Per comprendere i Pensieri di Blaise Pascal: «Conosci, dunque, superbo, quel paradosso che sei tu stesso» (da R. Latourelle)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /06 /2012 - 10:52 am | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito due brani tratti da R. Latourelle, L’uomo e i suoi problemi alla luce di Cristo, Cittadella, Assisi, 1982. Essi aiutano a comprendere B. Pascal ed i suoi straordinari Pensieri, collocandoli nella giusta prospettiva. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (11/6/2012)

N.B. Quando si citano qui i Pensieri con la lettera B si indica la numerazione dell’edizione di L. Bruncshvicg. Con la lettera C si intende, invece, la numerazione dell’edizione della Pléiade, curata da J. Chevalier (Paris, 1954), utilizzata anche dalla traduzione italiana delle Paoline.

Indice

1/ Cenni sulla vita di B. Pascal (tratti da R. Latourelle, L’uomo e i suoi problemi alla luce di Cristo, Cittadella, Assisi, 1982, pp. 46-57)

Le lacune di Pascal in storia, filosofia, teologia, si spiegano per il tipo di formazione ricevuta. Suo padre era magistrato e matematico, ostile all'insegnamento della scolastica. Ha formato suo figlio alle scienze fisiche e matematiche, e con successo. A undici anni Pascal compone un Trattato dei suoni (1634-1635); a sedici anni stampa un Saggio sulle coniche (1640) e diventa così il beniamino dell'Accademia Mersenne; a diciannove anni, per aiutare suo padre nei fastidiosi calcoli sulle ripartizioni delle imposte, immagina una macchina calcolatrice e lavora due anni per realizzarla, pensando in seguito a un impiego su scala industriale. Seguono esperienze sul vuoto, sull'equilibrio dei liquidi, sulla pesantezza dell'aria; poi studi sulla roulette, sui calcoli delle probabilità.

Nel 1661 e nel 1662, anno della sua morte, mette a punto col duca di Roannez un sistema di trasporto in comune: le «carrosses à cinq sols», cioè i primi omnibus di Parigi.

Non ci stupisce se molto presto la salute di Pascal si sia alterata per l'eccesso dei suoi lavori. Infatti, dal 1647 la malattia entra nella sua vita per non uscirne più. D'ora in poi ogni lavoro «prolungato» gli sarà faticoso e, in alcuni momenti, impossibile. Su consiglio dei medici che gli raccomandano la distrazione, si stabilisce a Parigi nel 1647. In settembre vi incontra Descartes.

A Parigi Pascal farà due esperienze decisive: quella dei salotti e della vita mondana, rappresentata dall'ambiente dei Roannez; quella di Port-Royal, rappresentata dall'influenza di sua sorella Jacqueline, che si farà suora di quell'abbazia. Al suo arrivo a Parigi è prodigiosamente cosciente del suo valore e si sente capace di stupire il mondo.

La sua «prima conversione» così chiamata, e del resto poco profonda, fu occasionata dal movimento di fervore che, verso l'anno 1646, colse i membri della famiglia Pascal e al quale Blaise ha partecipato intensamente. Pascal scopre allora Saint-Cyran. Ma è nel 1648 che incomincia a conoscere più direttamente l'ambiente di Port-Royal, l'abbazia cistercense che si trova a sud-ovest di Versailles, decaduta, poi riformata a partire dal 1609 da Angelique Arnaud.

Nel 1635 la direzione di Port-Royal passa all'abate Saint-Cyran, mistico ardente, severo, ma poco equilibrato, responsabile, col suo amico olandese Giansenio, futuro vescovo d'Ypres e autore dell'Augustinus, del movimento religioso chiamato giansenismo. Alla compagnia di Port-Royal appartengono i «Solitari»: uomini che hanno rinunciato a una vita brillante, a volte mondana, per condurre un'esistenza interamente consacrata a Dio, nutrita di Scrittura e caratterizzata da una morale rigorista. Essi sono medici, giuristi, educatori e teologi.

Pascal è in relazione con questo ambiente dove conosce in particolare Singlin e Antoine de Rebours. La sorella di Pascal, Jacqueline, aveva deciso di entrare nel convento di Port-Royal: progetto che le fu possibile realizzare soltanto dopo la morte del padre, Etienne Pascal, deceduto nel settembre 1651. Anche Pascal, dopo essersi fortemente opposto al progetto della sorella, finì per consentire e fu presente alla professione di Jacqueline nel 1653.

Ma, mentre frequenta Port-Royal, Pascal frequenta anche la società brillante di Parigi. Gli anni 1652-1653 rappresentano il periodo chiamato «mondano» della vita di Pascal.

A Parigi, Pascal ritrova il duca di Roannez, amico d'infanzia, che ha ora venticinque anni, di alta nobiltà, di educazione raffinata, la cui casa è il ritrovo delle persone brillanti. Se Pascal deve a Port-Royal e alla sua famiglia, la sua formazione religiosa, deve al duca di Roannez la sua conoscenza del mondo e degli uomini.

Tramite il duca, ha conosciuto quell'al di là della scienza, cioè l'uomo, solo oggetto di studio che non sia estraneo all'uomo. Il duca di Roannez, da parte sua, è affascinato dall'intelligenza prestigiosa, «mostruosa» di Pascal, e dalla sua reputazione di scienziato: l'ammirazione è reciproca.

Grazie al duca, Pascal conosce Antoine Gombaud, Chevalier de Méré, figura abbastanza enigmatica, uomo di mondo e mondano, «professore di galateo», specialista nell'arte di piacere; conosce anche Damien Mitton, molto libero di costumi e di pensieri. In casa Roannez, Pascal si trova immerso in una società svariata dove si affiancano gentiluomini e uomini d'affari, devoti e libertini.

È in questo ambiente che il fenomeno dell'«indifferenza» ha destato l'attenzione di Pascal (che combatterà nei Pensieri). Fenomeno tipico di una certa società che ha messo Dio tra parentesi e che non sembra soffrirne. Pascal deve a questa società il suo interesse per l'analisi interiore dell'uomo, per Montaigne, per l'arte di scrivere e di conversare. Pascal ha imparato in questo ambiente a scoprire in se stesso ciò che Montaigne descriveva nei Saggi.

A Parigi Pascal frequenta anche i salotti della duchessa di Longueville, della marchesa di Sablé, della duchessa d'Aiguillon. Va a corte. È affascinato dalla conversazione galante, dal gioco, dalla caccia, dalla danza. Della sua vita sentimentale non sappiamo niente di certo. Le ricerche di Jean Mesnard hanno fatto cadere la leggenda dell'amore di Pascal e di M.lle de Roannez, sorella del duca. Quello che si chiama comunemente il «periodo mondano» di Pascal, non ha niente a che vedere con una vita libertina; si tratta semplicemente di un periodo in cui frequenta ambienti mondani di Parigi e di un affievolimento del suo fervore religioso, ma non di un abbandono della fede.

Sul piano scientifico questo periodo, lungi dall'essere sterile, è uno dei più fecondi. Dopo essersi dedicato alla fisica, Pascal si dedica con slancio alla matematica. Nel 1654, scopre il principio del calcolo delle probabilità. Poi verso la metà di settembre del 1654, ignoriamo in seguito a quale evoluzione, Pascal dà segni di smarrimento interiore. Malgrado il suo attaccamento al mondo e i suoi desideri di grandezza, sente disgusto per il mondo e per se stesso. Pensa di lasciare tutto.

Pascal confida il suo stato d'animo alla sorella Jacqueline. Da una parte tutto contribuisce a fargli amare il mondo, dove è brillante; ma d'altra parte sente ripugnanza per le frivolità di quel mondo. La sua coscienza lo rimprovera continuamente: sa che dovrebbe staccarsi da ogni cosa, ma gli manca la volontà. «I suoi attaccamenti dovevano essere ben mostruosi per farlo resistere alle grazie che Dio gli faceva e agli stimoli che gli dava». Prova rimorso di essersi fermato per strada, mentre Dio lo chiamava.

Quasi ogni giorno Pascal ha dei colloqui con la sorella. È diviso tra lo scoraggiamento e l'orgoglio. Come può lui, lo scienziato, il fisico, l'amico del duca di Roannez, frequentatore dei salotti più distinti, come può consentire a mostrarsi così com'è, cioè peccatore, cambiare vita, perdersi tra la folla della bassa gente: durus sermo! Pascal incontra Singlin di Port-Royal che gli raccomanda di pregare molto.

Poi, attraverso vie a noi sconosciute, ecco che la crisi interiore si scioglie nella notte del 23 novembre 1654. Pascal riceve allora una grazia di conversione, vera, questa volta. A partire da quell'istante è un'apertura verso l'alto, una nuova partenza senza ritorno. Per capire il Pascal dei Pensieri, del mistero di Gesù, dei tre ordini, occorre prendere l'avvio da questa esperienza decisiva. La vera «fonte» di Pascal, l'unica fonte della sua ispirazione, è l'incontro con Cristo, nella Scrittura e nella sua vita personale, in occasione dell'esperienza spirituale sconvolgente annotata nel Memoriale. Eccone il testo:

L'anno di grazia 1654
Lunedì 23 novembre, giorno di S. Clemente, papa e martire. e di altri del martirologio.
Vigilia di S. Crisogono martire e di altri.

Dalle ore dieci e mezzo circa di sera fino a mezzanotte e trenta circa.
FUOCO

«Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe»
non dei filosofi e dei dotti.
Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesù Cristo
Deum meum et Deum vestrum.
«Il tuo Dio sarà il mio Dio».
Oblio del mondo e di tutto fuorché di Dio.
Egli non si trova che per le vie insegnate dal Vangelo.
Grandezza dell'anima umana.
«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto».
Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia.
Io me n'ero separato.
Dereliquerunt me fontem aquae vivae
«Mio Dio, mi abbandonerai?».
Che io non ne sia separato in eterno.
«La vita eterna è questa: che conoscano te, solo vero Dio, e
colui che hai mandato, Gesù Cristo»,
Gesù Cristo!
Gesù Cristo!
Io me n'ero separato. Io l'ho fuggito, rinnegato, crocifisso.
Che non ne sia mai più separato.
Egli non si conserva che per le vie insegnate dal Vangelo.
Rinuncia totale e dolce.
Sottomissione totale a Gesù Cristo e al mio direttore.
Eternamente in gioia per un giorno di esercizio sulla terra.
Non obliviscar sermones tuos. Amen.

Il Memoriale, come pure il Mistero di Gesù, non si trova nelle prime edizioni delle opere di Pascal. Questi due testi infatti avevano un carattere così strettamente intimo e personale che non erano destinati alla stampa. Cronologicamente sono molto vicini l'uno all'altro, il Mistero essendo stato redatto probabilmente durante il primo ritiro di Pascal a Port-Royal, cioè solo qualche settimana dopo l'esperienza annotata nel Memoriale.  

Il testo del Mistero, pubblicato prima nel 1844, è stato poi inserito nell'edizione dei Pensieri. Il Memoriale invece è sempre stato considerato un testo a parte. È stato pubblicato per la prima volta nel 1740.

È una semplice nota, ma di un valore unico, perché è la testimonianza di un avvenimento che ha radicalmente cambiato la vita di Pascal. L'avvenimento è datato con precisione: lunedì 23 novembre 1654, tra le dieci e mezzo e mezzanotte e mezzo. Non è un testo redatto a freddo, ma piuttosto una lava bruciante. Le parole sono contemporanee di un verbo interiore, molto più denso e ardente delle parole che si sforzano di tradurlo. Queste parole, in verità, sono soltanto punti di riferimento che scandiscono una meditazione. La forte emozione provata da Pascal è tale che, per salvarla dall'oblio, l'annota subito sulla carta.

Il testo originale, insieme a una copia su pergamena fatta dallo stesso Pascal, è stata trovata dopo la sua morte, da un domestico. Era stata «cucita» da Pascal all'interno della sua giacca: senza dubbio per ravvivare continuamente la sua fede in Cristo e la fedeltà ai suoi propositi. Il testo era sconosciuto a tutti, anche a sua sorella Jacqueline: era un segreto assoluto tra Dio e lui.

Le numerose citazioni bibliche indicano una meditazione della Scrittura, accompagnata da riflessioni, sorte spontaneamente, e seguite da un colloquio. Illuminano anche il contesto e il percorso dell'esperienza vissuta da Pascal. Il primo testo, tolto da Esodo 3,6, evoca la scena del roveto ardente. Dio, per primo, interpella Mosé: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».

Il FUOCO, sola parola del testo scritta in maiuscolo, è Dio stesso e il segno della sua presenza: fuoco del Sinai, fuoco della nube nel deserto, fuoco di Pentecoste. Per antitesi, Pascal intuisce che questo Dio vivente che fa irruzione nella storia umana e nella storia di ciascuno, che ha un nome e che interpella, non è il Dio dei filosofi (causa prima, principio di ogni ordine, l'incondizionato e l'assoluto), ma il Dio di Gesù Cristo, il Dio al quale pensa Gesù quando dice: «Padre mio e Padre vostro».

Il Memoriale prosegue immediatamente con la seconda citazione biblica: Deum meum et Deum vestrum (Gv 20, 17). Il testo è un'allusione all'apparizione di Gesù a Maria Maddalena. Cristo risorto, il vivente per sempre ci unisce a lui nel rapporto filiale che unisce Gesù al Padre: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». «Il tuo Dio sarà il mio Dio» è certamente un'allusione a Rut 1, 16. Rut, la moabita, che entra nel popolo di Dio non avrà più altro Dio che Jahvè. Essa dice a Noemi: «Il tuo Dio sarà il mio Dio».

Anche Pascal lascia una terra che è stata finora la sua, il mondo, per entrare in un'altra. Gesù dice: «Dio mio e Dio vostro». Pascal risponde: «Il tuo Dio, Signore, sarà il mio Dio». I testi si intrecciano, riecheggiano, secondo una logica del cuore, al di là di ogni cronologia. Pronunciare queste parole dal fondo del cuore, è accettare «l'oblio del mondo e di tutto, fuorché di Dio».

San Giovanni offre a Pascal la formula di questa opposizione: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto» (Gv 17, 25). Gesù prega per gli apostoli che manda in un mondo in rottura col messaggio del Vangelo: «Non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17, 14). Le parole raccolte da Pascal sono quelle che appaiono alla fine della preghiera sacerdotale. Il testo di Giovanni continua: «Questi sanno che tu mi hai mandato» (Gv 17, 25). Pascal non cita il seguito: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome... perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26). Ma «i pianti di gioia» significano che Pascal rivive nella propria vita questo mistero di adozione in Gesù.

Ma la stessa gioia desta in Pascal il timore di una nuova «separazione», di una nuova infedeltà, che potrebbe condurre alla rottura definitiva. «Dereliquerunt me fontem aquae vivae»; «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva» (Ger 2, 13). Il Dio vivente Pascal l'aveva conosciuto, ma l'aveva abbandonato. Come Israele che si è allontanato da Jahvè, Pascal si è separato da Dio: «Me ne ero separato ... Dio mio, mi abbandonerai?». Allusione al salmo 118 «Voglio osservare i tuoi decreti, non abbandonarmi mai» (Sal 118, 8).

Pascal si pente di aver abbandonato Dio, teme che Dio a sua volta lo abbandoni. Per due volte ripete: «Che non ne sia separato eternamente ... Che non ne sia mai separato». È la supplica ardente e tenace di Pascal davanti a Cristo ritrovato. «Eternamente», cioè per la «morte eterna».

La parola serve d'aggancio per introdurre il tema opposto della vita eterna: «La vita eterna è che conoscano (di quella conoscenza che è presenza, esperienza, amore), te, l'unico vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). Di nuovo, allusione alla preghiera sacerdotale.

Gesù Cristo, Gesù Cristo, ripetuto, serve da transizione tra la conversione, l'incontro di Cristo e i propositi. Il finale riprende, con leggere varianti, le linee precedenti. Si tratta ormai di «conservare», di non dimenticare. Di nuovo, il salmo 118: «Mai dimenticherò la tua parola» (Sal 118, 16).

Pascal, abbiamo detto, è stato nutrito, formato dalla meditazione della Sacra Scrittura. Non c'è da stupirsi quindi che trovi spontaneamente nella Sacra Scrittura i testi che sono lo specchio della sua esperienza. Non cerca i testi: sono i testi che accorrono, che traducono il suo stato d'animo, come nel Magnificat di Maria.

Qual è il senso del Memoriale? Di quale esperienza è testimonianza? L'esperienza decisiva di quella notte è stata quella dell'incontro vivo, personale, col Dio vivente: il Dio dei due Testamenti, il Dio di Gesù Cristo. Dio, è QUALCUNO che viene, che interviene, che ha un nome, un volto, che è conosciuto perché ci precede e ci interpella. Pascal sente un bruciante rimpianto per essersi separato da lui nel passato; prega, supplica per non esserne più separato nell'avvenire, né nell'eternità, e si impegna a «seguire le vie indicate nel Vangelo».

Alcune espressioni, alcuni vocaboli del Memoriale (Dio dei filosofi e dei dotti, grandezza dell'anima umana, certezza, opposta al dubbio) hanno potuto far credere che il Memoriale si presentava in Pascal come il termine di una crisi intellettuale, cioè il passaggio dalla conoscenza del Dio dei filosofi alla conoscenza del Dio della rivelazione cristiana. Tutt'altro è il senso del Memoriale. La crisi di Pascal non è quella di un filosofo deluso, ma di un cristiano tiepido, che ha ritrovato Dio in Gesù-Cristo, e che teme di esserne separato.

Il vocabolario e le allusioni filosofiche del Memoriale si devono capire alla luce delle idee espresse nel Colloquio tra Pascal e de Sacy su Epitteto e Montaigne, e formulate in uno scrittore anteriore al Colloquio, anteriore anche all'esperienza del 23 novembre. Pascal nel Colloquio, oppone Epitteto a Montaigne, per respingerli entrambi, e far posto al Vangelo: Dio solo può insegnare.

Stessa scelta esclusiva nel Memoriale. «Il Memoriale, osserva A. Blanchet, redige una meditazione che si regge unicamente su Gesù-Cristo e la sua parola, ma che si riaccende opponendo a Gesù-Cristo i filosofi e gli scienziati, e alla Sacra Scrittura, gli scritti profani».

Non v'è dubbio che il dramma di Pascal si situa all'interno della sua fede. A dir vero, Pascal non ha imparato (come un sapere nuovo) ciò che ignorava: è stato invece illuminato su ciò che sapeva già, da una luce che infiamma la volontà. Egli ha sperimentato, nell'intimo del suo essere, là dove l'intelletto diventa fiamma, dove la volontà diventa intuizione come l'amore, che il Dio che istruisce e che salva, il Dio che cerca l'anima umana, il Dio che cercava lui, Pascal, più di quanto Pascal cercasse Dio (Agostino) è QUALCUNO: il Dio di Abramo, il Dio di Gesù-Cristo, GESÙ-CRISTO stesso.

Di ciò ha ora la certezza; una certezza che viene dal cuore, in senso pascaliano, cioè dall'essere intimo infiammato dall'amore. Pascal è conquistato: il tutto della sua vita è Gesù-Cristo. L'attrattiva di Dio è collaudata in lui, vissuta come una certezza che è fonte di gioia, di pace. La novità non riguarda quindi un contenuto nozionistico, ma un nuovo modo di conoscere: fino a quel momento Pascal non aveva conosciuto Dio «in questo modo». La novità non sta nel conoscere Dio, ma nell'essere stato preceduto e conquistato da lui, nell'avere riconosciuto la sua presenza luminosa, nella comunione di un incontro che rende Dio vivente e vivificante nella vita di Pascal, tale da infondergli un cuore nuovo e un'attrattiva tanto efficace da tradursi con la rinuncia a tutto.

Si deve parlare di esperienza «mistica»? Forse non è possibile e nemmeno necessario rispondere. Certamente si tratta per Pascal di una esperienza religiosa profonda, situata alla radice dell'essere, di un tale impatto che ha illuminato e trasformato tutto il resto della sua esistenza. Esperienza caratterizzata dall'intensità e dalla subitaneità, senza paragone con quanto precede, e simbolizzata dal fuoco. Padronissimo chi vuole di qualificare mistica o no questa esperienza di cui ci rimangono tracce, più che una descrizione.

Checché ne sia, la data di questo avvenimento-incontro con Cristo è rimasta impressa in Pascal che ne ha perpetuato il ricordo in una pergamena cucita nei suoi vestiti. La notte del 23 novembre 1654 segna la grande svolta della sua vita. La sua esistenza è divisa in due: prima e dopo il Memoriale.

È questa esperienza che illumina il testo composto poco dopo, nel gennaio 1655, il Mistero di Gesù; è ancora essa che spiega il cristocentrismo dei Pensieri; è essa infine, crediamo, che ha permesso a Pascal di definire ciò che chiama i «tre ordini»: dei corpi, dell'intelligenza, della carità[1]. Questo frammento, infatti, non è stato scritto semplicemente per esprimere delle verità generali sulla gerarchia degli esseri, ma per precisare delle esperienze che Pascal ha vissuto personalmente.

È evidente che questo frammento è «cristocentrico». Pone la persona di Cristo al culmine delle grandezze soprannaturali. Lo splendore dei re e dei dotti era inutile a Gesù, e l'umiltà della sua condizione terrena nulla toglie alla sua grandezza unica. Scritto col rigore di un matematico, questo testo è di un'emozione lirica intensa, anche se contenuta, che ha la sua sorgente nella vita di Pascal.

Sappiamo che l'esistenza dell'uomo si realizza, «si compie» attraverso piani, tramite livelli da superare: c'è passaggio, ma anche superamento, salto qualitativo da un livello all'altro, superiore, più luminoso. In queste fasi o piani della vita si possono distinguere per Pascal, quello della fisica e della matematica; poi a Parigi, a contatto coi Roannez, de Méré e de Mitton, nei salotti che frequenta e attraverso la lettura di Montaigne, Pascal si sensibilizza ai problemi dell'uomo, realtà che si penetra solo con l'«esprit de finesse». Pascal tuttavia non visse a lungo come uomo di mondo. Scopri ben presto l'ordine superiore della carità. La morte del padre, la vocazione della sorella Jacqueline, e soprattutto l'insoddisfazione profonda della sua vita mondana, il vuoto sentito nella sua anima, hanno minato la sua superbia di scienziato e la sua sicurezza di uomo onesto, conducendolo, attraverso il mistero di una crisi interiore, alla notte del 23 novembre, nel corso della quale Cristo gli è apparso come la realtà delle realtà.

Ci sono quindi nella vita di Pascal tre esperienze che, senza dubbio, non rispondono che parzialmente ai tre ordini di cui parla (le scienze della natura e la scienza dell'uomo situandosi di primo acchito nell'ordine dell'intelletto), ma egli ha conosciuto nondimeno l'ordine delle grandezze mondane (cioè lo splendore della vita dei principi, lo splendore delle ricchezze, lo splendore delle armi e delle battaglie), e soprattutto ha vissuto l'ordine dell'intelletto (come scienziato e uomo di mondo) e l'ordine della carità. Tra questi tre ordini la distanza è infinita. Ognuno ha la sua grandezza e il suo valore, ma l'ordine della carità supera infinitamente gli altri due. È la notte del 23 novembre che, su questo punto, ha messo Pascal di fronte all'evidenza.

Ormai, per Pascal, tutto il resto del mondo, tutto l'uomo, sono destinati a entrare in una nuova sintesi, infinitamente superiore, suscitata dall'irruzione della persona di Gesù Cristo nella storia dell'umanità e nella storia della propria vita: «Gesù Cristo, senza beni e senza alcuna esteriore manifestazione di scienza, sta nel suo ordine di santità. Non ha fatto scoperte [ordine dell'intelligenza], non ha regnato [alla maniera dei principi temporali: ordine dei corpi]; ma è stato umile, paziente, santo per Dio, terribile per i demoni, senza peccato alcuno. Oh, com'è venuto in gran pompa e magnificenza prodigiosa agli occhi del cuore che vedono la sapienza!» (B793 C 829).

Il Memoriale di Pascal trova un'ultima eco e la firma definitiva nella sua morte. Gli ultimi sei mesi della sua vita furono mesi di sofferenze atroci. Pascal si raccoglie allora nella preghiera e nella penitenza. Vende i suoi beni, dà il suo denaro ai poveri, manda via i domestici e va a pensione presso sua sorella. È la «sottomissione totale a Gesù Cristo» di cui parla il Memoriale.

Alla fine chiede di ricevere l'eucaristia: cosa che gli viene rifiutata, in un primo tempo. Chiede che almeno venga condotto nella sua casa un povero, come rappresentante di Cristo: questo desiderio non fu possibile realizzarlo. Chiede di essere trasportato all'ospedale degli incurabili per morire in mezzo ai poveri: i medici si oppongono per ragioni di salute. Finalmente all'ultimo giorno della sua vita gli viene portato il Viatico, che riceve tra due crisi. Ventiquattr'ore dopo si spegne, a trentanove anni, il 19 agosto 1662.

2/ Cenni sul progetto di un’apologia del cristianesimo per la quale i Pensieri vennero redatti senza mai giungere ad una redazione definitiva (tratto da R. Latourelle, L’uomo e i suoi problemi alla luce di Cristo, Cittadella, Assisi, 1982, pp. 57-76)

Come è nata in Pascal l'idea di un'Apologia del cristianesimo? Se cerchiamo testimonianze precise su un tale progetto e la sua origine, dobbiamo risalire al colloquio di Pascal con de Sacy, a Port-Royal, qualche settimana dopo la notte del 23 novembre 1654, cioè nel gennaio 1655; poi alle note che Pascal redasse nel 1656 sui miracoli, in occasione delle discussioni suscitate dal miracolo della Sacra Spina.

L'Apologia di Pascal sembra situarsi al punto di congiunzione di due tipi di apologetica molto diversi, collegati a questi due avvenimenti. Ma sembra che soltanto a partire dal 1657 si sia seriamente dedicato al suo progetto, applicandosi per un anno intero alla sua messa in opera.

1. Il Colloquio con de Sacy

Dopo la sua conversione, Pascal venne per due settimane a Port-Royal per fare un ritiro. Il suo direttore spirituale, Singlin, lo affida a de Sacy. Ciò che ancor oggi viene chiamato Colloquio con de Sacy sarebbe il resoconto di una lunga conversazione di costui con Pascal, inserito da Nicolas Fontaine, segretario di de Sacy, nelle sue Memorie. A lungo si è creduto che il colloquio fra i due uomini fosse stato messo subito per iscritto da Fontaine. Lo stile sarebbe quindi di Fontaine, ma il contenuto sarebbe di Pascal. Gli studi di P. Courcelle e di A. Gounelle sulle fonti e gli enigmi di questo colloquio hanno messo fine a una simile interpretazione e precisato il vero contesto del Colloquio.

Non si può negare il fatto di un colloquio, e anche di diversi colloqui tra Pascal e de Sacy. Ma l'ipotesi di un segretario che abbia assistito al colloquio o che abbia riassunto le conversazioni dei due uomini è esclusa. Il redattore del testo attuale ha fatto un «montaggio» con documenti scritti, dei quali del resto nessuno contesta l'autenticità. Questi scritti, secondo il parere di Courcelle e di Gounelle, sono note, estratti o compilazioni di Epitteto e di Montaigne (da parte di Pascal) e di Agostino (da parte di de Sacy), aventi lo scopo di alimentare e di sostenere la discussione tra i due uomini.

Courcelle pensa anche che Pascal aveva già costituito un dossier, una specie di minuta, dove avrebbe annotato per lui, ed eventualmente per altri, le sue idee su Epitteto e Montaigne: «Uno strumento di lavoro di cui Pascal avrebbe continuato a servirsi». Con tutta probabilità Pascal ha sottoposto a de Sacy un testo già redatto e lungamente meditato che rappresenta l'utilizzazione apologetica che intende fare dei due filosofi. Infatti, il testo di Pascal, escludendo gli interventi di de Sacy che sembrano cattivi brani introdotti da Fontaine stesso, è di una notevole unità: elogio e critica di Epitteto, elogio e critica di Montaigne, utilità di queste due letture, malgrado le critiche di Pascal e di Agostino, all'interno di un progetto apologetico.

Quando stende le sue Memorie, Fontaine dispone quindi di due testi: uno di Pascal, composto e redatto senza interruzioni; l'altro di de Sacy, ispirato ad Agostino, avente lo stesso carattere di continuità di pensiero e di stile, e che esprime le sue reazioni al progetto già consistente di Pascal. Gli interventi di de Sacy non rappresentano quindi la traduzione fedele di un dialogo, ma inserzioni artificiali, colpi maldestri, dovuti a Fontaine, in un testo già interamente redatto.

Questi chiarimenti sul Colloquio, lungi dal ridurre il valore del testo, lo aumentano ancora, poiché provano che Pascal aveva fin dal 1655 e anche 1654, un progetto apologetico concreto e originale. Possiamo quindi estrarne la sostanza e l'argomentazione, lasciando a Fontaine la parte del genere letterario, specialmente nell'introduzione, nelle inserzioni e nella conclusione che parla di un accordo raggiunto tra Pascal e de Sacy sulla lettura dei filosofi.

Il metodo di de Sacy con coloro che dirigeva era di entrare dalla loro porta, cioè di farli parlare sui soggetti che preferivano: «Tutto gli serviva per passare subito a Dio, e per condurvi gli altri». Ora, Pascal confidò a de Sacy «che i suoi libri abituali erano stati Epitteto e Montaigne, e gli fece dei grandi elogi di questi due filosofi. De Sacy, il quale aveva sempre pensato che era bene non leggere molto questi autori, pregò Pascal di parlargliene a fondo».

Pascal si mise subito a dissertare dottamente su Epitteto e Montaigne. Dopo averlo lungamente e rispettosamente ascoltato, de Sacy gli fece notare che tutto questo si trova già in S. Agostino, e anche molto di più. Il primo lungo discorso di de Sacy prova che è spaventato dalle vedute di Pascal sull'utilità di Montaigne per la conversione cristiana.

All'esperienza di Montaigne e di Pascal, egli oppone quella di Agostino, il convertito modello: importa solo la Sacra Scrittura, superiore ad ogni filosofia. Pascal non è sconcertato per questo e prosegue il suo discorso. Pensa che è possibile utilizzare la conoscenza dell'uomo che trova in Epitteto e Montaigne, non certo per approvare la loro filosofia, ma per insegnare agli uomini a conoscersi e disporli a favore del Vangelo. Infatti, Epitteto, lo stoico, ha ben visto ciò che noi dobbiamo fare, ma il suo orgoglio gli impedisce di misurare la debolezza e l'impotenza dell'uomo. Da parte sua, Montaigne, scettico, che mette la fede tra parentesi, ha ben visto ciò che siamo, cioè deboli e vili, ma si rifugia in una etica confortevole, che incoraggia la pigrizia e la mediocrità.

De Sacy mantiene il suo giudizio sulla vanità dei filosofi e ritorna sempre a S. Agostino. Dice a Pascal che questi assomiglia «a quei medici esperti che, con il loro abile modo di usare i più forti veleni, ne traggono i migliori rimedi». Ma Pascal è tenace. Resta convinto che Epitteto e Montaigne possono servire al suo progetto religioso. È vero che l'uomo deve essere come lo vuole Epitteto, è ugualmente vero che l'uomo è come lo vede Montaigne, ma le due posizioni sono vane e si oppongono precisamente là dove si afferma la loro verità: «Mi sembra, dice, che la fonte degli errori di questi due filosofi è di non aver saputo che lo stato attuale dell'uomo differisce da quello della sua creazione; di modo che l'uno, notando qualche traccia della sua prima grandezza e ignorando la sua corruzione, ha trattato la natura come sana e senza bisogno di riparatore, ciò che lo conduce al colmo della superbia; invece l'altro, sperimentando la miseria attuale e ignorando la prima dignità, tratta la natura come necessariamente inferma e irreparabile, ciò che lo precipita nella disperazione di giungere a un vero bene e da qui nell'estrema viltà. Così questi due stati che si dovevano conoscere insieme per vedere tutta la verità, essendo conosciuti separatamente, conducono necessariamente all'uno o all'altro di questi due vizi: l'orgoglio e la pigrizia».

La critica di Epitteto e di Montaigne non sfocia in una terza filosofia, ma obbliga la ragione a lasciare il piano dove si elaborano le filosofie. L'antropologia non può costruirsi che diventando teologia. L'uomo non si riconosce che in Gesù Cristo. «Scusi, signore, dice Pascal a de Sacy, di inoltrarmi davanti a voi nella teologia, invece di restare nella filosofia, che era il mio solo soggetto, ma vi sono portato insensibilmente; è difficile non entrarvi, qualunque sia la verità che si tratta, perché la teologia è il centro di ogni verità».

La teologia, infatti, tramite il suo insegnamento sul peccato, sull'incarnazione e la redenzione, ci permette di distinguere ciò che è vero in Epitteto e in Montaigne, senza cadere tuttavia nei loro errori: «Se sono pieni del concetto della grandezza dell'uomo, che cosa possono aver immaginato in proposito che non resti inferiore alle promesse del Vangelo, che non sono se non il degno prezzo della morte di un Dio? E se si compiacciono invece di vedere l'infermità della natura umana, i loro concetti non eguagliano certo quelli della vera debolezza del peccato, di cui quella stessa morte costituì il rimedio. Quindi, tutti ci trovano più di quanto non abbiano desiderato e, quel che è mirabile, vi si trovano uniti, essi che non si potevano accordare su un piano infinitamente inferiore». I due stati che rappresentano la nostra vita quotidiana - grandezza e miseria, grazia e peccato - si riconciliano soltanto in Gesù Cristo, vertice dell'umanità.

Così, Pascal trova in Epitteto (Manuale e Dissertazioni) e in Montaigne (Saggi) delle «verità di fatto» sull'uomo delle quali intende servirsi per provocare nei suoi lettori reazioni che li dispongano a ricevere la parola di Dio. Si servirà di Montaigne per abbattere l'orgoglio degli uomini, di Epitteto per scuotere la loro pigrizia. In tal modo la filosofia lavora per uno scopo a lei estraneo, contribuendo a mantenere uno stato di umiltà e un desiderio di ricerca che sono le prime condizioni della conversione.

La sostanza del Colloquio è formata da una documentazione e da riflessioni in vista di un'apologetica. L'intenzione di Pascal è di utilizzare Epitteto contro Montaigne e Montaigne contro Epitteto, per turbare la pace di coloro che si dedicano all'uno o all'altro. Là dove si crede che Epitteto e Montaigne dispensano dal leggere il Vangelo, Pascal vuole mostrare che essi invitano invece a farlo per comprendere noi stessi, guardandoci dall'alto.

Siamo di fronte a un nuovo tipo di apologetica che Pascal vuole utilizzare rivolgendosi ai libertini e ai cristiani intiepiditi. Si può quindi affermare che le riflessioni di Pascal non sono state provocate dal Colloquio con de Sacy, ma hanno invece provocato il Colloquio stesso. Pascal ha sperimentato la sua nuova apologetica su de Sacy prima di sperimentarla sugli altri.

L'idea di scrivere un'apologia del cristianesimo sarebbe quindi contemporanea della conversione, di cui il Memoriale conserva il ricordo. Pascal è convinto dell'utilità di un’apologetica basata sugli autori in voga negli ambienti del suo tempo. Preoccupazione quindi di parlare all'uomo del suo tempo e consapevolezza di presentare un'apologia in cui la persuasione è cosa diversa dalla dimostrazione.

2. L'apologetica dei miracoli

La riflessione religiosa di Pascal è stata inoltre sollecitata da un avvenimento che ha avuto un ruolo importante nella storia della sua vita e del suo pensiero, cioè il miracolo della sacra Spina, di cui beneficiò sua nipote, Marguerite Périer, di dieci anni. La bambina, che soffriva da tre anni di una fistola lacrimale purulenta, fu guarita instantaneamente il 24 marzo, al tocco di una reliquia della sacra Spina.

Ricordiamo il contesto dell'avvenimento. Questo sopravvenne al momento delle più vivaci discussioni sulla condanna delle cinque proposizioni tratte da l'Augustinus di Giansenio, da parte di Innocenzo X nel 1653. Ma i giansenisti distinguono la questione di diritto dalla questione di fatto. La condanna, dicono, riguarda l'eresia come tale, ma non il senso del testo di Giansenio. Una Bolla di Alessandro VII, datata 16 ottobre 1656, conferma che le cinque proposizioni (testo e senso) sono tratte dall'Augustinus (Ds 2010-2012). A Port-Royal il clima è surriscaldato. La prima Provinciale è del 23 gennaio 1656. È l'epoca in cui Arnaud, processato e censurato dalla Sorbonne (29 gennaio 1656), deve nascondersi «sotto falso nome e travestito». Gli editori delle Provinciali, sono ricercati dalla polizia. I Solitari di Port-Royal devono disperdersi. Il 20 marzo 1656 corre voce che l'espulsione delle suore è imminente. Si vive in un clima di persecuzione.

Ed ecco che il 24 marzo 1656 avviene a Port-Royal il miracolo della sacra Spina. Per giunta la miracolata è la nipote stessa di Pascal; la figlioccia di colui che ha appena pubblicato la quinta Provinciale e sta preparando la sesta. Sette medici consultati parlano di guarigione straordinaria, cioè di miracolo. Anche il primo chirurgo del re esprime la stessa opinione. L'Arcivescovo di Parigi dichiara autentico il miracolo.

La convinzione di Pascal della guarigione miracolosa della nipote si basa su quello che ha visto non meno che sulla constatazione dei medici. La guarigione è totale: tutti i segni di anormalità sono scomparsi. La gioia di Pascal «fu così grande, scrive Gilberte Périer nella sua vita di Pascal, che ne fu tutto invaso; e poiché la sua mente rifletteva sempre molto sulle cose di cui si occupava, l'occasione di quel miracolo particolare gli suggerì molti pensieri assai importanti sul miracolo in genere sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento».

Ben presto, a mano a mano che la notizia del miracolo si diffonde, una tesi è formulata a Port-Royal: il miracolo della sacra Spina, nel clima di persecuzione in cui vive Port-Royal, è interpretato come un segno di Dio in favore del giansenismo. Pascal usa la stessa chiave di lettura, si tratta di un segno: Dio è con noi.

I gesuiti entrano nel dibattito. Non negano certamente l'autenticità del miracolo, ma si rifiutano di leggere nell'avvenimento un'approvazione del giansenismo, dicendo che la voce che si è espressa attraverso l'autorità di due papi non può essere contraddetta da un miracolo che darebbe ragione ai giansenisti contro la Chiesa. Port-Royal replica che Dio ha voluto dimostrare l'innocenza di una casa ingiustamente perseguitata e l'ortodossia della dottrina che vi si professa. Nella sesta Provinciale (4 dicembre 1656), Pascal se la prende coi gesuiti che rifiutano di vedere nel miracolo della sacra Spina un segno di Dio a favore di Port-Royal: «Voi calunniate quelle che non hanno orecchie per udirvi, né bocca per rispondervi. Ma Gesù Cristo, nel quale sono nascoste per apparire un giorno con lui, vi ascolta e vi risponde per loro. Si sente oggi questa voce santa e terribile, che stupisce la natura e consola la Chiesa. Io temo, Padri, che coloro i quali induriscono i loro cuori e si rifiutano con ostinazione di ascoltarlo quando parla come Dio, siano obbligati di ascoltarlo con terrore quando parlerà come Giudice». Come si vede il tono della polemica sale rapidamente. Pascal non smette, durante gli anni 1656-1657, di accumulare note in vista di uno scritto sui miracoli. Tuttavia non scriverà Provinciali su questo soggetto.

Ma era giunto il tempo di uno studio su ciò che diventava il centro del dibattito, cioè il rapporto tra miracolo e dottrina. Durante la Quaresima, nel marzo 1657, il P. de Lingendes, gesuita, fa una predica sui veri miracoli, che confermano la nostra religione, in opposizione ai falsi miracoli degli eretici. L'allusione a Port-Royal è chiara a tutti gli ascoltatori. In seguito a ciò, Pascal conduce una inchiesta per proprio conto sui punti caldi che riguardano i miracoli: una definizione del miracolo che possa escludere i prodigi operati dal diavolo; il senso dei miracoli attribuiti ai pagani, agli eretici, all'Anticristo; il modo di stabilire che un vero miracolo è sempre segno della vera religione. Manda a questo proposito all'abate di Saint-Cyran un questionario di dodici domande.

Le riflessioni di Pascal sul miracolo sono quindi state provocate dal caso particolare del miracolo della sacra Spina. In un primo tempo Pascal si interessa ai criteri che permettono di stabilire l'autenticità dei vari miracoli e del loro significato. Poi, a mano a mano che il dibattito si allarga, si interessa al problema più vasto dei rapporti miracolo-dottrina. Infine, in un'ultima generalizzazione, ben conforme alla logica del soggetto e alle esigenze del suo genio, Pascal pensa alla sua opera sui fondamenti della religione cristiana. La riflessione sulla prova tradizionale della religione mediante i miracoli, sarebbe situata fin d'allora all'interno di un'apologetica più generale. Testimonianze di questa riflessione, sempre più ricca, sono le note e i frammenti accumulati da Pascal e conservati nelle serie XXXII e XXXIII dell'edizione Lafuma.

È quindi in occasione di una polemica sul miracolo che Pascal è stato condotto a concepire un progetto più vasto di apologia del cristianesimo. Progetto che includerebbe senza dubbio un capitolo sui miracoli, ma all'interno di una visione più generale. Che tale sia stato l'itinerario di Pascal, è un fatto attestato da Gilberte Périer nella vita di suo fratello: «Tutte le diverse riflessioni fatte da mio fratello sopra i miracoli, gli diedero nuovi lumi sulla religione. Poiché tutte le verità si ricavano l'una dall'altra, gli bastava applicarsi all'esame di una verità, che subito le altre gli arrivavano quasi in folla e si enucleavano nella sua mente in maniera da esaltarlo, come lui stesso ci ha confessato. E fu in quella occasione che si sentì talmente infervorato a combattere gli atei che, conscio dei lumi che Dio gli aveva dato per convincerli e confonderli senza scampo, si diede a comporre quell'opera, i cui frammenti raccolti ci fanno tanto rimpiangere che non abbia potuto riunirli lui stesso, e, con tutto quello che vi avrebbe aggiunto, fame un libro di compiuta bellezza».

3. Accostamento e articolazione delle due apologetiche

Al centro di una grande opera c'è sempre una zona di mistero che sfugge all'autore stesso. Detto questo, sembra che l'apologia della religione cristiana, abbozzata nei Pensieri sia nata da un accostamento di due progetti complementari: quello di una apologetica moderna, adattata al linguaggio e alla mentalità dell'epoca; quello che si propone di riprendere, rinnovandoli, alcuni capitoli dell'apologetica tradizionale. Come è avvenuto, in Pascal, questo accostamento? Il luogo d'incontro e di articolazione dei due progetti è identificabile? Sembra di sì, alla luce di alcuni frammenti chiave.

L'articolazione dei due progetti è visibile in un primo frammento ben conosciuto, generalmente riconosciuto come un abbozzo delle grandi linee del piano dell'Apologia:

Parte prima: Miseria dell'uomo senza Dio.
Parte seconda: Felicità dell'uomo con Dio.

Oppure:

Parte prima: La natura è corrotta (provarlo con la stessa natura).
Parte seconda: Esiste un Riparatore (provarlo con la Scrittura) (B60 C73).

Il collegamento tra i due paragrafi costituito da oppure indica chiaramente che si tratta di uno stesso movimento. I due paragrafi indicano le due fonti dell'argomentazione: la natura e la Sacra Scrittura. L'apologetica del Colloquio con de Sacy sembra corrispondere al primo paragrafo; l'apologetica nata dalle riflessioni sul miracolo della sacra Spina sembra rispondere al secondo paragrafo. Ma osservando meglio, constatiamo che, prima di rinviare a due sezioni di un'opera, il frammento segna due momenti di una stessa riflessione. Ogni parte non ha senso che mediante l'altra: sappiamo che c'è corruzione nella natura perché la Sacra Scrittura ci insegna che c'è un Riparatore. In realtà questo movimento era già contenuto nel Colloquio.  

Il secondo frammento è più rivelatore:

«Ordine. - Gli uomini mostrano disprezzo per la religione; hanno per essa odio e paura che sia vera. Per guarirli di ciò, bisogna cominciare col provare che la religione non è contraria alla ragione; è venerabile, e bisogna farla rispettare; in seguito renderla amabile, far desiderare ai buoni che sia vera e poi provare che essa è vera. Venerabile perché ha ben conosciuto l'uomo; amabile, perché promette il vero bene» (B187 C1).

Si tratta di operare nell'anima un capovolgimento radicale. Là dove c'era disprezzo, si deve ispirare rispetto. Ciò che era oggetto di odio, deve diventare amabile. Al timore che la religione sia vera si deve sostituire il desiderio che lo sia. Fin qui siamo nel quadro della nuova apologetica di Pascal, basata sull'analisi della condizione umana, come è descritta nel Colloquio. «E poi provare che essa è vera»: qui Pascal s'impegna a riconsiderare l'apologetica tradizionale.

Per Pascal, la descrizione della condizione umana non è un presupposto (una specie di parte estrinseca), ma parte integrante del discorso apologetico, perché egli è persuaso che non si arriverà mai a convincere l'indifferente offrendogli semplicemente delle prove: occorre prima farsi ascoltare ed essere gradito. L'apologetica deve prima trarre gli uomini dal loro disprezzo e dalla loro indifferenza; essa deve inquietarli, turbarli, poi metterli in condizioni di desiderare la ricerca della verità.

C'è quindi la necessità di creare uno stato d'animo prima di passare all'esposizione dei fondamenti storici della fede. Si deve suscitare nell'uomo un'attrattiva per l'ipotesi cristiana, renderla «amabile», far «desiderare» che sia «vera», dimostrando che la religione cristiana, benché sia mistero e scandalo, riesce a decifrare il mistero dell'uomo.

Senza dubbio la forza illuminante e rasserenante del Vangelo non è la prova della verità storica del cristianesimo, ma fa «desiderare» che il cristianesimo sia vero. Il libertino, indifferente o ateo, aveva paura di sbagliarsi credendo vera la religione: deve invece temere di sbagliarsi non credendo che essa sia vera (B241 C458). Si tratta di un capovolgimento psicologico, di un cambiamento radicale di direzione. È venuto allora il momento di esporre le prove tratte dalla Sacra Scrittura.

In un terzo frammento Pascal indica lo schema delle questioni da trattare nella parte dell'Apologia dedicata alle prove della religione:

«Prove della religione. - Morale, Dottrina, Miracoli, Profezie, Figure (B290 C486)
Prove. - 1) La religione cristiana, con la sua affermazione nel mondo, si è affermata da sé così fortemente e così dolcemente, pur essendo contraria alla natura. 2) La santità, l'altezza e l'umiltà di un'anima cristiana. 3) Le meraviglie della Sacra Scrittura. 4) Gesù Cristo in particolare. 5) Gli apostoli in particolare. 6) Mosè e i profeti in particolare. 7) Il popolo giudaico. 8) Le profezie. 9) La perpetuità: nessuna religione possiede la perpetuità. 10) La dottrina che dà ragione di tutto. 11) La santità di questa legge. 12) Il comportamento stesso del mondo».

Nella conclusione si ritrova il movimento del frammento precedente, cioè che non si deve esitare, di fronte alle prove, a seguire l'inclinazione che ci porta ad accogliere una religione che sappiamo amabile e desiderabile (B289 C487).

Quindi l'apologetica prefigurata nel Colloquio con de Sacy ha per scopo di trasformare un atteggiamento più o meno ironico o anche aggressivo, in un sentimento d'inquietudine e anche di desiderio che il cristianesimo sia la vera religione. Nel corso di una seconda tappa, l'apologetica nata dalle riflessioni di Pascal sul miracolo, pone le condizioni di una adesione ponderata a questa religione che già si sa amabile e degna di venerazione. Arriviamo qui al punto limite di ciò che l'uomo può nel mistero della conversione.

4. Sviluppo lineare o orchestrazione di temi convergenti

Dell'opera progettata da Pascal, l'Apologia del cristianesimo, non rimane che un mucchio di note, a volte più elaborate (qualche pagina), a volte appena formulate, come dei promemoria per la costruzione progettata. Lo stesso titolo Pensieri, è stato imposto tardivamente. Non si tratta quindi di massime, alla maniera di La Rochefoucauld, o di pensieri alla maniera di Joubert, ma piuttosto di note di lavoro, che rappresentano punti di riferimento e a volte isolotti già costituiti, una specie di arcipelago di un futuro continente.

I Pensieri sono un cantiere abbandonato in piena costruzione, in cui le rare strutture elevate lasciano tuttavia intravedere lo splendore dell'edificio progettato. L'ordine seguito dai diversi editori dimostra appunto il carattere incompiuto, o meglio iniziale, di questa opera. Quanto rimane del progetto è tuttavia sufficiente per rivelare il genio dell'architetto che l'ha concepito. Si può applicare ai Pensieri di Pascal quanto diceva Valery dell'opera di Leonardo da Vinci: «I resti di non so qual grande gioco».

I frammenti dei Pensieri sono stati ritrovati dopo la morte di Pascal, riuniti sotto forma di fascicoli. Pascal, forse in occasione della conferenza che fece a Port-Royal nel 1658, aveva intrapreso di riordinare lui stesso le note accumulate e di raggruppare i frammenti per soggetto. Ha così costituito ventisette fascicoli, raggruppanti 382 articoli su un totale di 972.

Tutti i frammenti sono stati raccolti da Gilberte Périer, sorella di Pascal. La prima cosa che si fece, dice Etienne Périer, «fu di farli copiare così com'erano e nella stessa confusione in cui erano stati trovati» (Prefazione). Questa copia, senz'altro la prima e la più fedele edizione dei Pensieri, servì all'edizione detta di Port-Royal, uscita nel 1669, a bassa tiratura, poi nel 1670, col titolo: Pensées de M. Pascal sur la religion et sur quelques autres sujets, qui ont été trouvées après sa mort parmi ses papiers, à Paris, chez Guillaume Desprez, nel 1670. A questa edizione ci si riferì per più di un secolo, fino all'edizione di Léon Brunschvicg, del 1897.

La classificazione dei Pensieri di Pascal è un'impresa temeraria. Non c'è speranza infatti di trovare il piano esatto e definitivo dell'Apologia progettata da Pascal, perché l'opera non è stata condotta a quel punto di maturazione che avrebbe permesso all'autore stesso di prevedere il piano definitivo. D'altra parte, come concepire che Pascal abbia lavorato durante anni, senza pensare a mettere in ordine citazioni, referenze e riflessioni che si accumulavano nei suoi cassetti? Si può quindi legittimamente cercare le tracce di quegli abbozzi, di quegli stadi del pensiero, di quei piani parziali e provvisori che un autore non manca di tracciare. Ma dove trovarli? Critica esterna e critica interna ci offrono degli indizi: la critica esterna, cioè il raggruppamento provvisorio fatto da Pascal stesso, in ventisette fascicoli; la critica interna, cioè alcuni frammenti che parlano d'ordine e ci danno un po' di luce sull'itinerario che Pascal intendeva seguire.

1. Un primo elemento di risposta ci viene dall'esposto che Pascal fece a Port-Royal (verso ottobre-novembre secondo Lafuma, verso maggio 1658 secondo Mesnard) davanti ad alcuni amici, e di cui Filleau de la Chaise, nei suoi «Discours sur les Pensées de Pascal» ci ha conservato il resoconto. Filleau de la Chaise era segretario del duca di Roannez e faceva parte con questi, con Arnauld e Nicole, del comitato incaricato dell'edizione dell'opera incompiuta di Pascal.

Stando a Filleau de la Chaise o a Etienne Périer (Prefazione dei Pensieri), si classificano i Pensieri secondo l'ordine seguito da Jacque Chevalier. Ma si può ugualmente supporre che il piano sviluppato da Pascal nella sua conferenza, corrisponda all'ordine che aveva egli stesso introdotto all'interno dei ventisette fascicoli di note già classificate: in questo caso si tratta dell'ordine seguito da Lafuma. Ma nei due casi ci si riferisce in definitiva all'esposto di Pascal, perché i «Discours sur les Pensées de Pascal» di Filleau de la Chaise, come pure la Prefazione di Etienne Périer all'edizione di Port-Royal, affermano entrambi di basarsi su quell'esposto di Pascal per proporre una veduta ordinata dei Pensieri.

Un punto tuttavia rimane oscuro: il testo di Filleau de la Chaise dipende da più fonti differenti: da una parte, da una testimonianza di un uditore della conferenza di Pascal; d'altra parte, dai frammenti stessi dei Pensieri; infine dalle riflessioni di Filleau de la Chaise. La Prefazione di Périer è certo più densa, più intelligente, meno «impastata» della dissertazione di Filleau de la Chaise, ma anche questa volta ci si può chiedere in quale misura Etienne Périer ha mescolato quello che ha saputo dal testimone della conferenza e quello che sa dalla lettura stessa dei Pensieri. Il problema resta: in quale misura Filleau de la Chaise e Périer hanno «interpretato ciò che hanno sentito completandolo con ciò che hanno letto? E come sapere se il piano della conferenza ricostruita nel loro testo viene da ciò che hanno sentito o da ciò che hanno letto»?

2. Ma esiste un documento molto più vicino al discorso di Pascal di queste due prefazioni: sono le pagine stesse di Pascal conservate nei Pensieri con la menzione A.P.R.: a Port-Royal. Si tratta di cinque foglietti di cui questo è il contenuto essenziale.

Primo foglietto: solo la vera religione, cioè il cristianesimo, rende conto della miseria e della grandezza dell'uomo. Le altre non ne sono in grado; la filosofia ne è incapace. Segue un discorso messo in bocca alla divina Sapienza.

Secondo foglietto: è ancora la Sapienza che parla. Essa spiega la condizione dell'uomo nella prospettiva della creazione, poi della caduta. Adamo, poi Gesù Cristo. Il testo continua, sotto forma di note rapide, le quali suggeriscono che la Sapienza di Dio avrebbe argomentato mediante obiezioni e risposte.

Terzo foglietto: Pascal riprende la parola. Non è incredibile che Dio si faccia conoscere a un essere capace di conoscere e di amare. Poi, di nuovo, la Sapienza riprende il discorso. Annuncia che presenterà le sue credenziali: «Non voglio che poniate in me la vostra credenza senza discutere, e non pretendo sottomettervi con tirannia. Non pretendo neppure darvi spiegazioni su ogni cosa. E per mettere d'accordo questi contrasti voglio farvi vedere chiaramente, con prove convincenti, alcuni segni divini in me, i quali vi convincano della mia natura e mi diano autorità con meraviglie e prove che voi non potete rigettare» (B430 C483). Dio si è manifestato in Cristo, ma come un Dio nascosto: c'è in queste rivelazioni abbastanza luce per quelli che cercano Dio, e abbastanza oscurità per accecare quelli che lo fuggono.

Quarto foglietto: sei linee di nuovo sul tema del Dio nascosto.

Quinto foglietto: un ultimo paragrafo sull'interdipendenza grandezza-miseria.

Questi cinque foglietti costituiscono quello che noi sappiamo di più certo sull'esposto di Pascal a Port-Royal. Si può supporre che questi testi non erano che note per sostenere un'improvvisazione e che Pascal ha fatto anche delle considerazioni sulle prove convincenti di cui parla: senza dubbio i miracoli e le profezie.

È evidente che questi foglietti, che appartengono al fascicolo XI, non costituiscono un capitolo dell'Apologia, ma rappresentano una cosa a parte: uno schema di ciò che Pascal contava di dire o di scrivere prima di passare alle prove dell'apologetica tradizionale. Ora, se ci si riferisce a questi foglietti, l'abbozzo del progetto di Pascal conteneva i seguenti punti: a) paradosso della condizione umana: grandezza e miseria; b) insufficienza della filosofia e delle religioni; c) ricorso alla vera religione e alle sue prove; d) tema di Dio rivelato e nascosto in Gesù Cristo.

C'è quindi in Pascal una preoccupazione di messa in ordine, almeno a breve scadenza, attestata da molteplici indizi: ritagli dai grandi fogli iniziali di passi da disporre in frammenti mobili (oggi diremmo: schede), rinvii da un testo all'altro, classificazione di un certo numero di frammenti riuniti in fascicoli sui temi generali. Le carte così disposte (27 serie) o non classificate (33 serie) rappresentano dei dossiers di lavoro. All'interno di essi, si trovano frammenti che sono abbozzi di argomentazioni, progetti di sviluppo, o a volte semplici riflessioni, pro-memoria. Ma non sappiamo nulla del piano definitivo né del genere letterario che Pascal avrebbe adottato.

«Ordine per dialogo», dice un frammento (B227 C353). L'autore delle Provinciali avrebbe forse adottato un genere misto, fatto di dialoghi, di discorsi, di argomentazioni serrate, di analisi psicologiche. Raccolta di lettere o libro diviso in parti e in capitoli, la dimostrazione di Pascal sarebbe stata composta, probabilmente di intuizioni e di visioni panoramiche convergenti. Argomentazioni di tipo concentrico o unificazione dei temi si ottengono meno mediante un esposto lineare e logico di argomenti che attraverso un ricollegamento a un unico centro: Gesù Cristo, punto di convergenza e del più alto significato.

Una cosa è certa, lo stato dei Pensieri ci proibisce di disporli in senso orizzontale, sotto forma di piano logico. Si può semplicemente intravedere, nei frammenti attuali, i movimenti di una mente al lavoro, ma sono movimenti già orientati, linee portanti, prima della costruzione definitiva. La critica esterna e la critica interna ci permettono, al massimo, di cogliere le grandi linee del pensiero di Pascal nel 1658.

L'argomentazione progredisce andando dalla disproporzione dell'uomo alla posizione espressa del problema religioso e, di là, dopo aver scartato i tentativi delle altre religioni, alla prova storica della religione cristiana. L'inizio (situazione dell'uomo) e la fine (religione di Gesù Cristo) sono stabilite con certezza. La parte intermedia resta una costruzione ipotetica.

All'inizio Pascal vuole turbare profondamente l'ateo o il libertino, descrivendogli la condizione dell'uomo come incomprensibile per la sua ragione e così miserabile che il suo cuore deve aspirare a portavi rimedio. Dimostrando che il cristianesimo decifra la condizione dell'uomo e vi porta rimedio, Pascal ispira rispetto per questa religione e fa desiderare che sia vera. Vengono in seguito le prove storiche.

Non bisogna dimenticare che solo la prima parte (quella che riguarda la grandezza e la miseria dell'uomo) ha potuto essere sviluppata. Da qui la parte sproporzionata che occupa e l'accento pessimista che impone all'opera, a detrimento della sua parte positiva, appena abbozzata, su Gesù Cristo e il cristianesimo. Se si dimentica questo fatto si falsa il giudizio su Pascal.

Le grandi linee del piano dell'Apologia sono abbastanza fisse. Perciò l'accordo di quasi tutti gli autori che hanno scritto sui Pensieri di Pascal è significativo. Quasi tutti, pur diversificandosi nella disposizione interna dei frammenti, riconoscono lo stesso movimento generale: 1. sproporzione e incomprensibilità dell'uomo senza Dio; 2. posizione del problema religioso e ricerca di una soluzione; 3. Gesù-Cristo e il cristianesimo, come ipotesi, poi come fatto storico che decifra e guarisce l'uomo.

Non si può precisare oltre. Nessuna indicazione permette di definire esattamente quale ordine avrebbe seguito Pascal nell'affresco della condizione umana, né come avrebbe strutturato la dimostrazione del fatto storico della rivelazione in Gesù Cristo. In mancanza di un piano dettagliato, possiamo intravedere una successione di temi orientati e orchestrati, come in una sinfonia. In termini simili J. Mesnard scrive: non l'ordine rigido e sistematico di un giardino alla Versailles, ma «un abile intreccio di temi, una composizione raffinata, musicale, un'argomentazione duttile, sfumata, benché sempre rigorosa».

5. Nuovo tipo di apologetica e dialettica nuova

L'apologetica di Pascal rappresenta qualcosa di inedito. La sua impresa non è subordinata né a una filosofia né a una scienza particolare. Essa è tuttavia di tipo filosofico: è esattamente una antropologia. In un universo in cui l'uomo è alla deriva, mistero ai suoi occhi, e mistero per gli altri, Pascal cerca di dimostrare come la religione cristiana dà un senso a un'esistenza apparentemente assurda: è un'antropologia di carattere teologico. La chiave del mistero dell'uomo è in Cristo, totalità del significato, che permette, non solo di decifrare la condizione umana, ma anche di recarvi un rimedio.

Oggi si direbbe volentieri dell'apologetica di Pascal che è un'ermeneutica, cioè una ricerca del senso, meno preoccupata di prove che di segni. Descrive l'esistenza umana che si sforza di interpretare come un testo. Al di là delle differenze, delle opposizioni, delle fratture, delle discontinuità, delle frantumazioni, Pascal cerca di «decifrare» la condizione umana. Perciò l'apologetica di Pascal non segue un ordine lineare: essa è piuttosto multidirezionale e multidimensionale. Essa è la ricerca e la scoperta di un significato a partire da osservazioni e figure che si possono distribuire e classificare in modo diverso.

La ricerca del significato passa attraverso l'analisi del paradosso della condizione umana e la scoperta di un vertice che le assume e le illumina.

Il paradosso, che è forma privilegiata della dialettica di Pascal, non è in lui una semplice tecnica di stile, un gioco di antitesi letterarie: propone i termini della realtà umana stessa. Il paradosso consiste nella coesistenza e anche nell'alleanza dei contrari: amplifica i contrari senza tuttavia risolverli. L'urto che caratterizza gli scritti pascaliani, mettendo in contrasto i termini di miseria-grandezza, finito-infinito, tempo-eternità, carne-spirito appartiene a Pascal, come appartiene al Vangelo e a San Paolo, e descrive il movimento stesso dell'esistenza umana: «Conosci, dunque, superbo, quel paradosso che sei tu stesso» (B434 C438).

L'intelligenza del paradosso non è da cercare in un equilibrio in cui i contrari, messi a confronto, finirebbero per annullarsi. Non è un equilibrio, né una simmetria, che si deve cercare, ma un senso che viene da un vertice più alto capace di illuminare e di ordinare vedute divergenti. Questo vertice che permette di decifrare l'enigma della condizione umana, il cristianesimo lo offre, specialmente tramite il dogma del peccato originale e quello della redenzione. Il dogma cristiano non abolisce tuttavia i termini del paradosso, li fa piuttosto apparire in una luce più folgorante. Cristo è un punto di rottura più che di equilibrio. Mistero lui stesso, illumina il mistero dell'uomo mediante un passaggio a un ordine superiore: quello della carità rivelata attraverso la croce. Solo Cristo decifra la condizione umana.

Note al testo

[1] N.d.C. Latourelle fa qui riferimento a Pascal, Pensieri, B 793 C 795: «La distanza infinita che intercede tra i corpi e gli spiriti adombra la distanza infinitamente più infinita tra gli spiriti e la carità, perché questa è soprannaturale.
Tutto lo splendore delle grandezze terrene non ha nessun lustro per coloro che sono impegnati nelle ricerche intellettuali. La grandezza degli uomini di pensiero è invisibile ai re, ai ricchi, ai condottieri di eserciti, a tutti i grandi della carne.
La grandezza della saggezza, che non è nulla se non viene da Dio, è invisibile alle persone carnali e agli uomini di pensiero. Sono tre ordini di genere diverso.
I grandi genî hanno il loro impero, il loro splendore, le loro vittorie, il loro lustro, e non hanno nessun bisogno delle grandezze carnali, che non li riguardano affatto. Son veduti non dagli occhi, ma dalle menti: e ciò basta loro.
I santi hanno il loro impero, il loro splendore, le loro vittorie, il loro lustro, e non hanno nessun bisogno delle grandezze carnali o intellettuali, che non aggiungono né tolgono loro nulla. Sono veduti da Dio e dagli angeli, non dai corpi né dalle menti curiose: a loro basta Dio.
Archimede, anche senza lustro mondano, sarebbe venerato egualmente. Non ha dato battaglie per gli occhi, ma ha donato a tutte le menti le sue invenzioni. Oh, come sfolgorò alle menti!
Gesù Cristo, senza ricchezze e senza nessuna manifestazione esteriore di scienza, sta nel proprio ordine di santità. Non fece invenzioni, non regnò; ma fu umile, paziente, santo, santo a Dio, terribile ai demoni, senza peccato. Oh! come venne in gran pompa e in prodigiosa magnificenza agli occhi del cuore, che vedono la saggezza!
Ad Archimede sarebbe stato inutile fare il principe nei suoi libri di geometria, sebbene fosse tale.
A Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe stato inutile, per splendere nel suo regno di santità, venire da re; ma egli venne con lo splendore del suo ordine.
È ridicolo scandalizzarsi della bassezza di Gesù Cristo, come se tale bassezza fosse del medesimo ordine della grandezza che venne a rivelare. Si consideri tale grandezza nella sua vita, nella sua passione, nella sua oscurità, nella sua morte, nell'elezione dei suoi, nel loro abbandono, nella sua segreta resurrezione e nel rimanente: la si vedrà così grande che non ci sarà più da scandalizzarsi per una bassezza che non c'è.
Ma certuni sanno ammirare soltanto le grandezze carnali, come se non ce ne fossero di spirituali; e altri ammirano solo quelle intellettuali, come se nell'ordine della saggezza non ce ne fossero di infinitamente più elevate.
Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi reami non valgono il minimo tra gli spiriti, perché questo conosce tutto ciò e se stesso; e i corpi, nulla.
Tutti i corpi insieme e tutti gli spiriti insieme e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità. Questo è di un ordine infinitamente più elevato.
Da tutti i corpi presi insieme non si potrebbe far scaturire un piccolo pensiero: è impossibile, e di un altro ordine. Da tutti i corpi e da tutti gli spiriti non si potrebbe trarre un sol moto di vera carità: ciò è impossibile, di un altro ordine, soprannaturale».