1/ La conversione di Oscar Wilde. Intervista allo scrittore e saggista Paolo Gulisano, di Antonio Gaspari 2/ Wilde, l’"anticlericale" che dedicava poesie al Papa, di Antonello Cannarozzo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 17 /09 /2012 - 11:00 am | Permalink
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Riprendiamo dall'Agenzia di stampa Zenit del 30/6/2012 un’intervista di Antonio Gaspari e dal sito Rai Vaticano un articolo scritto da Antonello Cannarozzo il 15/12/2011. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (17/9/2012)

1/ La conversione di Oscar Wilde. Intervista allo scrittore e saggista Paolo Gulisano, di Antonio Gaspari (dall’agenzia di stampa Zenit, 30/6/2009)

Oscar Wilde è fin troppo famoso, ma ben poco conosciuto. L’esteta, il commediografo brillante, l’icona del mondo gay, fu allo stesso tempo un ricercatore inesausto del Bello, del Buono, ma anche e soprattutto di quel Dio che non aveva peraltro mai avversato, dal quale si fece pienamente abbracciare dopo l’esperienza drammatica del carcere.

Wilde arrivò a chiudere il suo itinerario umano in comunione con la Chiesa Cattolica, adempiendo a quello che aveva scritto anni prima: “il Cattolicesimo è la sola religione in cui morirei”.

A rivelare la profonda cattolicità di Wilde è Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha appena pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14).

Si tratta di un ritratto a tutto tondo di Oscar Wilde, che rappresenta tutta la complessa personalità, ne evidenzia tutti gli aspetti, andando alla scoperta degli scenari su cui recitò la sua parte nel gran teatro della vita, delle sue passioni, dei suoi interessi, del suo immaginario e della sua attenzione ai problemi sociali, e infine del suo sentimento religioso profondo e autentico. Per meglio conoscere la storia di un commediografo le cui opere vengono rappresentate nei teatri di tutto il mondo, ZENIT ha intervistato Paolo Gulisano.

Lei rintraccia nella figura di Wilde uno spessore ben maggiore di quello comunemente attribuitogli, cioè di un dandy brillante e superficiale, un esteta dalla battuta pronta ma effimera. Viceversa lei tira in ballo nozioni come Bellezza e Verità…

Gulisano: Oscar Wilde rappresenta un mistero non ancora pienamente svelato, un uomo e un artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca. Non solo un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana, ma anche un lucido analizzatore della Modernità con i suoi aspetti positivi e soprattutto inquietanti.

Il Ritratto di Dorian Gray è il racconto straordinario dell’uomo moderno che insegue disperatamente un’Eterna Giovinezza, che si pone l’obiettivo utopistico di vincere o perlomeno ingannare la morte. Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.

Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna. Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?

Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po' il file rouge del suo lavoro?

Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se - con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: "Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista". Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio.

Ci sono molte curiosità a proposito di Wilde. Una è che le figure che determinarono la sua esistenza finirono quasi tutte per convertirsi...

Gulisano: Esatto: amici come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico.

Lei da anni indaga, nei suoi libri, il filo d'oro culturale e religioso che percorre in modo a volte celato, la cristianità anglosassone, da cinque secoli staccata da Roma e per certi versi una centrale mondiale di secolarizzazione e anticattolicità. C'è un disegno in queste sue indagini? Dove trova le motivazioni? Perchè questa ricerca?

Gulisano: L’Inghilterra cattolica ha conosciuto per prima in Europa la persecuzione, la secolarizzazione, il tentativo di emarginare la Fede; per questo ha sviluppato quegli anticorpi spirituali che sono presenti in autori quali Newman, Chesterton, Tolkien. E possono fornire ancora oggi un utile vaccino contro i mali spirituali del nostro tempo.  

2/ Wilde, l’”anticlericale” che dedicava poesie al Papa, di Antonello Cannarozzo (dal sito Rai Vaticano, 15/12/2011)

Recentemente, in un talk show radiofonico, un esponente del movimento gay italiano intervistato sulla storia del movimento omosessuale, citava, tra i tanti personaggi del mondo della cultura, dell’arte e della scienza che hanno avuto chiare tendenze omosessuali anche – e con ragione - Oscar Wilde.

Di lui, oltre alle doti di scrittore, saggista e commediografo, il nostro intervistato apprezzava soprattutto il coraggio di non aver nascosto la sua “diversità”, specialmente nell’Inghilterra del XIX secolo intrisa di perbenismo vittoriano, nonché la sua intelligenza ed il suo sarcasmo tipici – sottolineava - proprio del mondo omosessuale. Insomma – concludeva – una vera bandiera gay contro i troppi bigottismi, specialmente religiosi, di cui propriola Chiesa cattolica è ancora oggi il maggior fautore.

Peccato che questa prolusione dimenticasse un piccolo particolare: la “bandiera” dell’orgoglio gay ebbe non solo un pentimento totale riguardo la propria vita, ma concluse i suoi giorni con la conversione alla tanto “vituperata” fede cattolica, tanto da esalare l’ultimo respiro avendo tra le mani un rosario. Wilde non fu il solo, nella sua cerchia di amici, a trovare nella Chiesa Cattolica la risposta alle tante inquietudini spirituali. Ma molti, nell’ambito della realtà gay, hanno sempre contestato questa sua conversione avvenuta, a sentir loro, nei termini di una coercizione su un malato terminale. Ma non è affatto andata così.

Le contraddizioni, le grandezze e le meschinità di un personaggio come Wilde certo non si possono approfondire in qualche nota: io mi limiterò solamente a sottolineare come, nonostante la complessità della sua storia, la sua conversione non sia maturata solamente negli ultimi istanti di vita, ma sia stata invece il frutto di una ricerca durata lungo tutta la sua esistenza.

Irlandese, Wilde era nato a Dublino nel 1854, da padre fervente anglicano e madre cattolica, la quale, in gran segreto per paura del marito, fece battezzare il piccolo Oscar. Per chi non conosce le vie del Signore, certamente quel battesimo, doveva essere stato poco meno che un po’ di acqua fresca; ma per fortuna non fu così.

La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive “De Profundis”, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda ”…solo nel fango ci incontravamo” ed aggiunge: “ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi”. (Ediz. Mondadori, 1988). Altro che orgoglio gay!

A smentire poi l’idea di una falsa conversione al cattolicesimo, ricordiamo che poche settimane prima di morire, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: ”Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto”. (Ediz. Rizzoli, 1991).

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: ”La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel “De Profundis”: ”Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato”.

Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: “Neanche gli dei possono mutare il passato” ed a questo Wilde risponde: ”Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi”.

Sempre su questo tema, Wilde confidava all’amico Andrè Gide: “La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà”. (A. Gide, Ediz. Mercure, 1989). Parole che sicuramente non si possono ascrivere ad un senza Dio e ad un amante della trasgressione tout court.

Wilde ebbe occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia “Urbis Sacra Aeterna”, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo ”Rosa Mystica”, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: ”Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza”. Non sembrano di certo parole anticlericali! Wilde non perdeva occasione per battute caustiche anche sulla religione, come su tutte le cose. Ma a differenza di altri soggetti, non fu mai irrispettosamente dissacrante.

Ricordiamo inoltre che nel circolo di amici che con Oscar Wilde condividevano la trasgressione come unico elemento della vita, troviamo delle sorprese che dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la mano di Dio possa cambiare i destini degli uomini. Si convertì al cattolicesimo proprio Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte chiese la conversione alla Chiesa cattolica.

Stessa sorte toccò a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo; suo figlio Vivian, John Gray, che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray, che divenne addirittura sacerdote; il pittore Aubrey Beardsley; Hunter Blair che prese l’abito benedettino; il poeta Andrè Raffalovich, divenuto terziario domenicano. E molti altri.

Forse, prima di definire Oscar Wilde “bandiera” dell’orgoglio gay, bisognerebbe rivedere con onestà intellettuale anche il significato della  conversione proprio a quella religione, la cattolica, definita dagli ambienti gay – e non solo - la più oscurantista e retrograda. Alla luce della vita di Oscar Wilde, ci permettiamo di dire che non è così.