Appunti per l'omelia della III domenica dell'anno A: Convertitevi... venite dietro a me (di Andrea Lonardo)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /01 /2008 - 00:01 am | Permalink
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Riprendiamo il testo scritto per il sito http://www.omelie.org

“Convertitevi, perché il regno è vicino”. Subito appare la novità cristiana. In questo invito pressante, infatti, Gesù non pone tanto l’accento su di un ritorno ad una situazione precedente, quanto su di un rivolgersi a ciò che avviene per mezzo della sua presenza, l’avvento del regno. Certo non scompare del tutto l’antica attenzione al “ritorno”, alla “purificazione” dal male – in ebraico il termine shub, “convertirsi”, vuol dire proprio questo ripristinare, questo tornare sui propri passi, questa inversione ad U, questo guardare indietro dell’uomo che rinnega i suoi passi sbagliati, per rivolgersi a Dio da cui proviene - ma tutto l’accento è ora verso il cammino che si spalanca dinanzi. Dio non è indietro, ma è avanti nella persona del Cristo, tutto da conoscere e seguire.

A sottolinearlo ancor più, il vangelo ci fa subito ascoltare la chiamata delle due coppie di fratelli sul lago con l’espressione “Seguimi”, ad indicare che Gesù camminerà davanti e che si tratterà da ora in poi di seguire lui nel suo cammino. Si potrebbe quasi coniare un neologismo per indicare questa nuova concezione della “conversione” come “svoltare-in-avanti”, “tornare-in-avanti”, “tornare su di una via che non era mai stato possibile percorrere prima”!

Perché questo? Perché la conversione, prima di essere una azione dell’uomo, è la possibilità della vita nello Spirito donata dal Cristo. La famosa Third Quest, la terza ricerca sul Gesù storico, si è proposta di situare Gesù nel suo contesto ebraico, di scandagliare fin dove è possibile come egli affondi le sue radici nell’ambiente ebraico del tempo. E non è ricerca che non meriti la nostra attenzione. Proprio il brano di Isaia che la liturgia propone oggi, indica come la vita del Signore vada letta all’interno di quel messaggio unitario, di quell’unica rivelazione divina, che lega l’Antico ed il Nuovo Testamento. La storia non è un succedersi insensato di frammenti, senza capo né coda, ma nel tempo si dipana il disegno di Dio, che desidera, prepara e realizza la sua storia di salvezza.

Il limite di alcuni autori della Third Quest non consiste allora in ciò che cercano di indagare, ma in ciò che trascurano: la novità del Cristo. È questa novità la grande questione. Dove essa non apparisse, non ci sarebbe motivo di seguire Gesù e di lasciare ogni cosa per lui. I versetti del vangelo di oggi spalancano dinanzi a noi una novità tale che chiede di essere seguita e di lasciare tutto ciò che si era pensato e fatto prima. O meglio, tutto può essere portato, ma reinterpretato in quella nuova “luce che rifulse in Zabulon e Neftali”. Gesù si presenta come “compimento” di tutta la fede che lo aveva preceduto, ma anche come quella sorpresa che supera ogni attesa, ogni attesa coltivato dalla saggezza umana nei secoli ed ogni attesa della sapienza biblica che si era sin lì dipanata.

Ogni rapporto cristiano con l’ebraismo conserva questa doppia dimensione di continuità e di discontinuità. Niente deve essere perso, ma insieme tutto diviene nuovo.

Romano Guardini ha cercato un giorno di sintetizzare questa novità personale della sequela cristiana nel suo famoso libretto L’essenza del cristianesimo. Per il grande teologo sarebbe stato profondamente insufficiente affermare che il cristianesimo era essenzialmente amore o perdono o la scoperta dell’unicità e del valore della singola persona umana. Non perché questi valori non caratterizzino in maniera unica la fede cristiana – è evidente che queste risposte sintetiche emergono solo dove il cristianesimo ha fecondato una data cultura, con la conseguenza che in quel dato contesto niente ha più senso senza questi riferimenti - ma perché l’essenza del cristianesimo è data piuttosto dall’amore del Cristo, dal perdono del Cristo, dal valore infinito che il Cristo conferisce alla persona.

Così scrisse Guardini: «Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua — apparente — autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva. Dal punto di vista della logica questo è un paradosso, perché sembra mettere in pericolo la stessa realtà della persona. Ma anche il sentimento personale si ribella contro questo. Poiché l’accettare una legge generale che si è dimostrata giusta — sia essa una legge della natura o del pensiero o della moralità — non è difficile per la persona. Essa avverte che in tale legge essa continua ad essere se stessa; anzi, che il riconoscimento di siffatte leggi generali può tradursi senz’altro in un’azione personale. Ma all’esigenza di riconoscere un’altra persona come legge suprema di tutta la sfera della vita religiosa e con ciò della propria esistenza — la persona contrasta con vivacità elementare, e si capisce che cosa può significare la richiesta di rinunciare alla propria anima».

Convertirsi alla sequela del Signore, al diventare pescatori di uomini nell’annuncio del vangelo: questo è ciò che è richiesto in questo “tornare in avanti”.

Matteo ricorda ancora che Gesù in Zabulon ed in Neftali, cioè in Galilea, predicava la buona novella del regno e guariva. L’accostamento della parola e dell’opera del Signore mostra la forza trasformante della presenza del Cristo

Ha scritto Joseph Ratzinger-Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret: «Di recente la parola vangelo è stata tradotta con l’espressione buona novella. Suona bene, ma resta molto al di sotto dell’ordine di grandezza inteso dalla parola vangelo. Questa parola appartiene al linguaggio degli imperatori romani che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e redentori. I proclami provenienti dall’imperatore si chiamavano vangeli, indipendentemente dalla questione se il loro contenuto fosse particolarmente lieto e piacevole. Ciò che viene dall’imperatore – era l’idea soggiacente – è messaggio salvifico, non è semplicemente notizia, ma trasformazione del mondo verso il bene. Se gli evangelisti riprendono questa parola, tanto che a partire da quel momento diventa il termine per definire il genere dei loro scritti, è perché vogliono dire: quello che gli imperatori, che si fanno passare per dèi, pretendono a torto, qui accade veramente: un messaggio autorevole, che non è solo parola, ma realtà».

L’imperatore Augusto, sotto il quale nacque il Signore, introdusse, senza darlo troppo a vedere, una considerazione divina della sua persona. A Priene, nell’odierna Turchia, è stata ritrovata una iscrizione che celebra i vangeli del primo princeps romano: «Il giorno natale di Augusto, noi con ragione lo equipariamo all’inizio di tutte le cose... Perciò si considera a ragione questo fatto come inizio della vita e dell’esistenza... Questo giorno segna il limite e il termine del pentimento di essere nati... Cesare Augusto, una volta apparso, superò le speranze degli antecessori, i buoni annunzi di tutti... Non soltanto andando oltre i benefici di chi lo aveva preceduto... ma non ha lasciato a chi l’avrebbe seguito la speranza di un superamento».

Non è senza significato soffermarsi sulla calcolata ingenuità propagandistica di queste parole: questo giorno, la nascita dell’imperatore che ricorre, segna il termine del pentimento di essere nati! Il vangelo del regno predicata da Gesù indirizza a fondare altrove il luogo di questa speranza. La presenza del regno e del suo vangelo si gioca tutta nella comunione e nella sequela del Cristo, poiché «è stato promesso il regno ed è venuto Gesù», come scrisse l’allora cardinal Ratzinger, parafrasando un’espressione del modernista A.Loisy.

La conversione cristiana ci pone così veramente in cammino con speranza verso il futuro, come dice la Spe salvi, nel suo esordio: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».

E sulla novità generata dalla presenza del Cristo si fonda non solo il cammino individuale, ma anche quello ecclesiale, si fonda cioè l’unità della chiesa, la chiesa una, della quale ci parla l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti, una unità che deriva dall’unicità di Cristo, l’unico che è morto per tutti e nel cui nome tutti sono stati battezzati. Chiunque si unisce a lui, si unisce anche ai fratelli che sono del Cristo; allo stesso tempo chi si unisce ai fratelli non può farlo se non nella comunione con l’unico Signore che esige e genera la comunione con tutti.