Sant’Agostino e la Lettera a Proba 1600 anni dopo. Imparare a pregare, cioè chiedere a Dio di essere beati. In cosa consiste la felicità a cui anela il cuore dell’uomo? File audio di una lezione tenuta presso la Chiesa della Trinità dei Monti da Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 06 /05 /2012 - 13:46 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione ad experimentum per valutare l'utilizzo in futuro di files audio la registrazione di una lezione tenuta da Andrea Lonardo nell'ambito del corso sulla storia della chiesa di Roma presso la Chiesa della Trinità dei Monti il 5/5/2012. Per altri files audio vedi la sezione Audio e video.

Il Centro culturale Gli scritti (10/5/2012)

Ascolto

Download trinita_monti.mp3.

Riproducendo "trinita monti".



Download: Download

Ufficio catechistico di Roma
www.ucroma.it
(cfr. anche www.gliscritti.it )

Sant’Agostino e la lettera a Proba 1600 anni dopo. Antologia di testi utilizzata durante l'incontro

Indice

1/ Proba e il Pincio (su Sant’Agostino vedi le due relazioni di Andrea Lonardo su www.gliscritti.it, sezione Roma e le sue basiliche del Corso di storia della chiesa)

Proba, la vedova che viveva al Pincio: a 1600 anni dalla Lettera a Proba di Agostino d’Ippona, di A.L. (www.gliscritti.it )
Anicia Faltonia Proba è la “vedova” a cui Sant’Agostino di Ippona inviò la famosissima lettera 130 che tratta esplicitamente della preghiera ed, insieme del desiderio
. Agostino, infatti, cui Proba si rivolse per chiedere lumi sulla vera preghiera, risponde ponendo la questione cosa sia da chiedere a Dio, cosa sia desiderabile per l’uomo, cosa sia il bene. Da qui il discorso si allarga a considerare che tutti cercano la vita beata e questa è l’unica cosa da chiedere: ma questa richiesta porta con sé l’ulteriore questione cosa sia esattamente la felicità, cosa sia la vita beata e perché, nonostante essa sia ricercata da tutti, sia così difficile raggiungerla.
Benedetto XVI ha citato la lettera a Proba in un bellissimo passaggio della Spe salvi, ricordando come l’uomo sappia dell’esistere della “vita vera”:
«Che cosa è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo - la “vita” vera - così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. “Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare”, egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. “C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza” (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti (Cfr Ep. 130 Ad Probam 14, 25-15, 28: CSEL 44, 68-73)»[1].
Anicia Faltonia Proba visse a Roma fino al sacco dei Goti di Alarico, cioè fino al 410. Abitò nella ricchissima villa che gli Anici avevano al Pincio, più o meno dove sorgono oggi la scalinata e la chiesa di Trinità dei Monti e Villa Medici
.
La nonna di Proba era Faltonia Betitia Proba
[2], che era stata moglie del praefectus urbi nel 351 d.C., componendo versi prima di carattere epico e, successivamente, sacro (Cento Vergilianus de laudibus Christi). Data la nobiltà di rango le venne concessa sepoltura nella chiesa di Sant’Anastasia, sotto il Palatino, come ricordava una lapide oggi scomparsa[3].
Anicia Faltonia Proba era invece sorella del console del 370 Olibrio e moglie di Sesto Petronio Probo, console nel 371. L’eccezionale carriera di Sesto Petronio Probo fece ulteriormente aumentare l’influenza della gens Anicia Proba.
I tre figli della coppia divennero tutti consoli
, Anicius Probinus e Anicius Hermogenianus
insieme nel 395, Anicius Petronius nel 406. Il fratello di Proba, Olibrio, aveva sposato Giuliana - che era a sua volta nipote di Proba - e dalle loro nozze era nata Demetriade, che prenderà poi il velo monastico a Cartagine tra il 413 e il 414, dal vescovo Aurelio[4].
Un’iscrizione attesta il legame di Proba con l’attuale Pincio
, segnalando nell’onomastica familiare la relazione esistente fra gli Anicii ed i Pincii[5]:
Consimiles fratrum trabeis gestamina honorum / tertia quae derant addidimus titulis / dilectae Probus haec persolvo munera matri / restituens statuis praemia quae dederat // Aniciae Faltoniae / Probae Amnios Pincios / Aniciosque decoranti / consulis uxori / consulis filiae / consulum matri / Anicius Probinus v(ir) c(larissimus) / consul ordinarius / et Anicius Probus v(ir) c(larissimus) / quaestor candidatus / filii devincti / maternis meritis / dedicarunt[6].
Divenuta vedova - si ritiene intorno all’anno 389 - Proba, che già era una fervente cristiana, visse la sua vedovanza in offerta a Dio
, trasformando la sua residenza romana in un luogo di preghiera e di carità. Girolamo, nella lettera 130, scrive che Proba era considerata «la più illustre persona fra tutti i gradi di nobiltà esistenti nel mondo romano, Proba che per la sua santità e generosità manifestata verso tutti indistintamente, è stata oggetto di venerazione perfino presso i barbari» (Girolamo, Lettera 130,7).
All’avvicinarsi dei Goti, Proba dovette fuggire da Roma, insieme alla nuora Giuliana ed alla di lei figlia Demetriade
: infatti, come attesta ancora Girolamo, quest’ultima «dall’alto mare aveva visto le rovine fumanti della patria e aveva affidato la sua salvezza e quella dei suoi ad una fragile barca», diretta verso l’Africa (Girolamo, Lettera 130,7).
Si sa che Proba, una volta che la situazione dell’urbe si tranquillizzò, decise comunque di vendere i possedimenti romani, per «procurarsi “amici col denaro dell’iniquità affinché l’accolgano nelle dimore eterne” (cfr. Lc 16,9)» (Girolamo, Lettera 130,7).
A Cartagine le tre donne caddero comunque preda del comes Eracliano, che governava l’Africa proconsolare a nome dell’imperatore Onorio: Eracliano le aveva costrette a sborsare un’ingente somma in cambio della libertà. Il denaro fu infine versata dalla stessa Proba.
Agostino indirizzò da Ippona a Proba, che ormai viveva stabilmente in Africa, la Lettera 130, non molto dopo il 411
, e la 131, verso il 412/413. La lettera 150 è invece indirizzata a Proba e a Giuliana, verso il 413/414.
Nel 2011 saranno così circa 1600 anni dall’invio della Lettera 130 di Agostino a Proba
.

2/ La lettera 130 a Proba (scritta non molto dopo il 411) 

AGOSTINO, VESCOVO, SERVO DI CRISTO E DEI SERVI DI CRISTO, SALUTA NEL SIGNORE DEI SIGNORI LA VENERABILE SERVA DI DIO PROBA

1.1. Ricordandomi che tu mi hai chiesto e io ho promesso di scriverti qualcosa sul modo di pregare Dio, dato che adesso per grazia di Colui che noi invochiamo nella preghiera ci è concesso il tempo e la possibilità, era mio dovere saldare subito il mio debito e nella carità di Cristo accondiscendere al tuo pio desiderio. Non riesco poi a esprimere a parole quanta gioia mi abbia arrecato la tua richiesta, in cui ho notato quanta premura ti prendi d'una cosa così importante. Poiché qual altra maggior occupazione avresti dovuto avere nella tua vedovanza che persistere nella preghiera notte e giorno, secondo la raccomandazione dell'Apostolo? Egli infatti dice: Colei però ch'è veramente vedova e desolata ha riposto la sua speranza nel Signore e attende con perseveranza alla preghiera notte e giorno. Potrebbe quindi sembrare strano come mai pur essendo tu, nell'estimazione del mondo, nobile, ricca, madre d'una famiglia sì numerosa e benché vedova, non però desolata, può - ripeto - sembrare strano come il pensiero della preghiera sia penetrato nel tuo cuore e se ne sia interamente impossessato, se non fosse che tu capisci bene che in questo mondo e in questa vita nessuno può sentirsi al sicuro.

- 2. Colui perciò che ti ha ispirato questo pensiero fa proprio come fece coi suoi discepoli: essendo essi rattristati non tanto per se stessi quanto per il genere umano e avendo perso la speranza che alcuno potesse salvarsi dopo aver sentito dire da Lui ch'è più facile che un cammello entri per la cruna d'un ago che un ricco nel regno dei cieli, Egli con una promessa stupenda e piena di bontà rispose loro che quel ch'è impossibile agli uomini è facile a Dio. Colui quindi, al quale è facile che perfino un ricco entri nel regno dei cieli, ha ispirato a te la pia sollecitudine con cui hai pensato dovermi consultare in qual modo tu debba pregare. Egli infatti, quando era ancora quaggiù col suo corpo, introdusse nel regno dei cieli il ricco Zaccheo; dopo essere stato glorificato con la risurrezione e con l'ascensione, mediante l'effusione dello Spirito Santo fece si che molti ricchi diventassero disprezzatori di questo mondo e li rese più ricchi per aver posto fine alla brama delle ricchezze. Orbene, come potresti darti tanto pensiero di pregare Dio, se non sperassi in lui? E come potresti sperare in Lui, se riponessi le tue speranze nell'instabilità della ricchezza e se disprezzassi il saluberrimo precetto dell'Apostolo che dice: Ai ricchi di questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi e di non riporre la speranza nell'instabilità della ricchezza, ma nel Dio vivo che ci offre abbondantemente ogni bene perché ne godiamo; raccomanda di essere ricchi di opere buone, di essere propensi a dare, di mettere gli altri a parte dei loro beni, di accumulare un bel capitale per il futuro e poter cosi acquistare la vita vera?

2. 3. Per amore della vita vera devi quindi considerarti anche desolata nella vita di quaggiù per quanto grande possa essere la felicità in cui ti trovi. Come infatti la vera vita è quella, al cui confronto questa nostra, da noi tanto amata, per quanto piacevole e lunga, non merita d'esser chiamata vita, così anche la vera consolazione è quella che promette Dio parlando per bocca del profeta: Gli darò il vero conforto, la pace superiore ad ogni altra pace. Senza questo conforto, in tutte le altre gioie terrene si trova più desolazione che consolazione. Quale consolazione infatti possono arrecare le ricchezze, le più alte dignità e gli altri beni di tal fatta per i quali i mortali, prima della vera felicità, si credono felici, quando è meglio non averne bisogno che segnalarsene, dal momento che ci tormenta più il timore di perderli, una volta che si sono acquistati, che non l'ardore di acquistarli? Gli uomini non diventano buoni per mezzo di tali beni, ma coloro che lo sono diventati con altri mezzi fanno sì che quei beni siano buoni usandone bene. I veri conforti non sono dunque in tali beni, ma piuttosto là dov'è la vera vita, poiché l'uomo deve diventar beato mediante ciò stesso con cui diventa buono.

- 4. Ma anche in questa vita i buoni arrecano, a quanto pare, non piccoli conforti. Se infatti ci angustiasse la povertà, se ci addolorasse il lutto, ci rendesse inquieti un malanno fisico, ci rattristasse l'esilio, ci tormentasse qualche altra calamità, ma ci fossero vicine delle persone buone che sapessero non solo godere con quelli che godono, ma anche piangere con quelli che piangono, che sapessero rivolgere parole di sollievo e conversare amabilmente, allora verrebbero lenite in grandissima parte le amarezze, alleviati gli affanni, superate le avversità. Ma questo effetto è prodotto in essi e per mezzo di essi da Colui che li rese buoni col suo Spirito. Nel caso invece che sovrabbondassero le ricchezze, che non ci capitasse nessuna perdita di figli o del coniuge, che fossimo sempre sani di corpo, che abitassimo nella patria preservata da sciagure, ma convivessero con noi individui perversi fra i quali non ci fosse nessuno di cui fidarci e da cui non dovessimo temere e sopportare inganni, frodi, ire, discordie, insidie, non è forse vero che tutti questi beni diventerebbero amari e insopportabili e che nessuna gioia o dolcezza proveremmo in essi? Così in tutte le cose umane nulla è caro all'uomo senza un amico. Ma quanti se ne trovano di casi fedeli, da poterci fidare con sicurezza riguardo all'animo e alla condotta in questa vita? Nessuno conosce un altro come conosce sé stesso: eppure nessuno è tanto noto nemmeno a sé stesso da poter essere sicuro della propria condotta del giorno dopo. Perciò, benché molti si facciano conoscere dai loro frutti e alcuni arrechino veramente letizia al prossimo col vivere bene, altri afflizione col vivere male, tuttavia, a causa dell'ignoranza e dell'incertezza degli animi umani, molto giustamente l'Apostolo ci ammonisce a non condannare alcuno prima del tempo, finché non venga il Signore e illumini i segreti delle tenebre e sveli i pensieri del cuore e allora ognuno riceverà lode da Dio.

- 5. Ordunque, nelle tenebre di questa vita nella quale siamo come esuli lontani da Dio, durante tutto il tempo che camminiamo nella fede senza avere la visione (di Dio), l'anima del cristiano deve considerarsi come abbandonata al fine di evitare che cessi di pregare e d'imparare a tenere l'occhio della fede rivolto alle parole delle sante e divine Scritture, come a una lucerna posta in un luogo oscuro, fino a tanto che non splenderà il giorno e la stella del mattino sorga nei nostri cuori. La sorgente ineffabile, per cosi dire, di questa lucerna è la luce che splende nelle tenebre ma in modo tale da non essere accolta dalle tenebre. Per vederla, i nostri cuori devono essere purificati dalla fede: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio; e: Sappiamo che, quando egli apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo com'è. Allora, solo dopo la morte, ci sarà la vera vita, e dopo la desolazione la vera consolazione. Sarà quella vita a liberare l'anima nostra dalla morte, sarà quella consolazione a liberare gli occhi nostri dalle lacrime e, poiché allora non vi sarà alcuna tentazione, lo stesso salmo segue dicendo: Hai preservato i miei piedi da caduta. Se non vi sarà poi tentazione, non vi sarà più neppure orazione, in quanto non vi sarà più aspettazione di un bene promesso, ma la contemplazione d'un bene concesso. Perciò dice: Sarò accetto al Signore nella regione dei vivi dove saremo allora, non nel deserto dei morti, dove siamo ora. Siete morti, dice infatti l'Apostolo, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio; quando si manifesterà Cristo, vita vostra, allora anche voi vi manifesterete con lui nella gloria. Questa in realtà è la vera vita che i ricchi devono conquistare con le opere buone: in essa risiede la vera consolazione. Ora una vedova, poiché è priva d'una tal consolazione anche se ha figli e nipoti e governa piamente la propria casa procurando che tutti i familiari ripongano in Dio la loro speranza, dice tuttavia nella sua preghiera: L'anima mia ha sete di Te e la mia carne è assetata di Te, qui sulla terra deserta senza strade e senz'acqua, cioè in questa vita destinata a finire con la morte, quali che siano i conforti umani che l'arricchiscono, quali che siano i nostri compagni di viaggio, qualunque sia l'abbondanza di beni che la ricolmano. Tu ben sai quanto siano incerti tutti questi beni mondani; e anche se non fossero incerti, che cosa sarebbero a paragone della felicità che ci è stata promessa?

- 6. Poiché tu, vedova ricca e nobile e madre di sì numerosa famiglia, mi hai posto dei quesiti sulla preghiera, io ti ho dette queste cose affinché, anche se in questa vita restino con te fedeli e pieni di premure i tuoi familiari, tu abbia a considerarti desolata in quanto non hai ancora conseguita la vita in cui risiede il vero e sicuro conforto, in cui si compierà ciò che è detto nella profezia: Fin dal mattino siamo stati saziati della Tua misericordia, abbiamo esultato e gioito in tutti i giorni nostri. Ci hai colmati di gioia in compenso dei giorni nei quali ci hai afflitti, degli anni nei quali abbiamo visto sventure.

3. 7. Prima dunque che giunga questa consolazione, per quanto grande possa essere la felicità dei beni temporali di cui sovrabbondi, ricordati che sei desolata, al fine di perseverare notte e giorno nella preghiera. Difatti l'Apostolo accorda questo dono di Dio non a qualsiasi vedova, ma, come egli dice: A colei che è veramente vedova e desolata, che ha riposto la sua speranza nel Signore e che persevera notte e giorno nelle preghiere. Evita con la maggiore vigilanza possibile ciò ch'è detto dopo: Ma colei che vive nei piaceri, benché viva, è morta. L'uomo vive di tutto ciò che ama, che brama come gran cosa e in cui crede di essere beato. Perciò quello che la Scrittura dice delle ricchezze: Se le ricchezze sovrabbondano, non attaccate ad esse il vostro cuore, lo dico a te anche dei piaceri: Se i piaceri abbondano, non attaccarvi il tuo cuore. Non tenerti in gran conto perché essi non ti mancano, anzi sovrabbondano e scorrono come da una sorgente abbondante di felicità terrena. Disdegnali e disprezzali assolutamente per quanto ti riguarda e non ricercarvi se non la piena salute del corpo. Questa infatti non deve essere trascurata per le necessità della vita terrena, prima che questo corpo mortale si rivesta dell'immortalità, cioè della vera, perfetta ed eterna salute, che non s'indebolisce per la infermità terrena né si ristabilisce con un piacere corruttibile ma, persistendo nel celeste vigore, è vivificata da un'eterna incorruttibilità. L'Apostolo stesso ci dice: Non vi preoccupate della carne, per soddisfarne i desideri, poiché noi ci prendiamo cura della carne, ma solo per la necessità della salute. Nessuno ha mai odiato la propria carne, come ci dice ancora l'Apostolo. Ecco perché questi esorta Timoteo, il quale, a quanto pare, castigava eccessivamente il suo corpo, a bere un po' di vino, per la debolezza di stomaco e le sue frequenti indisposizioni.

- 8. Da questi piaceri - vivendo in mezzo ai quali una vedova, se v'è attaccata con l'affetto del cuore e ingolfata, benché viva, è morta - si sono astenuti in modo assoluto molti santi e molte sante distribuendo ai poveri le ricchezze che sono per cosi dire la matrice dei piaceri, e così le han poste maggiormente al sicuro negli scrigni celesti. Ora, se tu non fai altrettanto perché impedita da qualche dovere d'amore verso la famiglia, sai da te stessa qual conto dovrai renderne al Signore. Nessuno infatti sa ciò che avviene nell'uomo, tranne lo spirito dell'uomo ch'è in lui stesso. Noi non dobbiamo condannare nessuno prima del tempo fino a che non venga il Signore e illumini i segreti delle tenebre e renda manifesti i sentimenti del cuore: allora a ciascuno sarà data lode da Dio. Anche se i piaceri della vita abbondano, è tuttavia tuo dovere di vedova di non attaccarvi il cuore, per evitare che corrompendosi in essi non muoia, dato che, per vivere, deve tenersi in alto. Considerati del numero di coloro dei quali sta scritto: I loro cuori vivranno nei secoli dei secoli.

4. 9. Hai udito con quali disposizioni devi pregare: ascolta ora quale dev'esser l'oggetto delle tue preghiere, poiché per questo soprattutto hai voluto consultarmi, poiché ti fa impressione ciò che dice l'Apostolo: Noi non sappiamo che cosa dobbiamo dire nelle preghiere per pregare come si deve. Tu in realtà temi che più del non pregare possa nuocerti il non farlo come si dovrebbe. Te lo posso dire in poche parole: prega (per ottenere) la vita beata. La desiderano tutti; anche coloro che menano una vita sregolata e pessima, non vivrebbero affatto così, se non fossero convinti di essere o di poter divenire beati in quel modo. Che altro dunque conviene chiedere nelle preghiere se non quel bene che bramano tanto i cattivi che i buoni, ma al quale arrivano solo i buoni?

5. 10. Forse a questo punto potresti domandarmi in che consista precisamente la vita beata. In questo problema molti filosofi hanno consumato il loro ingegno e il loro tempo, e tuttavia tanto meno sono riusciti a risolverlo, quanto meno hanno avuto in onore la vera sorgente della vita e le han reso grazie. Anzitutto dunque considera se si debba dar ragione a quelli che affermano che è beato chi vive secondo la propria volontà. Non sia mai che noi crediamo a una simile affermazione! E che avverrebbe se qualcuno volesse vivere da malvagio? Non darebbe la prova ch'è tanto più infelice quanto più facilmente potrà compiere la sua malvagia volontà? A ragione hanno respinto una simile opinione perfino quelli che ragionavano da filosofi senza adorare Dio. Difatti uno dei più eloquenti di essi si espresse casi: Ma ecco altri che, pur senz'esser certamente filosofi, nondimeno sono pronti a discutere, asseriscono che beati sono tutti quelli che vivono come loro talenta. Ma questo è un errore, poiché volere ciò che non conviene è proprio la cosa più miserevole, e il non ottenere ciò che si vuole non è cosa tanto miserevole quanto il voler ottenere ciò che non conviene (Cicerone, Hortensius). Che ti sembra di queste parole? Non sono state forse pronunciate dalla stessa Verità per bocca di un uomo qualunque? Possiamo dunque ripetere qui ciò che disse l'Apostolo di un profeta di Creta, essendogli piaciuta una sua risposta: Questa testimonianza è conforme al vero.

- 11. È beato dunque chi possiede tutto ciò che vuole e non vuole nulla di sconveniente. Se quindi la cosa sta così, considera ormai quali cose possano volersi in modo non conveniente. Uno vuole unirsi in matrimonio; un'altro divenuto vedovo preferisce in seguito vivere in continenza; un altro non vuole sperimentare l'unione carnale neppure nelle stesse nozze. Se inoltre si deve riconoscere in questo caso che una cosa sia migliore dell'altra, possiamo affermare nondimeno che nessuno di costoro nutre un desiderio sconveniente: come è appunto il desiderare figli, cioè il frutto delle nozze, e desiderare la vita e la salute per quelli che sono stati generati, desiderio da cui per lo più sono tutti presi, anche i vedovi che vivono nella continenza. Poiché, sebbene abbiano rinunciato al matrimonio e non desiderino più procreare figli, tuttavia desiderano che vivano sani e salvi i figli che hanno procreati. Solo coloro che vivono nell'integrità verginale sono immuni da tutte queste preoccupazioni: anch'essi tuttavia hanno delle persone care dei due sessi per le quali desiderano senza sconvenienza anche la salute temporale. Ma quando gli uomini avranno conseguito per sé e per coloro che amano questa salute, potremo forse chiamarli già beati? Posseggono sì qualche cosa che non è sconveniente desiderare, ma se non posseggono altri beni più grandi e migliori e più ricchi di utilità e di dignità morale, sono ancora molto lontani dalla vita beata.

6. 12. Approviamo noi dunque che, oltre a questa salute temporale, si bramino per sé e per i propri familiari onori e posti di comando? Sì, è senz'altro lecito desiderarli, ma a patto che per mezzo di essi si sovvenga ai bisogni di coloro che vivono alle proprie dipendenze, non mirando a questi beni in sé e per sé, ma per un altro bene che ne consegue. Se invece si desiderano per vano orgoglio di superiorità, per pompa superflua o anche per dannosa vanità, non è lecito desiderarli. Può darsi quindi che essi desiderino, per sé e per i propri cari, quanto basta delle cose necessarie alla vita, a proposito delle quali casi parla l'Apostolo: La pietà è un gran guadagno se unita al sapersi contentare. Nulla infatti abbiamo portato in questo mondo né possiamo portarne via nulla: se abbiamo di che nutrirci e coprirci, accontentiamoci. Poiché quelli, che vogliono diventare ricchi, incappano nella tentazione e nel laccio e in molteplici desideri insensati e dannosi, che sommergono gli uomini nella rovina e nella perdizione, poiché radice di tutti i mali è la cupidigia del denaro, per il cui appetito alcuni si sono sviati dalla fede e si son cacciati dastessi in molti dolori. Chi desidera quanto basta senza volere di più, non desidera cosa disonesta; in caso contrario non lo desidera e quindi neppure lo vuole onestamente. Questo bramava e per questo pregava colui che diceva: Non darmi né ricchezza né povertà, ma concedimi solo quanto basta per evitare che, divenuto sazio, non diventi bugiardo e dica: Chi mi vede? o divenuto povero, commetta qualche furto e spergiuri il nome del mio Dio. Tu vedi chiaramente che anche il necessario non si desidera per sé medesimo, ma per la salute del corpo e per un decoroso abbigliamento della persona umana, tale cioè che non sia sconveniente per coloro coi quali dobbiamo vivere onestamente e civilmente.

- 13. Per tal modo, fra tutte queste cose l'incolumità e l'amicizia sono desiderate per se stesse, mentre quando ciò che basta delle cose necessarie si ricerca onestamente, suole essere cercato non per sé stesso ma per i due beni su menzionati. L'incolumità inoltre consiste nella vita stessa, nella salute e integrità del corpo e dell'animo. Allo stesso modo l'amicizia non dev'essere circoscritta in limiti angusti, poiché abbraccia tutti quelli a cui sono dovuti affetto e amore, quantunque si rivolga con più propensione verso alcuni e con più esitazione verso altri. Essa si estende sino ai nemici, per i quali siamo tenuti anche a pregare. Così non c'è alcuno nel genere umano a cui non si debba amore, basato, se non sulla vicendevole affezione, almeno sulla partecipazione alla comune natura umana.

D'altra parte non a torto proviamo grande attrattiva per quelli da cui siamo vicendevolmente amati in modo santo e casto. Bisogna pregare che questi beni ci siano conservati quando si hanno e ci siano largiti quando non si hanno.

7. 14. È forse tutto qui, è forse questo tutto ciò che costituisce l'essenza della vita beata, oppure la Verità c'insegna qualche altro bene da preferire a tutti questi beni? In effetti anche la sufficienza dei mezzi e l'incolumità tanto nostra che degli amici, poiché sono beni temporanei, devono essere disprezzati per il conseguimento della vita eterna. Anche se per caso il corpo gode buona salute, l'anima non si può affatto considerare sana, se non antepone le realtà eterne a quelle temporali. E per vero non si vive utilmente nel tempo se non per acquistare il merito, in grazia del quale vivere nell'eternità. Ne consegue che ogni altro bene, che è desiderato utilmente e convenientemente, dev'essere senza dubbio riferito all'unica vita che si vive con Dio e di Dio. Poiché se amiamo Dio, in Lui amiamo noi stessi e, secondo l'altro precetto, amiamo veramente il prossimo nostro come noi stessi solo se, per quanto dipende da noi, cerchiamo di condurlo a un simile amore di Dio. Noi dunque amiamo Dio per sé stesso, noi e il prossimo per Lui. Ma neppure quando viviamo così, possiamo pensare d'essere già arrivati alla vita beata, come se non ci fosse più nulla da chiedere con la preghiera. Poiché in qual modo si può già vivere beatamente, quando ci manca ancora il bene, per cui unicamente si vive bene?

8. 15. Perché mai dunque ci perdiamo dietro a tante considerazioni e cerchiamo di sapere che cosa dobbiamo chiedere nelle nostre preghiere per timore di non riuscire a pregare come dovremmo? Perché non diciamo piuttosto col salmo: Una cosa sola ho chiesta al Signore, quella sola io ricercherò: di restare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita per contemplare le delizie di Dio e visitare il suo tempio? Lì tutti i giorni non si sommano col venire e col passare, e l'inizio dell'uno non è la fine dell'altro: sono tutti insieme senza fine, dove non ha fine neppure la vita a cui quei giorni appartengono. Per l'acquisto di questa vita beata la vera Vita beata in persona c'insegnò a pregare, ma non con molte parole, come se ci esaudisse di più quanto più siamo loquaci, dal momento che la nostra preghiera è rivolta a Colui che conosce, come dice il Signore medesimo, ciò che ci è necessario prima che glielo chiediamo. Potrebbe sembrare strano che, pur proibendo il multiloquio, Colui il quale conosce, prima che glielo chiediamo, ciò che ci è necessario, ci abbia esortato con tanta insistenza a pregare, da dire: Occorre pregare di continuo e non stancarsi. Cosi dicendo ci propose l'esempio d'una vedova che, desiderando ottenere giustizia contro il proprio avversario, piegò un giudice iniquo ed empio col sollecitarlo spesso a darle ascolto, mosso non già da un senso di giustizia o di compassione, ma vinto dalla noia. Ci volle così ricordare che molto più sicuramente è disposto ad ascoltarci Dio, Signore misericordioso e giusto, quando preghiamo senza interruzione, dal momento che quella vedova, grazie alle sue assidue sollecitazioni, non poté essere trascurata neppure da un giudice iniquo. Ci volle anche insegnare quanto volentieri e benignamente è disposto a compiere i buoni desideri di coloro che Egli sa che perdonano i peccati altrui, se la vedova, che voleva le si facesse giustizia, raggiunse lo scopo desiderato. Anche quel tale, presso cui era giunto un amico da un viaggio e che non aveva nulla da servirgli a tavola, desiderando che da un altro suo amico gli fossero prestati tre pani, sotto i quali è adombrata forse la Trinità di un'unica sostanza, a forza di supplicare con grande petulanza e molestia, lo svegliò quando già dormiva coi suoi servitori, perché gli desse i pani che voleva. L'amico glieli diede più per evitare d'essere infastidito che per benevolenza. Volle il Signore che da questa parabola comprendessimo che se è costretto a dare chi, mentre dorme, è svegliato suo malgrado da un supplicante, tanto più benevolmente dà Colui che non dorme mai e stimola noi che dormiamo a fargli delle richieste.

- 16. A questo proposito troviamo anche scritto: Chiedete e otterrete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto; poiché chi chiede riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto. Qual è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra o se gli chiede un pesce gli darà un serpente o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se voi dunque, pure essendo cattivi, sapete dare ai vostri figli doni buoni, quanto più il Padre vostro celeste li largirà a voi quando glieli chiedete? Delle tre note virtù raccomandate dall'Apostolo la fede è simboleggiata nel pesce, sia a causa dell'acqua del battesimo, sia perché rimane integra in mezzo ai flutti di questa vita: ad essa si oppone il serpente, il quale con velenoso inganno persuase i progenitori a non credere a Dio; la speranza è raffigurata nell'uovo, perché la vita del pulcino non c'è ancora ma ci sarà, non si vede ancora ma si spera, poiché una speranza che si vede non è più speranza; all'uovo si oppone lo scorpione, poiché colui che spera la vita eterna, dimentica le cose che gli stanno dietro e si protende verso quelle che gli stanno davanti, mentre gli nuoce rivolgersi a guardare indietro; dallo scorpione però bisogna guardarsi nella sua parte posteriore, velenosa e armata di aculeo; nel pane è raffigurata la carità, ch'è la più grande di queste virtù, a quel modo che il pane è superiore per utilità a tutti gli altri alimenti: al pane si oppone la pietra, giacché i cuori duri respingono la carità. Anche se queste cose ammettono un'altra interpretazione più conveniente, nondimeno Colui che a concedere ai suoi figli i buoni doni, ci spinge a chiedere, a cercare, a bussare.

- 17. Potrebbe far meraviglia che agisca così Colui che conosce ciò che ci è necessario prima che glielo chiediamo, se non comprendessimo che il Signore Dio nostro non desidera che noi gli facciamo conoscere qual è il nostro volere ch'egli non può non conoscere, ma desidera che nelle preghiere si eserciti il nostro desiderio, onde diventiamo capaci di prendere ciò che prepara di darci. Questo bene è assai grande, ma noi siamo piccoli e angusti per accoglierlo. Perciò ci vien detto: Allargate il cuore, per non mettervi a portare il giogo con gli infedeli. Con tanto maggiore capacità riceveremo quel bene molto grande, che occhio non ha veduto perché non è colore, orecchio non ha udito perché non è suono, né è entrato nel cuore dell'uomo, perché tocca al cuore dell'uomo elevarsi fino ad esso, con quanto maggior fede crediamo ad esso, con quanto maggiore fermezza speriamo in esso, con quanto maggiore ardore lo desideriamo.

9. 18. Noi dunque preghiamo sempre con desiderio continuo sgorgato dalla fede, speranza e carità. Ma a intervalli fissi di ore e in date circostanze preghiamo Dio anche con parole, affinché mediante quei segni delle cose stimoliamo noi stessi e ci rendiamo conto di quanto abbiamo progredito in questo desiderio e ci sproniamo più vivamente ad accrescerlo in noi. Più degno sarà l'effetto che sarà preceduto da un affetto più fervoroso. Perciò anche quel che dice l'Apostolo: Pregate senza interruzione, che altro significa se non: «Desiderate, senza stancarvi, di ricevere da Colui, che solo ve la può dare, la vita beata, che non è se non la vita eterna»? Se dunque sempre la desideriamo da Dio nostro Signore, non cesseremo nemmeno di pregare. Ecco perché in determinate ore noi distogliamo il nostro pensiero dalle preoccupazioni e dagli affari, che ci fanno intiepidire in qualche modo il desiderio, e lo rivolgiamo alla preghiera eccitandoci con le parole dell'orazione a concentrarci in ciò che desideriamo per evitare che il desiderio, cominciato a intiepidirsi, si raffreddi del tutto e si spenga completamente qualora non venisse ridestato con più fervore. Perciò il medesimo Apostolo disse: Le vostre domande siano manifeste presso Dio. Queste parole non vanno intese nel senso che debbano essere conosciute da Dio, il quale senz'altro le conosceva prima che fossero formulate, ma nel senso che siano note a noi presso Dio per incoraggiarci, non presso gli uomini per vantarci. Oppure vanno forse intese anche nel senso che siano note agli angeli che stanno alla presenza di Dio, affinché in qualche modo le offrano a lui e lo consultino in merito ad esse e ciò che hanno conosciuto di dover compiere per suo ordine lo apportino a noi in modo manifesto od occulto come hanno conosciuto da Dio essere a noi conveniente. Disse infatti l'angelo all'uomo: E dianzi, quando tu e Sara pregavate, io ho presentato la vostra preghiera al cospetto della luminosa grandezza di Dio.

10. 19. Stando così le cose, non è male né inutile pregare a lungo quando abbiamo tempo, cioè quando non sono impedite altre incombenze di azioni buone e necessarie, sebbene anche in quelle azioni, come ho detto, bisogna pregare sempre con quel desiderio. Infatti il pregare a lungo non equivale, come credono alcuni, a un pregare con molte parole. Una cosa è un parlare a lungo, altra cosa un intimo e durevole desiderio. Anche del Signore infatti sta scritto che passò la notte a pregare  e che pregò assai a lungo. E nel fare così, che cos'altro voleva se non darci l'esempio, egli che nel tempo è l'intercessore opportuno, mentre nell'eternità è col Padre colui che ci esaudisce?

- 20. Dicono che in Egitto i fratelli fanno preghiere frequenti sì, ma brevissime, e in certo modo scoccate a volo, affinché la tensione vigile e fervida, sommamente necessaria a chi prega, non svanisca e perda efficacia attraverso lassi di tempo un po' troppo lunghi. E con ciò essi dimostrano che la tensione, come non dev'essere smorzata se non può durare a lungo, cosi non dev'essere interrotta subito se potrà persistere. Siano bandite dall'orazione le troppe parole ma non venga meno il supplicare insistente, sempre che perduri il fervore della tensione. Usare troppe parole nella preghiera è fare con parole superflue una cosa necessaria: il pregare molto invece è bussare con un continuo e devoto fervore del cuore al cuore di Colui al quale rivolgiamo la preghiera. Di solito la preghiera si fa più coi gemiti che con le parole, più con le lagrime che con le formule. Iddio pone le nostre lagrime al suo cospetto e il nostro gemito non è nascosto a lui, che tutto ha creato per mezzo del Verbo e non ha bisogno di parole umane.

11. 21. A noi dunque sono necessarie le parole perché richiamiamo alla mente e consideriamo che cosa chiediamo, ma non dobbiamo credere che con esse si suggerisca qualcosa al Signore o lo si voglia piegare ai nostri voleri. Quando diciamo: Sia Santificato il tuo nome, eccitiamo noi stessi a desiderare che il nome di lui, ch'è sempre santo, sia considerato santo anche presso gli uomini, cioè non sia disprezzato, cosa questa che non giova a Dio ma agli uomini. Quando diciamo: Venga il tuo regno, il quale, volere o no, verrà senz'altro, noi eccitiamo il nostro desiderio verso quel regno, affinché venga per noi e meritiamo di regnare in esso. Quando diciamo: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, noi gli domandiamo l'obbedienza, per adempiere la sua volontà, a quel modo che è adempiuta dai suoi angeli nel cielo. Quando diciamo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, con la parola oggi intendiamo «nel tempo presente», in cui o chiediamo tutte le cose che ci bastano indicandole tutte col termine «pane» che fra esse è la cosa più importante, oppure chiediamo il sacramento dei fedeli che ci è necessario in questa vita per conseguire la felicità non già di questo mondo, bensì quella eterna. Quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, richiamiamo alla nostra attenzione che dobbiamo chiedere e fare per meritare di ricevere questa grazia. Quando diciamo: Non c'indurre in tentazione, ci eccitiamo a chiedere che, abbandonati dal suo aiuto, non veniamo ingannati e non acconsentiamo ad alcuna tentazione né vi cediamo accasciati dal dolore. Quando diciamo: Liberaci dal male, ci rammentiamo di riflettere che non siamo ancora in possesso del bene nel quale non soffriremo alcun male. Queste ultime parole della preghiera del Signore hanno un significato così largo che un cristiano, in qualsiasi tribolazione si trovi, nel pronunciarle emette gemiti, versa lacrime, di qui comincia, qui si sofferma, qui termina la sua preghiera. Con queste parole era opportuno affidare alla nostra memoria le verità stesse.

12. 22. Ora, tutte le altre parole che diciamo, sia quelle che formula da principio il sentimento di chi prega per renderlo più vivo, sia quelle cui rivolge l'attenzione in seguito per accrescerlo, non esprimono altro se non quanto è racchiuso nella preghiera insegnataci dal Signore, se la recitiamo bene e convenientemente. Chi però dice cose che non abbiano attinenza con questa preghiera evangelica, anche se non prega illecitamente, prega in modo carnale e non so come quelle cose non si dicano in modo illecito, dal momento che ai rinati nello Spirito conviene pregare solo in modo spirituale. In realtà chi dice: Sii conosciuto fra tutti i popoli, come lo sei fra noi, e: I tuoi profeti siano riconosciuti fedeli, che altro dice se non: Sia santificato il nome tuo? Chi dice: O Dio delle virtù, convertici, mostra il tuo volto e saremo salvi, che altro dice se non: Venga il tuo regno? Chi dice: Guida i miei passi secondo la tua parola e non permettere che l'iniquità mi abbia completamente in suo potere, che altro dice se non: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra? Chi dice: Non darmi né povertà né ricchezza, che altro dice se non: Dacci oggi il nostro pane quotidiano? Chi dice: Ricordati, o Signore, di David e di tutta la sua mansuetudine, ovvero: Signore, se ho fatto questo, se c'è iniquità nelle mie mani, se ho reso male a chi mi faceva male, che altro dice se non: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori? Chi dice: Allontana da me le passioni del ventre e fa’ che il desiderio dell'impurità non s'impossessi di me, che altro dice se non: Non c'indurre in tentazione? Chi dice: Strappami dai miei nemici, o Dio, e liberami da coloro che si levano contro di me, che altro dice se non: Liberaci dal male? E se passi in rassegna tutte le parole delle preghiere contenute nella S. Scrittura, per quanto io penso, non ne troverai una che non sia contenuta e compendiata in questa preghiera insegnataci dal Signore. Pertanto nel pregare ci è permesso domandare le medesime cose con altri termini, ma non dev'essere permesso di domandare cose diverse.

- 23. Queste sono le preghiere che senza alcun ondeggiamento di dubbio dobbiamo elevare per noi, per i nostri cari, per gli estranei e per gli stessi nemici, benché nel cuore di chi prega spunti e s'innalzi un sentimento diverso per l'una o l'altra persona a seconda dei rapporti più o meno stretti di parentela o di amicizia. Ma se uno nella preghiera dice per esempio: «Signore, moltiplica le mie ricchezze» o: «Dàmmene tante quante ne hai date a questo o a quello» ovvero: «Accresci i miei onori, fa’ che in questo mondo io sia assai potente e famoso» o altre simili cose, e le desidera ardentemente senza avere lo scopo di volgerle a vantaggio degli uomini secondo il volere di Dio, costui, a mio avviso, non trova affatto nella preghiera insegnataci dal Signore nessuna espressione compatibile con questi desideri. Perciò si abbia almeno il pudore di chiedere ciò che non si ha pudore di desiderare oppure, se si ha pudore anche di desiderarlo ma la passione ha il sopravvento, quanto sarà meglio chiedere al Signore che ci liberi anche da questo male della cupidigia, dato che gli diciamo: Liberaci dal male!

13. 24. Eccoti, a quanto io posso giudicare, non solo con quali disposizioni ma anche cosa si debba chiedere nella preghiera, e non sono io a insegnartelo, ma Colui che si degnò d'insegnarlo a tutti noi. Bisogna cercare di ottenere la vita beata e chiederla a Dio. Che cosa sia l'essere beato si è discusso a lungo da molti: ma che necessità abbiamo di rivolgerci a molti autori e di attingere a molte fonti? Nella Scrittura di Dio è detto brevemente e con verità: Beato il popolo, il cui Signore è Iddio. Per potere appartenere veramente a questo popolo e giungere alla contemplazione di Dio e vivere con Lui senza fine, il fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera. In un'altra enumerazione di queste tre virtù invece della «coscienza buona» si trova: «la speranza». La fede dunque, la speranza e la carità conducono a Dio colui che prega, cioè colui che crede, spera, desidera e considera nella preghiera del Signore che cosa Gli debba chiedere. I digiuni, l'astinenza dai piaceri, la mortificazione delle passioni carnali, senza tuttavia trascurare la salute, e soprattutto le elemosine sono di grande aiuto a chi prega, sicché possiamo dire: Nel giorno della mia tribolazione ho cercato il Signore con le mie mani, di notte, in presenza di Lui, e non mi sono ingannato. Come mai difatti si potrebbe cercare Dio incorporeo e impalpabile con le mani, se non venisse cercato con le opere?

14. 25. Forse vorrai ancora domandarmi perché l'Apostolo abbia detto: Noi non sappiamo che cosa dire nelle preghiere per pregare come dovremmo. Non è assolutamente da credere ch'egli o quelli a cui rivolgeva queste parole ignorassero la preghiera insegnataci dal Signore. Perché crediamo dunque che l'Apostolo abbia detto una cosa simile, che non avrebbe potuto dire né a caso né bugiardamente, se non perché le molestie e le tribolazioni del mondo giovano per lo più a guarire il bubbone della superbia o a mettere a prova e ad esercitare la pazienza, a cui è riserbato un premio più splendido e più ricco quando è stata provata e sperimentata, o giovano infine a mortificare e a estirpare ogni specie di peccati? Tuttavia noi, poiché non sappiamo a che cosa giovino queste prove, desideriamo di essere liberati da ogni tribolazione. L'Apostolo stesso mostra di non essere esente neppure lui da questa ignoranza, benché forse sapesse pregare come si deve; infatti allorché, per  non farlo insuperbire a causa del singolare privilegio delle rivelazioni, gli fu data una spina nella carne, un angelo di Satana che lo schiaffeggiasse, pregò tre volte il Signore perché lo allontanasse da lui, senza sapere purtroppo che cosa chiedere come conviene. Finalmente udì la risposta di Dio perché non avveniva quello che un sì gran santo chiedeva e perché non conveniva che si realizzasse: Ti basti la mia grazia, poiché la forza si perfeziona nella debolezza.

- 26. In queste tribolazioni dunque, che possono giovare o nuocere, noi non sappiamo che cosa chiedere perché la nostra preghiera sia come si conviene; ma tuttavia, poiché sono prove dure, amare, che ripugnano alla sensibilità della nostra natura, noi preghiamo, con un desiderio comune a tutti gli uomini, che esse vengano allontanate da noi. Ma a Dio nostro Signore dobbiamo (dare) questa prova d'amore: che cioè, se non allontana le prove del dolore, non dobbiamo per questo credere di essere trascurati da Lui, anzi speriamo piuttosto beni più grandi con la santa sopportazione dei mali. Così si perfeziona la virtù nella debolezza. Ad alcuni impazienti il Signore Iddio concesse, sdegnato, ciò che chiedevano, come, al contrario, non esaudì benignamente l'Apostolo. Leggiamo infatti che cosa chiedessero gli Israeliti e in che modo fossero accontentati. Ma appagata la brama, la loro sfrenata ingordigia fu gravemente punita. Alla loro richiesta concesse anche un re secondo il loro cuore, come sta scritto, non secondo il suo cuore. Concesse anche al diavolo ciò che gli chiese, perché il suo servo venisse tentato e messo alla prova. Esaudì anche degli spiriti immondi, i quali lo pregavano che una legione di demoni fosse mandata in un branco di porci. Queste cose sono state scritte perché qualcuno per caso non s'inorgoglisca, qualora sia esaudito, quando chiede con impazienza qualche cosa che sarebbe più vantaggioso non chiedere, né si abbatta e disperi della misericordia divina nei suoi riguardi qualora non venga esaudito, quando chiede qualche cosa da cui, ricevendola, potrebbe avere un'afflizione più dolorosa oppure, corrotto dalla prosperità, andare completamente in rovina. In tali circostanze non sappiamo dunque che cosa chiedere per pregare come dovremmo. Se perciò accadrà l'opposto di quanto chiediamo, sopportando pazientemente e ringraziando Dio in ogni caso, non dobbiamo avere il minimo dubbio ch'era più opportuno ciò che ha voluto Dio, di quel che avremmo voluto noi. L'esempio ce l'ha dato il divino Mediatore quando disse: Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice. Ma poi, modificando la volontà umana assunta nella sua incarnazione, soggiunse subito: Tuttavia (sia fatto) non ciò che voglio io, o Padre, ma ciò che vuoi tu. Ecco perché giustamente per l'obbedienza di uno solo molti sono costituiti giusti.

- 27. Chiunque chiede al Signore e cerca d'ottenere l'unica cosa, senza la quale non giova nulla qualunque altra cosa abbia ricevuta pregando come si deve, la chiede con certezza e sicurezza, né teme ch'essa gli possa nuocere quando l'abbia ricevuta. Questa cosa infatti è l'unica vera vita e la sola beata: cioè il poter contemplare, immortali per l'eternità e incorruttibili nel corpo e nello spirito, le delizie di Dio. In vista di questa sola cosa si cercano e si desiderano onestamente tutte le altre. Chi l'otterrà, possederà tutto ciò che vuole né potrà allora chiedere cosa che non sarà conveniente. In essa è la sorgente della vita, di cui ora dobbiamo avere sete nella preghiera, fino a che viviamo nella speranza e non vediamo ancora ciò che speriamo, sotto la protezione delle ali di Colui, al cui cospetto è tutto intero il nostro desiderio, che è quello di saziarci dei ricchi beni della sua casa, di dissetarci al fiume delle sue delizie. In lui infatti è la fonte della vita e nella luce di Lui vedremo la luce, quando il nostro desiderio sarà saziato dai suoi beni e non vi sarà più da chiedere con gemiti, ma solo da possedere con godimento. Ma poiché essa è la pace che supera ogni intendimento, anche quando la chiediamo nella preghiera, non sappiamo che cosa chiedere per pregare come si conviene. Quando infatti una cosa non riusciamo a immaginaria com'è in realtà, certamente non la conosciamo; tutto ciò che s'affaccia al pensiero lo rigettiamo, lo rifiutiamo, lo disapproviamo, sappiamo che non è quello che cerchiamo, quantunque non sappiamo ancora che cosa sia specificamente.

15. 28. C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza, dotta in quanto illuminata dallo Spirito di Dio, che aiuta la nostra debolezza. Difatti l'Apostolo dopo aver detto: Se ciò che non vediamo lo speriamo, l'aspettiamo mediante la pazienza, subito soggiunse: Allo stesso modo anche lo Spirito ci viene in aiuto nella nostra debolezza, poiché non sappiamo che cosa dobbiamo chiedere nella preghiera per pregare come si deve; ma lo stesso Spirito supplica per noi con gemiti ineffabili: Colui però che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, poiché esso intercede per i santi secondo (il volere di) Dio. Ciò non si deve intendere nel senso di credere che lo Spirito di Dio, che nella Trinità è Dio immutabile e unico Dio col Padre e col Figlio, supplichi per i santi a guisa di uno che non sia quello che è, cioè Dio; infatti è detto «supplica per i santi» poiché induce i santi a supplicare, allo stesso modo ch'è detto: Il Signore Dio vostro vi prova, per conoscere se lo amate, cioè «per farvi conoscere». Lo Spirito Santo spinge dunque i santi a supplicare con gemiti ineffabili ispirando in essi il desiderio di un bene tanto grande, ma ancora sconosciuto, che aspettiamo mediante la speranza. Come potrebbe essere espresso un bene ignoto quando lo si desidera? Se lo si ignorasse del tutto, non sarebbe oggetto di desiderio; e se d'altro canto lo si vedesse, non sarebbe desiderato né domandato con gemiti.

16. 29. Con tutte queste considerazioni e con qualunque altra che il Signore ti potrà suggerire intorno a questo argomento e che o non si affaccia alla mia mente o da parte mia sarebbe stato troppo lungo esporre, sfòrzati di vincere con la preghiera questo mondo: prega con speranza, prega con fede e con amore, prega con perseveranza e con pazienza, prega come una vedova di Cristo. Sebbene infatti, come insegnò lui, il dovere di pregare spetti a tutte le sue membra, cioè a tutti coloro che credono in lui e sono uniti al suo corpo, tuttavia nella sua Scrittura si trova prescritto per le vedove in modo particolare un esercizio più scrupoloso delle preghiere. Due infatti furono le Anne ricordate con onore: l'una maritata che diede alla luce il santo Samuele, l'altra vedova che riconobbe il Santo dei Santi quando era ancora bambino. La maritata pregò con animo addolorato e cuore contristato perché non aveva figli; ottenne allora Samuele e, come l'ebbe avuto, lo consacrò a Dio poiché nel chiederlo aveva fatto quel voto. Ma in che modo la sua preghiera abbia una relazione con la preghiera del Signore non facilmente si scorge se non perché, per il fatto che lì è detto: Liberaci dal male, le sembrava non piccolo male essere sposata ed essere priva del frutto del matrimonio, dato che l'unico motivo che giustifichi le nozze è quello della procreazione dei figli. Bada ora a ciò che sta scritto di Anna la vedova: Non si allontanava mai dal tempio servendo (Dio) in digiuni e preghiere notte e giorno. Non diverse sono le parole dell'Apostolo citate più sopra: Colei che è veramente vedova e desolata ha riposto la sua speranza nel Signore e persiste notte e giorno nelle preghiere. Il Signore inoltre, esortandoci a pregare sempre e a non stancarci mai, ci ricordò una vedova la quale, col sollecitare di continuo un giudice iniquo ed empio, dispregiatore di Dio e degli uomini, lo indusse ad ascoltare la sua causa. Quanto dunque le vedove debbano applicarsi alle preghiere più di tutte le altre donne, si può assai bene comprendere dal fatto che proprio dalle vedove è stato preso l'esempio per esortare tutti ad applicarsi con fervore alla preghiera.

- 30. Ma quale è la caratteristica maggiormente messa in risalto in questo argomento della preghiera, a proposito delle vedove, se non l'abbandono e la desolazione? Ecco perché ogni anima che comprenda di essere, in questo mondo, abbandonata e desolata, finché è pellegrina lontana dal Signore affida quella che possiamo chiamare vedovanza a Dio difensore con continua e ferventissima preghiera. Prega dunque come vedova di Cristo poiché non godi ancora della vista di lui, del quale invochi l'aiuto. Benché inoltre tu possieda grandi ricchezze, prega come se fossi povera: poiché non possiedi ancora la vera ricchezza della vita futura, solo nella quale non avrai da temere perdita alcuna. Anche se hai figli e nipoti e numerosa servitù, come ho detto più sopra, prega come se fossi desolata, poiché incerti sono tutti i beni temporali anche se destinati a rimanere per  nostro conforto sino alla fine di questa vita. Tu invece, se cerchi e desideri le cose che sono lassù, desideri le cose eterne e sicure; finché non le possiedi ancora, anche se tutti i tuoi cari sono sani e salvi e ti rendono ossequio, ti devi considerare come una donna abbandonata. E non solo tu (farai) così, ma, sul tuo esempio, (faranno) anche la tua piissima nuora e le altre sante vedove e vergini poste più al sicuro sotto la vostra protezione. Con quanto maggiore pietà governate la vostra casa, con tanto maggiore fervore dovete attendere alle preghiere, senz'essere assorbite dalle occupazioni della vita presente, se non quanto lo esige un motivo di carità.

- 31. Ricordatevi naturalmente di pregare premurosamente anche per noi. Non vogliamo infatti che ci tributiate l'onore per la carica che esercitiamo con pericolo, perché poi ci sottraiate l'aiuto che sappiamo esserci necessario. Dalla famiglia di Cristo si pregò per Pietro, si pregò per Paolo; ci rallegriamo d'essere anche noi nella famiglia di Cristo: più di Pietro e Paolo, senza confronto, abbiamo bisogno noi d'esser aiutati dalle preghiere dei fratelli. Pregate a gara con concorde e santa emulazione, poiché non lottate le une contro le altre, ma contro il diavolo, nemico di tutti i santi. I digiuni, le veglie e tutte le mortificazioni del corpo sono un potentissimo aiuto per la preghiera. Ciascuna di voi faccia quello che sarà capace di fare. Ciò che una non è capace dì fare, lo fa servendosi dell'opera di un'altra che n'è capace; basta che ami nell'altra ciò che essa non fa perché non vi riesce. Pertanto chi ha meno capacità, non ostacoli chi ne ha di più, e chi è più capace non sforzi chi lo è meno. Poiché voi dovete rendere conto a Dio della vostra coscienza, non abbiate debiti verso nessuna di voi, tranne quello di amarvi a vicenda. Ci esaudisca il Signore, il quale ha il potere di fare ben più di quello che chiediamo e pensiamo.

3/ Ulteriori testi utilizzati

3.1/ la scelta di vita (tra l’opzione fondamentale e le scelte particolari (non in pirmo piano, il comando, ma l’orientamento, il “per”, il dono della vita

Esser donna (e vedova) da Andromaca alle diaconesse, di Manlio Simonetti
Il recente suicidio della vedova indiana
[7], tragica conseguenza di un’atavica condizione d’inferiorità e sudditanza, ha fortemente impressionato la nostra sensibilità, ormai da lungo tempo adusa a considerare la condizione vedovile della donna del tutto paritetica, quanto a diritti e doveri, alle altre sia maschili sia femminili.
Eppure, alla luce della ricerca storica il fatto, pur nel suo tragico esito, s’inserisce in un contesto culturale del tutto tradizionale e perciò ben conosciuto. Infatti nelle civiltà arcaiche sia primitive che di tipo superiore, data la struttura patriarcale della società, la posizione della donna, subordinata a quella del marito, diventa ancor più precaria a seguito di un’eventuale vedovanza.
La condizione di lutto in cui essa viene a trovarsi non solo la priva della persona preposta a tutelarla e a prendersi cura delle sue necessità materiali, ma la rende, soprattutto, “contagiosa” e, come tale, temuta e sfuggita, sì che la prospettiva di accedere a nuove nozze diventa quanto mai difficile, a meno che la condizione economica non la renda, nonostante le sue gramaglie, comunque appetibile.
Non fanno eccezione le civiltà classiche, nelle quali la posizione della vedova è, di norma, quanto mai critica, anche se tutelata da una serie di disposizioni che, in assenza di figli maschi adulti, la riportano sotto la tutela paterna. La vedova, infatti, non è libera di disporre di sé.
In letteratura ricordiamo i casi di Andromaca, la moglie di Ettore, che si preoccupa già in anticipo della sua prossima vedovanza, e di Penelope, la moglie di Ulisse, che considerato morto il marito e ancora troppo giovane il figlio deve affrettarsi a sposarsi nuovamente per non vedere dilapidati dai pretendenti tutti i suoi beni. Vedove padrone di sé, in grado di esercitare potere e affermarsi nel proprio ambiente, sembrano esistere solo nelle affabulazioni mitizzanti di donne sentite come straniere (Artemisia, Tanaquil). Sono esempi negativi, anch’essi rientranti nella norma che considera la vedova funesta agli altri perché già funestata dal lutto. Cornelia, la famosa madre di Tiberio e Caio Gracco, sarà considerata da una tradizione ostile responsabile della fine tragica dei figli, perché sarebbe stata la sua sfrenata ambizione a istillare in loro da lei, contro il costume, personalmente educati il comportamento sovversivo che avrebbe causato la loro rovina.
Anche presso gli ebrei la condizione vedovile poneva la donna in condizione molto precaria, e la vedova nella Scrittura, che pure cerca di assicurarle qualche modesto diritto per procurarle mezzi di sussistenza, è accomunata con l’orfano come oggetto della commiserazione di tutti. Pur libera di accedere a nuove nozze, se non aveva avuto figli maschi dal primo marito doveva sposare un fratello del marito o comunque un parente prossimo.
Il ribaltamento di tanti valori tradizionali operato dal cristianesimo a beneficio degli elementi più deboli della società ha coinvolto anche la condizione vedovile della donna, purché essa abbia un comportamento irreprensibile: «Onora le vedove, quelle che sono veramente tali» prescrive l’autore della prima lettera a Timoteo (5,3), e la comunità si prende cura di loro quando si trovano, come fin troppo spesso accadeva, in stato di necessità. Si consiglia loro di non risposarsi e di vivere nella continenza, ma le seconde nozze non sono impedite.
Nei primi secoli della vita della Chiesa era attivo un vero e proprio ordine delle vedove, del quale potevano far parte vedove di non meno di sessant’anni e di specchiata virtù e al quale erano assegnati compiti di assistenza e di educazione. Quest’ordine nel VI secolo venne assorbito nel collegio delle diaconesse, ma è naturale che, partendo da queste premesse, la condizione vedovile in ambiente cristiano abbia perso per tempo ogni connotazione di inferiorità a livello sociale, e questo stato di cose si è imposto definitivamente nella società occidentale, tanto da far smarrire ogni ricordo della primitiva condizione di minorità.
Ecco perché episodi come quello sopra ricordato oggi ci impressionano tanto dolorosamente: altrove la condizione della donna in generale, e della vedova in particolare, continua a essere quella di un tempo, soggetta ancora a quelle norme tradizionali che a noi ormai appaiono soltanto prevaricazioni intollerabili.

2Tm 1,5Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te.

2Tm 2,1Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù 2e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.

1Tim 53Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; 4ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio. 5Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all'orazione e alla preghiera giorno e notte; 6al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta. 7Proprio questo raccomanda, perché siano irreprensibili. 8Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

1Tm 5,13Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. 14Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all'avversario nessun motivo di biasimo.

1Tm 3,1 E' degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all'episcopato, desidera un nobile lavoro.

1Tm 3,2Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 3non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. 4Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, 5perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? 6Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia

-amore e scelta di vita come accettare di avere bisogno, di “dipendere da”

3.2/ Il “cercare Dio” nella vita di ognuno e nella vita vedovile/monastica

da Laura Boccenti, Il diritto al pudore
La perdita del senso del pudore e la conseguente perdita dell’intimità personale tendono a rendere esteriore, superficiale, impersonale ogni tipo di rapporto con altri. La dissoluzione dell’intimità dell’io [...] ha spesso fra i suoi esiti finali anche l’ateismo (teorico e pratico):  “Se, infatti, si elimina l’intimità personale, non c’è più posto per la relazione con Dio, dato che l’incontro con Lui può avvenire soltanto nel centro più intimo della persona” (Giambattista Torellò, Dalle mura di Gerico).

da D. Bonhoeffer, dal carcere, 5/12/1943, II Dom. di Avvento
Mi accorgo sempre di più di quanto io pensi e senta in maniera veterotestamentaria… solo quando si riconosce l’impronunciabilità del nome di Dio si può anche pronunciare finalmente il nome di Gesù Cristo; solo quando si ama a tal punto la vita e la terra, che sembra che con esse tutto sia perduto o finito, si può credere alla resurrezione dei morti e ad un mondo nuovo; solo quando ci si riconosce sottomessi alla legge di Dio, si può finalmente parlare anche della grazia, e solo se l’ira e la vendetta di Dio contro i suoi nemici restano realtà valide, qualcosa del perdono e dell’amore verso i nemici può toccare il nostro cuore. Chi vuole essere e sentire troppo frettolosamente in modo neotestamentario, secondo me non è un cristiano.

da La vita comune di D. Bonhoeffer
“A te, o Dio, nel raccoglimento sale la lode in Sion” (Salmo 65,2). Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Siccome non sanno più rimanere soli, sono spinti in mezzo agli uomini. Anche cristiani, che non riescono a risolvere i loro problemi, sperano di trovare aiuto dalla comunione con altri. Di solito, poi, sono delusi e rimproverano alla comunità ciò che è colpa loro. La comunità cristiana non è una casa di cura per lo spirito; chi, per sfuggire a se stesso, entra nella comunità, ne abusa per chiacchiere e distrazione, per quanto spirituale possa sembrare il carattere di queste chiacchiere e di questa distrazione. In realtà egli non cerca affatto comunione, ma l’ebbrezza che possa fargli dimenticare per un momento la sua solitudine, e proprio così crea la solitudine mortale dell’uomo.
Chi non sa rimanere solo tema la comunità.

Infatti egli arrecherà solo danno a sé e alla comunità. Solo ti sei trovato di fronte a Dio quando ti ha chiamato, solo ha dovuto seguire la sua chiamata, solo hai dovuto prendere su di te la tua croce, lottare e pregare solo, e solo morrai e renderai conto a Dio. Non puoi sfuggire a te stesso; infatti è Dio che ti ha scelto. Se non vuoi restare solo, respingi la vocazione rivolta a te da Cristo e non partecipare alla comunione degli eletti.
Ma vale pure il contrario:
Chi non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo.

Tu sei stato chiamato alla comunità, la vocazione non è stata rivolta a te solo; nella comunità degli eletti porti la tua croce, lotti e preghi con loro. Non sei solo nemmeno nella morte, e al giudizio universale sarai solamente un membro della grande comunità di Gesù Cristo. Se sdegni la comunione con i fratelli rifiuti la chiamata di Gesù Cristo e la tua solitudine non può che portarti male.
Ambedue le cose vanno insieme. Solo nella comunità impariamo a vivere come si deve, e solo essendo soli impariamo a inserirci bene nella comunità. Una cosa non precede l’altra: ambedue incominciano insieme, cioè con la chiamata di Gesù Cristo. Ognuna delle due presa a sé ci mette di fronte a profondi abissi e gravi pericoli. Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; che cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione.
Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine.

La giornata comune del gruppo comunitario è accompagnata dalla giornata solitaria di ogni membro. Deve essere così. La giornata in comune senza la giornata solitaria è improduttiva tanto per la comunità quanto per il singolo membro.

dalla Lectio su Giovanni 15 tenuta da Benedetto XVI durante la visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, il 12/2/2010
E finalmente giungiamo all'ultima parola di questo brano: "Questo vi dico: "Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda". Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice "Quanto chiederete vi do" e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: "Ma no, Signore, non è vero". Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce.
Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell'amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell'essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.
È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: "Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo". Lo Spirito Santo - nel Vangelo di Luca - è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze.
Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: "Aiutami!". Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.
Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.
Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l'Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.

Meditazione di Benedetto XVI per l’apertura della II Assemblea Speciale per l’Africa (4-25 ottobre 2009)
Confessio
: nel linguaggio della Bibbia e della Chiesa antica questa parola ha due significati essenziali, che sembrano opposti ma che in effetti costituiscono un'unica realtà. Confessio innanzitutto è confessione dei peccati: riconoscere la nostra colpa e conoscere che davanti a Dio siamo insufficienti, siamo in colpa, non siamo nella retta relazione con Lui. Questo è il primo punto: conoscere se stessi nella luce di Dio. Solo in questa luce possiamo conoscere noi stessi, possiamo capire anche quanto c'è di male in noi e così vedere quanto deve essere rinnovato, trasformato. Solo nella luce di Dio ci conosciamo gli uni gli altri e vediamo realmente tutta la realtà.

Mi sembra che dobbiamo tener presente tutto questo nelle nostre analisi sulla riconciliazione, la giustizia, la pace. Sono importanti le analisi empiriche, è importante che si conosca esattamente la realtà di questo mondo. Tuttavia queste analisi orizzontali, fatte con tanta esattezza e competenza, sono insufficienti. Non indicano i veri problemi perché non li collocano alla luce di Dio. Se non vediamo che alla radice vi è il Mistero di Dio, le cose del mondo vanno male perché la relazione con Dio non è ordinata. E se la prima relazione, quella fondante, non è corretta, tutte le altre relazioni con quanto vi può essere di bene, fondamentalmente non funzionano. Perciò tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non andiamo fino a questo punto, se non consideriamo il mondo nella luce di Dio, se non scopriamo che alla radice delle ingiustizie, della corruzione, sta un cuore non retto, sta una chiusura verso Dio e, pertanto, una falsificazione della relazione essenziale che è il fondamento di tutte le altre.

Confessio: comprendere nella luce di Dio le realtà del mondo, il primato di Dio e infine tutto l'essere umano e le realtà umane, che tendono alla nostra relazione con Dio. E se questa non è corretta, non arriva al punto voluto da Dio, non entra nella sua verità, anche tutto il resto non è correggibile perché nascono di nuovo tutti i vizi che distruggono la rete sociale, la pace nel mondo.

Confessio: vedere la realtà nella luce di Dio, capire che in fondo le nostre realtà dipendono dalla nostra relazione col nostro Creatore e Redentore, e così andare alla verità, alla verità che salva. Sant'Agostino, riferendosi al capitolo 3° del Vangelo di san Giovanni, definisce l'atto della confessione cristiana con «fare la verità, andare alla luce». Solo vedendo nella luce di Dio le nostre colpe, l'insufficienza della nostra relazione con Lui, camminiamo alla luce della verità. E solo la verità salva. Operiamo finalmente nella verità: confessare realmente in questa profondità della luce di Dio è fare la verità.

Questo è il primo significato della parola confessio, confessione dei peccati, riconoscimento della colpevolezza che risulta dalla nostra mancata relazione con Dio. Ma un secondo significato di confessione è quello di ringraziare Dio, glorificare Dio, testimoniare Dio. Possiamo riconoscere la verità del nostro essere perché c'è la risposta divina. Dio non ci ha lasciati soli con i nostri peccati; anche quanto la nostra relazione con la Sua maestà è ostacolata, Egli non si ritira ma viene e ci prende per mano.

Perciò confessio è testimonianza della bontà di Dio, è evangelizzazione. Potremmo dire che la seconda dimensione della parola confessio è identica all'evangelizzazione. Lo vediamo nel giorno di Pentecoste, quando san Pietro, nel suo discorso, da una parte accusa la colpa delle persone — avete ucciso il santo e il giusto —, ma, nello stesso momento, dice: questo Santo è risorto e vi ama, vi abbraccia, vi chiama a essere suoi nel pentimento e nel battesimo, come pure nella comunione del suo Corpo. Nella luce di Dio, confessare diventa necessariamente annunciare Dio, evangelizzare e così rinnovare il mondo.

La parola confessio però ci ricorda ancora un altro elemento. Nel capitolo 10° della Lettera ai Romani san Paolo interpreta la confessione del capitolo 30° del Deuteronomio. In quest’ultimo testo sembra che gli ebrei, entrando nella forma definitiva dell'alleanza, nella Terra Santa, abbiano paura e non possano realmente rispondere a Dio come dovrebbero. Il Signore dice loro: non abbiate paura, Dio non è lontano. Per arrivare a Dio non è necessario attraversare un oceano ignoto, non sono necessari viaggi spaziali nel cielo, cose complicate o impossibili. Dio non è lontano, non è dall'altra parte dell'oceano, in questi spazi immensi dell'universo. Dio è vicino. È nel tuo cuore e sulle tue labbra, con la parola della Torah, che entra nel tuo cuore e si annuncia nelle tue labbra. Dio è in te e con te, è vicino.

1Cor 7
testimonianza escatologica... passa la scena di questo mondo

chronos, kairos, eschaton

3.3/ La preghiera come testimonianza

da F. Nembrini, Di padre in figlio. Conversazioni sul rischio di educare, Ares, Milano, 2011, pp. 16-18
Come dice il grande Woody Allen: «Dio è morto, Marx è morto, e anch'io mi sento poco bene». In tre passaggi sintetizza come la cultura del nostro tempo ha distrutto in modo sistematico l'idea di paternità. Siamo tutti diventati grandi, i nostri figli in particolare, leggendo Topolino, cioè un fumetto pieno di zii e di zie, generalmente scapoli, ma nel quale non trovi un padre: è tutta una cultura che ha favorito che l'idea di paternità sparisse. Bisogna ripartir da qui, dall'educazione. Ha detto recentemente don Giussani: «Se ci fosse un'educazione del popolo tutti starebbero meglio». Ecco, bisogna ripartire da qui. Allora, bisogna che qualche adulto si tiri su le maniche e dica: «Io voglio reinventarla, io voglio provare a educare». Bisogna che ognuno ci provi, tenendo l'occhio fisso a quelle due o tre persone, a quei due o tre episodi, a quei due o tre momenti in cui gli è parso di vedere l'educazione in atto, di vederla presente.
[...]
Ebbene, il ricordo più vivo che ho di [mio padre] era che quando entrava s'inginocchiava in mezzo alla stanza e cominciava: «Padre nostro che sei cieli ... ». A me questo ha sempre colpito tantissimo, perché mio padre era uno che non faceva tante prediche, parlava pochissimo
(se tentava di parlare italiano faceva veramente ridere perché noi siamo cresciuti a Bergamo e l'italiano è per noi una lingua straniera, non tutti l'hanno studiata e non tutti la conoscono bene. Mio papà la conosceva molto poco e durante certi dialoghi con don Giussani, quest'ultimo moriva dalle risate a sentirlo parlare in italiano!); che mio padre si mettesse lì a dire il Padre nostro, senza prediche, senza parlare, era una cosa per noi figli di una naturalezza incredibile. Mio padre ci ha tirati grandi semplicemente invitandoci, in modo sempre implicito, a guardare quello che guardava lui. Era come se dicesse: «Io e voi, cari figli, siamo sulla stessa barca, e l'unico problema che avete è andare nella giusta direzione. Io ci sto provando: così si vive bene! Così si vive bene, venitemi dietro che probabilmente diventate grandi anche voi».
[...]
A me sembrava che [mio padre] fosse il padrone dell’universo. Lo guardavo e, rispetto a tutti gli altri, mio papà era il re dell’universo; io lo guardavo e capivo che in lui la vita era una saggezza. Aveva uno sguardo sulle cose che tutti i miei professori di università che hanno cercato d'insegnarmi che cosa fosse l'educazione non se lo sognavano neanche. Lui guardava le cose e le conosceva: lo capivi da come si muoveva, da come stava, da come cantava, da come giocava a carte, da come serviva a tavola noi figli e tutti gli amici che sono venuti dopo. Era uno che potevi scommetterci che sapeva le cose, le conosceva, che avrebbe potuto spiegarti che cos'è il bene e che cos'è il male, che cos'è la gioia, che cos'è il dolore, perché si muore, perché si fa fatica, perché bisogna vivere e che cosa ci aspetta alla fine. Ed esemplificava con la vita che cosa vuol dire muoversi in pace con se stessi e col mondo, senza dire «no» a nessuna delle responsabilità, delle provocazioni che vengono dalla realtà. Era uno che a guardarlo, a me da bambino veniva da dire: «Io da grande voglio essere così». Guardavo mio padre e dicevo: «Signore, vorrei essere così: non so se sarò povero o ricco, se insegnante o non insegnante, non so che cosa farò da grande, so che voglio essere un uomo così, signore vero delle cose perché capace di inginocchiarsi a riconoscere il Signore». Era per questo un uomo che possedeva veramente le cose.

3.4/ Il Padre nostro

da Tertulliano, De oratione, 1, 6: CCL 1, 258 (PL 1, 1255)
L’Orazione domenicale è veramente la sintesi di tutto il Vangelo.

3.5/ L’amicizia ed il riconoscersi

da C.S. Lewis, Il Cristianesimo così come’è, Adelphi, Milano, 1997, pp. 266-267
Già gli uomini nuovi sono sparsi in tutta la terra. Alcuni sono ancora difficilmente riconoscibili; ma altri possiamo riconoscerli. Di tanto in tanto li incontriamo. Le loro voci e le loro facce sono diverse dalle nostre: più forti, più calme, più liete, più raggianti. Questi uomini  partono da dove i più di noi si arrestano. Sono, dico, riconoscibili: ma dobbiamo sapere cosa cercare. Non attirano l’attenzione su di sé. Tu immagini di far loro del bene, mentre sono loro a fartene. Ti amano di più di quanto ti amino gli altri uomini, ma hanno meno bisogno di te. (Dobbiamo vincere il desiderio che si abbia bisogno di noi: per certe bravissime persone, specialmente donne, questa è la tentazione cui è più difficile resistere).  Sembrano, di solito, avere una quantità di tempo a disposizione, e tu ti domandi da dove gli venga. Quando abbiamo riconosciuto uno di essi, riconoscere il successivo ci riesce molto più facile.  E io sospetto fortemente (ma come faccio a saperlo?) che essi si riconoscano tra loro immediatamente e infallibilmente, al di là di ogni barriera di colore, sesso, classe, età, e anche di dottrina. Diventare santi, così, è un po’ come aderire a una società segreta. Per dirla in termini molto riduttivi, deve essere un grande divertimento.

da “I quattro amori” , di C.S. Lewis 
L’amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti naturali, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile...
Quando due persone diventano amiche significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge. Senza l’eros nessuno di noi sarebbe stato generato, e senza l’affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto un’educazione; al contrario si può vivere e riprodursi anche senza l’amicizia
... Questa qualità, per così dire “innaturale”, dell’amicizia costituisce un’ottima spiegazione al fatto che essa fu esaltata in epoca antica e medievale, ma è tenuta in poca considerazione ai giorni nostri. L’ideale che permeava di sé quelle età era d’impronta ascetica, volto a una rinuncia del mondo... Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l’uomo a livello degli dei, o degli angeli... Niente è più lontano dall’amicizia di una passione amorosa. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia. Gli innamorati stanno quasi tutto il tempo, fianco a fianco, assorti in qualche interesse comune. Ma soprattutto, l’eros (finché dura) lega necessariamente due sole persone. Il due invece, lungi dall’essere il numero distintivo dell’amicizia, non è nemmeno il più congeniale a questo tipo di legame...
In ciascuno dei miei amici c’è qualcosa che solo un altro amico sa mettere pienamente in luce... Da ciò consegue che l’amicizia è il meno geloso degli affetti. Due amici sono ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto, a patto che il nuovo venuto abbia le carte in regola per essere un vero amico. Essi potranno dire, allora, come le anime beate di Dante: “Ecco che crescerà li nostri amori”, poiché in questo amore “condividere non significa perdere”... In questo senso, l’amicizia rivela una piacevole “vicinanza per somiglianza” con lo stesso Paradiso, dove proprio la moltitudine dei beati (il cui numero sfugge a qualunque calcolo umano) accresce il godimento che ciascuno ha di Dio. Ogni anima, infatti, Lo vede in maniera personale, e comunica poi questa visione unica a tutte le altre. Questo è il motivo per cui, come dice un autore antico, i Serafini, nella visione di Isaia, cantano vicendevolmente: “Santo, Santo, Santo” (Is 6,3). Più divideremo tra noi il pane celeste, più ne avremo per cibarcene...
L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...”.
Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali “questioni pratiche”, “affari di secondaria importanza” non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: “Vedi la stessa verità?”... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di creare).

3.6/ Il desiderio

da L’abolizione dell’uomo di C.S. Lewis, Jaca Book 1979, pp. 19-20
“Ridimensionare” le emozioni, sulla base di razionalistici luoghi comuni, è quasi alla portata di tutti. [Alcuni] vedono il mondo che li circonda spazzato dalla propaganda emotiva – hanno appreso dalla tradizione che i giovani sono sentimentali – e concludono che la miglior cosa da farsi sia di fortificarne le menti contro le emozioni. Quanto a me, la mia esperienza di educatore dice tutto l'opposto. Per ogni allievo che necessita di essere guardato da un morboso eccesso di sensibilità, tre chiedono di es­sere svegliati dal sopore di una fredda volgarità. Il compito degli educatori moderni non è di sfron­dare le giungle, ma di irrigare i deserti. La giusta difesa contro i falsi sentimenti è di inculcare giusti sentimenti. Costringendo all'inedia la sensibilità dei nostri allievi, non facciamo che renderli più facile preda del propagandista, quando questi si presenterà. Perché una natura affamata rivendica sempre la sua parte, e un cuore duro non rappre­senta certo una protezione infallibile contro una testa molle.

Epicuro, Lettera a Meneceo
Proprio perché il piacere è il nostro bene più importante ed innato, noi non cerchiamo qualsiasi piacere; ci sono casi in cui noi rinunciamo a molti piaceri se ce ne deriva un affanno. Inoltre consideriamo i dolori preferibili ai piaceri, quando da sofferenze a lungo sopportate ci deriva un piacere più elevato. Quando diciamo che il piacere è il nostro fine ultimo, noi non intendiamo con ciò i piaceri sfrenati, e nemmeno quelli che hanno a che fare con il godimento materiale, come dicono coloro che ignorano la nostra dottrina. La saggezza è principio di tutte le altre virtù e ci insegna che non si può essere felici, senza essere saggi, onesti e giusti. Le virtù in realtà sono un’unica cosa con la vita felice e questa è inseparabile da essi.

Sant’Agostino, La dottrina cristiana, I,3,3
Riguardo alle cose, alcune sono fatte per goderne (
frui), altre per usarne (uti), altre invece per goderne e usarne. Le cose fatte per goderne sono quelle che ci rendono beati; dalle cose presenti invece, che bisogna solo usare, veniamo sorretti nel nostro tendere alla beatitudine. Di esse, per così dire, ci equipaggiamo per poter giungere a quelle che ci rendono beati e aderir loro. Quanto a noi, che poi siamo quelli che o godiamo o usiamo quelle altre cose, ci troviamo nel mezzo fra le une e le altre e, se vogliamo godere delle cose di cui dobbiamo solo servirci, la nostra corsa è ostacolata e qualche volta diviene anche tortuosa, con la conseguenza che, ostacolati appunto dall’amore per ciò che è inferiore, siamo o ritardati o anche distolti dal conseguire quelle cose di cui si deve godere»

Sant’Agostino, Trattati su Giovanni, 26,4-6
"Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre" (Gv 6,44). Non pensare di essere attirato contro la tua volontà: l’anima è attirata anche dall’amore. Né dobbiamo temere di essere criticati per queste parole evangeliche della Sacra Scrittura da quanti stanno a pesare le parole, ma sono del tutto incapaci di comprendere le cose divine. Costoro potrebbero obiettarci: Come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Rispondo: Nessuna meraviglia che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà. Anche il piacere ha una forza di attrazione.
Che significa essere attratti dal piacere?
"Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore" (Sal 36,4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che proprio Cristo è tutto questo. Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l'anima non dovrebbe averli? [...]
Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, uno che sospiri alla fonte della patria eterna, dammi uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico.
Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall'amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva - perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere - come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre? Che altro desidera più ardentemente l'anima, se non la verità? Di che cosa dovrà essere avido l'uomo, a qual fine dovrà desiderare che il suo interno palato sia sano nel giudicare il vero, se non per saziarsi della sapienza, della giustizia, della verità, della vita immortale?.

CCC 1775
La perfezione del bene morale si ha quando l'uomo non è indotto al bene dalla sola volontà, ma anche dal suo “cuore”.

3.7/ Una sintesi

Colletta nella messa della XX domenica che riprende in forma liturgica la riflessione agostiniana: «O Dio che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi che superano ogni desiderio»

Note

[1] Benedetto XVI, Spe salvi 11.

[2] Su Faltonia Betitia Proba, cfr. la voce Proba, di A. V. Nazzaro, in Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, Genova-Milano, 2008, III. coll. 4337-4339.

[3] Cfr. R. Lizzi Testa, Senatori, popolo, papi. Il governo di Roma al tempo dei Valentiniani, Edipuglia, Bari, 2004, p. 117.

[4] Cfr. l’Introduzione di S. Cola, San Girolamo, Le lettere. 4, Roma, 1997, p. 44.

[5] Sulle residenze del Pincio in età romana ed, in particolare, sugli Horti Aciliorum, cfr. Riscoperta di Roma antica, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1999, p. 447.

[6] Corpus inscriptionum latinarum, VI 1754; non è stato possibile confrontare il testo latino ricavato da Internet con l’edizione a stampa.

[7] (N.d.C) L’articolo fa riferimento ad un fatto di cronaca recente ai tempi dell’articolo, la storia di una vedova indiana che, obbligata dai familiari a sposare in seconde nozze un uomo molto più anziano di lei, aveva preferito il suicidio alle costrizioni dei vincoli imposti dalla tradizione.