Scritti dal carcere di San Vittore, a Milano. Due articoli di Marina Corradi e Alessandro D’Avenia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /07 /2012 - 15:35 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire  del 28/6/2012 e da La stampa del 2/7/2012 due articoli scritti da Marina Corradi (vedi su questo stesso sito la pagina Articoli di Marina Corradi) e Alessandro D’Avenia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (2/7/2012)

1/ Così vicino così lontano, di Marina Corradi

«Ore 13, vado a farmi l’ora d’aria. In un cortile di 500 metri quadri i detenuti si dividono secondo la nazionalità. Dopo poco, tunisini e marocchini si fanno da una parte, gli albanesi dall’altra. Un minuto e scoppia l’inferno. Tutti scappano, non si sa dove. Il tunisino al centro del pestaggio cade. Escono punteruoli, cinghia con sassi, lui è una maschera di sangue. La folla dei detenuti ondeggia, cerca di sfuggire. Arrivano gli agenti, qualcosa si ferma. Finalmente ci portano fuori».

Dal carcere milanese di San Vittore Antonio Simone, l’imprenditore legato a Cl indagato nel caso Daccò-Maugeri e attualmente in detenzione preventiva, scrive; e il sito web del settimanale 'Tempi', di cui è un fondatore, da due mesi pubblica. Simone dice di un detenuto che si autoevira, della lotta quotidiana con bande di scarafaggi che scorrazzano a 15 centimetri dalla branda più bassa; di com’è, vivere in sei uomini in sette metri quadri – dandosi il cambio, chi sta sdraiato e chi sta in piedi. Annuncia che i suoi compagni chiedono di essere considerati non uomini, ma maiali: giacché, secondo la Ue, un maiale d’allevamento ha diritto a un box di ben 7 metri quadri – tutto per lui.

Che San Vittore, come del resto molte carceri italiane, sia un gran brutto posto, a Milano lo si sa bene. Un posto «disperato e disperante», lo ha definito pochi mesi fa il sindaco Giuliano Pisapia. Solo che in genere a finirci dentro sono extracomunitari o tossicomani, gente che raramente scrive, e che, qualora scrivesse, non trova molto spazio sui giornali. E dunque la corrispondenza di Simone, all’incrocio fra un carcere costruito a fine Ottocento e il web, somiglia ormai a un caso mediatico. In buon italiano un detenuto della Milano borghese racconta come si vive in quel palazzaccio a tre minuti dalla basilica di Sant’Ambrogio.

E su una platea abitualmente lontana dagli 'utenti' delle carceri queste lettere fanno l’effetto di manoscritti in bottiglia lanciati da un’isola d’esilio in un oceano lontano; senonché quell’isola è nel cuore di Milano. Allora, in qualcuno che legge sorge una domanda. Si sa, che molte carceri italiane sono indecenti; e però che appena dietro il portone di piazza Filangieri si apra un altro mondo, proprio dentro questa Milano che si vanta di essere europea, capitale morale, amante della legalità, questo impressiona.

Qualcuno arriva perfino a chiedersi perché, come è possibile; e per di più, in un carcere in cui la grande maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio, e alcuni, come Simone, in carcerazione preventiva. Sarebbe a dire, ci si dice, che anche io, o mio figlio, magari per un errore, potremmo finire lì dentro? E il palazzaccio che i milanesi costeggiano, con le sue mura alte, lungo viale Papiniano, diventa nella immaginazione come un buco nero, qualcosa di assurdamente incrostato nel tessuto di Milano.

Già, com’è possibile? Forse lo è perché in un certo sentire diffuso e forcaiolo chi va 'dentro' comunque se lo merita, e tanto peggio per lui. Forse, perché in termini di ritorno elettorale interessarsi di San Vittore non paga. A chiedere umanità e decenza nelle carceri ci sono soprattutto voci cattoliche, fra cui questo giornale, e, storicamente, i radicali.

Adesso a San Vittore in molti hanno iniziato uno sciopero della fame contro il sovraffollamento – ci sono 500 detenuti oltre il limite massimo. La notizia finirà in poche righe sui giornali. Continueremo, passando da lì, a guardare a quelle finestre con le sbarre come a un oscuro confine di Milano. Da questa parte si beve il cappuccino con i croissant in piazzale Baracca, e si comprano i costumi per il mare. Là, degli uomini si stringono in celle bollenti, e all’ora d’aria restano in un angolo, sperando di passarla liscia. Qualcuno magari pensa di ammazzarsi; come, a febbraio, un ragazzo di appena 21 anni.

Uomini e sottouomini. E Sant’Ambrogio appena laggiù in fondo; e il Palazzo di Giustizia a un quarto d’ora. Tutto così vicino – tutto così lontano.

2/ Da San Vittore si evade, ma con un libro, di Alessandro D’Avenia

Sono stato in prigione. In prigione ho conosciuto la libertà. Non è l’inizio di un racconto, ma solo un pezzo di bruciante verità. Sono stato invitato a incontrare i giovani detenuti del carcere di San Vittore di Milano, quelli confinati nel Primo Raggio (Reparto penale giovani-adulti). Le volontarie (Ilaria, che mi aveva cercato e inseguito per un po’, e Daniela, del Gruppo Carcere Cuminetti), in collaborazione con le educatrici dei ragazzi, avevano organizzato un ciclo di incontri con scrittori.

Quando mi sono presentato davanti al carcere avevo paura. Cosa avrei mai potuto dire a un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 25, condannati per reati di ogni tipo? Che cosa avevamo in comune loro ed io? E poi magari erano anche pericolosi... Ad aumentare la mia paura e il mio senso di inadeguatezza porte automatiche e ferrate si sono aperte troppo lentamente davanti a me. Dopo, i controlli: non puoi portare nulla dentro, neanche il cellulare. Avevo in tasca un’aspirina dimenticata nel blister e mi hanno fatto lasciare anche quella. Solo libri.

Potevo portare solo me e la mia anima là dentro. E magari qualche libro che volevo regalare ai ragazzi (sempre d’anima si tratta).

Superata l’occhiuta sequela di controlli e permessi, mi sono ritrovato al centro del carcere, nell’atrio dal quale si dipartivano tutti i raggi, una specie di ruota del destino, con opzioni tutte cieche. Era una stanza circolare dalla volta a cupola alta e screpolata, per metà di un colore che un tempo doveva essere più luminoso e marezzata di umidità. Al centro un altare con un crocifisso, per la celebrazione della Messa domenicale. Su un lato, in una nicchia, la statua di una Madonna o di un Cristo, non ricordo, dalla superficie screpolata tanto da sembrar lebbrosa. La luce attutita entrava nei corridoi di sbieco, quasi a forza, attraverso alti portoni di sbarre che immettevano in ogni raggio. Tutti erano rintanati nelle loro celle. Pochi metri quadrati per sei o otto persone. Solo i detenuti tossicodipendenti possono stare in corridoio oltre l’ora d’aria. Per il resto solo quelle quattro mura troppo strette anche per un riparo di animali in campagna.

In quel momento ho capito. Non sappiamo di avere qualcosa finché non la perdiamo o finché non vediamo qualcuno che l’ha persa. Mi era già capitato leggendo libri e facendo assistenza agli handicappati o i senzatetto: avevo imparato che non posso dare per scontato di avere una mente che funziona, un corpo che si muove, mani che scrivono... avevo imparato che non posso dare per scontato di avere una casa e una cena tutte le sere. Ma una cosa non avevo mai saputo di averla - non l’ho mai persa o non ho mai visto nessuno che l’aveva persa a quel modo - perché è talmente incollata a me con la vedo mai, neanche allo specchio. La libertà.

In carcere ho saputo di essere libero. Ho saputo che io posso scegliere se alzarmi o no la mattina, posso scegliere se uscire o no, e dove andare. Dove andare. Ho sentito la collocazione esatta della libertà nel mio corpo. Si trova all’altezza del diaframma e si alza e abbassa, assecondando o determinando il movimento respiratorio, come sa chi deve fare una scelta da cui dipende la propria felicità e trattiene il respiro o lo sputa fuori.

Poi però la paura mi ha abbandonato. Di che cosa potevo mai avere paura? Io avevo tutto, anche se avevo dovuto lasciare tutto nell’armadietto di ferro. Io mi portavo tutto con me, dentro di me. Quel tutto era la mia libertà.

Così sono entrato nel Primo Raggio e mi hanno accompagnato nella «nuova» stanza-biblioteca con i libri accatastati e in via di catalogazione. Una stanza di pochi metri quadri con scaffali in ferro e una ventina di ragazzi seduti o in piedi ad aspettarmi. Abbiamo parlato di loro e di me, delle loro vite e della mia. Forse loro avevano più paura di me, temevano che io li giudicassi. Ma mentre parlavo e li fissavo negli occhi qualcosa lentamente si è sciolto: il nodo della paura o del giudizio. Non avevo niente di più di loro, non ero migliore di loro, i corpi che avevo di fronte potevano essere il mio, magari con qualche tatuaggio in meno. Mentre parlavo, Omar, occhi azzurri e da bambino, si è commosso. Qualcosa dentro di lui si liberava, così come stava accadendo a me. Non era la superficiale emozione del momento, né una troppo rapida e ingiustificata reazione pietistica. Era l’incontro di due storie al crocevia delle loro scelte e del caso.

Omar alla fine dell’incontro ha chiesto alla sua educatrice di incontrarmi a tu per tu per raccontarmi la sua storia. Non l’ha mai fatto prima, se non per confessare davanti ai giudici. Così qualche giorno dopo sono tornato in carcere per parlare solo con lui. Mi ha raccontato la sua terribile e tortuosa vicenda. Quello stesso giorno hanno inaugurato la biblioteca del Primo Raggio, che Omar, insieme a Vito (detenuto nello stesso raggio anche se più anziano, e con il volto di un padre che aiuta suo figlio a crescere), hanno costituito catalogando più di 3000 volumi, frutto di raccolte e donazioni. Omar mi ha raccontato che dopo un anno di carcere era disperato. La noia, la rabbia, l’odio lo divoravano. Così ha afferrato un libro, anzi un altro detenuto gliel’ha prestato. Da lì è cominciato tutto: «Leggendo quelle pagine dimenticavo di avere intorno altre sette persone e magari la televisione accesa in pochi metri quadrati. Leggendo quel libro a poco a poco mi impadronivo nuovamente dei miei pensieri e ritornavo in me. Che vita è questa?». I libri ti ricordano cosa ti manca o hai perso.

Da quel momento Omar non ha più smesso di leggere e ha coinvolto altri nella sua folle avventura di aprire la biblioteca del Primo Raggio, inaugurata con un discorso pronunciato da Cristian, un altro dei ragazzi detenuti e amico di Omar. Erano presenti tutti i detenuti del raggio, di nazionalità diverse, ma tutti eleganti per l’occasione. A seguire c’è stato il buffet, interamente preparato da quelli di loro che in cella sono diventati anche ottimi cuochi.

Omar mi ha scritto una lettera a mano ed è iniziata una corrispondenza. Mi ha raccontato che i suoi libri preferiti sono quelli della saga di re Artù. Odia Lancillotto per la sua mancanza di lealtà. Ama Re Artù perché è un re rispettato da tutti, e non perché temuto, ma perché amato dal popolo che lui ama. Omar ha sempre cercato il rispetto nella violenza, nei soldi e nel potere, ma poi ha perso tutti gli amici che stavano con lui per pura convenienza e ha capito che il rispetto è un’altra cosa, passa più che dal dominare e controllare, dall’amare e dal darsi. E così hanno sempre fatto sua nonna che lo ha cresciuto e sua sorella con lui: le uniche che sono andate a trovarlo in prigione. E infatti Omar ama anche il personaggio di Galaad, colui che va alla ricerca del santo Graal, perché è coraggioso, puro e innocente. Omar lo ama perché vorrebbe essere come lui. E non dimenticherò mai quando mi ha detto, con gli occhi di un bambino sincero, scoperto con il dito nel barattolo di marmellata: «Io lo so di non essere cattivo».

Lo dimostrano quei tremila libri con la loro fascetta e il catalogo ben ordinato per autore e genere, con in copertina l’immagine realizzata da uno dei detenuti: due mani le cui manette si spezzano grazie ad un libro e sotto la scritta «Vuoi evadere? Leggi un libro...».