte dell’Italia costituzionale e repubblicana.
Per le ragioni che ho detto, penso che oggi i giudizi sul Risorgimento possono essere più veri e completi, sia in termini specifici per ciò che riguarda il rapporto con la religione e la Chiesa cattolica, sia in termini generali con riferimento alla nascita di un’Italia indipendente e fondata sui diritti di libertà fondamentali. In termini specifici voglio ricordare Giovanni Spadolini che in più occasioni ha visto nel rapporto tra liberalesimo e cattolicesimo una preziosità incancellabile del processo che ha portato all’Unità d’Italia, e che anche nel conflitto con la Chiesa ha voluto intravedere un elemento di fecondità della nascente democrazia italiana, che è giunto a maturità in sintonia con lo sviluppo delle potenzialità democratiche e sociali dell’Italia del Novecento.
Il Risorgimento non soltanto non ha spezzato la nostra storia, negando valore al passato, ma ha portato a compimento il nostro cammino secolare armonizzando fede religiosa e libertà moderne, cattolicesimo e sentimento nazionale unitario, dotando così l’Italia di un amalgama sconosciuto ad altri Paesi europei. Molti liberali dell’Ottocento si stupirebbero nel vedere la Chiesa cattolica del Novecento sostenitrice dei diritti umani in tutto il mondo, eppure ciò è stato possibile proprio perché il patrimonio storico della Chiesa non poteva non andare in direzione della difesa della persona umana e delle sue libertà fondamentali.
In termini più generali, resto convinto che rimane insuperato il giudizio sul Risorgimento di Croce del 1932, per il quale “se per storia politica si potesse parlare di capolavori come di opere d’arte, il processo d’indipendenza, libertà, unità d’Italia, meriterebbe di essere detto il capolavoro dei movimenti liberal-nazionali del secolo XIX: tanto ammirevole in esso la contemperanza dei vari elementi, il rispetto dell’antico e l’innovare profondo, la prudenza sagace degli uomini di stato e l’impeto dei rivoluzionari e dei volontari, l’ardimento e la moderazione”.
Oggi possiamo esprimere un giudizio da trasmettere ai giovani, per cui nel Risorgimento riscopriamo anche le nostre virtù, l’inclinazione ad essere moderati, a rifiutare la violenza sistematica, a farci carico delle ragioni degli altri, a vincere democraticamente ma senza dominare, virtù che ci distinguono da popoli e Stati che hanno realizzato magari grandi rivoluzioni ma portano il peso di una violenza e aggressività che hanno fatto la storia al negativo.

da L’inno di Mameli. Frammenti dal commento di Roberto Benigni, Festival di Sanremo, 17/2/2011
L’Italia è l’unico paese al mondo dove è nata prima la cultura e poi la nazione. L’ha tenuto insieme la lingua e la cultura, immensa.
Un paese che non proclami forte i propri valori è pronto per l’oppressione e la servitù
.
Risorgimento poi è una parola... Risorgere viene dal vangelo, è una cosa mistica, religiosa... è proprio una resurrezione.
Nessun altro luogo del mondo ha avuto un’avventura impressionante, scandalosamente bella come la città di Roma.
In dialetto non si può scrivere la Divina Commedia. Non si può.
La bandiera venne inventata, trovata, scelta da Mazzini da un verso di Dante Alighieri
– come al solito – che nel canto XXX del Purgatorio, l’apparizione di Beatrice... Quindi la bandiera viene da Dante Alighieri.
Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore... L’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Queste.... sono le idee di Gioberti, cattolicesimo e liberalismo insieme.
Abbiamo inventato noi la libertà, nel 1100, 1200... i comuni liberi.
Loro hanno imparato a morire per la patria, perché noi potessimo vivere per la patria.
Lo canta... non perché protegge la terra dei suoi padri, ma perché tutela la vita dei suoi figli
.

da Pio IX (originale poi modificato, dopo che il generale aveva di sua iniziativa protratto i combattimenti)
Al Generale Kanzler Pro Ministro delle Armi" [Ermanno Kanzler Pro Ministro delle Armi che comandava le truppe pontificie]
Sig. Generale, ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia; e la truppa di un Re Cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l'apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la Capitale dell'Orbe Cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei Sig. Generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell'affezione mostrata alla S. Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa S. Sede. Siano queste parole un documento solenne che certifica la disciplina, la lealtà, ed il valore della truppa al servizio di questa S. Sede. In quanto poi alla durata della difesa sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta atta a constatare la violenza, e nulla più; cioè di pochi colpi da tirarsi contro il nemico. In un momento in cui l'Europa intiera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi Nazioni, non si dica mai che il Vicario di G. C. quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire ad un grande spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e Noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa. Benedico di cuore Lei Sig. Generale e tutta la nostra truppa. 14 settembre 1870.

Testamento di Giuseppe Garibaldi
Ai miei figli, ai miei amici, ed a quanti dividono le mie opinioni, io lego: l'amore mio per la libertà e per il vero;
il mio odio per la menzogna e la tirannide. Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l'impostura in cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico. In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d'un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.

Mazzini, figlio del dio progresso, di Marco Roncalli (da Avvenire, su www.gliscritti.it )
Ci sono le venti paginette Dal Papa al Concilio scritte nel 1832 e riviste nel 1849 con un’analisi spietata in cui si dichiara «spento moralmente il Papato» e si invoca un Concilio «raccolto da un popolo libero e affratellato nel culto del Dovere e dell’Ideale, dei migliori per senno e virtù fra i credenti nelle cose eterne, nella missione della creatura di Dio sulla terra, nell’adorazione della Verità progressiva».
E c’è la lunga lettera Dal Concilio a Dio , scritta nel 1870, due anni prima della morte in casa Rosselli, sorta di testamento politico­religioso in cui, rivolto ai Padri riuniti al Vaticano I sull’infallibilità del pontefice, l’autore esplicita non solo punti di dissenso dalla Chiesa cattolica, ma la sua Weltanschauung, religiosa, ma tutt’altro che cristiana: «Il vostro dogma si compendia nei due termini: Caduta e Redenzione; il nostro nei due: Dio e Progresso. Termine intermedio tra la Caduta e la Redenzione è, per voi, l’incarnazione del Figlio di Dio: termine intermedio per noi tra Dio e la sua Legge è l’incarnazione progressiva di quella Legge nell’Umanità, chiamata a scoprirla lentamente e compirla attraverso un avvenire incommensurabile... Noi crediamo nello Spirito, non nel Figlio di Dio».
C’è il breve testo
Dubbio e fede del 1862, amaro, ma non rassegnato, in cui la fiducia in Dio si lega al dovere per il riscatto della Patria contro la tirannide papale e il cancro del materialismo. E c’è, infine, una ancor più breve Preghiera a Dio per i piantatori , nata nel 1846 come un contributo sull’abolizione della schiavitù, nella quale si chiede a Dio di intercedere non nei confronti degli schiavi, ma dei proprietari, i piantatori di cotone, affinché «l’angelo del pentimento discenda e si accosti al loro guanciale di morte».
I quattro scritti mazziniani appena illustrati, senza dimenticare i Doveri dell’uomo non solo ci dicono molto sull’importanza della religione per il celebre genovese così deciso a tenere separati potere temporale e spirituale, nonché tenace oppositore di ogni assolutismo clericale o laico, ma, a ben guardare, sembrano andar oltre il loro legame con la lotta per l’unità d’Italia, pur così evidente.
Resta chiaro il dato di una religione che è solo quella del Progresso e di una Rivelazione che, per Mazzini, configura un fenomeno molto più grande della vicenda narrata nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Con un approccio a Gesù considerato «fratello» ma non «Signore e Redentore», «uomo esemplare», sì, ma non Dio, né mediatore tra l’uomo e Dio, che è Dio di tutti e non d’una casta, che «esiste, perché noi esistiamo», che «vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’Umanità, nell’Universo che ci circonda», «Dio resta, come resta il Popolo, immagine di Dio sulla terra».
Insomma, un Mazzini meno conosciuto quello in questa raccolta curata da Andrea Panerini, sintesi di un pensiero religioso (nonostante l’influenza nella formazione della madre, Maria Drago, religiosissima e di alcuni sacerdoti giansenisti) lontano da tutte le ortodossie cristiane. «Crediamo in un cielo nel quale siamo, moviamo, amiamo, che abbraccia, come Oceano seminato d’isole, la serie indefinita delle nostre esistenze; crediamo nella continuità della vita, nella connessione di tutti i periodi diversi, attraverso i quali essa si trasforma e si svolve, nell’eternità degli affetti virtuosi, serbati con costanza fino all’ultimo giorno d’ogni nostra esistenza...».
Il triumviro, che nelle poche settimane di vita della Repubblica Romana (1849), aveva fatto sventolare la bandiera con il motto dell’avvenire, 'Dio e il Popolo' più tardi così riassume il suo credo: «Splenda sulla santa Crociata il segno della Nuova fede: Dio, Progresso, Umanità. Dio, principio e fine di ogni cosa. Progresso, la legge da lui data alla Vita. L’Umanità, l’interprete, nel tempo e a tempo, di quella Legge».
Una religione in cui c’è una storia umana che ha un senso, attua un progetto divino, ma per il profeta dell’Unità nazionale, nel segno di una parola ignota all’antichità, resa a forza sacra, il Progresso, e dove il cristianesimo è ridotto a etica.

da Dopo 150 anni in Italia si parla italiano. I meriti della scuola, dei giornali e anche della Chiesa, di Luca Serianni
È notissima la valutazione di Tullio De Mauro, il quale nel 1963 calcolò che appena il 2,5 per cento dei parlanti potevano considerarsi italofoni
. La percentuale è stata discussa, ma è vero che i termini del problema non cambierebbero anche se quella quota dovesse essere moltiplicata di due o tre volte. Se nel 1861 erano pochi i cittadini in grado di parlare l'italiano, non è però sostenibile un eventuale corollario, secondo il quale sarebbe esistito solo l'italiano scritto della tradizione letteraria, chiuso in una specie di teca museale.
Il linguista ticinese Sandro Bianconi ha dimostrato nel 1991, esplorando i ricchissimi carteggi dei cardinali Borromeo (circa 60.000 lettere), che l'italiano già nel secondo Cinquecento era diventato anche nei centri minori "la lingua della comunicazione scritta ai diversi livelli della società"; Francesco Bruni ha accertato la circolazione di un italiano ampiamente usato nel Levante dal XVI al XIX secolo in funzione di lingua veicolare diplomatica. E non va sottovalutata, per la circolazione di un modello scritto o comunque italianizzato presso le masse, l'azione della Chiesa e l'abituale ricorso all'italiano, non al dialetto, nella predicazione: un canale a cui era esposta regolarmente la quasi totalità della popolazione dialettofona.

da Don Bosco l'italiano. La cultura come coscienza e identità di un popolo, di Francesco Motto
Che la nostra identità abbia radici nel passato e che, prima ancora del carattere politico assunto con il Regno d'Italia nel 1861, da secoli abbia un suo carattere nazionale linguistico, religioso, letterario, artistico è indubitabile.
Può essere allora interessante e anche inedito vedere l'apporto di don Bosco a tale italianità già nel quindicennio precedente l'Italia unita. Del resto nel 1846 indicava alla massima autorità di Torino che egli intendeva insegnare ai suoi ragazzi quattro "valori": l'amore al lavoro, la frequenza dei santi sacramenti, il rispetto a ogni superiorità e la fuga dai cattivi compagni. Li avrebbe successivamente sintetizzati nella celebre espressione "onesto cittadino e buon cristiano".
Nel 1845 pubblica dunque un volume di 400 paginette: la Storia ecclesiastica ad uso delle scuole,
utile ad ogni ceto di persone. In evidenza sono subito due dimensioni: quella religiosa e quella di taglio giovanile e popolare. Gli ecclesiastici, gli studiosi, le persone colte, gli allievi delle (poche) scuole superiori avevano già a loro disposizione grossi volumi; non così sempre i ragazzi delle scuole inferiori, dei collegi, dei piccoli seminari; non così i giovanotti semianalfabeti che frequentavano le scuole festive e serali; non così la gran massa della popolazione semianalfabeta dell'epoca.
Quella di don Bosco non ha nulla a che vedere con le storie dotte e con quelle pure similari di Antoine-Henri de Bérault-Bercastel, di Réné F. Rohrbacher, di Johann J. I. von Döllinger. L'obiettivo che si propone è educativo, apologetico, catechistico: formare religiosamente i lettori, soprattutto i giovani studenti, con una bella storia, dando spazio ai "fatti più luminosi che direttamente alla Chiesa riguardano", soprattutto ai papi e ai santi, tralasciando o appena accennando i "fatti del tutto profani e civili aridi o meno interessanti, oppure posti in questione". L'Educatore. Giornale di educazione e di istruzione primaria lo recensiva positivamente, sottolineandone il principio educativo sotteso ("illuminare la mente per rendere buono il cuore") e apprezzandone il periodare "schietto e facile", "la lingua abbastanza pura"e "la sparsa unzione, che dolcemente ti commuove e alletta al bene", Il volume ebbe 25 edizioni-ristampe fino al 1913.
Non passano due anni che don Bosco dà alle stampe un'opera analoga, ossia
La storia sacra per uso delle scuole, utile ad ogni stato di persone, arricchita di analoghe incisioni. Come sempre, onde "giovare alla gioventù", l'autore si prone la "facilità della dicitura e popolarità dello stile", anche se con ciò non può garantire "un lavoro elegante".
I modelli ancora una volta sono libriccini esistenti sul mercato. Il volume è ben accolto dalla critica. Sul citato periodico di pedagogia torinese un maestro scrive che apprezza tanto l'opera al punto da adottarla e da consigliarla ai suoi colleghi: "I miei scolari vanno a ruba per averla nelle mani, e la leggono con ansietà e non rifiniscono di presentarla agli altri e di parlarne, chiaro segno che la capiscono". Tale comprensione è dovuta, a giudizio del maestro, alla "forma di dialogo" e alla dicitura "popolare, ma pura ed italiana". Potrebbe essere stato questo apprezzamento uno dei motivi per cui don Bosco, sul finire del 1849, avanza richiesta alle autorità scolastiche del regno di adottare come testo scolastico un suo Corso di Storia Sacra dell'Antico e del Nuovo Testamento che intende "pubblicare, adorno anche di stampe, in modo acconcio per l'ammaestramento delle scuole elementari".
La domanda in un primo momento parve poter venire accolta favorevolmente, stante "l'assoluta mancanza di un libro migliore". Nel corso della seduta del consiglio superiore della Pubblica istruzione del 16 dicembre 1849 si esprimono sì delle riserve "dal lato dello stile e della esposizione", ma esse vengono compensate dalle "opportunissime considerazioni morali" e dalla "necessaria chiarezza" che fa "emergere assai bene dai fatti i dogmi fondamentali della religione".
L'intervento critico e autorevole del relatore don Giuseppe Ghiringhello fa però mutare opinione allo stesso consiglio per i "molti errori grammaticali e ortografici", che rendono "meno utile quel lavoro per altro verso assai commendevole"
. Evidentemente le esigenze del teologo Ghiringhello docente di Sacra Scrittura nella facoltà teologica della città non erano quelle dei maestri di scuole elementari (e di don Bosco), quotidianamente alle prese con fanciulli appena alfabetizzati, che normalmente si esprimevano in dialetto. La "fortuna" dell'opera è comunque notevole se alla morte di don Bosco (1888) le edizioni-ristampe sono arrivate a 19, e tante altre sarebbero state immesse sul mercato editoriale e scolastico fino al 1964.
Alla trilogia mancava ancora una storia, quella d'Italia che peraltro era richiesta dall'aria che si respirava. Ed ecco don Bosco darla alle stampe nel 1855: La storia d'Italia raccontata alla gioventù da' suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, corredata da una carta geografica d'Italia. Questa volta la narrazione, che attinge come sempre ai compendi e manualetti dell'epoca, è più limpida del passato, dal momento che l'autore è ormai allenato da un decennio a scrivere. Sono però sempre pagine di uno scrittore che si adegua all'intelligenza dei suoi lettori, di un sacerdote che vuole presentare fatti fecondi di ammaestramenti spirituali, di un educatore di giovani "poveri ed abbandonati" che non fanno storia, ma la subiscono dalla prepotenza dei grandi. Non se ne rese conto Benedetto Croce 60 anni dopo quando - nonostante il rispettabile successo di ben 31 edizioni fino al 1907 - per la presenza di certe pagine lo definisce un "povero libro reazionario e clericale", mentre il coevo ministro cavouriano Giovanni Lanza lo encomia. Niccolò Tommaseo ne tesse gli elogi, pur notando che "non tutti i giudizi di lui sopra i fatti a me paiono indubitabili né i fatti tutti esattamente narrati", ma senza tacere che "non pochi de' moderni (...) nella storia (...) propongono a se un assunto da dover dimostrare e quello perseguono dal principio alla fine; e a quello piegano e torcono i fatti e gli affetti".

da Unità d’Italia. I nodi di 150 anni di storia, di Agostino Giovagnoli
Il dissidio tra Chiesa e Stato in Italia è stato oggetto di una vastissima letteratura, ma forse non è stato ancora pienamente compreso il ruolo di Pio IX e, di conseguenza, della Chiesa riguardo all’unità italiana, Indubbiamente, egli avversò le idee liberali e contrastò il nuovo stato nazionale. Ciò che egli disse e fece, però si inserì in modo complesso nel processo di unificazione italiana, come mostra il suo atteggiamento nei confronti del potere temporale. Rifiutandosi di guidare la guerra degli stati italiani verso l’Austria nel 1848, ad esempio, egli contribuì in modo decisivo a far fallire il progetto neoguelfo[7]. Ma se realizzato, il progetto di Gioberti, Rosmini ed altri avrebbe inserito lo Stato della Chiesa in un assetto nazionale compatibile con i tempi  e accettabile da parte dell’Europa[8]: era forse l’unica possibilità concreta di salvare il dominio temporale del Papa. Ma Pio IX rifiutò questa possibilità, spiazzando i suoi sostenitori.
La scelta di non partecipare alla guerra contro l’Austria non fu una scelta anti-italiana[9]. Egli si ritirò, perché il Papa non poteva assumere la causa di una parte dei suoi fedeli contro altri cattolici[10]. Pio IX aprì, in questo modo, una strada nuova: fu il primo passo verso l’assunzione, da parte del Papa, della figura di “padre comune di tutte le genti”[11] e verso una ricollocazione, in chiave più universalistica, del papato nel mondo contemporaneo. Ispirata da motivazioni soprattutto religiose, questa scelta conteneva importanti implicazioni geopolitiche, senza esprimere un’avversione verso la causa italiana, nei cui confronti anche in seguito egli continuò a manifestare simpatie.
L’atteggiamento di Pio IX potrebbe sembrare contraddittorio, ma si tratta di una contraddizione che riflette due spinte diverse, quella particolaristica e quella universalistica, entrambe presenti nell’ottocento europeo. E proprio questa “contraddizione” è indicativa della complessità di questo pontificato, all’interno del cui orizzonte i cattolici italiani si divisero tra conciliatoristi e intransigenti, ma furono in gran parte accomunati, come il Papa, sia da un sentimento filo-italiano sia dalla preoccupazione per la libertà della Chiesa.
L’orientamento profondo di Pio IX fu intuito da un politico abile come Camillo Cavour. È nota la dura politica anticlericale da questi attuata mentre era alla guida del governo piemontese, negli anni cinquanta dell’ottocento. Ma quando iniziò a perseguire un più ampio disegno italiano, Cavour cominciò anche a prendere coscienza del valore universale di Roma e del papato[12]. Nelle trattative con la S. Sede da lui promosse nel 1860-’61[13], egli cercò tenacemente di ottenere il consenso del Papa all’acquisizione italiana di Roma, suscitando le reazioni negative e sconcertate dei democratici, dei radicali e dei massoni[14]. L’insistenza cavouriana per la proclamazione di Roma capitale nel 1861 esprime la consapevolezza che le sorti del nuovo stato passavano necessariamente attraverso una riconciliazione con la S. Sede e che le future vicende italiane sarebbero state legate alla collocazione internazionale del papato. Malgrado l’asprezza dello scontro, perciò, si può dire che fin dagli inizi siano state presenti le premesse di una riconciliazione che, non a caso, è poi venuta in tempi relativamente brevi sotto il profilo storico. Ancora oggi, la presenza del Papa a Roma  rappresenta una realtà di cui l’Italia non può disinteressarsi, mentre la tensione tra l’universalità della Chiesa e la particolarità italiana continua a proiettare sollecitazioni feconde sulla collocazione italiana nel mondo, contrastando le tentazioni provincialistiche.

E Cavour mise la croce in classe, di Giuseppe Dalla Torre (da Avvenire del 18 giugno 2004)
C'erano simboli religiosi nell'aula della famosa maestrina dalla penna rossa di deamicisiana memoria? Probabilmente sì; o almeno avrebbero dovuto esserci, stando alla normativa allora in vigore.
Pochi sanno, infatti, che il regolamento per l'istruzione elementare del 15 settembre 1860, n. 4336, attuativo di quella famosa legge Casati del 1859 che costituì per un sessantennio la struttura fondamentale del nostro sistema scolastico, prevedeva l'affissione nelle aule scolastiche del crocifisso. La disposizione era destinata a passare sostanzialmente senza soluzioni di continuità nella normativa regolamentare successiva. In particolare, prima di essere ripresa dai provvedimenti dell'età del fascismo (tutti comunque precedenti al Concordato del 1929), essa venne nuovamente ribadita dal regolamento generale dell'istruzione elementare del 6 febbraio 1908, n. 150.
Dunque l'esposizione del crocifisso nelle scuole non è frutto della «riconfessionalizzazione» dello Stato che, secondo un giudizio comune ancorché discutibile, sarebbe stata operata dai Patti lateranensi del 1929 o, più in generale, dal fascismo. Né tale esposizione deve farsi risalire agli ultimi governi liberali quando, per usare un'espressione di Gabriele De Rosa, viene meno l'ideale laicista ed è ormai entrato in crisi lo Stato liberale. Le disposizioni in materia hanno invece origine nell'età risorgimentale ed attraversano tutto il periodo del più duro e dilacerante conflitto fra Stato e Chiesa, quando separatismo e una laicità inclinante al laicismo segnano la politica e la legislazione italiana in materia ecclesiastica.
Qualcuno dirà che dette norme erano pure diretta conseguenza del principio della religione cattolica come religione dello Stato, consacrato nell'art. 1 dello Statuto albertino del 1848. Ma è noto che tale disposizione era stata sostanzialmente abrogata già all'indomani della pubblicazione dello Statuto. Sicché - come poteva scrivere alla fine dell'Ottocento un autorevole giurista, Carlo Calisse - l'art. 1 dello Statuto doveva intendesi solo «nel senso che essa (la religione cattolica: ndr ) è quella che la maggioranza dei cittadini segue, e che del suo culto si serve l'autorità civile quando occorra d'accompagnare alcuno dei suoi atti con cerimonie religiose. Di modo che, a così poco ridotto, in nulla il detto articolo contraddice al sistema della separazione fra la Chiesa e lo Stato».
Da parte sua agli inizi del '900 un altro grande giurista, Arturo Carlo Jemolo, in uno studio sulla natura e la portata dell'art. 1 dello Statuto, concludeva addirittura dicendo che non si trattava di una norma giuridica ma di una mera dichiarazione, senza alcun effetto giuridico pratico.
Le origini storiche di una disposizione che oggi, talora, viene messa in discussione, ci dicono almeno due cose.
La prima è che, come simbolo religioso, il crocifisso è un simbolo passivo, in quanto tale non idoneo né diretto a costringere o ad impedire l'individuo in materia religiosa e di coscienza, né a contravvenire al principio della laicità dello Stato. Il fatto che lo Stato italiano laico e separatista prevedesse come facoltativi i corsi di religione nelle scuole, ma prescrivesse al contempo l'esposizione del crocifisso, ne è una evidente riprova.
La seconda riguarda il crocifisso come simbolo culturale. Non c'è dubbio, infatti, che esso esprima una storia, una tradizione, una cultura; in breve: l'identità degli italiani. Ed anche qui il fatto che lo Stato ne prescrivesse l'esposizione, pure nei periodi in cui la scuola divenne il terreno della più rovente conflittualità tra Stato e Chiesa, tra liberali e movimento cattolico, costituisce un fatto illuminante. Esso prova, infatti, che si tratta (anche) di simbolo culturale; di un simbolo che ha plasmato l'identità italiana e, con altri simboli, ha alimentato gli italiani dei necessari sentimenti di comune appartenenza.
Ed è per questo che anche l'Ottocento liberale, e talora anticlericale, ne ha ritenuto non incompatibile, ma necessaria, la conservazione.

da un articolo su San Giorgio al Velabro e il potere temporale della chiesa di Andrea Lonardo (da www.gliscritti.it )
Newman cercò Dio, approdando infine alla fede nel corso di un viaggio in Italia. È testimone di questa sua ricerca una sua straordinaria preghiera che egli scrisse, dopo essersi ammalato, nella nave che lo riportava dalla Sicilia in patria, Luce gentile:
Guidami Tu, Luce gentile,
attraverso il buio che mi circonda,
sii Tu a condurmi!
La notte è oscura e sono lontano da casa,
sii Tu a condurmi!
Sostieni i miei piedi vacillanti:
io non chiedo di vedere
ciò che mi attende all’orizzonte,
un passo solo mi sarà sufficiente.
Non mi sono mai sentito come mi sento ora,
né ho pregato che fossi Tu a condurmi.
Amavo scegliere e scrutare il mio cammino;
ma ora sii Tu a condurmi!
Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura,
il mio cuore era schiavo dell’orgoglio;
non ricordare gli anni ormai passati.
Così a lungo la tua forza mi ha benedetto,
e certo mi condurrà ancora,
landa dopo landa, palude dopo palude,
oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà;
e con l’apparire del mattino
rivedrò il sorriso di quei volti angelici
che da tanto tempo amo
e per poco avevo perduto.
In mare, 16 giugno 1833

In questa preghiera egli si rivolge alla “luce gentile” che è Dio stesso chiedendo non di vedere il termine del cammino, ma almeno il primo passo da compiere, nella fiducia che ogni passo successivo sarà poi rivelato al momento che la provvidenza avrà determinato.
Da anglicano si mise allo studio dei padri della chiesa e della fede dei primi secoli, cercando come rinnovare la chiesa cui apparteneva, Ma studiando i primi secoli del cristianesimo si convinse che era la chiesa cattolica ad essere rimasta fedele al deposito della fede. Scrisse ne Gli ariani del IV secolo: «Lo zelo aveva la priorità sulla benevolenza nella scala delle grazie cristiane», cioè la fede non era solo un volersi bene, ma era radicata nella verità di Cristo e della chiesa.
Ed ancora scriveva che «nessuno può avere un’opinione peggiore della mia sullo stato attuale dei cattolici romani [...] eppure lì c’è la verità»! Ma pian piano stemperò anche queste affermazioni, proprio a partire dal vangelo.
In un suo viaggio a Roma, ancora anti-cattolico, si ricorda della parabola del grano e della zizzania, riflettendo che se questo è vero di ogni cosa, non dovrà essere vero a maggior ragione della chiesa cattolico-romana?
«Eppure mentre guardavo e vedevo eseguire tutti gli atti cristiani, esporre il Santissimo Sacramento, e donare la benedizione, ricordandomi di essere in chiesa, potevo solo pronunciare con molta perplessità le mie stesse parole, ‘Come devo chiamarti, luce dell’immenso occidente, o detestabile sede dell’errore?’, - e sentire la potenza della parabola della zizzania - chi può separare la luce dalle tenebre se non la Parola creatrice che profetizzò la loro unione? E così sono costretto a lasciare la questione, non riuscendo a vedere come uscirne. - Come devo chiamarti?»
Indagò così l’importanza del ruolo della “coscienza” nella vita dell’uomo, comprendendo che la coscienza ha un significato solo se esiste la verità e se la coscienza stessa è in grado di coglierla – altrimenti la coscienza resterebbe solo una mera parola, senza alcun significato.
Nella famosissima Lettera al Duca di Norfolk scrisse che «la libertà di coscienza non si identifica col diritto di dispensarsi dalla coscienza», perché anzi la coscienza obbliga a cercare la verità e a seguire il bene, allontanandosi dall’errore e dal peccato.
Rifletté anche che la fedeltà al vangelo non è semplicemente la fedeltà alla “lettera” primitiva, perché anzi «qui sulla terra vivere è cambiare. E la perfezione è il risultato di molte trasformazioni» (Lo sviluppo della dottrina cristiana).
Si fece così cattolico nel 1845. Studiò poi a Roma, divenne sacerdote nell’Oratorio di San Filippo Neri e fu infine fatto cardinale il 12 maggio 1879. In quel giorno, ricevendo la nomina in Palazzo della Pigna a Roma, pronunciò un famosissimo discorso nel quale critica a fondo l’idea del liberalismo del tempo che non esista, in fondo, una verità:
«Fin dall’inizio mi sono opposto ad una grande sciagura. Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato.
Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione
come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. ... Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone».
Nello stesso discorso invitò, però, ad una grande fiducia per il futuro, a motivo della provvidenza divina: «Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava essere un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova. Questo è assolutamente certo; ciò che invece è incerto, e in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi eletti. A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio. “Gli umili erediteranno la terra e godranno di una grande pace” (Ps 37,11) ».
Voglio ancora leggervi una sua riflessione sulla importanza e la bellezza della nostra vita e della missione che Dio ha riservato a ciascuno di noi (da John Henry Newman, Meditazione e preghiere, Jaca, Milano, 2002, pp. 38-39):
«Dio mi ha creato perché gli rendessi un particolare servizio; mi ha affidato un lavoro che non ha affidato ad altri. Ho la mia missione, che non saprò mai in questo mondo, ma mi sarà detta nell’altro. Non so come, ma sono necessario ai suoi fini, necessario nel mio posto come un Arcangelo nel suo; […] ho una parte in questa grande opera; sono un anello della catena, un legame di parentela tra le persone. Non mi ha creato per nulla. Io farò il suo lavoro; sarò un angelo di pace, un predicatore di verità stando al mio posto, senza averne l’intenzione, se soltanto ne osservo i comandamenti e lo servo nella mia vocazione.
Avrò, perciò, fiducia in lui
. Qualsiasi cosa e dovunque io sia, non posso mai essere buttato via. Se sono ammalato, la mia malattia può servire a lui; se sono nel dolore, il mio dolore può servire a lui. La mia malattia, o perplessità, o dolore possono essere cause necessarie di qualche grande disegno il quale è completamente al di sopra di noi. Egli non fa nulla inutilmente; può prolungare la mia vita, può abbreviarla; sa quello che fa. Può togliermi gli amici, può gettarmi tra estranei, può farmi sentire desolato, può far sì che il mio spirito si abbatta, può tenermi celato il futuro, e tuttavia egli sa quello che fa. […] Non ti chiedo di vedere, non ti chiedo di sapere, ti chiedo semplicemente di essere messo all’opera.
7 marzo 1848».
La sua figura così vivace e importante, suscitata da Dio in quell’ottocento così difficile e combattuto, ci ricorda, come disse sempre Newman, che «i movimenti vivi non nascono mai dai comitati».

da Giovanni Semeria (che volle mantenere celata la propria identità, ma che si firmava “P. S.” (è facile comunque riconoscere, anche dal tenore dello scritto, il P. Semeria), descriveva, a guerra inoltrata, lo status del Cappellano militare (P. S., Ieri - oggi - domani, in «Il prete al campo», Anno III, n° 17, 1° settembre 1917, rubrica Note apologetiche, pp. 235-236).
Siamo ormai all’epilogo — speriamo — di questo triste dramma di guerra
, e si può incominciare a tirar le somme e a fare i confronti… senza intendere di fare degli affronti a nessuno. I cappellani militari sono stati più o meno apostoli improvvisati. Giovani usciti appena di seminario, preti che conducevano forse vita esclusivamente di studio, timidi scagnozzetti (mi si scusi il termine, che non vuol essere offensivo) abituati soltanto alle tradizionali funzioncine o funzioncione di chiesa, fraticelli inesperti della vita del mondo, uomini avvezzi alle piccole… e grandi comodità di una vita tutta tranquilla. Qualcuno ha mosso qualche lamento perché non sono stati scelti all’ufficio di cappellano militare esclusivamente quelli che avevano già una preparazione pratica di ministero fra i giovani, o erano abituati a trattare un po’ con il mondo ed a conoscerne le malizie ed i bisogni. Ma chi ha un po’ di comprendonio deve capire che la mancata scelta è conseguenza proprio della guerra: infatti furono chiamate prima le classi più giovani, e perciò i preti più giovani e perciò i cappellani più giovani; e fu necessario approntare in pochi giorni circa ottocento cappellani per i combattenti, e poi affrettare la nomina degli altri man mano che ce n’era bisogno. Manchevolezze, errori involontari, non saranno mancati, ma al principio si è dovuto provvedere d’urgenza, e i provvedimenti d’urgenza hanno inevitabilmente qualche difetto. Ma è doveroso e consolante constatare come, nonostante questa improvvisazione di giovani preti a cappellani militari, il risultato sia stato superiore ad ogni previsione, tanto che gli stessi avversari han dovuto riconoscere privatamente e pubblicamente, ed elogiare nei discorsi e sulla stampa, l’opera dei cappellani del nostro glorioso esercito. La gran massa di questi cappellani si sono conquistati il cuore dei soldati e perciò della nazione, e, toltene alcune assai rare eccezioni, han mostrato di saper comprendere ed assolvere il difficile compito loro affidato dalla Chiesa e dalla Patria. Non è ora nostra intenzione tessere un elogio, che potrebbe sembrare inopportuno. Vogliamo soltanto constatare un fatto che torna a lode di tutto il giovane clero italiano, e trarne qualche pratica conseguenza. Quali sono le ragioni di questa bella riuscita? Quali furono i mezzi per ottenerla? Le ragioni sono semplicissime. Il clero comprese subito la solennità dell’ora, e, trascurando ogni umano miraggio di fronte al supremo interesse delle anime, accettò ed amò i sacrifici più amari, i pericoli più gravi, i distacchi più dolorosi e si diede interamente (specialmente i cappellani del fronte) e senza riserva alle anime. Le comodità, le comode tradizioni, gli affetti domestici, gli interessi materiali, la vita propria, tutto passò in seconda linea, e trionfò soltanto la sublime carità di Cristo. I sacerdoti non furono più soltanto sacrificatori all’altare, ma furono anche sacrificati: ecco la ragione per tanta efficacia di bene. E i mezzi quali furono? I mezzi furono anzitutto la perfetta disciplina, poi l’essersi accomunati coi giovani, aver vissuto con loro, aver pianto e gioito realmente con loro, averli amati ed essersi fatti amare. Se così è, o confratelli sacerdoti, rendiamo a Dio le grazie più sincere, perché la sua Misericordia ci ha aiutato; rallegriamocene con noi stessi, perché la sua Provvidenza ci ha mostrato che possiamo far molto più di quanto forse non avevamo fatto finora. Finirà la guerra, e, se a Dio piacerà, riprenderemo tutti i nostri posti di prima. Ma come li riprenderemo? Per ritrovare i comodi, gli affetti, i lucri, gli onori, le tristi tradizioni? … No, non mai. La guerra ci ha insegnato quali siano i mezzi per operare il bene, e noi nel dopo-guerra li attueremo con lo stesso slancio di questi mesi memorandi, dimenticheremo completamente noi stessi, e con l’aiuto di Dio condurremo le anime alla conquista della Patria eterna.

da Liberali, comunisti, cattolici... I partiti e la storia della democrazia in Italia dal 1919 al 2008, di Stefano De Luca (www.gliscritti.it )
Non verrà sottolineato mai abbastanza il fatto che la democrazia di massa, in Italia, nasce all’insegna di un binomio fatale: guerra e rivoluzione. La Grande Guerra è la prima esperienza ‘nazionale’ degli italiani e vede il protagonismo di ceti sociali rimasti sino ad allora ai margini della vita politica (contadini, piccola borghesia, operai); la Rivoluzione bolscevica, dal canto suo, dimostra che la società comunista non è un approdo così lontano da apparire irraggiungibile, ma qualcosa che si può realizzare qui e ora.
Nasce su questo sfondo quella «miscela esplosiva di aspirazioni di riscatto sociale» e di «diffusi miti rivoluzionari» (1) che caratterizza l’Italia del 1919: i contadini vogliono la terra, una richiesta di cui si è discusso sui giornali durante il conflitto e che è stata blandita, dopo Caporetto, persino dalla propaganda ufficiale; gli operai, inebriati dal successo della rivoluzione leninista, vogliono la repubblica socialista e i soviet; la piccola borghesia, che subisce le conseguenze economicamente più pesanti della guerra ed è esacerbata dalla sindrome della ‘vittoria mutilata’, vuole uno status sociale adeguato e una nazione forte, rigenerata moralmente, rispettata all’estero e all’interno.
Su tutto domina un clima di impazienza (specie tra i giovani) e di radicalizzazione emotiva e ideologica. Le due nuove ‘religioni politiche’ che si dividono le piazze – questo nuovo luogo della politica, dove ci si mobilita, dove si tengono i comizi e dove sempre più spesso ci si scontra fisicamente – sono il socialismo e il nazionalismo: a dividere i loro seguaci, sin dalla guerra di Libia, è la nazione.
Il conflitto tra nazione e internazionalismo (tra nazione e ‘antinazione’) è la prima forma di polarizzazione ideologica che si manifesta nell’Italia del Novecento, portando con sé la demonizzazione dell’avversario e la disposizione all’uso della violenza.
Alla ‘mobilitazione rumorosa’ di socialisti e nazionalisti si affianca quella ‘silenziosa’ dei cattolici, che sin dagli ultimi anni dell’Ottocento, quando è ancora in vigore il non expedit, operano nella dimensione sociale e culturale, dando vita ad una serie di iniziative (settimane sociali, cooperative e leghe, banche popolari) che rafforzano il loro rapporto con il mondo rurale e con i ceti medi. E se nel 1913, grazie al Patto Gentiloni, entrano in parlamento una trentina di deputati cattolici, dopo la guerra i tempi sono ormai maturi perché i cattolici, nonostante le diffidenze della Chiesa verso la democrazia, operino senza la ‘tutela’ della classe dirigente liberale: nasce così nel 1919 il Partito popolare, guidato da don Sturzo.
Alla mobilitazione di ispirazione nazionalista, cattolica e socialista (cioè di quelle che diverranno le culture politiche di massa dell’Italia del Novecento) si contrappone l’inerzia dei liberali, che governano il paese dall’unità ma non riescono a comprendere quanto esso sia profondamente mutato. I liberali accetteranno nel 1918 – quando dispongono ancora di un’ampia maggioranza parlamentare – di varare la legge elettorale proporzionale e lo scrutinio per liste di partito, ma non si doteranno di un partito organizzato, cioè dell’unico strumento adeguato per fronteggiarne gli esiti di una simile riforma.
In questo quadro, le elezioni del 1919 produrranno «il più grande terremoto elettorale della storia nazionale» (2): il Partito socialista, pur essendosi opposto ad una guerra vittoriosa, passa dal 17,7 al 32,3% dei consensi, triplicando i suoi deputati (da 52 a 156); il Partito popolare, che ha solo pochi mesi di vita, ottiene il 20,5% dei voti e 100 deputati; i vari gruppi liberali, riuniti come sempre intorno a singole personalità (Nitti, Giolitti, Orlando, Salandra), scendono dal 67,6% al 38,9%, passando da 383 a 216 deputati. La classe dirigente che ha governato il Paese per sessant’anni non ha più una maggioranza, a meno di non allearsi con i socialisti o con i popolari.
A questo straordinario successo politico dei primi due partiti di massa della democrazia italiana va aggiunto che ciascuno di essi dispone di un sindacato ‘amico’: i socialisti controllano la Confederazione generale del lavoro (Cgdl, sorta nel 1906), che ha due milioni di aderenti; i popolari possono contare sulla Confederazione italiana lavoratori (Cil, nata nel 1918), che ha quasi un milione e duecentomila iscritti (di cui un milione sono coltivatori). Se a questo si aggiunge l’insediamento nelle amministrazioni locali (i socialisti controllano il 24% dei comuni, i popolari il 13%) si ha un’idea di come il 1919 abbia letteralmente travolto i vecchi assetti politici.
Ma la poderosa armata socialista realizza una sorta di autoconventio ad excludendum: confermando, nel congresso del 1919, la linea rivoluzionaria adottata sin dal 1918 (che eliminava qualsiasi obiettivo intermedio e puntava all’istituzione della Repubblica socialista, alla dittatura del proletariato e alla socializzazione dei mezzi di produzione e scambio), il Partito socialista non solo esclude «ogni ipotesi di collaborazione con governi o maggioranze ‘borghesi’», ma preconizza «la conquista violenta del potere» e addita «nelle istituzioni liberali una fortezza nemica da conquistare e da distruggere» (3).
Un episodio riassume il senso e le conseguenze di questa scelta anti-sistema (che, non va dimenticato, era stata premiata dagli elettori): alla seduta inaugurale della Camera i deputati socialisti, obbedendo ad una delibera del partito, abbandonano l’aula prima del discorso della Corona. All’uscita vengono aggrediti da un gruppo di nazionalisti: seguono tre giorni di scioperi di protesta con violenti scontri di piazza in tutto il Paese.
La scelta rivoluzionaria dei socialisti – e soprattutto lo svilupparsi di quell’ondata di conflittualità operaia e contadina che va sotto il nome di ‘biennio rosso’, con le occupazioni di fabbriche e di terre – innesca la ‘grande paura’ dei ceti borghesi, che non si sentono sufficientemente garantiti dall’attendismo con il quale la vecchia classe dirigente liberale affronta la crisi: su questo senso di insicurezza e di abbandono da parte dello Stato fanno leva i Fasci di combattimento, che vengono da un risultato elettorale assai deludente (alle elezioni del 1919 hanno preso solo poche migliaia di voti, senza ottenere alcun seggio).
L’azione violenta dei fascisti in difesa della proprietà e dei valori della nazione inizia a guadagnare consensi: tra il 1920 e il 1921 i fasci si decuplicano (da 100 a 1000), mentre lo squadrismo si allarga a macchia d’olio dalla pianura padana alla Puglia. Si afferma così, nel giro di pochi mesi, «un soggetto politico dalle caratteristiche del tutto inedite: un movimento che da un lato si ergeva a difensore dei valori borghesi, della tradizione nazionale, di un ideale dello Stato forte e autorevole; dall’altro assumeva una connotazione tipicamente sovversiva» (4) e rivoluzionaria.
Tra il 1919 e il 1922 si consuma la prima fase di guerra civile ideologica del Novecento italiano: è il conflitto tra due radicalismi, uno di sinistra e uno di destra, uno alimentato dal mito della rivoluzione sociale e l’altro da quello della rivoluzione nazionale, mentre le due forze che rifuggono dall’uso della violenza e sono aliene dal radicalismo (liberali e popolari) non riescono a dare vita ad una stabile ed efficace collaborazione di governo.
Il Partito popolare di Sturzo è indubbiamente una grande novità: secondo Chabod la sua nascita rappresenta «l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo, specie in rapporto al secolo precedente» (5). Esso segna infatti il definitivo ingresso dei cattolici nella vita dello Stato italiano, fatto di per sé di importanza straordinaria; ma segna anche, nella linea democratico-cristiana di Sturzo, l’incontro dei cattolici con il mondo moderno.
I cattolici, per il prete siciliano, non dovevano più appartarsi in forme proprie, ma aderire alla vita moderna per assimilarla e trasformarla: il moderno, più che sfiducia e ripulsa, doveva destare «il bisogno della critica, del contatto, della riforma» (6). Ai cattolici italiani – profondamente radicati nelle masse, a partire da quelle rurali, e sensibili ai loro bisogni sociali e politici – spettava un compito proprio, distinto da quello dei liberali (che per Sturzo erano conservatori, mentre i cattolici dovevano essere democratici) e da quello dei socialisti (portatori di un sovversivismo distruttivo delle strutture sociali e della fede religiosa): per questo i cattolici avevano dovuto organizzarsi in un loro partito, che doveva essere libero di muoversi ora a destra ora a sinistra, al fine di realizzare il suo programma. [...]
Va peraltro sottolineato come i popolari fossero gli unici, nel periodo 1919-21, ad avere un seguito di massa e, al tempo stesso, se non una compiuta cultura politico-istituzionale della democrazia (su questo terreno molte erano ancora le carenze, tra i conservatori, i clerico-moderati e i ‘giacobini bianchi’ alla Miglioli), certamente una cultura antropologica i cui valori (rifiuto della violenza, attitudine al dialogo e alla mediazione) erano compatibili con le regole della democrazia.
I social-comunisti avevano (e i fascisti avrebbero avuto) un seguito di massa, ma certamente la loro cultura era incompatibile con la democrazia liberale; quanto al mondo liberal-democratico, aveva la cultura politica appropriata, ma era sprovvisto di seguito popolare.

Con il testo da lui approntato [Il catechismo di San Pio X] per la diocesi di Roma, le cui periferie erano già allora in drammatiche condizioni di abbandono non solo civile ma anche religioso, "egli si proponeva di dare in mano ai sacerdoti un volume chiaro e completo in cui la precisione delle definizioni dogmatiche non permettesse interpretazioni personali o omissioni".
Rispetto al catechismo che Sarto stesso aveva concepito e trascritto diligentemente in un quadernetto autografo quand'era stato parroco a Salzano (1867-1875), un paese di campagna posto nella provincia di Venezia e nella diocesi di Treviso, si nota che la vivacità delle espressioni, l'immediatezza didattica dello schema a domande e risposte, sono state talvolta sacrificate alla necessità della precisione dottrinale.
Ma i limiti che subito vi furono ravvisati (intellettualismo, debolezza di riferimenti biblici, prevalenza delle intenzioni precettistiche) non impedirono a quel catechismo di diventare un punto fermo per diverse generazioni di cristiani
. Accanto ai limiti, presentava, infatti, pregi non meno evidenti: precisione concettuale, chiarezza di dottrina, facilità didattica tanto per il sacerdote che doveva usarlo quanto per il fedele che ne doveva fruire.
Questo spiega perché, pur essendo stato prescritto come obbligatorio solo nella diocesi di Roma (a partire dal 1905), abbia finito per imporsi non solo in Italia, ma in tutta la Chiesa. D'altronde, lo stesso Pio X era perfettamente consapevole che si trattava di un'opera
in fieri, tutt'altro che compiuta e sempre perfettibile. La prima formulazione subì, infatti, ritocchi e adattamenti vivente ancora il Papa. Probabilmente sarebbe stato il primo a stupirsi della sua durata nel tempo. A suo merito, possiamo aggiungere che il faticoso lavoro di redazione dei nuovi catechismi compiuto dopo il Vaticano II da intere équipes di specialisti, ha dimostrato quanto sia difficile trasmettere all'uomo moderno il contenuto di fede.
L'intento del Papa di proporre alla Chiesa una vita di fede più solida si accompagnava all'idea che la fede dovesse essere espressa attraverso una pratica liturgica più sobria, meno formale ed esteriore. La riforma della musica sacra e il ripristino del canto gregoriano andavano appunto in questa direzione. Questo complessivo disegno riformatore tanto della lex credendi quando della lex orandi trovarono una specie di sintesi nella sua rivoluzionaria decisione di riavvicinare le anime all'Eucaristia - intesa come il fulcro della vita di fede - incoraggiando e quasi imponendo la pratica della comunione frequente.
Va ricordato che una radicata mentalità di origine giansenistica aveva dissuaso i cristiani dalla pratica eucaristica assidua, quasi che questa fosse il coronamento del cammino verso la perfezione cristiana, piuttosto che la via per raggiungerla, "un premio e non un farmaco all'umana fralezza" scriverà il Papa. Con l'intuizione di quel grande pastore d'anime che era stato e continuò a essere durante il pontificato, Pio X troncò tentennamenti, timori e perplessità, ancora assai diffusi tra i teologi, promuovendo e incoraggiando invece, con il decreto Tridentina synodus del 16 luglio 1905, la pratica opposta: la comunione frequente, anche quotidiana.
Cinque anni dopo, con il decreto Quam singulari - del quale, come già ricordato, celebriamo oggi il centenario della pubblicazione - completò il complessivo progetto di riforma della cura d'anime prescrivendo l'anticipazione della prima comunione dei fanciulli verso i sette anni di età, cioè, per usare le sue parole, "quando il fanciullo comincia a ragionare".
Con questi due provvedimenti veniva superata e messa da parte una secolare cultura rigorista per tornare a una prassi già in vigore nei primi secoli cristiani e successivamente ribadita tanto dal concilio Lateranense IV nel 1215 quanto dai decreti del concilio di Trento. Si recuperava insomma una pratica millenaria, posta in ombra solo negli ultimi secoli, scrisse allora "La Civiltà Cattolica", a causa di "usanze inveterate, difetto di idee esatte, trascuratezza". Pietro Gasparri, che in quegli anni lavorava per ordine del Papa alla codificazione del diritto canonico, collocò questo decreto fra gli atti "memorandi" del pontificato, e aggiunse: "Dio volesse che fosse ovunque osservato".

L'appello ai "liberi e forti" di don Luigi Sturzo scritto da Luigi Sturzo presso l’Albero Santa Chiara, in via di Santa Chiara 21 in Roma, con il quale egli di fatto diede vita al Partito Popolare.
Partito Popolare Italiano
A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti
, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali
e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane
, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.
Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa
, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.
Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi, di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.
A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.
Roma, lì 18 gennaio 1919
LA COMMISSIONE PROVVISORIA
On. Avv. Giovanni Bertini - Avv. Giovanni Bertone - Stefano Gavazzoni - Rag. Achille Grandi - Conte Giovanni Grosoli - On. Dr. Giovanni Longinotti - On. Avv. Prof. Angelo Mauri - Avv. Umberto Merlin - On. Avv. Giulio Rodinò - Conte Avv. Carlo Santucci - Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

Il Vittoriano: breve guida alla comprensione dei simboli del monumento al primo re d’Italia ed all’Unità della Patria. Un monumento risorgimentale che cela però la storia d’Italia, di Andrea Lonardo
La statua del re Vittorio Emanuele II, fulcro del monumento del Vittoriano a lui dedicato, poggia su di un basamento marmoreo dove sono rappresentate le città d'Italia: è l'Italia dei comuni su cui si poggia l'unità della patria. Lì si vedono i simboli della cultura e della tradizione italiana e non solo quelli creati artificialmente nell'ottocento. E lì, ovviamente, appare anche il simbolo della croce, ad esempio, nelle raffigurazioni di Genova e di Milano. Ma appaiono anche altri simboli cristiani, come il leone dell'evangelista San Marco, a rappresentare Venezia.
Oltre ai simboli cristiani appare nell’iconografia delle 14 città prescelte – Torino, Venezia, Palermo, Mantova, Urbino, Napoli, Genova, Milano, Bologna, Ravenna, Pisa, Amalfi, Ferrara, Firenze – tutta una simbologia che, pur non essendo esplicitamente cristiana, rinvia alla storia della nazione che ha visto, fra gli altri, anche il ruolo decisivo giocato dal cristianesimo e dalla chiesa:  si pensi, ad esempio, a Ravenna, che è rivestita delle vesti bizantine dell’esarcato, a Firenze con la testa coronata di alloro, a motivo dei suoi poeti Dante e Petrarca, a Bologna con la toga dottorale ed il libro a ricordo della sua università medioevale voluta dai pontefici.
Tutto il resto del monumento rimanda, invece, esplicitamente all’Unità del Paese sorta proprio con il Risorgimento. Spesso, però, la simbologia è intellettualistica e chiaramente creata a freddo
nel clima post-risorgimentale (la costruzione del Vittoriano iniziò nel 1885, mentre gli ultimi interventi risalgono al 1935). Non è particolarmente originale affermare che il monumento nell’insieme non convince.
In alto, in cima al monumento, sono le due quadrighe dell'Unità e della Libertà. Due iscrizioni in latino ne indicano esplicitamente il tema: a destra, Patriae Unitati, a sinistra, Civium libertati.
La quadriga dell’Unità reca anche uno scudo con la scritta Hic manebimus optime che fa riferimento a Tito Livio (Ab Urbe condita libri, V, 55) – è l’espressione di un centurione che fa comprendere a tutti che non si deve abbandonare l’urbe – ma anche a Gabriele D’Annunzio che la utilizzò come motto per l’impresa di Fiume (1919-1920, mentre le quadrighe furono poste alla sommità nel 1927).
Il grande porticato è costituito da 16 colonne che recano in alto la raffigurazione delle 16 regioni italiane, così come si configuravano al tempo (mancano la Val d’Aosta, il Friuli Venezia Giulia, il Tentino Alto Adige, il Molise).
Il bassorilievo frontale posto a decorazione della scalea che sale al monumento di Vittorio Emanuele II ha al centro la dea Roma con alla destra la raffigurazione dell’Amor Patrio ed alla sinistra quella dell'Agricoltura e dell'Industria (1925).
Ai piedi della statua della dea Roma, è posta, dal 4 novembre 1921, la Sepoltura del Milite Ignoto, che custodisce la salma di un giovane militare italiano della I guerra mondiale che venne scelta da una vedova di guerra a sua volta sorteggiata a rappresentare i tanti sacrifici umani sopportati dall’intera nazione nel conflitto. In questa maniera il monumento collega idealmente il Risorgimento con la storia d’Italia fino al primo dopoguerra.
Sei gruppi scultorei, i primi due in bronzo ed i quattro restrostanti in marmo, rappresentano sei valori dell’Unità d’Italia che si vollero simbolicamente evidenziare
e, precisamente, da sinistra a destra, La forza (1911), La concordia (1911), Il pensiero (in bronzo, 1912), l’Azione (in bronzo, 1912), Il sacrificio (1911) e Il Diritto (1911).
Nella Forza un nudo personaggio in posa guerresca si erge con a fianco due figure che rappresentano la forza nel lavoro, nella Concordia un personaggio femminile conduce all’abbraccio un vecchio togato ed un giovane, nel Pensiero la dea Minerva alata aiuta il popolo italiano a sollevarsi, nell’Azione un gruppo di combattenti issa il tricolore che reca scritto "Italia" e "Vittorio", mentre il leone di Venezia si libera dalla tirannide, nel Sacrificio un eroe morente è assistito dalle raffigurazioni della libertà e della famiglia, nel Diritto una figura ripone nel fodero la spada, gettando le basi dello Stato.
Più in basso, a livello della strada, due raffigurazioni rappresentano i due mari d’Italia, l'Adriatico a sinistra del monumento, con il simbolo del leone di San Marco, ed, a destra, il Tirreno, con il Tevere che vi sfocia, con la lupa di Roma e la sirena Partenope.
A completare l’iconografia le due porte che danno accesso all’interno del monumento recano in alto le raffigurazioni della Politica e della Filosofia, da un lato, e della Rivoluzione e della Guerra, dall’altro
, mentre ancora più in alto sopra le porte dei due propilei stanno le raffigurazioni dell’Architettura e della Musica da un lato e della Pittura e della Scultura dall’altro. Le lunette del propileo dedicato all’Unità recano all’interno i mosaici del Lavoro, della Forza, della Fede e della Sapienza, mentre quelli all’interno del propileo dedicato alla Libertà rappresentano la Legge, il Valore, la Pace e l’Unione.
Nel soffitto del portico, invece, dietro le 16 colonne, il mosaico con le Nuove Scienze.
Il Vittoriano fu eretto demolendo il convento di Santa Maria in Ara Coeli, che era stato confiscato dopo la presa di Roma, e nascondendone la chiesa che era precedentemente l’edificio che si stagliava all’orizzonte della via del Corso
. Contestualmente al convento vennero demolite anche le altre costruzioni che sorgevano sul fianco del colle del Campidoglio.

Allocuzione di Sua Santità Pio XI ai Parroci e ai Predicatori del periodo Quaresimale tenuta l’11 febbraio 1929 in occasione della Firma del Trattato e del Concordato nel Palazzo Lateranense
Proprio in questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento, lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci, nella Nostra casa parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed un Concordato.
Un Trattato inteso a riconoscere e, per quanto «hominibus licet», ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena.
Un Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano.
Non vi aspetterete ora da Noi i particolari degli accordi oggi firmati: oltre che il tempo, non lo permetterebbero i delicati riguardi protocollari, non potendosi chiamare quegli accordi perfetti e finiti, finché alle firme dei Plenipotenziari, dopo gli alti suffragi e colle formalità d’uso, non seguano le firme, come suol dirsi, sovrane: riguardi che evidentemente ignorano o dimenticano coloro che attendono per domani la Nostra benedizione solenne «Urbi et orbi» dalla loggia esterna della Basilica di San Pietro.
Vogliamo invece solo premunirvi contro alcuni dubbi e alcune critiche che già si sono affacciati e che probabilmente avranno più largo sviluppo a misura che si diffonderà la notizia dell’odierno avvenimento, affinché voi, a vostra volta, abbiate a premunire gli altri. Non conviene che portiate queste cose, come suol dirsi, in pulpito; anzi, non dovete portarvele per non turbare l’ordine prestabilito alla vostra predicazione; ma anche all’infuori di questa, molti verranno a voi, sia per trarre particolare profitto dalla vostra eloquenza, con conferenze e simili, sia per avere anche sull’attuale argomento pareri tanto più autorevoli ed imparziali quanto più illuminati.
Dubbi e critiche, abbiamo detto; e Ci affrettiamo a soggiungere che, per quel che Ci riguarda personalmente, Ci lasciano e lasceranno sempre molto tranquilli, benché, a dir vero, quei dubbi e quelle critiche si riferiscano principalmente, per non dire unicamente, a Noi, perché principalmente, per non dire unicamente e totalmente, Nostra è la responsabilità, grave e formidabile invero, di quanto è avvenuto e potrà avvenire in conseguenza.
Né potrebbe essere altrimenti, perché se nelle ore critiche della navigazione il capitano ha più che mai bisogno dell’opera fedele e generosa dei suoi collaboratori (opera che a Noi fu prestata con fedeltà e generosità commoventi ed in una misura incredibilmente larga), in quelle ore meno che mai egli può cedere ad altri il posto, e con esso i pericoli e le responsabilità del comando.
Ben possiamo dire che non v’è linea, non v’è espressione degli accennati accordi che non sia stata, per una trentina di mesi almeno, oggetto personale dei Nostri studi, delle Nostre meditazioni, ed assai più delle Nostre preghiere, preghiere anche largamente richieste a moltissime anime buone e più amiche di Dio. Quanto a Noi, sapevamo bene fin dal principio che non saremmo riusciti ad accontentare tutti; cosa che non riesce d’ordinario a fare neppure Iddio benedetto; anzi Noi abbiamo fatto Nostra la parola del Profeta, anzi di Nostro Signore medesimo: «Ego autem in flagella paratus sum». È del resto un’abitudine ormai inveterata della Nostra vita.
Ma, prescindendo dalla Nostra Persona, dobbiamo pure opportunamente spiegarCi, perché Ci fa debitori a tutti l’universale paternità e l’universale magistero affidatoCi dalla divina Provvidenza.
E veniamo ai dubbi. Quando per il tramite del Nostro Signor Cardinale Segretario di Stato convocavamo il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede al fine di comunicare per suo mezzo alle Potenze il punto in cui le trattative si trovavano e la non lontana conclusione, subito si chiese se la Santa Sede intendeva con ciò domandare un permesso, un assenso o forse procurarsi le garanzie delle Potenze a favore del nuovo assetto. Ecco: era per Noi elementare dovere il comunicare, prima della conclusione, l’andamento delle trattative a Personaggi che presso di Noi portano e spiegano non soltanto i buoni uffici della loro amabilità, ma rappresentano altresì l’amicizia e le favorevoli disposizioni delle numerose Potenze accreditate presso la Sede Apostolica. Ma poi, evidentemente, né di permesso, né di consenso, né di richiesta di garanzie poteva essere questione.
Tutti ed in tutte le parti del mondo, per quel sentore che delle presenti cose era largamente trapelato, avevano già detto e ripetuto che, in fondo, arbitro delle cose della Santa Sede e della Chiesa non poteva essere che il Pontefice e che il Pontefice non ha quindi bisogno di assenso né di consenso, né di garanzia. E questo, dobbiamo a Nostra volta dire, è verissimo: per quanto Ci premano e Ci siano preziosi il favore e l’amicizia di tutti gli Stati e di tutti i Governi.
Ma poi garanzie propriamente dette dove potremmo trovarle se non nella coscienza delle giuste ragioni Nostre, se non nella coscienza e nel senso di giustizia del popolo italiano, se non più ancora nella divina Provvidenza, in quella indefettibile assistenza divina promessa alla Chiesa e che si vede in un modo particolarmente operante per il Rappresentante e Vicario di Dio in terra?
Quali garanzie si possano d’altronde sperare, anche per un Potere Temporale abbastanza vasto come quello che figurava già nella geografia politica d’Europa, si è veduto in quello che fecero, o meglio non fecero, non vollero o forse non poterono fare, le Potenze per impedirne la caduta. Perché forse neppure potevano; ma se questa è (ed è questa) la condizione e la storia perpetua delle cose umane, come possiamo cercarvi sicure difese contro i pericoli dell’avvenire? Pericoli che nel caso presente non possono essere che ipotetici e non furono mai tanto improbabili.
Altro dubbio: che sarà domani? Questa domanda Ci lascia anche più tranquilli, perché possiamo semplicemente rispondere: Non sappiamo. L’avvenire è nelle mani di Dio, quindi in buone mani. Qualunque cosa ci prepari l’avvenire, sia essa disposizione o permissione della Divina Provvidenza, fin d’ora diciamo e proclamiamo che qualunque sia per essere il cenno della Divina Provvidenza, dispositivo o permissivo, lo seguiremo fidenti sempre ed in qualunque direzione chiami.
Le critiche saranno anche più numerose; ma facilmente si divideranno in due grandi categorie. Gli uni diranno che abbiamo chiesto troppo, gli altri troppo poco. E questo tanto più avverrà, se si distingueranno i campi in cui Noi avremmo chiesto troppo o troppo poco.
Forse alcuni troveranno troppo poco di territorio, di temporale. Possiamo dire, senza entrare in particolari e precisioni intempestive, che è veramente poco, pochissimo, il meno possibile, quello che abbiamo chiesto in questo campo: e deliberatamente, dopo aver molto riflettuto, meditato e pregato. E ciò per alcune ragioni che Ci sembrano e buone e gravi. Innanzi tutto abbiamo voluto mostrare di essere pur sempre il Padre che tratta coi figli, che è dire la disposizione Nostra a non rendere le cose più complicate, e più difficili, ma più semplici e più facili. Inoltre volevamo calmare e far cadere tutti gli allarmi, volevamo rendere addirittura ingiuste, assolutamente irragionevoli, tutte le recriminazioni fatte o da farsi in nome di una, stavamo per dire, superstizione di integrità territoriale del paese. Ci parve così di seguire un pensiero provvido e benefico a tutti per il presente e per il futuro, provvedendo ad una maggiore tranquillità di cose, prima ed indispensabile condizione per una stabile pace e per ogni prosperità.
In terzo luogo volevamo mostrare in un modo perentorio che nessuna cupidità terrena muove il Vicario di Gesù Cristo, ma soltanto la coscienza di ciò che non è possibile non chiedere; perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa; quel tanto di territorio, senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché non avrebbe dove poggiare. Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima. Così per altri Santi: il corpo ridotto al puro necessario per servire all’anima e per continuare la vita umana, e colla vita l’azione benefica. Sarà chiaro, speriamo, a tutti, che il Sommo Pontefice proprio non ha se non quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l’esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini; non esitiamo a dire che Ci compiacciamo che le cose stiano così; Ci compiacciamo di vedere il materiale terreno ridotto a così minimi termini da potersi e doversi anche esso considerare spiritualizzato dall’immensa, sublime e veramente divina spiritualità che esso è destinato a sorreggere ed a servire.
Vero è che Ci sentiamo pure in diritto di dire che quel territorio che Ci siamo riservati e che Ci fu riconosciuto è bensì materialmente piccolo, ma insieme è grande, il più grande del mondo, da qualunque altro punto di vista lo si contempli.
Quando un territorio può vantare il colonnato del Bernini, la cupola di Michelangelo, i tesori di scienza e di arte contenuti negli archivi e nelle biblioteche, nei musei e nelle gallerie del Vaticano; quando un territorio copre e custodisce la tomba del Principe degli Apostoli, si ha pure il diritto di affermare che non c’è al mondo territorio più grande e più prezioso. Così si può abbastanza vittoriosamente, tranquillamente rispondere a chi obietta d’aver Noi chiesto troppo poco: mentre poi non si riflette forse abbastanza quel che significhi di incomodo e di pericoloso (diciamo al giorno d’oggi) aggiungere al governo universale della Chiesa, l’amministrazione civile di una popolazione per quanto minuscola.
La piccolezza del territorio Ci premunisce contro ogni incomodo e pericolo di questo genere. Sono sessant’anni ormai che il Vaticano si governa senza particolari complicazioni.
Altri invece diranno, anzi hanno già detto od accennato, che abbiamo chiesto troppo in altro campo: si capisce, e vogliamo dire nel campo finanziario. Forse si direbbe meglio nel campo economico, perché non si tratta qui di grandi finanze statali, ma piuttosto di modesta economia domestica.
A costoro vorremmo rispondere con un primo riflesso: se si computasse, capitalizzando, tutto quello di cui fu spogliata la Chiesa in Italia, arrivando fino al Patrimonio di San Pietro, che massa immane, opprimente, che somma strabocchevole si avrebbe? Potrebbe il Sommo Pontefice lasciar credere al mondo cattolico di ignorare tutto questo? Non ha egli il dovere preciso di provvedere, per il presente e per l’avvenire, a tutti quei bisogni che da tutto il mondo a lui si volgono e che, per quanto spirituali, non si possono altrimenti soddisfare che col concorso di mezzi anche materiali, bisogni di uomini e di opere umane come sono?

Appunti su Michele Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Piemme, Casale Monferrato 1997 (dalla mostra Voci dalla Shoah su www.gliscritti.it )
Il volume è la biografia del sacerdote romano d. Pirro Scavizzi di cui è in corso il processo di beatificazione. Durante la seconda guerra mondiale fu cappellano militare. L'esperienza che modificò radicalmente la sua percezione delle ragioni della guerra sono dovute ai quattro viaggi che fece sul treno organizzato dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, per venire in aiuto ai soldati itali ani impegnati sul fronte russo.
Il primo viaggio si svolge tra il 17 ottobre ed il 15 novembre del 1941, fino a Dnepropetrovsk, in Ucraina, ove si trovano le truppe italiane. Il secondo, per Jassiowataja, va dal 12 gennaio al 20 febbraio del 1942. Il terzo viaggio fino a Cracovia, si svolge dall'8 aprile al 3 maggio del '42. Il quarto, sempre per Dnepropetrowsk, va dal 29 giugno al 23 luglio. Il quinto per Nipropetrowsk, dal 16 settembre all'11 ottobre. Il sesto ed ultimo, per Debalzewo, dal 4 al 28 novembre del 1942
. Con l'inizio della disfatta italo-tedesca sul fronte russo terminano anche i viaggi di don Pirro lungo tutto l'asse orientale europeo.
Nei suoi diari si passa da una concezione favorevole alle forze dell'Asse, dovuta a ciò che la propaganda rendeva noto in Italia, ad un totale sconcerto.
Prima di tale esperienza, durante il primo anno di servizio sul treno, egli manifesta una visione ancora idealistica della guerra, considerata come “la lotta fra il bene e il male; fra le ideologie di fede e di giustizia e quelle di apostasia e di oppressione”
. A combattere sono i “nostri prodi” che “danno il proprio sangue”, mentre gli avversari non sono altro che “le forze dell'inferno”. La “vittoria delle armi” deve coincidere con la “vittoria di Cristo”.
Al termine del primo viaggio redasse per Pio XII una memoria per informarlo sulla spaventosa situazione. Divenne subito cosciente che non era possibile alcuna comunicazione ufficiale fra la Santa Sede ed i paesi occupati dai nazisti.
L'arcivescovo Sapieha, di Cracovia... asserisce che gli è impossibile comunicare liberamente con Roma
ché tutto è minutamente controllato e non gli è possibile comunicare liberamente nemmeno col Nunzio di Berlino.
Il regime nazista è ferocemente antipolacco ed impedisce il rapporto con il clero polacco.
Ai soldati del Reich è severamente proibito andare con Sacerdoti per le vie, o accedere a sacerdoti polacchi per le confessioni.

Soprattutto le SS testimoniano l'avversione programmatica alla Chiesa Cattolica e a qualsiasi rispetto della vita.
I membri delle formazioni “SS”, secondo quanto mi è stato riferito da ufficiali tedeschi, debbono fare dichiarazione di non praticare nessun culto per essere fedeli esclusivamente alla religione dello Stato. A costoro sono riservate le esecuzioni individuali o in massa contro gli ebrei, contro i polacchi o contro chiunque essi giudichino pericoloso
all'integrità del Reich... I loro atti (anche le “eliminazioni”) sono incontrollati e incontrollabili e incensurabili da chiunque.
Gli appare subito evidente che la decisione nazista è quella di concludere in breve tempo lo sterminio della popolazione ebraica. In particolare viene ripetutamente a conoscenza delle fucilazioni di massa operate dagli “EinsatzKommando”.
Oltre i confini dell'Italia, nei Paesi del Reich o alleati del Reich od occupati, la questione ebraica è di una gravità eccezionale
... A Cracovia, a Leopoli e nelle principali città della Polonia sono stati relegati in un ghetto dove evidentemente regna il sudiciume e lo squallore... La mancanza del bracciale o della tessera di riconoscimento, o il trovarli in giro fuori orario, può determinare l'immediata uccisione... E' evidente, nell'intenzione del Governo occupante, di eliminare il più che sia possibile gli ebrei uccidendoli secondo i vari sistemi di cui il più frequente e il più conosciuto è quello del mitragliamento di massa. Per queste esecuzioni gruppi di famiglie ebraiche (uomini, donne e bambini anche lattanti) sono deportati a qualche chilometro dalla città, vicino a trinceroni della guerra oppure in luoghi dove precedentemente sono state fatte scavare delle enormi fosse costringendo a questo lavoro gli uomini stessi ebraici... Il numero delle uccisioni di ebrei si fa ascendere fino ad ora a circa un milione.
Non vi è alcun dubbio sullo stato delle cose.
Il volto di questa guerra è immensamente più spaventoso che quello della cosiddetta guerra mondiale 1915-1918 alla quale anch'io presi parte come Cappellano Militare.

Al ritorno viene segretamente ricevuto dal Santo Padre.
Scavizzi... viene ricevuto riservatamente da Pio XII. Non esiste alcun riscontro ufficiale dell'incontro... Lo stesso don Pirro dichiara, in un articolo scritto nel maggio 1964: ... “Mi recai dal Santo Padre Pio XII senza alcun preliminare di udienza, ma segretamente per riferirgli tutto. Lo vidi piangere come un fanciullo, e pregare come un santo”.
Nella memoria a conclusione del secondo viaggio precisa la descrizione dello stato miserevole del clero polacco. Si accentua la consapevolezza che è decisione dei nazisti di distruggere la presenza cattolica in Polonia, perché fonte di ostacolo alla germanizzazione del paese e alle orrende iniziative di sterminio.
Mi disse l'Arcivescovo di Cracovia che il numero dei sacerdoti e Religiosi finora imprigionati o uccisi in Polonia, ascende circa a 3000, sempre con pretesti
di carattere politico e antinazista.
E' sempre più chiara la “soluzione finale”.
Le condizioni degli ebrei nella Germania, nella Polonia e nell'Ucraina, è sempre più tragica. La parola d'ordine è: “Sterminarli senza pietà”
. Gli eccidi in massa si moltiplicano ovunque. I diritti all'esistenza sono ormai ridotti ai minimi termini per loro...
In Ucraina lo sterminio degli ebrei è ormai quasi terminato. Ho potuto notare che questi disgraziati ebrei, anche di condizione civile, anche ragazzi e fanciulli, hanno un aspetto quasi di alterezza quando sono costretti ai lavori più gravi o sospinti verso al morte.

Al ritorno a Roma ha un secondo colloquio col Papa. Lo descrive molti anni dopo.
Scavizzi... a distanza di poco più di vent'anni... descrive uno dei due colloqui avuti con Pio XII, probabilmente il secondo, avvenuto durante il mese di marzo del 1942, nella sosta tra il secondo e il terzo viaggio. Al racconto delle atrocità commesse dai nazisti il papa confessa di aver più volte pensato ad un atto ufficiale di scomunica ma di essersi dovuto ricredere di fronte all'argomentazione che “una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli Ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà”.

La descrizione del terzo viaggio si precisa di particolari che mostrano come il nazismo proceda nell'opera di distruzione delle forze di resistenza della Chiesa Cattolica in Austria.
Il clero è sospettato e molti sono deportati e imprigionati per pretesti politici. Le relazioni col Nunzio sono praticamente impossibili. A proposito dell'attuale Nunzio, il cardinale (di Vienna) ne deplorava il silenzio ed esprimeva il giudizio che Egli fosse troppo timoroso e non si interessava di tanto gravi cose...

Ma è soprattutto in Polonia che è evidente la decisione di annientare qualsiasi punto di riferimento, anche attraverso al distruzione della gerarchia cattolica. Scavizzi elenca la situazione di alcune congregazioni religiose:
Gesuiti-A Dachau ne sono imprigionato sessantaquattro dei quali sono morti certamente nove. Il 27 marzo a Wilna ne furono incarcerati altri ventinove, cioè tutto il collegio...
Salesiani-Oltre cinquanta ne sono in prigione ad Auschwitz. Di Cracovia sono quindici e sembra che siano morti e cremati eccetto due
.
Addirittura tutti i monasteri di clausura sono pian piano evacuati e le suore portate nei campi di concentramento.
Suore-A Wilna nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1942 sono state arrestate tutte le Visitandine, le Carmelitane, le Orsoline del P.Ladochovski, le Figlie della Carità, le quaranta di Nazareth.

La presenza dei sacerdoti è stata già quasi completamente annientata in alcuni luoghi e negli altri lo sarà tra breve.
Altri Sacerdoti-In Posnania, dove erano una quarantina di preti ne è rimasto soltanto uno. Nel campo di Dachau vi sono circa un migliaio di preti di cui oltre settecento polacchi. Nella Slesia Pomerania quasi tutti i sacerdoti sono stati arrestati
.
La maggioranza dei preti polacchi è stata deportata. Sono stati concentrati insieme senza poter essere vicini nemmeno ai connazionali deportati.
Fatti edificanti-Nel campo di Dachau ove sono circa mille sacerdoti e religiosi, è concesso ad uno solo di celebrare la Messa. Tutti gli altri tengono in mano una particola ed il celebrante intende di consacrarle tutte; così ciascuno si comunica da sé.

Nelle città in cui manca una presenza episcopale la situazione è ancora più deplorevole
,
Il padre domenicano Bornieski, già Rettore Magnifico della Università di Lublino... dice che fu errore che durante la Nunziatura Cortese si lasciassero quattro diocesi senza vescovo, finché è scoppiata la guerra e le diocesi sono orfane ancora.

La memoria del quarto viaggio viene redatta in ritardo. Veniamo a conoscenza che le notizie arrivano in Vaticano attraverso i pochi cappellani militari, compagni di d. Pirro.
Dichiaro che non avevo osato presentare alla santità Vostra questa nuova relazione, perché credevo che lo avessero fatto meglio di me gli altri cappellani Militari, specialmente quelli dei cavalieri di Malta.

Il ritorno dei polacchi nelle case dei ghetti creati dai nazisti indica che il numero degli ebrei è ormai ridotto al lumicino.
Si consente ai polacchi di rifugiarsi nelle case del Ghetto, che giornalmente si vanno spopolando per gli eccidi sistematici degli ebrei
. Molti nobili e molti altri delle categorie più abbienti sono stati deportati o uccisi per sospetti politici...
La eliminazione degli ebrei, con le uccisioni di massa, è quasi totalitaria, senza riguardo ai bambini nemmeno se lattanti... I pochi ebrei rimasti appaiono sereni, quasi ostentando orgoglio. Si dice che altre due milioni di ebrei siano stati uccisi
.
Non solo gli ebrei sono sterminati, non solo la classe dirigente polacca è annientata, ma anche i soldati russi prigionieri sono sistematicamente uccisi. La teoria razzista nazista non conosce sosta. L'arianizzazione va avanti attraverso l'eliminazione fisica dei cosiddetti “non ariani”, slavi ed ebrei.
Mi ha sorpreso il fatto che fra i feriti tedeschi e italiani non ho quasi mai trovato dei russi feriti; né mi consta che per loro vi siano ospedaletti speciali!

da Diario clandestino (Dalla conversazione “Baracca 18” Lager di Beniaminovo–1944), di Giovanni Guareschi
Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania
.

da Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1987, pp. 115-118.
Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest'ora già non è più un'ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia: Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l'Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno della fiamma antica
[...] Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

cfr. anche M. Chagall, Obsession (1943)

F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1978 (il volume è la traduzione di una serie di 12 lezioni che lo Chabod tenne nel 1950 presso l’Institut d’Études politiques dell’Università di Parigi; la prima edizione in traduzione italiana è del 1961), pp. 124-125.
A Roma [...] accanto all’attività del CLN e dei partigiani, c’è anche [...] l’organizzazione puramente militare dipendente dal governo Badoglio. Il governo del Sud non intende lasciarsi scavalcare dai CLN, e le opposizioni infatti non mancheranno; alla fine un rappresentante del governo Badoglio, il generale Bencivenga, avrà l’incarico del comando di Roma al momento della liberazione; e Bencivenga non vuol essere tutelato dal CLN.
Ma a Roma entra in giuoco soprattutto un’altra forza: la Santa Sede. All’indomani della liberazione di Roma, la popolazione della capitale si precipita in piazza San Pietro per acclamare il Santo Padre ed esprimergli la sua riconoscenza. Pio XII sarà chiamato «defensor urbis». I romani ringraziano il Santo Padre perché la città non ha subito danni nella lotta fra Alleati e Tedeschi. In effetti il clero romano e il Vaticano svolgono durante questi mesi un’azione importante: approvvigionamento, soccorsi alla popolazione, ecc. Numerosi uomini politici perseguitati dai Tedeschi vengono salvati e trovano rifugio nelle antiche chiese e abbazie. San Paolo fuori le Mura, San Giovanni in Laterano, monasteri, ecc., divengono l’ultimo rifugio dei ricercati dal nemico.
Sempre mi torna alla mente, quando penso a quei giorni a noi così vicini, ciò che accadde nel V secolo, allorché le orde germaniche si riversarono nell’impero romano. L’anno 410 dopo Cristo, per la prima volta dopo sette secoli, Roma veniva presa d’assalto e saccheggiata dai Visigoti. La regina del mondo era caduta; e Sant’Agostino dice: il barbaro invasore arrestò la sua furia davanti alle basiliche; non osarono, quei barbari, penetrare nei luoghi consacrati dal Cristo, e la popolazione fu salva. Fu quella, quindici secoli fa, l’origine del potere e della forza politica della Chiesa romana. Presentandosi come i difensori della popolazione abbandonata dall’autorità imperiale romana, i papi gettarono le basi, nel corso del V secolo, del potere e dell’influenza politica della Chiesa di Roma.
Anche durante il periodo dell’occupazione tedesca, la Chiesa splende su Roma, in modo non molto diverso da come era accaduto nel V secolo. Roma si trova, da un giorno all’altro, senza governo; la monarchia è fuggita, il governo pure, e la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità, ma a Roma – città unica sotto questo aspetto – ne esiste un’altra: e quale autorità! Ciò significa che, benché a Roma vi sia il comitato e l’organizzazione militare del CLN, per la popolazione è di gran lunga più importante e acquista un rilievo ogni giorno maggiore l’azione del papato. Anche qui, in altri termini, la resistenza guidata dal CLN e l’azione dei partiti trovano un limite formidabile nella situazione generale.

Il Durand, storico dell’École française di Roma (Durand J.-D., L’église catholique dans la crise de l’Italie (1943-1948), École Française de Rome, Rome, 1991, pp. 154-160), ha analizzato il ruolo giocato dalla chiesa nelle città di Milano, Genova, Gerace, Pescia, Alessandria, Alba, Novara, Venezia, Pisa, Brescia, Anagni, Padova, Trieste: in tutte queste città è storicamente accertato che i vescovi svolsero un ruolo decisivo nel passaggio di poteri dall’occupazione nazista alle truppe alleate ed al CLN. Afferma il Durand: «I negoziati di Milano sono quelli che colpiscono di più, a motivo dell’importanza dei protagonisti: il cardinal Schuster, Mussolini, il maresciallo Graziani». Nel capoluogo lombardo, il passaggio di poteri dai nazifascisti al CLN fu concordato in una serie di incontri distanziati nel tempo che si svolsero presso lo stesso arcivescovado milanese.

4 giugno 1944, Roma è salva: il senso della neutralità di Pio XII (di A.L.)
Chi capirebbe a prima vista che questa è la prima pagina de L’Osservatore Romano all’indomani della liberazione di Roma?
Pio XII sapeva che ad altri spettava il compito di schierarsi; alla Santa Sede competeva, invece, lavorare nel segreto, convincere tutti della malvagità della guerra ed operare senza escludere alcuno perché il maggior numero possibile di vite fossero risparmiato.
Una pagina come questa illumina l’atteggiamento che scientemente il papa volle assumere -e forse solo un giorno sapremo fino in fondo quanti benefici ne vennero in quegli anni tremendi.
In alto, nella prima pagina del giornale, l’Osservatore titola a sei colonne con la notizia dei due decreti di canonizzazione e sulle virtù eroiche del beato Nicola da Flüe e di Placido Riccardi.
Eppure è il numero del 5/6 giugno 1944
e, come dirà lo stesso quotidiano più in basso, per due volte piazza San Pietro si era appena riempita di romani (raramente queste foto vengono mostrate in riferimento al 4 giugno 1944) come a tributare un ringraziamento al Signore, ma anche all’opera della Santa Sede.
Chi gettasse uno sguardo distratto a questa pagina potrebbe pensare ad una ‘prima’ così composta per l’assenza di notizie più interessanti, una di quelle pagine estive maledettamente difficili da riempire anche per i giornalisti più navigati.
Ma un piccolo particolare tradisce l’emozione di quelle ore; è solo un piccolo errore tipografico, ma mostra quanto poco fosse importante -in quel benedetto giorno che seguiva il 4 giugno 1944!- la pur bella notizia di nuovi santi sugli altari: “Ieri 4 maggio, festa della SS. Trinità...”. Ma ieri non era il 4 maggio, era il 4 giugno!!!
Più in basso, a metà pagina, e solo a quattro colonne, poche parole con il titolo: “La incolumità di Roma attuata secondo i voti del Santo Padre”. E, di seguito, l’articolo, con quelle parole pesate una ad una:
Il primo nostro pensiero sia un atto di pieno e devoto ringraziamento al Signore. Roma è salva. L’appello supremo del Santo Padre che coronava tutta l’opera sua per l’incolumità della Città eterna, tutte le sollecitudini sue di padre e di pastore per ogni conforto spirituale e materiale del Popolo romano, fu dunque ascoltato, così che l’Urbe, lungi dal trasformarsi in un campo di lotta di irreparabile distruzione, visse ore sì pur gravi di minaccia, non solo tra la violenza della guerra, ma per l’agitato stato degli animi, in una calma ed in una tranquillità miracolosa.
Malgrado che l’urgere dei vicini combattimenti intensificatisi fra la sera di sabato e il mattino di domenica e nella giornata stessa avesse indotto per le strade più centrali della città un ininterrotto passaggio di truppe e di macchine, l’abitato fu risparmiato da qualsiasi parte da ogni offesa.
Per quest’atto di omaggio reso alla Sede del Santo Padre e alla Culla della comune civiltà, la cittadinanza come aveva ieri dimostrato alle truppe tedesche di quali sentimenti cristiani e civili fosse animata, soprattutto di fronte ai soldati feriti e più affranti, così accolse i reparti anglo-americani manifestando come sentisse ed apprezzasse il fatto che Roma, madre delle genti civili, centro della Religione dell’amore e della fraternità, non sia stata intrisa di sangue, sangue comunque e sempre fraterno dinanzi a Cristo e al suo vicario quaggiù.
Solo chi non amasse la vita, potrebbe subito chiedere: “Dov’è la parola ‘liberazione’?” –questione che nessuno quel giorno si sarebbe sognato minimamente neanche di immaginare, perché sapeva bene cosa era accaduto e quali giorni ancora attendevano l’Italia, fino alla fine della guerra.
Solo chi non sappia cosa sia stato il nazismo potrebbe chiedersi come mai l’Osservatore non uscì quel giorno con un titolo a 6 colonne esultante per l’avvenuta liberazione di Roma.
Solo Dio sa quanto Pio XII, aiutato dai suoi collaboratori, abbia tessuto relazioni, lui, unica autorità rimasta in Roma, perché in Roma non si combattesse, perché Roma non fosse bombardata, perché i nazisti si ritirassero e gli alleati attendessero alcune ore prima dell’ingresso in città, senza iniziare un bombardamento intensivo delle truppe nemiche in ritirata. Come dice l’articolo di spalla, che cita il discorso del papa del 12 marzo:
Onde non possiamo non rivolgerCi ancora una volta alla chiaroveggenza e alla saggezza degli uomini responsabili di ambedue le Parti belligeranti, sicuri che non vorranno legare il loro nome ad un fatto che nessun motivo potrebbe mai giustificare dinanzi alla storia, ma piuttosto rivolgeranno i loro pensieri, i loro intenti, le loro brame, le loro fatiche verso l’avvento di una pace liberatrice da ogni violenza interna ed esterna, affinché la loro memoria rimanga in benedizione e non in maledizione, per i secoli sulla faccia della terra.
Il piano di rapire il pontefice, il disegno di combattere casa per casa non si era realizzato anche perché il papa non aveva commesso passi falsi. E le affermazioni sulla città e la sua popolazione erano pesate a mantenere l’equidistanza dei romani e, con loro, degli italiani tutti.
[La popolazione] come aveva ieri dimostrato alle truppe tedesche di quali sentimenti cristiani e civili fosse animata, soprattutto di fronte ai soldati feriti e più affranti, così accolse i reparti anglo-americani manifestando come sentisse ed apprezzasse il fatto che Roma, madre delle genti civili, centro della Religione dell’amore e della fraternità, non sia stata intrisa di sangue, sangue comunque e sempre fraterno dinanzi a Cristo e al suo vicario quaggiù.
Non erano espressioni di uno sciocco neutralismo inopportuno: erano il tentativo di preparare la strada perché anche le successiva città, forse Firenze o Bologna o Milano, potessero avere lo stesso trattamento, la stessa incolumità.
Il pontefice, coscientemente, faceva scrivere che la popolazione romana aveva aiutato anche “i nazisti feriti e più affranti”, ad evitare di fornire ogni appiglio per una possibilità di rappresaglia o vendetta nelle successive città dell’Italia del Nord nelle quali si sarebbe ancora combattuto. Uscire dalla neutralità avrebbe voluto dire condannare altri a subirne le conseguenze; ed, allora, nella neutralità si doveva restare. La via difficilissima di denunciare il male e la violenza in sé, mantenendo la chiesa in una neutralità che le permettesse di poter soccorrere, questa fu la scelta di Pio XII.
Ogni tanto, passeggiando per Roma, può capitare ad un romano di pensare come sarebbe ora la sua città, se si fosse combattuto casa per casa, come avvenne in altre città europee, come avvenne nella stessa Berlino, o se si fosse deciso dall’una o dall’altra parte di bombardare la città.
In Roma non si combatté anche e, forse, soprattutto per la neutralità di Pio XII. Lo Stato del Vaticano, stato neutrale, e la presenza di coloro che rappresentavano in esso la fede cristiana ha consegnato così ancora alle nuove generazioni questa città. Insieme ad essa, dove è stato possibile, ha conservato ciò che è più importante dei monumenti stessi e della loro stratificazione millenaria: le persone viventi.
Tutti i principali membri del CNL in occasioni diverse almeno per un periodo furono ospiti nella zona extra-territoriale del Pontificio Seminario Romano Maggiore al Laterano, oltre che nello stesso Vaticano ed in ogni edificio extra-territoriale o comunque appartenente alla chiesa di Roma.
L’allora rettore del Seminario, mons. Roberto Ronca, al termine della guerra, ricevette come omaggio un album di coloro che vi avevano trovato rifugio in quei difficili mesi: era firmato in calce da «coloro che ebbero in Laterano ospitalità cordiale e fraterna nell’ora della persecuzione» come si legge in un manoscritto ivi incluso, nel quale sono leggibili le firme di Giuseppe Saragat, di Meuccio Ruini, di Marcello Soleri, di Ivanoe Bonomi, di Alberto Bergamini, di Alessandro Casati. È certa inoltre la presenza e la lunga permanenza fra i rifugiati di Alcide De Gasperi, di Pietro Nenni, del generale Bencivenga, così come di almeno 48 ebrei.
Avevano preso ognuno il nome di un seminarista, perché alloggiavano nelle stanze abitualmente utilizzate dagli alunni che erano invece stati trasferiti in un’altra ala; anche Nenni, che non era molto abituato, per qualche tempo fu costretto a sentirsi chiamare don Porta.
Probabilmente l’ultimo a poter esser salvato da Pio XII , il 3 giugno 1944, fu il socialista Giuliano Vassalli che ricoprirà poi il ruolo di ministro di Grazia e Giustizia e sarà anche giudice della Corte Costituzionale.
Di questo episodio non si sapeva nulla fino a quando non fu lui stesso a raccontare la storia. In una lettera autografa pubblicata da Giorgio Angelozzi Gariboldi nel libro Pio XII, Hitler, Mussolini. Il Vaticano fra le dittature (Mursia 1988) Vassalli ha scritto: «Il tre di giugno mi fu detto di prendere le mie cose. Mi ritrovai faccia a faccia con il capo della polizia nazista in persona, Herbert Kappler».
Il testo è riportato in un articolo di Antonio Gaspari, apparso su Avvenire del 10 maggio 2005, che così continua:
Con lui c’era un prete con i capelli grigi che Vassalli non conosceva. Pensò che la sua famiglia gli avesse mandato un sacerdote per prepararlo a morire. Invece era padre Pancrazio Pfeiffer, tedesco, inviato da Pio XII per portarlo via. Vassalli non dimenticò mai le parole urlategli da Kappler mentre veniva portato via da Pfeiffer: «Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?». Al termine del colloquio Kappler ingiunse Vassalli ad allontanarsi «in modo da non dovermi mai più rivedere». Con una macchina che aveva i contrassegni della Santa Sede, Vassalli venne portato direttamente al Generalato dei Salvatoriani in via della Conciliazione da dove poté ritrovare la libertà (N.d.R.: padre Pfeiffer che fu il silenzioso collaboratore del pontefice nei rapporti con i nazisti era, infatti, salvatoriano).
Non era importante prepararsi a titolare a 6 colonne; era piuttosto decisivo quel 3 giugno, mandare qualcuno, ancora nell’ultima ora, da Kappler per la vita benedetta di un socialista.
L’atteggiamento dei giorni del giugno 1944 –sembra di poter affermare- è lo stesso che guidò l’intera azione pontificia durante la II guerra mondiale.
La straordinaria testimonianza di don Pirro Scavizzi che, al seguito delle truppe italiane, per quattro volte si recò al fronte russo, attraversando la Polonia e gli altri paesi dell’Est ed informando ogni volta Pio XII, può far intravedere quale ampiezza di problemi si sia presentata agli occhi del pontefice che veniva a conoscere l’immensa tragedia degli ebrei, ma anche quella dei cattolici polacchi e degli ortodossi dei vari paesi.
Le azioni distruttive naziste miravano in primo luogo allo sterminio degli ebrei, ma lasciavano intravedere che Hitler già si preparava anche all’eliminazione dei due/terzi degli slavi, russi e polacchi in primis, che era nei piani del Reich per la successiva ripopolazione tedesca delle zone dell’Europa orientale, secondo la classificazione razziale nazista che subordinava le une alle altre le diverse etnie.
Il progetto di decapitazione della chiesa nell’est era evidente, nei reportage del sacerdote romano, quanto quella dell’annientamento delle comunità ebraiche.
Pochi sono coscienti del fatto che la teoria razziale fatta propria da Hitler avesse di mira certo in primo luogo gli ebrei, ma poi anche polacchi e russi (più noto nella storiografia è il caso degli zingari, in un primo tempo protetti dal nazismo perché ariani e poi sterminati successivamente come "a-sociali"). Pochi considerano come l’azione hitleriana non fosse semplicemente anti-giudaica, ma anche anti-cristiana, sebbene probabilmente egli attendesse un passo falso della chiesa per renderla più cruenta ed esplicita.
Il pontefice dovette scegliere anche qui la via non della denuncia esplicita, ma dell’azione diretta. Pesò certamente in questa decisione, come è stato giustamente affermato, il ricordo di ciò che era avvenuto in Olanda dove la condanna della deportazione da parte dell’episcopato fiammingo portò ad un inasprimento delle misure anti-ebraiche con l’uccisione, ad esempio, anche degli ebrei divenuti cristiani, come la carmelitana di clausura suor Edith Stein, solo per citare l’esempio più conosciuto. Ma –è l’ipotesi che si può fare, in attesa di documenti più certi- il ruolo determinate potrebbe essere stato giocato dalla consapevolezza che uno schierarsi apertamente contro il regime avrebbe voluto dire esporre ad immani immediati pericoli i cristiani non solo della Germania, ma ancor più di tutti i paesi occupati, aumentando a dismisura lo sterminio dei civili e perdendo ogni possibilità concreta di intervento personale sul territorio.

Peppone e Don Camillo, da Mondo piccolo di Guareschi alla serie cinematografica con Fernandel e Gino Cervi: appunti senza alcuna pretesa, di A.L. (da www.gliscritti.it )
Il copione del film Don Camillo era pronto il 22 giugno 1950; l'anno precedente era stata pubblicata la scomunica per i cristiani che votavano Partito Comunista – ma la richiesta di acquistare i diritti era già del 5 giugno 1948! La centrale comunista di Reggio Emilia cercò di boicottare le riprese del film
, intimando ai suoi aderenti di non partecipare alle riprese nemmeno come comparse: era un delitto collaborare con i cattolici. In un famoso dibattito pubblico Guareschi stesso affrontò la questione dichiarando che era riuscito in un miracolo, quello di “rendere simpatico un comunista”.
La regia fu proposta a registi italiani famosi come De Sica, Blasetti, Camerini, Zampa, ma tutti si rifiutarono, poiché si toccava il tema allora scottante del comunismo.
Si propose allora di girare il film ad un regista francese, Julien Duvivier, che accettò. Guareschi provò una scena come Peppone, ma alla fine ci si risolse per la scelta di Gino Cervi, cui però furono applicati i baffi.
La chiesa fu molto prudente all'uscita del film, mantenendo distacco dalla pellicola, che fu criticata da alcune riviste cattoliche.
Lo stupore per la nascita di un bambino è una delle tante evidenze che unisce i due protagonisti. Don Camillo partecipa della gioia della nascita dell'ultimogenito di Peppone, sebbene questi voglia dargli Lenin come terzo nome. È Gesù stesso a ricordare a don Camillo che senza il battesimo il bambino non sarebbe salvo
.
Anche il rispetto vero e non apparente dei morti e della loro storia è un'evidenza condivisa da tutti. Se la maestra del paese chiede che la sua bara sia rivestita della bandiera dell'Italia monarchica, così sarà fatto e gli stessi comunisti porteranno il feretro, pur con l'odiata bandiera, per rispetto a colei che ha speso la vita per istruire l'intero paese.
In fondo, nel racconto, tutto ciò che essenzialmente riguarda l'uomo è sacro.
Ai seminaristi andrebbero mostrati Don Camillo ed Il ritorno di don Camillo per discutere a confronto le figure di don Camillo e del povero don Pietro che viene chiamato a sostituirlo nella seconda pellicola
. In cosa si differenziano le due figure? Cosa manca al secondo? Che tipologie di sacerdoti vengono rappresentate, per quanto in maniera macchiettistica, dai due film che mettono in scena i due parroci?
La questione dell'anima!
Straordinario questa storia nella storia. Il vecchio medico del paese, credente e reazionario, chiede di comprare l'anima dell'operaio comunista che afferma non esservi niente nell'uomo oltre alla materia: la puoi vendere, tanto dici che non è niente, che non esiste! Il medico vuole dimostrare - e Guareschi con lui - l'importanza dell'anima. La scelta di proporre un medico, un uomo di scienza, come assertore dell'esistenza dell'anima, è ovviamente voluta. L'operaio, pur non essendo in grado di fornirne una spiegazione precisa, avverte il malessere di aver venduto la propria anima al medico e, alla fine, la rivorrà indietro, rasserenandosi solo al momento della distruzione del contratto di vendita della propria anima. L'uomo, in fondo, sa di avere un'anima.
Nei contenuti extra si trova questa dichiarazione di Guareschi:
«La famiglia non è più di moda. La famiglia è superata. E da tutte le parti si fa il possibile per distruggerla. Però io sono del parere che la famiglia abbia ancora una funzione, anche se tutti cercano di trasformare la casa in un alloggio con comodo di cucina e genitori e figli a mezzo servizio».
Si racconta dello struggente articolo su Oggi di Guareschi (per gentile concessione presente su questo stesso sito Un autore in cerca di sei personaggi, di Giovannino Guareschi) all'indomani del matrimonio della figlia: come padre, in fondo, continuava a ripetersi che il prete alla fine avrebbe invitato gli sposi, alla fine della cerimonia, a tornare ognuno a casa propria dai genitori. Guareschi, con una battuta, afferma di esser partito con la propria motocicletta al seguito della figlia in viaggio di nozze, ma di essere tornato indietro solo. In quella prima notte delle nozze della figlia sentì la casa vuota e percepì la solitudine.
Guareschi dichiara di ricorrere talvolta ad una «fede che è tutta istinto e che non è avvelenata dal ragionamento»
.
Guareschi dichiara che Mondo piccolo – ed i film su don Camillo – esprimeva in forma poetica un desiderio comune, quello di vedere comporre amichevolmente un dissidio che sembrava insanabile: Mondo piccolo parla della speranza che alberga nei cuori.
Guareschi fu internato in un lager nazista perché ritenne di non poter venire meno al dettato della propria coscienza ed al giuramento che aveva prestato come militare.
Oltre ai terribili lager nazisti conobbe poi le carceri italiane, unico giornalista italiano a scontare ben 409 giorni di galera, senza alcuno sconto di pena, con l'accusa di diffamazione
. Infatti fu assurdamente condannato una prima volta nel 1950 per una vignetta satirica nella quale irrideva al fatto che il senatore Luigi Einaudi, poi presidente della repubblica, aveva fatto stampare delle etichette per i vini di cui era produttore con la dicitura “Nebiolo-Poderi del senatore Luigi Einaudi”.
Tale pena si sommò poi a quella che gli fu comminata in un secondo processo, quando nel 1954, fu accusato di aver diffamato Alcide De Gasperi pubblicando due lettere che portavano la sua firma e che erano datate al 1944, nelle quali si chiedeva il bombardamento delle periferie di Roma per fiaccare la difesa nazista. Nel corso del processo non fu ammessa la perizia calligrafica, che Guareschi aveva fatto eseguire prima di pubblicare le lettere.
Dalla prigione si rifiutò di chiedere la grazia. Dirittura morale di un giornalismo di altri tempi che risponde pienamente di ciò che scrive! Ma anche dirittura di un costume legislativo che, pur nell'evidente ingiustizia con cui fu trattato Guareschi, difendeva però l'idea che la stampa non poteva diffamare senza fondamento le persone. Si noti che nel 1954 Guareschi era ormai famosissimo, non solo per i suoi scritti, ma anche per i primi due film, Don Camillo e Il ritorno di don Camillo, che erano già usciti nel 1952 e nel 1953.
Fa riflettere il fatto che un sacerdote e non un laico venga con naturalezza posto a rappresentare la fede cristiana. In fondo, nell'opera letteraria e nell'edizione cinematografica, i laici cattolici sono in ombra. Spesso, inoltre, sono figure meno aperte al mondo di quella del loro parroco, don Camillo
. D'altro canto, è vero che i sacerdoti sono stati investiti nella storia della chiesa da un compito di rappresentanza (cfr. le riflessioni di A. Faivre, Ordonner la fraternité. Pouvoir d’innover e retour à l’ordre dans l’Église ancienne). Don Camillo, anche in questo, è testimone di una ricchezza della storia italiana ed, insieme, di un suo limite.
In Don Camillo e l'onorevole Peppone riemerge il ruolo della famiglia. È don Camillo a salvare la famiglia di Peppone, quando quest'ultimo sta per tradire la moglie. Il valore della famiglia è condiviso dai protagonisti dell'una e dell'altra parte. Se, verbalmente, la parte comunista afferma che il sentimentalismo è borghese, d'altro canto più in profondità condivide con la controparte l'evidenza che sui sentimenti non è lecito scherzare.
Anche la resistenza unisce Peppone e don Camillo
. Il film mette in evidenza - come sempre in maniera ironica - la compresenza di comunisti e cattolici nella resistenza. E l'episodio narrato non si allontana dalla realtà storica.
Forte e condiviso è anche il riferimento alla patria
ed, in fondo, anche al sacrificio di tanti giovani in occasione della I guerra mondiale.

da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115
Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.
Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

da Giovanni Guareschi, Diario Clandestino
Io sono ancora il democratico d'allora. Senza più cimici e pidocchi e pulci; senza più topi che mi camminano sulla faccia, senza più fame, anzi, senza appetito addirittura, e con tanto tabacco, ma sono ancora il democratico di allora, e sul nostro Lager non direi una parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia.

da Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, Morcelliana, 2005, pp. 66-67
La tradizione può essere definita, come una estensione del diritto politico. Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. [...] I democratici respingono l’idea che uno debba essere squalificato per il caso fortuito della sua nascita; la tradizione rifiuta l’idea della squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è nostro padre. Io non posso, comunque, separare, le due idee di tradizione e di democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea. Avremo i morti nei nostri consigli. I Greci antichi votavano con le pietre, essi voteranno con le pietre tombali. Ciò è perfettamente regolare e ufficiale: la maggior parte delle pietre tombali, come delle schede elettorali, sono segnate da una croce.

dalla Costituzione della repubblica italiana
Principi fondamentali

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art.7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Parte prima
DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI
TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

Art. 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 18 febbraio 1984
Articolo 9
2. La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All'atto dell'iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell'autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.

da papa Paolo VI, Lettera alle Brigate rosse
Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro.
Io non vi conosco, e non ho modo d’avere alcun contatto con voi
. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile.
Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.
Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d’un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore
.
Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d’un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell’odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione.
E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa.
Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità.
Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova
.
Dal Vaticano, 21 aprile 1978
PAULUS PP. VI

dalla Dei Verbum
2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona (Seipsum revelare) e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé.

da Henri De Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, vol. III, trad. it. Jaca Book, Milano 1996; il testo è stato ripreso dal sito www.letterepaoline.it curato da Luigi Walt
In Gesù Cristo, che ne era il fine, l’antica Legge trovava in precedenza la sua unità. Di secolo in secolo, tutto in questa Legge convergeva verso di Lui. È Lui che, della “totalità delle Scritture”, formava già “l’unica Parola di Dio”…
In Lui, i “verba multa” (le molte parole) degli scrittori biblici diventano per sempre “Verbum unum” (l’unica Parola). Senza di Lui, invece, il legame si scioglie: di nuovo la parola di Dio si riduce a frammenti di “parole umane”; parole molteplici, non soltanto numerose, ma molteplici per essenza e senza unità possibile, perché, come constata Ugo di San Vittore, “multi sunt sermones hominis, quia cor hominis unum non est” (numerose sono le parole dell’uomo, perché il cuore dell’uomo non è uno)…
Sì, Verbo abbreviato, “abbreviatissimo”, “brevissimum”, ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. Unità di pienezza. Concentrazione di luce. L’incarnazione del Verbo equivale all’apertura del Libro, la cui molteplicità esteriore lascia ormai percepire il “midollo” unico, questo midollo di cui i fedeli si nutriranno. Ecco che con il fiat (accada) di Maria che risponde all’annunzio dell’angelo, la Parola, fin qui soltanto “udibile alle orecchie”, è diventata “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile alle spalle”. Più ancora: essa è diventata “mangiabile”.
Niente delle verità antiche, niente degli antichi precetti è andato perduto, ma tutto è passato a uno stato migliore. Tutte le Scritture si riuniscono nelle mani di Gesù come il pane eucaristico, e, portandole, egli porta sé stesso nelle sue mani: “tutta la Bibbia in sostanza, affinché noi ne facciamo un solo boccone...”.
“A più riprese e sotto varie forme” Dio aveva distribuito agli uomini, foglio per foglio, un libro scritto, nel quale una Parola unica era nascosta sotto numerose parole: oggi egli apre loro questo libro, per mostrare loro tutte queste parole riunite nella Parola unica. Filius incarnatus, Verbum incarnatum, Liber maximus (Figlio incarnato, Verbo incarnato, Libro per eccellenza): la pergamena del Libro è ormai la sua carne; ciò che vi è scritto sopra è la sua divinità…
Le due forme del Verbo abbreviato e dilatato sono inseparabili. Il Libro dunque rimane, ma nello stesso tempo passa tutt’intero in Gesù e per il credente la sua meditazione consiste nel contemplare questo passaggio. Mani e Maometto hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove. Così la Legge evangelica non è affatto una “lex scripta” (legge scritta).
Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una “religione del Libro”: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, “non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo”. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”: Parola “viva ed efficace”, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza.

dalla Dei Verbum
Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.

3. Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé (cfr. Rm 1,19-20); inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (cfr. Gn 3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cfr. Rm 2,6-7). A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo (cfr. Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo.

4. Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini », « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto è l'Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun'altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

7. Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l'Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.
Gli apostoli poi, affinché l'Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di maestri». Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è (cfr. 1 Gv 3,2).

8. Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (cfr. 2 Ts 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre. Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all'incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio.
Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega. È questa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l'intero canone dei libri sacri e nella Chiesa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre Scritture. Così Dio, il quale ha parlato in passato non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti alla verità intera e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr. Col 3,16).

9. La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è parola di Dio (locutio Dei) in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio (Verbum Dei) affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza.

1 Tes 2,13Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete. 14Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono nella Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei Giudei,

da Il rapporto Scrittura e tradizione secondo la Dei Verbum, di Umberto Betti, p. 234
A differenza della Scrittura, la predicazione viva traduce in pratica quanto annunzia e ne attualizza, per quanto possibile, la realtà intera. Una cosa, per esempio, è raccontare l’istituzione e la celebrazione dell’eucarestia; altra cosa è celebrarla e parteciparne. Il racconto rimane sul piano storico e nozionale; la celebrazione ne dà esperienza spirituale e conferisce la grazia che salva. La trasmissione della predicazione apostolica al di fuori della Scrittura, come pure tutto ciò che ne è oggetto, si chiama Tradizione.

dalla relazione del cardinal Camillo Ruini sul tema Teologia e cultura. Terre di confine, tenuta alla Fiera Internazionale del libro di Torino, l’11 maggio 2007
(Voglio richiamarmi) all’analisi della natura della divina rivelazione che J. Ratzinger aveva elaborato nello studio su San Bonaventura con cui intendeva conseguire l’abilitazione all’insegnamento accademico e che è riproposta sinteticamente nel suo libro La mia vita (ed. San Paolo, pp. 72 e 88-93). La rivelazione è cioè anzitutto l’atto con cui Dio manifesta se stesso, non il risultato oggettivato (scritto) di questo atto. Per conseguenza, del concetto stesso di rivelazione fa parte il soggetto che la riceve e la comprende – in concreto il popolo di Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento –, dato che se nessuno percepisse la rivelazione nulla sarebbe stato svelato, nessuna rivelazione sarebbe avvenuta. Perciò la rivelazione precede la Scrittura e si riflette in essa, ma non è semplicemente identica ad essa, e la Scrittura stessa è legata al soggetto che accoglie e comprende sia la rivelazione sia la Scrittura, ossia alla Chiesa. Concretamente la Scrittura nasce e vive all’interno di questo soggetto. Con ciò è dato il significato essenziale della tradizione ed anche il motivo profondo del carattere ecclesiale della fede e della teologia, oltre che il fondamento della validità di un approccio alla Scrittura che sia al contempo storico e teologico. E’ dunque con buona coscienza e consapevolezza critica che possiamo accogliere, come teologi, quell’intima relazione della Scrittura e della tradizione con tutta la Chiesa e con il suo magistero di cui ci parla il n. 10 della Dei Verbum.

da J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia, 1974, p. 26
I Simboli [della fede], intesi come la forma tipica ed il saldo punto di cristallizzazione di ciò che si chiamerà più tardi dogma, non sono un’aggiunta alla Scrittura, ma il filo conduttore attraverso di essa; sono il canone nel canone, appositamente elaborato; sono per così dire il filo di Arianna, che permette di percorrere il Labirinto e ne fa conoscere la pianta. Conseguentemente, non sono neppure la spiegazione che viene dall’esterno ed è riferita ai punti oscuri. Loro compito è, invece, rimandare alla figura che brilla di luce propria, dar risalto a quella figura, in modo da far risplendere la chiarezza intrinseca della Scrittura. [Contro questa visione del dogma] una tendenza molto più forte considera la fede della comunità in maniera completamente diversa: poiché, si dice, ciò che è comune ed oggettivo non può più essere fondato e colto, la fede allora è, di volta in volta, ciò che la comunità presente pensa e, nello scambio delle idee («dialogo»), raggiunge come convinzione comune. La «comunità» prende il posto della chiesa, la sua esperienza religiosa quello della tradizione ecclesiastica. Con una siffatta concezione si è abbandonato non solo la fede, nel senso vero e proprio del termine, ma si è rinunciato logicamente anche ad una reale predicazione ed alla chiesa stessa; il «dialogo», di cui ora si parla, non è una predicazione, ma un dialogo con se stessi, seguendo l’eco di antiche tradizioni. 

dalla Dei Verbum
18. A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l'Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

19. La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l'Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano. E gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere. Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali «fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola», scrissero con l'intenzione di farci conoscere la «verità» (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto.

da Salvatore Marsili, Presentazione, in B. Neunheuser, S. Marsili, M. Augé, R. Civil, Anàmnesis 1. La liturgia, momento della storia della salvezza, Marietti, Casale Monferrato, 1974, pp. 5-6
Il Vaticano II ha riportato in modo veramente nuovo la Liturgia alla coscienza della Chiesa, riscoprendola come “il termine più alto (culmen) cui tende tutta l’azione della Chiesa e insieme come la sorgente (fons) donde a questa derivano tutte le sue energie” (SC 10).
Con questa affermazione, che supera d’un colpo ogni visione tanto di ordine puramente esterno-rubricale, quanto di valore prevalentemente giuridico-giurisdizionale, la Liturgia viene situata, insieme con Cristo e – com’è chiaro – dipendentemente da lui (Ap 1,8; 22,13), come “l’alfa e l’omega, il principio e la fine” di tutta la vita della Chiesa. Siamo infatti di fronte a un’elevazione della Liturgia al rango di componente essenziale dell’opera di salvezza, e precisamente sulla linea “cristologica”.
Questo significa che una conoscenza vera della Liturgia non si può avere arrestandosi alla pura ricerca scientifica sul piano storico delle origini, delle fonti, dell’evoluzione o dell’involuzione delle formule e dei riti, ma che al contrario è necessario, al fine di una comprensione autentica della Liturgia in se stessa e in riferimento alla sua funzione nella Chiesa, inquadrarla e approfondirla nella sua dimensione “teologica-economica” e cioè nella “teologia del mistero di Cristo”.

da Andrea Lonardo, Il cantiere dell’educazione cristiana”: annuncio – celebrazione – testimonianza e ambiti della vita quotidiana. Relazione al XLV Convegno nazionale dei direttori UCD “Adulti testimoni della fede, desiderosi di trasmettere speranza” (su www.gliscritti.it )
W. Kasper (W. Kasper, L’antropologia teologica della Gaudium et spes, “Laici oggi”, 39 (1996), pp. 44-54) ha sottolineato che la Gaudium et spes procede a partire dall’uomo, ma non a partire dall’uomo così come viene visto dalle scienze umane, pure preziosissime, e nemmeno a partire da una antropologia filosofica. Il punto di partenza scelto dal Concilio fu quello dell’antropologia teologica e cioè dall’uomo “come immagine di Dio”. Se si scorre il testo della Costituzione conciliare ci si accorge che un certo spazio viene riservato alle condizioni storiche peculiare del tempo, ma, non appena il discorso entra nel suo momento fondativo, ecco comparire subito l’affermazione della dignità umana, data dal suo peculiare rapporto con Dio. Il Concilio pensa l’uomo a partire dalla relazione ineliminabile che egli intrattiene con Dio, almeno come orizzonte del suo interrogare, e con gli altri uomini dei quali è costitutivamente responsabile. In questo senso il Concilio afferma conseguentemente con grande acutezza che l’uomo, se da un lato è un essere storico, che muta continuamente al mutare dei contesti culturali nei quali è inserito e dai quali è forgiato e che contribuisce a forgiare, da un altro punto di vista è un essere che «non cambia» (Gaudium et spes 10)! Tutta l’antropologia del Vaticano II è in equilibrio fra la storicità dell’uomo e la sua permanenza e identità stabile attraverso i secoli.

da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, p. 20
Il Catechismo non procede [...] in maniera semplicemente deduttiva, perché la storia della fede è una realtà di questo mondo e ha creato la propria esperienza. Il Catechismo parte da essa e quindi ascolta il Signore e la sua Chiesa, trasmettendo la parola così udita nella sua logica intrinseca e nella sua forza interna.

CCC 2761
L'Orazione domenicale è veramente la sintesi di tutto il Vangelo” [Tertulliano, De oratione, 1]. “Dopo che il Signore ci ebbe trasmesso questa formula di preghiera, aggiunse: "Chiedete e vi sarà dato" (Lc 11,9). Ognuno può, dunque, innalzare al cielo preghiere diverse secondo i suoi propri bisogni, però incominciando sempre con la Preghiera del Signore, la quale resta la preghiera fondamentale” [Tertulliano, De oratione, 10].

da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp. 26- 27
Alcuni erano dell’opinione che il Catechismo dovesse svilupparsi in una concezione cristocentrica, altri ritenevano che il cristocentrismo dovesse essere superato dal teocentrismo. Finalmente si offrì alla nostra riflessione il concetto del Regno di Dio come principio unificatore. Dopo una discussione serrata, arrivammo alla convinzione che il Catechismo non doveva rappresentare la fede come un sistema o come un qualcosa da derivare da un unico concetto centrale [...] Dovevamo fare qualcosa di più semplice: predisporre gli elementi essenziali che possono essere considerati come le condizioni per l’ammissione al battesimo, alla vita comunionale dei cristiani. [...] Che cosa fa di un uomo un cristiano? Il catecumenato della Chiesa primitiva ha raccolto gli elementi fondamentali a partire dalla Scrittura: sono la fede, i sacramenti, i comandamenti, il Padre Nostro. In modo corrispondente esisteva la redditio symboli – la consegna della professione di fede e la sua “redditio”, la memorizzazione da parte del battezzando-; l’apprendimento del Padre Nostro, l’insegnamento morale e la catechesi mistagogica, vale a dire l’introduzione alla vita sacramentale. Tutto ciò appare forse un po’ superficiale, ma invece conduce alla profondità dell’essenziale: per essere cristiani, si deve credere; si deve apprendere il modo di vivere cristiano, per così dire lo stile di vita cristiano; si deve essere in grado di pregare da cristiani e si deve infine accedere ai misteri e alla liturgia della Chiesa. Tutti e quattro questi elementi appartengono intimamente l’uno all’altro: l’introduzione alla fede non è la trasmissione di una teoria, quasi che la fede fosse una specie di filosofia, “un platonismo per il popolo”, come è stato affermato in modo sprezzante: la professione di fede è nient’altro che il dispiegarsi della formula battesimale. L’introduzione alla fede é essa mistagogia: introduzione al battesimo, al processo di conversione, in cui non agiamo solo da noi stessi, ma lasciamo che Dio agisca in noi.

da J. Ratzinger, La trasmissione della fede ed il problema delle fonti. Due conferenze sulla crisi della catechesi tenute a Lione ed a Parigi nel 1983 (on-line su www.gliscritti.it )
[La struttura della catechesi] è prodotta degli atti vitali fondamentali della Chiesa, che corrispondono alle dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. Così è sorta nei tempi remoti una struttura catechetica che nella sostanza risale al sorgere della Chiesa, che è, cioè, altrettanto e persino più antica del Canone degli scritti biblici. Lutero ha adoperato questa struttura per i suoi catechismi altrettanto naturalmente quanto l’autore del Catechismus Romanus. Questo è stato possibile perché non si tratta di una sistematica artificiosa, ma semplicemente del compendio del materiale di cui la fede necessariamente fa memoria, e che riflette, insieme, gli elementi vitali della Chiesa: la professione di fede apostolica, i sacramenti, il Decalogo e la Preghiera del Signore.