Cosa è speranza? Il Natale in questione, la questione del Natale: Umberto Galimberti e Claudio Magris su Repubblica e Corriere della sera (di A.L.)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /01 /2008 - 15:57 pm | Permalink
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Per lontane che possano sembrare, utopia, progresso e rivoluzione sono eventi cristiani, appartengono al tempo "dopo" Cristo, scavano il motivo della speranza, sondano possibilità di salvezza, credono che la storia abbia un senso, guardano con sospetto il nietzscheano "tempo senza meta".

Se nella prima parte dell’articolo I giorni del sacro dell’uomo moderno che Umberto Galimberti ha scritto per Repubblica del 21 dicembre 2007 l’autore partiva dal rilevare la contraddizione fra il benessere simbolizzato dall’albero natalizio e lo spettacolo di indigenza della nascita del Cristo, pian piano invitava a vocalizzare lo sguardo sulla questione del nihilismo e del senso (quale delle due quaestiones origina l’altra –verrebbe da domandare ulteriormente- quale legame le vincola insieme?).
Cosa ne è della speranza, domanda allora l’autore?

Perché ormai siamo alla cruda accettazione della casualità della nostra esistenza, senza neppure l’inquietudine della crisi, senza il gusto di vivere questo tormento, nuova ed eccitante maniera di percorrere il nostro tragitto, che a Natale ci porta ritualmente nella casa dove siamo nati per onorare il padre e la madre, ultima orma del sacro, da cui l’indomani ci congediamo per incamminarci di nuovo lungo la via che del sacro ha perso non solo l’origine, ma anche la traccia. Eppure nella grotta di Betlemme, per i cristiani, il divino s’è fatto terreno, e la terra è diventata la dimora di Dio. Allora il tempo si è spaccato in due: prima e dopo Cristo. La natura e il suo ciclo hanno ceduto al futuro e alla sua promessa. Il tempo, reso gravido di senso, ha cessato di essere puro e indifferente "divenire" ed è diventato "storia". In questo modo il cristianesimo si è separato dalle mitologie primitive che leggono il tempo a partire dal "passato", da un’età dell’oro o paradiso perduto in cui si rifugia la nostalgia, perché il cristianesimo proietta la salvezza in quel possibile "futuro" a cui si agganciano sia l’utopia, sia la rivoluzione, quando la nuova figurazione del tempo, inaugurato dal cristianesimo, si contamina con l’ateismo della speranza. Per lontane che possano sembrare, utopia, progresso e rivoluzione sono eventi cristiani, appartengono al tempo "dopo" Cristo, scavano il motivo della speranza, sondano possibilità di salvezza, credono che la storia abbia un senso, guardano con sospetto il nietzscheano "tempo senza meta". L’Occidente è stato sedotto da questo nuovo modello di temporalità e, in versione cristiana, utopica o rivoluzionaria, ha sempre celebrato nel Natale non il ritmo del "ritorno", ma l’atmosfera della "rinascita", l’entusiasmo di ciò che ancora è in grado di promettere il futuro: la promessa del tempo. è ancora in circolazione questa promessa che è tutta cristiana? A me pare di no. Da quando il denaro è diventato in Occidente l’unico generatore simbolico di tutti i valori e la tecnica il mezzo per conseguirli, senz’altro scopo che non sia il suo autopotenziamento, il futuro non appare più come promessa, e ancor meno come speranza. I suoi tratti sembrano piuttosto quelli dell’incertezza e dell’indecifrabilità. E allora che ne è del cristianesimo che ha fatto la sua irruzione nel tempo annunciando proprio il futuro come speranza? In Occidente se ne è persa la traccia. Non so se questo sia un bene o un male. è semplicemente così.

Solo apparentemente distante Claudio Magris (nell’articolo apparso sul Corriere della sera del 24 dicembre 2007 con il titolo Babbo Natale falso ottimista) che, se da un lato, stigmatizzava il sorriso ebete di Babbo Natale, pian piano spostava l’accento sulla gravità e serietà della vita e sulla adeguatezza dell’Incarnazione che questa nostra vita si assume:

La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l'esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull'altra e si consumavano.
Ogni anno tante gocce d'oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l'infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l'angelo—anche quello che porta i regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l'eterno. Incubi di pranzi in cui l'obbligato ingozzarsi insinua nell'animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell'invasione.
Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che l'attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull'orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all'altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell'annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell'autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.


La grande questione dell’uomo è, comunque, quella che da quel primo Natale è scaturita in forma nuova, quasi valorizzando ed insieme trasformando i versi di Esiodo su Pandora che solo la speranza tenne chiusa nel suo vaso e non poté donare, la questione che I.Kant ha così espresso: “Che cosa possiamo sperare?”