Il Mosaico absidale della Basilica di San Clemente in Roma (di Andrea Coldani)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /02 /2008 - 00:12 am | Permalink
- Tag usati: ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Se, provenendo dall'atrio, che con il suo colonnato e la fontana nel mezzo ci ricorda l'impianto dell'antica casa romana, entriamo nella Chiesa di san Clemente, lo sguardo resta subito rapito dal grandioso mosaico dell'abside, il più splendido vanto dell'intera Basilica.

1. La datazione

La data esatta del mosaico è ancora in discussione. Si fa risalire l'opera tra il XII e il XIII secolo e sembra opera di un gruppo di artisti sotto la guida di un maestro. Un aiuto alla datazione ci viene dal fatto che su motivi iconografici e decorativi protocristiani (IV e V secolo) altamente simbolici, ad esempio la
croce come albero della vita piantato su di un colle che è il paradiso irrigato dai suoi quattro fiumi, s'inseriscono delle rappresentazioni dirette; pensiamo solo al Cristo sulla Croce al centro del mosaico. Gli studiosi ipotizzano una sorta di riproduzione, o forse una vera e propria ricostruzione rielaborata del mosaico che decorava l'abside della basilica inferiore.

2. Cosa rappresenta questo mosaico?

Secondo lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton rappresenta la vitalità del cristianesimo. In un suo scritto degli anni 30 del secolo scorso egli afferma: "Solo un pazzo può stare di fronte a questo mosaico e dire che la nostra fede è senza vita o un credo di morte. In alto c'è una nube da cui esce la mano di Dio; sembra impugni la croce come un'elsa e la conficchi nella terra di sotto come una spada. In realtà però e tutt'altro che una spada, perché il suo contatto non porta morte, ma vita. Una vita che si sprigiona e irrompe nell'aria, in modo che il mondo abbia sì la vita, ma l'abbia in abbondanza".

Cosa rappresenta allora questo mosaico?

È l'intera storia della salvezza centrata sull'incarnazione del Figlio di Dio e sul suo sacrificio redentore della Croce.

3. Decifriamone il messaggio

L'icona biblica di riferimento è la vite e i tralci. Lo comprendiamo anche dalla scritta posta alla base: "Ecclesiam Christi viti... Paragoniamo la Chiesa di Cristo a questa vite, che la legge fa disseccare ma che la croce vivifica. Un frammento della vera croce, un dente di san Giacomo ed uno di sant'Ignazio sono conservati nel preciso luogo dove è raffigurato Gesù Cristo sopra quest'iscrizione". In realtà la vite è rappresentata da questa grande pianta di acanto che cresce rigogliosa dalla terra irrigata dal sangue di Cristo.

Nelle varie volte di questa "vite" sono racchiuse scene di vita quotidiana a significare che tutto il genere umano e la creazione stessa nel suo esprimersi trovano vita da questa pianta. Questo intimo rapporto tra Cristo ed il creato si realizza per noi nel sacrificio della Messa offerto sull'altare, esattamente sotto la scena del mosaico. Il mistero rappresentata nel mosaico sull'altare diventa per noi realtà.

Al centro la croce: essa costituisce l'elemento che dà significato e vita al tutto. Essa non ci appare come un patibolo di morte ma come un trono da cui il Redentore regna e trae a sé tutte le cose (Gv 12,32). Ai suoi lati sua Madre Maria e san Giovanni, sulla croce: dodici colombe bianche simbolo dei dodici apostoli che hanno portato nel mondo la buona novella.

Sotto, a destra e sinistra, lungo il margine inferiore sopra la scritta, scene di vita quotidiana: una donna dà da mangiare ai polli, alcuni pastori pascolano il gregge, cacciatori imbracciano armi per la caccia. È rappresentata la vita del cristiano comune, del cristiano del tempo, che svolge ogni suo lavoro sotto il segno della croce, cioè della redenzione. Tra le scene di vita quotidiana che si snodano ai piedi della croce si notino i pavoni che nell'iconografia
cristiana sono il simbolo della risurrezione e dell'immortalità dell' anima, nonché due cervi assetati che si abbeverano; ci ricordano il
salmo: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua così l'anima mia anela a te, o Dio".

Alla base della croce, nella ramificazione della pianta, i quattro dottori della Chiesa d'occidente, ciascuno con il nome vicino: guardando da destra: Ambrogio, Gregorio, Girolamo, Agostino. In mezzo ai Padri scene di vita familiare, sia a destra che a sinistra i benefattori dell'opera: il signore con la moglie ed i figli. Le altre figure, sempre guardando a destra: un personaggio con la tonsura che dà da mangiare ad un uccello -si ipotizza il cappellano di famiglia- e dall'altra parte sempre intento a dar da mangiare ad un uccello un altro personaggio che si ipotizza essere il maggiordomo. Tutto sulla destra un uccello in gabbia simbolo forse dell'incarnazione.

La nostra opera è riccamente abitata da graziose nidiate di uccellini con anche un pavone. Sono motivi tradizionali del IV-V secolo; simboleggiano le anime dei salvati nella gioia del paradiso.

Notiamo anche come motivi decorativi una bella lanterna ed un traboccante cesto di frutta. Al livello superiore dei Dottori e dei familiari benefattori notiamo delle figure mitologiche: sempre guardando a destra, un demone ed una divinità su di un delfino... quasi e dire che la redenzione è arrivata fin lì... ovunque!

Ritornando al centro, all'apice della cupola il monogramma Gesù Cristo contenuto in un disco ellittico: è la vittoria che Gesù ha ottenuto sulla morte per mezzo della croce. Sotto il monogramma, una serie di semicerchi ondulati che ci rappresentano i cieli aperti con la mano del Padre onnipotente che porge al Figlio una corona simbolo di vittoria.

Nella parte più bassa del mosaico, dodici agnelli, che vanno verso l'Agnello di Dio, al centro con l'aureola. Gli agnelli escono da due città: Betlemme guardando a sinistra e Gerusalemme guardando a destra: la città della nascita e la città della morte e della risurrezione. Sopra l'arcata della porta di Betlemme si scorge un bambino (Gesù?) e sotto nuovamente un bambino, forse lo stesso che scende delle scale. Sopra la porta di
Gerusalemme si vedono una croce e sotto un gallo.

Tutt'attorno alla croce e alla vite...

In alto al centro Gesù maestro col libro aperto, è il Pantocratore, non più martire sulla croce ma giudice dell'umanità assiso in gloria. Il tondo nel quale è il Pantocratore sembra inserirsi nella scritta che avvolge tutta l'abside: Gloria nei cieli a Dio che siede nel trono e pace in terra agli uomini di buona volontà. Il Cristo Pantocratore è adorato dai quattro evangelisti: guardando da destra il bue (Luca), l'aquila (Giovanni), la faccia come d'uomo (Matteo) e il leone (Marco).

Sotto i profeti ed i martiri che danno testimonianza alla gloria di colui che siede in trono. Guardando a sinistra san Paolo che insegna a san Lorenzo a seguire la croce di Cristo. San Lorenzo ha in mano una croce e sotto i piedi una graticola a ricordo del martirio. Sotto il profeta Isaia con il rotolo della profezia: "Ho visto il Signore che sedeva sul trono" (6,1).

A destra, invece, san Pietro che istruisce san Clemente; è da notare la scritta sottostante, "Respice promissum... Guarda Clemente il Cristo che ti ho promesso". San Clemente tiene in mano un'ancora e sotto di lui una barca e attorno alcuni pesci; si allude qui al martirio subìto da Clemente, gettato nel Mar Nero legato ad un'ancora.
Sotto di lui il profeta Geremia che tiene in mano un rotolo del suo segretario Baruc: "Questo è il nostro Dio e nessun altro può paragonarsi a lui" (Bar 3,36).

4. Conclusione

Questa citazione del profeta Baruc penso proprio possa essere la battuta con la quale possiamo concludere questa piccola spiegazione iconografica, ma al tempo stesso la battuta d'avvio di una nostra personale riflessione che questa opera vuole suscitare.

Per una presentazione della basilica di S. Clemente, della chiesa inferiore e dei suoi affreschi, vedi, su questo stesso sito: Basilica di San Clemente: i padri apostolici Clemente Romano, Ignazio d’Antiochia e la Tradizione della Chiesa V incontro del corso sulla storia della chiesa di Roma, di Andrea Coldani, Andrea Lonardo e Marco Valenti