E la chiamarono America, di Franco Cardini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /02 /2012 - 23:43 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 12/2/2012 un articolo scritto da Franco Cardini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (13/2/2012)

I centenari imperversano: ben vengano d’altronde, dal momento che “centenario” sembra una parola magica che, in questi tempi di micragna (e, ovviamente, di “tagli alla cultura”), riesce spesso ad aprir misteriosamente le porte e i cordoni delle borse di assessori e ministri. Quando poi si tratti addirittura di un 'cinquecentenario' (mezzo millennio!) e per giunta di Firenze e dell’America, di un nome che congiunge le prestigiose rive dell’Arno alle sfolgoranti rive dello Hudson, figurarsi… Il mio sindaco, Matteo Renzi, è in fibrillazione da mesi all’idea di celebrare alla grande il nome e l’opera del nostro concittadino che dette il nome all’America.

Anche se, a dir la verità, successe tutto per caso. Amerigo di Nastagio Vespucci, terzogenito di un notaio di non troppo illustri origini (le vespe sulla sua arme araldica, che richiamano il nome di famiglia, sembrano alludere alla sua origine dal paludosi piano di Peretola, dove oggi è l’aeroporto di Firenze), nacque nel 1454 allorché la città era saldamente nelle mani di Cosimo de’ Medici – detto più tardi “il Vecchio” – e si dette ben presto ai viaggi e alla mercatura. Le fortune del suo casato, nel quartiere di Santa Maria Novella a ovest della città, erano strettamente legate ai Medici, dei quali i Vespucci erano forse qualcosa di più che semplici partigiani dal momento che un lontano cugino di Amerigo, un certo Marco, si era prestato a sposare la giovane e bella Simonetta Cattaneo, genovese di una famiglia che faceva affari coi Medici stessi: ma Simonetta – notissima per bellezza, cultura, intelligenza: e ben presto scomparsa, lasciando dietro di sé una scia di dolore e di leggende – era l’amante di Giuliano di Piero de’ Medici, nipote di Cosimo (e fratello del Magnifico Lorenzo). Molta cultura umanistica, come testimonia il misterioso e mirabile ritratto di Simonetta eseguito da Piero di Cosimo e oggi al Museo Condé di Chantilly, ma anche un pizzico di affaristica ruffianeria.

Comunque, magari con qualche buon appoggio, il giovane Amerigo fece carriera. Fu tra 1478 e 1482 circa in Francia, accolito di una missione diplomatica e quindi collaboratore in affari dell’impresa retta da un collaterale di casa Medici; passò quindi nella Spagna meridionale da poco conquistata dalle armi dei Re Cattolici e lì, progressivamente staccatosi dai Medici (che nel 1494, dopo la morte del Magnifico, erano stati scacciati da Firenze) conobbe a Siviglia Cristoforo Colombo e si dette all’organizzazione delle nuove imprese marinare che i viaggi dell’ammiraglio genovese avevano dischiuso.

Le vicende del marinaio Amerigo Vespucci non sono in realtà per nulla chiare. Di un primo viaggio alla volta dell’area centrale del “Nuovo Mondo”, tra ’97 e ’98, egli parla in una celebre lettera indirizzata a un “magnifico signore” che è probabilmente il cancelliere di Firenze Piero Soderini e stampata a quel che apre nel 1505: ma noi ne sappiamo in effetti poco. Più sicuro l’altro viaggio, effettuato tra ’99 e 1500, durante il quale si esplorò un golfo nel quale si rilevarono insediamenti indigeni su palafitte, e che per questo fu spiritosamente battezzato Venezuela, “Piccola Venezia'” Passato quindi al servizio del re del Portogallo, partecipò alla spedizione che, guidata da Gonzalo Coelho, sarebbe giunta il 1° gennaio a una grande baia nella quale sfociava un fiume immenso, che gli scopritori chiamarono Rio de Janeiro, “Fiume di Gennaio”, prima di scoprire l’odierna costa argentina e quindi, passato l’Oceano, toccare la Sierra Leone e le Azzorre. Non è molto chiaro quali e quanti viaggi il fiorentino abbia compiuto dopo quello. Certo era divenuto esperto cartografo e buono scrittore: e fu tutto sommato il primo a capire con certezza, e a dichiarare, che quelle terre che si andavano scoprendo al di là dell’Atlantico erano un nuovo continente che – contrariamente a quel che con ostinazione aveva voluto sostenere fino alla morte Colombo – con l’Asia non avevano niente a che fare.

Tornato in Europa, Vespucci si stabilì a partire dal 1506 si può dir definitivamente a Siviglia, ch’era divenuta la capitale del giro d’affari relativo alle nuove terre scoperte e alle merci che da là pervenivano. Era ormai ultracinquantenne, età per allora avanzata: prese moglie, si dette agli affari e soprattutto ai ricordi. Divenuto uomo di fiducia della corona, ricevette il grado e lo stipendio di piloto mayor e l’incarico di sovrintendere alla redazione delle mappe dei nuovi possessi ultramarini del regno. I suoi scritti furono molto apprezzati nel monastero di Saint-Dié, in Lorena, dove per volontà del duca locale Renato II si era fondata una fiorente scuola di cartografia. Là si era stabilito anche il dotto Martin Waldseemüller di Friburgo, studioso di Tolomeo: e fu lui, nella sua Cosmographia, a proporre che il nuovo continente fosse battezzato col nome del marinaio e testimone che prima e meglio di altri ne aveva compresa, appunto, la natura continentale. Fu così che la primogenitura della scoperta fu scippata alla memoria di Cristoforo Colombo e – nonostante la feroce opposizione di alcuni, come il domenicano Bartolomeo de Las Casas che più tardi sarebbe diventato noto come difensore dei diritti degli indios – il nuovo mondo assunse il nome, oggi glorioso, di America.

Lo meritava, il fiorentino, quest’onore? Un grande studioso dei nostri giorni, l’inglese David Abulafia, ha parlato di lui come di un “pubblicista”, un “giornalista divulgativo”. Una visione riduttiva? Forse: ma sta di fatto che, senza l’invenzione di Gutenberg, la sua fama sarebbe stata minore. Tra 1504 e 1506 la sua opera, il Mundus novus (originariamente redatta in volgare, quindi tradotta in latino), aveva avuto addirittura dodici edizioni a stampa, divenendo un autentico best seller.

Quando morì, nel 1512, la sua fama era ormai ben solida e il tempo non l’avrebbe scalfita. I geografi Giovanni Battista Ramusio e Sebastian Münster sarebbero stati concordi nell’onorare il suo nome e la sua opera. Mezzo millennio dopo la sua morte, noi gli rendiamo ancora omaggio. Non è poco.