Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno, di Valerio Capasa

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /06 /2012 - 16:39 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito de Il sussidiario un articolo apparso il 25/6/2012. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (29/6/2012)

In questi giorni afosi, «nell’ora che tutti dormono, tra pranzo e merenda, quando il sole brucia», può capitare – come capitò a Cesare Pavese – che qualcuno rimanga sveglio, e veda spalancarsi davanti a sé il vuoto sterminato delle ore estive: «è nella noia che toccavo il fondo della giornata e dell’estate. Nulla accadeva, nemmeno una voce, nei cortili e sulle coste, e questo vuoto m’incantava come se il tempo si fermasse nell’aria. Venivo al punto che ogni cosa era possibile e vigeva; solamente, non capivo perché in tanto fervore ogni cosa tacesse» (Storia segreta).

È un istante vertiginoso: sembra che «qualcosa d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro» (La vigna), e invece, «tolto il fastidio e la vergogna, niente accade» (La casa in collina). Anzi, «ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze»; e poi «la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come le mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le gambe» (Le Muse).

Il fondo dell’estate si tocca nel fastidio e nella noia: che è propriamente – osservò Leopardi – «il desiderio puro della felicità» (Dialogo di Torquato Tasso). Ossia il momento in cui si cerca qualsiasi cosa pur di «ammazzare il tempo» (per dirla con Montale) oppure si fa spazio l’«attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono» (La vigna) e che riempia davvero il tempo, e travolga la noia.

Si può far tardi, l’estate: e «la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle». In quel momento «l’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla» (Paternità). Chi ha vissuto quest’esperienza notturna, conosce il silenzio delle cose, quelle stelle che si mostrano impassibili all’attesa di cui l’uomo si è ormai stancato. Tante volte, infatti, è un silenzio che finisce per spegnere l’attesa fin da quando «il mattino ferisce»: «Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara / che l’inutilità. Pende stanca nel cielo / una stella verdognola, sorpresa dall’alba». Quando è così, nel corso della giornata «la lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta più nulla». E un dubbio corrode l’esistenza: «Val la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci?» (Lo steddazzu).

Cosa ci si può aspettare da giornate che così spietatamente si allungano e rallentano? Magari qualche «incontro improvviso», che occupi, almeno per poco, il tempo. Anche se, ha ragione Pavese, «da chi non è pronto – non dico a sacrificarti il suo sangue, che è cosa fulminea e facile – ma a legarsi con te per tutta la vita (rinnovare cioè ad ogni giornata la dedizione) – non dovresti accettare neanche una sigaretta». Solo l’«attaccamento che costa sacrificio», infatti, è umano (Il mestiere di vivere, 11 giugno 1938).

Cosa permette di «ricominciare» davvero? Possiamo lanciarci in nuove avventure, viaggi, esperienze: ma, anche in questo caso, ci tocca ammettere che «c’è più abitudine nell’esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto “viaggiare ad ogni costo”), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza». Non a caso «il proprio dell’avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure. È buona quell’avventura cui ci si abbandona: il matrimonio, insomma, magari di quelli fatti in cielo. Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un’esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura». (Il mestiere di vivere, 23 novembre 1937).

Eppure il desiderio di «ricominciare» – di «cominciare, sempre, ad ogni istante» – permane sotto ogni strato di noia, dentro ognuna di quelle avventure in cui ci si può riservare un’uscita di servizio. Non è mai del tutto vero che un uomo «non aspetta più nulla». Paradossalmente, tutta la pesantezza della noia e della fatica non toglie il guizzare imprevedibile di un’attesa: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945).

Lo ha colto Pavese in un breve ma clamoroso racconto: «in verità, siamo tutti in attesa». Si intitola Piscina feriale, ma credo lo si possa immaginare senza equivocarlo anche fra le acque del mare: «La compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi». Si può stare insieme soltanto per distrarsi: «C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro l’attesa è finita». Ma basta rimanere per un attimo soli, e guardare il cielo, per accorgersi che «la nudità del cielo fa appello alla nostra. È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua. La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. A volte ce ne dimentichiamo, e diciamo a voce alta cose improvvise che subito suonano superflue, già sapute dagli altri». Ma per quanto possiamo essere distratti e perderci in chiacchiere da spiaggia, lo sappiamo bene, in fondo: qualcosa deve accadere.

«Che cosa deve dunque accadere? Se ne parla, di tanto in tanto, quando il gruppo si va ricomponendo. È una questione che ci appassiona; qualcuno non capisce subito quando il più vivace di noi la intavola, ma poi gli viene spiegata e anche lui s’incuriosisce». Cos’è questa cosa, tanto evidente in ogni piega delle nostre azioni che non c’è nemmeno bisogno di dirla? «Non era il pane né il piacere né la cara salute» (Gli dèi): infatti, con o senza queste cose, «siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda».

È possibile scendere a patti con questa inquietudine, accontentandosi di «accettare l’istante che viene e l’istante che va» (L’isola)? Immaginiamo un uomo in una sera d’estate: «Sull’asfalto del viale la luna fa un lago / silenzioso e l’amico ricorda altri tempi. / Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso / e non era più solo». C’è un tempo in cui «l’odore / della donna incontrata, della breve avventura / per le scale malcerte» può anche bastare; «poi, sotto la luna, / a gran passi intontiti tornava, contento». Ma perché queste cose bastino, occorre l’ingenuità di chi si fa bastare le briciole, e si rassegna a doversi intontire. Gli ultimi versi di questa poesia – Abitudini – segnano una consapevolezza decisamente più vera: «è invecchiato l’amico e non basta più a sé. / I passanti son sempre gli stessi; la pioggia / e anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto. / Faticare non vale la pena. E uscir fuori alla luna, / se nessuno l’aspetti, non vale la pena».

È qui, mi pare, il vero «fondo della giornata e dell’estate»: più che la noia di aspettare chissà cosa, la scoperta di essere aspettati da qualcuno. Ciascuno può verificare se il ricatto della «lentezza dell’ora», il dogma del tempo che si può perdere e la condanna alla distrazione (che alla lunga logorano l’attesa e insinuano il sospetto che non valga la pena ricominciare) vengono vinti dall’esperienza di qualcuno per cui vale la pena sia faticare che uscire: infatti «la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno» (La casa in collina). E allora può accadere di andarsene a dormire tranquilli, perché non si vede l’ora di ricominciare: «È notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani, sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose» (Il mestiere di vivere, 5 marzo 1947).

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