«L’Innominato, che ne aveva massacrate a grappoli di Lucie, in quel suo tormento, in quel suo barlume di disponibilità, quella notte al Castello si scontra con Lucia, e proprio la preghiera di quella sciacquetta lì lo cambia». Maurice Bignami racconta la sua conversione

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /09 /2012 - 14:24 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito, per gentile concessione, una testimonianza tenuta a Cascia, il 24 luglio 2010, da Maurice Bignami. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Maurice Bignami vedi su questo stesso sito anche:

Il Centro culturale Gli scritti (4/9/2012)

Ho chiesto a Mimmino di essere in prima fila, perché Mimmino è il primo anello di una lunga catena che mi ha condotto sin qua. “Era una notte buia e tempestosa”: potrebbero iniziare in questo modo tragicomico molte nostre storie, giacché tutte le nostre storie, da quelle apparentemente più banali a quelle più al limite, sono storie tragiche e nello stesso tempo cariche di grande “comicità”.

Ma se parlassi della mia vita collocandola in questo modo, direi in realtà una grande cavolata. La mia vita fino ad un certo punto, infatti, è stata, e questo va detto in modo chiaro ed esplicito, una fantastica cavalcata, una esaltante partecipazione a un movimento di straordinaria fascinazione. In fondo, io sono un eretico portato a schiaffoni fino alla ortodossia. La nostra è stata l’ultima grande eresia che ha attraversato i nostri tempi e i nostri territori: mi riferisco all’eresia marxista e all’eresia comunista.

Io sono figlio di un uomo a sua volta figlio di un altro uomo che, ciascuno per la sua parte, hanno giocato tutta la loro vita, hanno speso tutta la loro vita nell’ideale della Rivoluzione. Mio nonno nell’ideale della rivoluzione anarchica, mio padre in quello della rivoluzione comunista. Sono stato concepito a Praga e partorito a Parigi, voluto da un padre che è stato il primo comunista italiano esule in Cecoslovacchia nel 1946, poi rifugiato a Parigi, perché, come in tutte le storie eretiche, ci si odia di più tra persone vicine.

Ho iniziato la mia testimonianza in questo modo in quanto, soprattutto negli ultimi tempi, mi sono domandato ogni giorno per quale ragione, a vent’anni, provassi quell’entusiasmo straordinario, quella disponibilità a giocare tutto me stesso, a rischiare tutta la mia vita, la mia, quella degli amici, tutti i miei affetti, in maniera assolutamente libera, senza pretendere nulla in cambio, per quale motivo provassi quell’entusiasmo, perché mi svegliassi alla mattina con quella forza, con quell’ardore, con quella straordinaria generosità totalmente gratuita e perché poi, oggi, io non provo quasi mai quell’identico entusiasmo.

Come?, proprio adesso che dovrei essere diventato “più buono”… Prima, ero un animale selvatico e invece provavo una straordinaria capacità di donarmi totalmente, di provare un piacere, una soddisfazione nel sapere di “spendere bene” la mia vita, di essere “nel giusto”. E ora, invece, che sono stato addomesticato… È vero, e per questo ho accennato alle eresie, che esse sono vere quasi sempre al 95%; in caso contrario, uno non ci giocherebbe sopra la propria pelle. Certo, il piccolo difetto è che il 5% vero non è!

E dopo un po’ che stai in quelle vicende, quando la storia si fa dura, ti senti come “un pezzo di burro spalmato su troppo pane”, pian piano perdi ogni dimensione, ogni spessore, e questo principio di grande entusiasmo e ardore è come svanito; te lo ricordi, cerchi di ripetere in te la cosa, ma invano, e allora ti trovi in un buco nero e cominci a perdere tutto te stesso, cominci a giocare tutto te stesso in un rischio continuo. Sono partito da qui, perché questo è il nodo su cui oggi mi trovo continuamente a dover dare delle risposte, ed è oggi il punto che mi inchioda quando leggo gli Esercizi della Fraternità.

Torniamo, però, un attimo indietro e vediamo gli incontri che mi hanno pian piano portato fino ad incrociare Mimmino. Premetto che Mimmino l’ho conosciuto insieme a Teresa in un “incontro al buio”. Una lettera su internet, un incontro di sera e una cena a lume di candela. Non c’era solo Mimmino, c’erano Elena, Roberto, Maria, Luciano e Lucia.

Lì, è stato un incontro folgorante. Era veramente straordinario, eravamo d’accordo su tutto! Politica, ma anche il cibo e il vino. Me li guardavo e mi dicevo: è proprio così, è proprio come l’ho sempre sentita! Parlavamo di tutto… Io parlavo di tutto, a dire il vero, loro parlavano specialmente di Gesù, ch’era parlare di tutto, ma in un altro modo. Ce lo dicemmo, poi, tornando a casa, Teresa ed io: è veramente straordinario trovare gente di cui puoi dire: è proprio così che bisogna essere! Era veramente l’inizio, ma prima ci sono stati altri incontri.

Nel 1981 finisco in carcere, sotterrato immediatamente da centinaia di anni di galera, in quanto responsabile politico-militare di una organizzazione che aveva praticato per anni la lotta armata in questo Paese. Per chi ha la mia età, o qualche anno in meno, sarà abbastanza facile ricordare il clima degli anni ’60, ‘70, il post ‘68, il ‘77. Finisco in carcere e per me è una straordinaria liberazione. Finisco in carcere che sono piatto come un foglio di carta e lì succedono una serie di incontri, di primi strani incontri.

Il primo incontro, che ricordo con grande commozione, è con il cappellano delle Nuove di Torino [il vecchio carcere giudiziario]. Premetto che non avevo mai incontrato un prete, non avevo mai parlato con un prete in vita mia. Sono nato in Francia, dove i preti sono semi clandestini. La mia, poi, era una famiglia di tradizione anticlericale, anche se io non ho mai avuto personalmente un atteggiamento di quel tipo: per me, allora, semplicemente non era un problema.

Finisco in carcere con un senso di straordinaria liberazione; veramente, tornavo a respirare, ricominciavo a vivere. Se potessi dimenticare una serie di anni, dimenticherei quelli di prima; quelli del carcere, ne ho fatti 20, non me li voglio dimenticare, non ne voglio dimenticare neppure uno, perché sono stati anni di straordinaria opportunità e di crescita, sono stati il luogo dove ho cominciato ad incontrare l’Altro, ho cominciato ad incontrare Cristo.

C’è qui mia moglie, qui, vicino a me, ed è qua innanzitutto perché, se deve essere una testimonianza vera, non può essere la testimonianza di un individuo, ma di una persona con le sue relazioni (in realtà dovremmo essere qui tutti a parlare, perché non è la “mia” storia, ma una storia di persone che si incontrano); ma è qui anche perché Teresa ha percorso i miei stessi sentieri di gioia e di sofferenza.

Teresa era anche il primo motivo per il quale ero felice di essere stato arrestato, felice di non dovermi più muovere su quel terreno che ormai mi sembrava totalmente alieno e che mi stava veramente massacrando l’anima, che mi toglieva ogni voglia di vivere. Lei è stata il primo mondo a cui mi sono rivolto, la prima immagine verso la quale mi sono girato per ritrovare speranza.

In quel momento, in cui c’era in me questa apertura, alla porta della cella di isolamento nella quale stavo, bussa un sacerdote, Padre Ruggero Cipolla. Sacerdote che, relativamente pochi anni prima, fino a quando la Costituzione ha vietato la pena capitale in Italia, aveva accompagnato al patibolo gli ultimi condannati a morte. Sacerdote che aveva conosciuto il padre di Teresa, medico e partigiano a Torino, anch’egli detenuto dopo l’8 settembre del ’43 alle Nuove… Le nostre famiglie, più la mia che la sua, hanno sempre avuto una lunga frequentazione di carceri e prigionie.
Padre Cipolla bussa e io dico: “Entri, Padre”.
Non era una cosa normale.

Era il 1981 e stiamo parlando di un Carcere speciale, stiamo parlando di un anno veramente buio, atroce; avrei potuto mandarlo via, mandarlo a quel paese come era abituale fare con i preti che bussavano alla porta.

Forse l’isolamento mi faceva bene, per lo meno non mi incattiviva, e il pensiero di poter vedere di lì a poco Teresa, in occasione di un processo, mi girava verso il bene, il bello, piuttosto che verso il male, verso il brutto, e quindi lo faccio entrare.
Entra, mi dà un paio di sigarette, è gentile, semplicemente è gentile.
Mi chiede: “Vuole leggere qualcosa?”. Quando sei in isolamento, sei disposto a leggere anche un trattato di idraulica!
Io dico: “Certo”.

Quello che è successo, poi, è la prova e controprova che quando il Signore ti deve dire una cosa non te la dice in modo misterioso, nel senso di strano, te la dice così come è. Tu, se non la capisci è perché hai già deciso, prima ancora che te la dica, di non volerla capire.

Mi dà esattamente il “manuale” che allora mi serviva: mi dà I Promessi Sposi, un libro ben scritto, dove c’era, in qualche modo, lo specchio in cui io potevo vedere quale era la mia vita e come uscirne, il modo di rinascere. Io che ero in un buco immondo, in quel momento; io che ero mostruosamente vecchio.

Così, incomincio a leggere e leggo la storia di Renzo, i soprusi, le insorgenze, i tumulti per il pane, la storia della peste, leggo le vicende dell’Innominato. E c’è tutto, c’è già tutto. Semplicemente, questa lettura mi porta a intuire quale era l’origine di questa mia attitudine diversa rispetto al reale. È un libro, tra parentesi, che da allora non ho mai smesso di leggere e rileggere. Almeno ogni quattro o cinque anni.

Padre Cipolla non mi ha “insegnato” nulla, non mi ha dato un modello scritto, un’altra ideologia, un altro “bugiardino” che leggi e applichi. Era semplicemente la bontà, la semplicità di quest’uomo, il fatto che venisse da me, che mi chiedesse se poteva entrare, che mi donasse quel libro: ciò mi ha posto in una attitudine, in un atteggiamento mentale, esistenziale e di cuore adatto a vedere le cose che via via succedevano…

E in carcere succedevano cose che veramente gli esseri umani non dovrebbero mai vedere, neanche oltre la Cintura di Orione. Stiamo parlando di cose che succedevano nei carceri in quegli anni, per cui si poteva morire per due noccioline. Quando sento parlare di Abu Ghraib e di Guantanamo, purtroppo, mi viene da sorridere, perché Abu Ghraib e Guantanamo insieme non fanno le Vallette di quegli anni [il nuovo carcere speciale di Torino, inaugurato nel 1982], non fanno i Carceri speciali di quegli anni, né per la cattiveria degli uni, né per la cattiveria degli altri.

Dopo anni, finalmente, c’era una mia almeno iniziale disponibilità a non vedere le cose con preconcetti; una disponibilità del tutto iniziale, perché, come ho detto, ci sono voluti anni, anni e anni di schiaffoni sulla nuca per portarmi fino all’età del giudizio, o quasi. Anni di schiaffoni perché mi pentissi veramente di cuore e poi anni di schiaffoni perché la smettessi di lamentarmi e ringraziassi Dio per la Sua misericordia.

Nei mesi successivi, incomincio a leggere la Bibbia e non c’è condizione migliore dell’isolamento carcerario per potersi avvicinare a certe cose. Divento cristiano… e ovviamente scelgo il Protestantesimo: “Mi hai educato, però io, in qualche modo, cerco di svicolarmi.

Così, incomincia tutto un mio modo, tutto sentimentale e intellettuale, nel segreto della mia celletta, di giocare ad essere un cristiano rinato. Mi iscrivo al corso di teologia alla facoltà valdese di Roma, divento culo e camicia con Calvino, leggo tutta la Bibbia, preparo i miei bravi esamini di esegesi del Vecchio e del Nuovo Testamento… C’è, però, qualcosa che non mi convince, questa faccenda della Predestinazione, per esempio. Ci sono figure al margine che iniziano ad incantarmi, la Madonna innanzitutto. Ma è troppo figa questa mia libertà, mi dà così grande soddisfazione!

Poi, vengo trasferito a Roma e sono gli anni del Movimento per la dissociazione politica dal terrorismo, anni di grande battaglia politica, in cui smontiamo il meccanismo della lotta armata, in cui rompiamo con il comunismo, con il terrorismo, anni in cui poniamo le basi della trattativa per la liberazione dei detenuti politici italiani e per l’umanizzazione del sistema carcerario attraverso il pacchetto Gozzini-Casini [Mario Gozzini, primo firmatario al Senato, Carlo Casini, primo firmatario alla Camera], che costituirà il presupposto legislativo delle misure alternative al carcere.

Sono anni belli, da questo punto di vista, e qui c’è stato l’incontro con un altro sacerdote.
Però, prima vorrei accennare ad un altro fatto, che è stato il nostro matrimonio.
Noi, Teresa ed io, ci siamo sposati nel 1982 nel carcere delle Vallette a Torino.
Lì, ho potuto iniziare a capire un paio di cose.

Ci sposammo in Chiesa (in realtà era una cella disadorna, con un tavolo e un piccolo crocifisso appoggiato sopra). Ci sposò Padre Cipolla con rito d’urgenza, come Romeo e Giulietta, come Zorro, perché io non avevo fatto la Prima Comunione, né tanto meno la Cresima. Teresa, invece sì: da brava ragazza, aveva frequentato le scuole dalle Domenicane.

Ma ero stato battezzato e lì, in qualche modo, ho avuto la prova, lo avrei capito solo anni dopo, di come fatti che potrebbero essere visti come scarsamente efficaci sul piano della realtà, invece lo cambino. Di come il Sacramento agisca tuo malgrado.

Mia madre e mia nonna mi avevano battezzato di nascosto da mio padre. Non lo avevo mai saputo, me lo dissero anni dopo, quando ero già grande: “Guarda che sei stato battezzato, ma non dirlo mai a tuo padre.  Mi sembrava, quando me lo dissero, una cosa così, senza nessuna importanza, senza nessuna influenza. Mentre questo fatto, invece, mi consentiva ora di sposarmi, e Padre Cipolla si dichiarò immediatamente disponibile a celebrare.

Il matrimonio, poi, fu veramente un fatto straordinario, perché un attimo prima le Vallette era un carcere terribile, in cui eravamo pochissimi detenuti in mano a centinaia di guardie assatanate (sfido chiunque ad immaginare un matrimonio più esclusivo del nostro!) e un attimo dopo… Teresa ed io abbiamo vissuto la straordinaria avventura di vedere come questo matrimonio cambiasse radicalmente la situazione, come un film in bianco e nero che diventa all’improvviso a colori. L’attimo prima era un carcere terribile, con guardie che ti ululavano addosso e tu stavi su un sottile crinale, perché da un momento all’altro ti potevano massacrare a gratis (come hanno fatto ad alcuni di noi, non a me, come hanno fatto anche a Teresa) e un attimo dopo la situazione era totalmente cambiata. Ho visto i visi delle guardie cambiare. Li guardavo, prima, e mi ricordavano, concedetemi l’esempio, gli aguzzini della Crocifissione del Caravaggio. Questi visi orribili, sghembi. Magari, erano uomini bellissimi in origine, ma li vedi così per le cose che fanno, diventano così per le cose che fanno. Dopo, avevano semplici facce da ragazzi smarriti.

Il fatto di celebrare questo matrimonio, questo Sacramento, voluto intensamente da noi oltre ogni possibilità (perché non fu facile ottenere tutti i permessi, dovette combattere anche il povero Padre Cipolla), fece sì che, mentre si celebrava, l’atmosfera cambiasse totalmente, cambiasse il nostro atteggiamento e quello delle guardie. Come potevi non vedere, non capire che era dovuto a questo?! C’era questo avvenimento di mezzo che si frapponeva all’esercizio libero della cattiveria.

Sono, queste, tutte cose che allora mi costringono a riflettere, che mi cambiano, che approfondiscono un atteggiamento diverso rispetto alla realtà… e però scelgo il calvinismo, scelgo ciò che mi lascia più “libero”. Arrivo a Roma nel 1985, assieme ad alcuni compagni, e incontro un altro sacerdote, Marione, Padre Mario Berni, che era cappellano al Penale di Rebibbia, e lì succede un’altra faccenda strana.

Quando arriviamo noi prigionieri politici, Padre Mario equivoca e crede di avere a che fare con detenuti qualsiasi, non rendendosi conto che ha a che fare, invece, con gente sgamata, scaltra, che ha fatto battaglie politiche da sempre (io sono entrato nella Federazione giovanile comunista a 13 anni e poi ne sono uscito a 14, ho fatto Potere Operaio, come Padre Aldo, Autonomia Operaia con Toni Negri, Prima Linea). Io, me li mangiavo a colazione quelli come Padre Mario! Arriva, e fa una battuta, non mi ricordo quale, che era un po’ fuori tono, e io lo rimetto subito al suo posto. Due parole e lo inchiodo alla sedia.

Però, questa cosa, il volto di questo uomo, di questo uomo anziano così mortificato dalla mia reazione (reazione legittima, perché lui aveva detto una cazzata, aveva torto lui), vedere la mortificazione di quell’uomo… Ho fatto fatica ad addormentarmi la sera, mi sono svegliato la mattina e avevo sempre il volto di Padre Mario davanti.

Uno dice: ma è possibile che leggi la sofferenza dell’altro nel volto di Padre Mario perché gli hai fatto una battutaccia, con tutto il male e le sofferenze che hai provocato? Possibile che proprio quella cosa lì ti turbi?

Questa volta, però, avevo la “chiave”: Padre Cipolla mi aveva dato I Promessi Sposi, li avevo letti e riletti negli anni, e lì, l’Innominato, che ne aveva massacrate a grappoli di Lucie, in quel suo tormento, in quel suo barlume di disponibilità, quella notte al Castello si scontra con Lucia, e proprio la preghiera di quella sciacquetta lì lo cambia. Allora, vado da Padre Mario, mi scuso, e anche lui si scusa, ci abbracciamo, e così c’è un incontro e comincia un rapporto.

E da lì, una sequela di religiosi: Padre Mario, Padre Adolfo Bachelet [gesuita, fratello di Vittorio, magistrato ucciso dalle Brigate rosse], Suor Teresilla Barillà [suora volontaria in carcere, morta poi in un incidente durante un pellegrinaggio notturno al Santuario del Divino Amore]… non ne conoscevo uno e da quel momento non faccio che frequentare preti e suore!.

E tutti loro mi portano per mano fino alla Prima Comunione. Alla bella età di trentasei anni! Dopo di che, don Luigi Di Liegro, l’allora Direttore della Caritas diocesana di Roma, mi dà una opportunità di lavoro, esco e lì comincia un’altra fase della mia vita: esco di giorno a lavorare e rientro di notte a scontare la pena. Questo fino al 2001.

Attenzione, perché è qui che comincia la cosa più difficile, più pericolosa, perché è chiaro che è facile uscire dalle situazioni limite, se hai un minimo di disponibilità è facile capire che a buttarsi giù da un burrone senza neanche un elastico attaccato alla caviglia si muore; più difficile, mille volte più difficile è evitare di scivolare per distrazione scendendo le scale di casa.

Comincia così un periodo in cui sto per perdermi. Sto veramente arrivando al limite. È come la parabola di quel tizio da cui Gesù fa uscire un demone e quello, pulito come una dimora ridipinta, per distrazione, per ignavia, attira le mire di altri e più crudeli diavoli.

Incomincio cose belle, lavoro alla Caritas, aiuto i poveri, la domenica vado a messa… Una cosa carina. Pluralista, frequento anche degli amici che sono monaci zen, mi do un po’ alla meditazione, insegno arti marziali, divento insegnante di yoga… insomma, cerco sempre di avere una discreta autonomia da Lui.

E questa autonomia fa sì che, di distrazione in distrazione, di piccoli tradimenti in piccoli tradimenti, di rinuncia anche al rischio (io che ero stato disposto a tutto, adesso con Cristo no; era banale, era routine, ogni tanto un colpetto al cuore, un sentore, un atto di devozione…), sono arrivato fin quasi a perdermi del tutto. A consumarmi fino a ridurmi al nulla.

Avevo iniziato la vita come una bestia selvatica ed ero diventato un animale da cortile, un maiale tra gli altri. Ed è lì, allora, che c’è stato l’incontro decisivo, quello che mi ha salvato la vita, l’incontro con Mimmino e attraverso Mimmino l’incontro con tutti voi.

Era il trentennale del ’77 e ogni ’77 sono intervistato da Avvenire o da altri giornali, essendo uno di quelli che hanno fatto le giornate di marzo a Bologna [nel marzo 1977, il quartiere universitario di Bologna fu occupato militarmente per tre giorni dai manifestanti, che espulsero le forze dell’ordine]. Quella volta, però, incentrammo l’intervista su Comunione e Liberazione. Perché i fatti di marzo iniziarono, se vi ricordate, con l’assalto ad una assemblea di CL.

Non avevo mai avuto problemi con quelli di CL. Era come per i preti, banale indifferenza; anche se tutti quei ragazzi mi sembravano carini, pieni di buone intenzioni. Ingenui, insomma. Sacrificabili. Però, leggevo nel volto di tutti i miei compagni l’assoluta insopportabilità di quella presenza. Eravate assolutamente insopportabili, sapete! La vostra presenza era una continua provocazione. Non per le cose che dicevate, per le cose che facevate, assolutamente non per quello (perché, su quello, avremmo potuto anche discutere) e neanche perché nella sinistra chi non sta a sinistra è di fatto di destra, è un nemico.

La vostra era una presenza insopportabile, una presenza che doveva essere violentemente negata, perché metteva a nudo la nostra pochezza, la nostra reale inconsistenza. Perché poneva una Presenza che andava ben oltre la nostra. Vi dico che era veramente così! Va anche detto che era più facile prendersela con voi che con altri, va da sé, ma questo non chiarisce, non dà conto della cattiveria che ci montava dentro quando pensavi ad uno di CL.

E io, ad Avvenire, raccontai queste cose facendo un’analogia, se ricordo bene, e dicendo che anche adesso succedono la stesse cose. Succedono per quelli di CL, succedono per la Chiesa in generale. Chi parla di Cristo provoca una reazione di questo tipo.

Mimmino lesse l’articolo, mi scrisse un messaggio ed io risposi, come si fa tra persone ben educate, facendo anche i complimenti, dicendo “Siete gente veramente cazzuta”, come è gente cazzuta chi oggi porta avanti certe battaglie. Perché il coraggio non è nel fare quello che ho fatto io: io ho scelto la via più facile, come nella battaglia con mio padre quando scelsi di essere più estremista di lui. Se fossi diventato cristiano allora, sì che mi sarei mostrato coraggioso! E lui mi rispose dicendo: “No, lei si sbaglia, non siamo noi, ma è il fatto che nella nostra compagnia viviamo Cristo”.

Poi, quando ci siamo conosciuti, a quell’incontro al buio, lui e tutti gli altri mi spiegarono meglio le cose e dissero: No, guarda che siamo proprio una manica di cazzoni, se fosse per noi... Ma nella nostra compagnia siamo tutti ricondotti, a dispetto della nostra stupidaggine, uno attraverso l’altro al bene”.

Ed è così che attraverso loro ho cominciato a conoscere tutti voi ed è stata un’accoglienza assoluta, è stato un moltiplicarsi per mille di Padri Cipolla, di Padri Mario, una presenza continua, una presenza h24. E lì ho dovuto cambiare la mia vita, rischiare, almeno, di cambiare la mia vita, confidando solo nella bontà di Cristo, nell’aiuto della Madonna, nell’aiuto loro. E questo mi ha salvato la vita.

E non è che oggi sia tutto regalato, perché come dice un mio amico “Si può essere ex terroristi, ma non ex assassini” e perciò alcune cose me le porto dietro, e poi rischi di dimenticanze, di non stare proprio “sul pezzo” ce ne sono a bizzeffe.

La cosa bella, però, è che in questi ultimi mesi ho avuto modo, in qualche maniera, di cominciare a risolvere quel mistero che non riuscivo a capire e da cui ho incominciato: perché, quando facevo cose radicalmente sbagliate, cose che erano veramente l’inferno, il male sulla terra, provavo un senso esaltante, sempre con un leggero retrogusto amaro, però sul momento esaltante, e mi dicevo: Ma se ti esaltava la Rivoluzione, possibile che non ti esalti Cristo, Cristo!, il Logos incarnato!, che è qui presente, che è qui con noi, che ti dà il centuplo quaggiù? Possibile che questo non ti esalti più che fare una battaglia, che fare una guerra?!. Eppure, per anni, per anni: cristiano, cattolico, “bravo bambino”… Come avrei voluto vivere al tempo delle Crociate!

E qui, c’è stato un incontro tra gli incontri, l’estate scorsa, che è stato determinante: l’incontro con Emilio.

Una sera, a Roviano, c’era la festa di San Giovanni ed Emilio arriva e mi dice “Dobbiamo fare qualcosa insieme sul problema delle carceri, dobbiamo farlo davvero. Non si può andare avanti così! È disumano!. Che dici? Ci vediamo? Ne discutiamo?.

Poi, mi bombardò un giorno dopo l’altro con la novena di San Giuda, il santo delle cause impossibili, il cugino di Gesù, un altro che si era, da giovane, col fratello, buttato a capo fitto nelle scorciatoie della guerra. E da lì, abbiamo cominciato a pensare di fare delle cose insieme e questo rapporto con Emilio, pian piano, ha fatto rinascere in me il senso di una vita totale, ma fondata sulla Verità, questa volta; il senso che si può fare, che ci si può alzare la mattina dicendo, pieni di meraviglia e di aspettativa: “Vediamo cosa succede oggi!”.

E allora, qualunque cosa accade è un segno. Ogni cosa che accade la guardi come fosse la prima volta, con disponibilità, con attenzione, con la mente del principiante come dicono i buddisti; poi, magari, dici di no, fai la cosa sbagliata, ma poi ci riprovi. È iniziata in tal modo un’ulteriore trasformazione, un altro passo avanti.

Ho capito che non c’è il mio lavoro, e poi il rapporto con CL, e poi magari la caritativa… non è così (una volta si diceva “il privato è politico”, ma non è nemmeno questo quel che voglio dire). È che tu sei pienamente quella Presenza, quella Presenza ti vive dentro, sei fatto di quella Presenza, e allora lavori, mangi, fai la doccia, fai volontariato come se fosse lavoro, con la stessa tenacia, e lavori come fai volontariato, con la stessa tenerezza.

Ed è così che nasce la possibilità di fare grandi imprese, con un entusiasmo che non è marchiato dal segno negativo, ma da una cosa buona. Chiudo dicendo che vi devo la vita, che la devo veramente a ciascuno di voi, a ciascuno di voi con nome e cognome. Ognuno di voi è stato l’occasione per divenire ciò che spero di essere, almeno un po’, oggi.

Grazie.