Tre catechesi sul Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell'Anno della fede ed una lettera per la missione, a cura della diocesi di Roma

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /11 /2012 - 00:30 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito le tracce di catechesi del Sussidio per la missione nell’Anno della fede preparato dalla diocesi di Roma. In fondo alle tre catechesi è disponibile anche la lettera preparata per la missione. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (7/11/2012)

Indice

I/ Credo in Dio Padre creatore onnipotente

I testi di Genesi sono i più belli ed importanti che siano mai stati scritti prima dei Vangeli. Perché la creazione è il primo pilastro della storia della salvezza. Senza la creazione l’Incarnazione e la salvezza non avrebbero alcun significato. Dovunque si è rappresentata nei secoli la storia di Cristo al suo fianco è stata rappresentata la storia di Adamo, a partire dalle parole di Gesù e dall’insegnamento di San Paolo. È sommamente importante oggi tornare a far risplendere nella catechesi i testi di Genesi, perché l’uomo possa ricevere l’annunzio del Dio Creatore e Padre, senza il quale non potrà mai capire chi è Gesù Cristo.

L’uomo moderno non è interessato innanzitutto alle sfumature letterarie del racconto della creazione quanto molto più alla realtà degli eventi. Già Sant'Agostino diceva che non gli interessava tanto ciò che dice l'ebraico, l'aramaico e o il greco, bensì se Dio avesse creato veramente il mondo: «Fammi udire e capire come in principio creasti il cielo e la terra. Così scrisse Mosè, così scrisse, per poi andarsene, per passare da questo mondo, da te a te. Ora non mi sta innanzi. Se così fosse, lo tratterrei, lo pregherei, lo scongiurerei nel tuo nome di spiegarmi queste parole [...] Dentro di me piuttosto [...] la verità, non ebraica né greca né latina né barbara, mi direbbe, senza strumenti di bocca e di lingua, senza suono di sillabe: "Dice il vero". E io subito direi sicuro, fiduciosamente a quel tuo uomo: "Dici il vero". Invece non lo posso interrogare; quindi mi rivolgo a te, Verità, Dio mio, da cui era pervaso quando disse cose vere; mi rivolgo a te: [...] concedi anche a me di capirle» (Confessioni XI,3.5).

1/ Dio è Creatore e Padre perché ha creato l'uomo molto buono

Dio è Creatore e Padre perché ha voluto l'uomo sommamente differente da tutte le altre creature. Il testo ebraico lo sottolinea innanzitutto mettendo in rilievo il posto dell'uomo nel progressivo “sviluppo” della sua opera creatrice.

Nel primo capitolo l'uomo è creato per ultimo: egli viene all'esistenza dopo che tutte le altre creature già sono state create, nel sesto giorno. Solo dell'uomo e di nessuna altra creatura si dice che era “molto buono” - si potrebbe tradurre l'ebraico tov meod anche con “molto bello” e non solo “molto buono”.

Nel secondo capitolo, invece, si dice che l'uomo è stato creato per primo, prima delle piante e prima degli animali, come prima creatura. Dio lo vuole prima di tutto.

Ora questa apparente opposizione[1] - l'ultima delle creature, la prima delle creature - insegna innanzitutto che già il popolo ebraico, conservando i due capitoli uno dopo l'altro, era consapevole, ben prima delle moderne scoperte scientifiche, che Genesi non intendeva fornire una descrizione scientifica dell'origine dell'uomo, altrimenti uno dei due racconti sarebbe stato eliminato.

Le due opposte presentazioni di Genesi sono state conservate perché hanno il fine di sottolineare, ognuna a suo modo, la straordinarietà dell'uomo. Anche nella vita quotidiana si presenta, talvolta, per ultimo ciò che è più bello e atteso: si preparano, ad esempio, tanti doni per un bambino e quello che desidera di più glielo si offre per ultimo, perché si meravigli. Oppure si lascia l'angolo più saporito di un cibo alla fine, perché lasci più a lungo il suo gusto.

Altre volte, invece, si mostra subito la cosa più bella, ad esempio, portando da un viaggio il regalo che si sa gradito a chi si ama o si telefona per comunicare la notizia più bella di una nuova nascita non appena si riesce a comunicare con l'altro.

Genesi 1 e 2 vogliono affermare non un mito, bensì una verità per immagini: l'uomo è la creatura più bella, più buona che Dio Creatore e Padre ha voluto. L'ha amata prima di tutto, tutto ha voluto in vista di lei: essa è il culmine del creato.

Il messaggio biblico su Dio mostra qui la sua novità proprio al nostro contemporaneo che non crede più nella bellezza unica dell'uomo. Trova Dio nella natura, ma non nel viso di un uomo o di una donna. L'uomo ha difficoltà, soprattutto, a credere alla propria bontà e bellezza. Ed, invece, egli è un capolavoro. Dio «ci ha scelti - afferma la lettera agli Efesini - prima della creazione del mondo» (Ef 1,4)!

2/ Nella rivelazione ebraica Dio è Creatore e Padre perché forma l'uomo con il suo corpo

Uno dei drammi della cultura contemporanea è la riduzione dell'uomo alla sua dimensione animale - è uno degli aspetti della cosiddetta questione antropologica. Si ipotizza infatti che l'uomo sia solamente un animale molto complesso ed evoluto, ma pur sempre una “macchina” sottoposta a leggi deterministicamente stabilite. Si pensi a quanto è frequente leggere sui quotidiani che l'affettività umana sottostà come quella degli animali ad un istinto o a meccanismi che lo portano dopo un determinato numero di anni a lasciare il coniuge per una nuova avventura. Il contesto odierno permette ancor più di far risaltare il messaggio che il popolo ebraico, ispirato da Dio, ha voluto trasmettere al mondo.

Certo, gli autori ebrei di Genesi non nascondono che l'uomo è radicato nella materia. Il primo capitolo di Genesi non stabilisce per l'uomo nemmeno un giorno proprio: l'uomo è, per certi aspetti, talmente simile agli animali, da non avere un giorno proprio di origine. Nel sesto giorno egli viene creato insieme agli altri animali.

La stessa sottolineatura è offerta dal secondo capitolo di Genesi: lì l'uomo è tratto dalla polvere - Adam, tratto dall'adamah, la terra, la polvere, il fango, vuol dire propriamente “terroso”, “polveroso”, “fangoso”.

Questa verità risplende nella necessità dell'uomo di prendere cibo ogni giorno: egli non ha la vita una volta per sempre, ma deve riceverla ogni giorno di nuovo, bevendo e mangiando. Basta così poco a se stesso che se smettesse di alimentarsi giungerebbe in brevissimo tempo alla morte. Allo stesso modo l'amore fra creatura e creatura passa attraverso la cura del corpo, del cibo, della salute, della formazione: un uomo ed una donna non possono dire di amarsi se non si curano della bontà della cucina o della qualità del luogo in cui vivono.

Dio è Creatore e Padre innanzitutto perché ha creato l'uomo nella sua vita materiale, sempre bisognoso della divina provvidenza e dell'intera creazione per continuare a vivere.

Vale la pena ricordare che anche San Francesco mangiava la carne e non era vegetariano: «Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno”» (Vita seconda di Tommaso da Celano 199). Inoltre, proprio a motivo della dignità della carne, la fede cristiana rifiuta la reincarnazione che è quella dottrina che la ritiene invece solo apparente: se fosse vera la reincarnazione, in fondo, nessuna scelta sarebbe  in realtà decisiva e mai nascerebbe una nuova vita sulla terra, bensì la fatica umana del nascere e del morire sarebbe un continuo riciclare delle stesse realtà!

3/ Dio è Creatore e Padre perché dona all'uomo di poter dialogare con lui: gli dona un'anima

Questa grandezza dell'uomo consiste proprio nella capacità che egli ha di dialogare con Dio, di cercarlo, di volerlo incontrare ed amare.

Genesi 1 esprime questa unicità dell'uomo affermando che solo egli è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

Genesi 2 la esprime dicendo che solo nell'uomo Dio soffiò il suo “spirito”. A sua volta la tradizione cristiana ha cercato di rappresentare in modo unitario questa natura spirituale dell'uomo: in maniera insuperabile, come il migliore commento a Genesi che sia mai stato scritto su questo punto, Michelangelo ha rappresentato la creazione dell'uomo nel gesto di Dio che con il suo dito comunica ad Adamo la vita umana, quasi sfiorando la sua mano.

Noi possiamo intuire cosa sia questo principio spirituale che chiamiamo “anima” alla nascita di un bambino. Quante volte i genitori, prendendolo in braccio per la prima volta, esclamano: “Come è possibile che lo abbiamo fatto da soli?”, avvertendo che Dio stesso era presente al momento del suo concepimento.

Anche nel ricordo dei nostri morti, la nozione di anima ci soccorre: essi, pur in attesa della resurrezione del loro corpo, sono vivi in Dio, per la loro anima, e possono pregare per noi e noi per loro.

Ma è l'intera vita umana che fa sorgere continuamente la consapevolezza che l'uomo non è solo materia, proprio perché Dio è Creatore e Padre di ogni singolo uomo.

L'uomo è costitutivamente “capax Dei”, cioè fatto per Dio, desideroso di giungere alla verità ed all'amore, anche se non può darsi tutto questo da solo, ma deve attendere che sia Dio stesso a fargli dono di Se stesso. L'uomo è l'unica creatura terrena che può adorare o bestemmiare. È l'unica che chiede il perché ed il senso di ogni cosa. È l'unica creatura libera che può amare chi la odia ed odiare chi la ama. L'uomo è come un pesce che vive nell'acqua, ma al contempo si solleva sull'acqua e si osserva mentre nuota domandandosi che senso abbia quel nuotare!

Non è vero che c'è un anello piccolissimo fra noi e l’ultima delle scimmie. È vero piuttosto che c'è un anello mancante immenso fra noi e le scimmie, mentre l'anello che divide noi dall’uomo primitivo è piccolissimo: anch'egli, infatti, piangeva i suoi morti e pregava per loro, anch'egli cercava con l'arte ed il pensiero di “bucare le nubi” e conoscere la verità ed il senso della vita.

Guardando all'uomo ed alla sua vita spirituale si comprende che cosa vuol dire che Dio è suo Creatore e Padre.

4/ L'uomo è fatto per Dio: il riposo del sabato

Che l'uomo sia fatto per Dio emerge anche dalla scansione di Genesi 1 che si basa sullo schema settenario dei giorni. La creazione non si arresta all'uomo, ma giunge al “riposo”! Il termine shabbat viene dal verbo ebraico shabat che vuol dire “riposare”, “fermarsi”, “arrestarsi” – la nostra settimana ricorda le origini pagano-ebraico-cristiane della nostra civiltà: lunedì-Luna, martedì-Marte, mercoledì-Mercurio. giovedì-Giove, venerdì-Venere, sabato-Shabbat, domenica-Dies Domini, 5 nomi di origine pagana, uno di origine ebraica, uno di origine cristiana.

Il rito, il tempo liturgico è - si potrebbe dire - la prima cosa che la Bibbia sottolinea, fin dal suo inizio: non viene dopo, al momento dell'ingresso nella Terra Santa o quando viene eretto il Tempio. No, la liturgia è la prima cosa. Perché l'uomo, tramite il rito, può trovare Dio. L'uomo non è fatto solo per essere compartecipe della creazione con Dio, l'uomo non è solo fatto per il lavoro, bensì è fatto per la lode, per il ringraziamento.

Dio crea, ma soprattutto gode di ciò che ha creato. Egli si “ferma” per contemplare l'opera sua e trovarla buona e gioirne. Dicono i maestri ebrei che proprio qui si manifesta la suprema libertà di Dio che non è solo quella di “fare”, ma anche quella di “cessare” per gioire.

All'uomo, immagine di Dio, è dato di potersi riposare a somiglianza del suo Creatore. Ed il riposo non è semplice cessazione del lavoro per una distrazione effimera e passeggera. Molto più è riscoperta, attraverso il rito celebrato nella fede, che niente di ciò che è fatto secondo la volontà di Dio andrà perduto, perché la provvidenza divina è in grado di far fruttificare nel centuplo e per l'eternità il bene.

Anche Gen 1,14 ricorda già il tempo festivo: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni».

La Chiesa, istruita dalla resurrezione di Gesù, ha compreso che il sabato trova il suo compimento nel “giorno del Signore”: il giorno di Pasqua diviene evidente che tutto ciò che esiste non è fatto per la morte, ma per l'eternità di Dio. Quel giorno redime e conferisce significato a tutte le fatiche dell'uomo sulla terra. Per questo se ci si dimentica di “santificare le feste”, si cade in peccato mortale: regna la morte, infatti, dove la speranza della fede non illumina più il cammino. 

5/ Dio è Creatore e Padre dell'uomo e della donna

La Bibbia mostra inoltre l'enorme dignità dell'essere uomini o donne, chiamati ad amarsi. Genesi 1 e 2 ne parlano in maniera simmetrica e complementare.

Nel primo capitolo si dice che Dio «maschio e femmina li creò». La dignità dell'identità sessuale e della corporeità maschile e femminile è stata voluta da Dio stesso. Egli ci ha voluto maschio o femmina, perché amassimo noi stessi e perché amassimo l'altro esattamente così come è.

Il secondo capitolo afferma che non è bene per l'essere umano essere solo: la solitudine è esattamente la condizione nella quale l'uomo non può vivere bene! Fra tutti gli animali l'uomo non trovò nessuno che gli fosse simile.

Allora Dio fece addormentare l'uomo. È proprio l'esperienza di ogni amore vero: esso è sempre uno stupore. È come se fossimo destati da un torpore. La presenza dell'altro ci stupisce, perché non siamo stati noi a generare l'altro. L'amore può essere inteso solo come miracolo. L'altro mi ama liberamente, senza che sia io a “costruire” il suo amore: quell'amore posso solo accoglierlo e rendere grazie all'altro che mi vuole bene.

Genesi 2 prosegue affermando che la donna fu tratta dalla costola dell'uomo. I rabbini ebrei, grandi interpreti della Scrittura, hanno insegnato alla Chiesa a leggere correttamente questo passo, spiegando: «Perché Dio plasmò dalla costola e non dalla testa? Per evitare che la donna dominasse l’uomo. Perché non dal piede? Per evitare che l’uomo la dominasse. Dalla costola, perché avessero pari dignità».

Infatti in ebraico il termine tzela non vuol dire solo costola, ma anche fianco. Mentre Dio ed i suoi angeli stanno al di sopra dell'uomo e gli animali sono inferiori all'uomo, ecco che solo la donna sta al suo fianco. L'uomo e la donna, fianco a fianco, camminano amandosi.

Proprio per questo il rapporto con la donna, una volta che avverrà il peccato, sarà anche così difficile oltre che tanto desiderato. È molto più facile, infatti, avere un rapporto con qualcuno che ci è inferiore, come un animale, ma la donna è per l'uomo - e viceversa - qualcuno che lo tocca nel fianco, che lo tocca nel vivo della sua carne e del suo cuore.

6/ Genesi demitizza testi precedenti e spalanca la via alla scienza

Genesi non è un testo mitologico, bensì un testo de-mitologizzato. Gli autori dei racconti della creazione si espressero utilizzando immagini che erano abituali al loro tempo – si pensi all'Epopea di Gilgamesh o all'Enuma Elish, poemi di origine mesopotamica nei quali si narra in modo mitologico la creazione di tutto ciò che esiste – ma le spogliarono dei riferimenti al politeismo di quei popoli, per rileggerle alla luce della fede nell'unico Dio.

La diversità dei due racconti di Genesi 1 e 2 aiuta a comprendere che già il popolo ebraico non lo prendeva alla lettera, altrimenti avrebbe omesso una delle due versioni così diverse: l'insistenza su alcuni aspetti dimostra come Israele ha sempre ritenuti veri quei testi, capaci di dire la verità su Dio, sulla creazione e sull'uomo, attraverso immagini teologiche e poetiche. Genesi invita a pensare la creazione non come un atto semplicemente puntuale. Da un lato Dio ha creato tutto dal nulla, come specificherà ulteriormente il secondo libro dei Maccabei (2 Mac 7,28). Ma dall'altro, Dio è Creatore anche perché Egli tiene sempre l'intero creato nelle sue mani. Egli crea continuamente e governa tutto con la sua provvidenza. Egli è Creatore perché Padre, Egli crea perché ama e, per questo, non abbandona mai l'uomo a se stesso ed ai suoi errori.

Se Dio non fosse il Creatore, il mondo non potrebbe che essere legato solo a fredde leggi meccaniche, oppure nelle mani del cieco caso: tutto si svilupperebbe senza significato e sarebbe destinato a tornare nel nulla: nessuna esistenza individuale avrebbe ultimamente alcun significato, bensì sarebbe irrilevante.

Il Dio Creatore e provvidente, invece, non esclude l'evoluzione della materia e delle forme di vita che la scienza sempre più rivela. Anzi proprio il cristianesimo è all'origine della ricerca scientifica, grazie alla de-mitizzazione degli antichi testi mitologici che ha operato.

Ed, in effetti, molti degli scienziati che hanno fatto storia sono stati cristiani. Si pensi a Copernico, a Galilei e a Newton, tutti cristiani. Lo stesso Darwin non era ateo, ma in talune versioni della sua L’origine della specie si dichiarò credente, in altre agnostico, sempre però affermando che la sua tesi scientifica non escludeva l'esistenza di Dio.

D'altro canto fu un monaco cattolico, Mendel, a spiegare come si trasmettessero geneticamente i caratteri evolutivamente vincenti. Anche l'ipotesi di un'originaria concentrazione dell'energia da cui si sarebbe sviluppato poi l'universo fu formulata da un sacerdote cattolico, Georges Édouard Lemaître: il termine Big Bang fu inventato per deridere la sua ipotesi che ora è, invece, la più accreditata in materia.

Ma, soprattutto, Dio non solo crea dal nulla, bensì mantiene in esistenza tutte le cose, come afferma Dei Verbum 3: Dio, «il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo». Tutto continua ad esistere perché Egli attualmente lo pensa: niente potrebbe mantenersi nell'essere, se Egli non lo volesse. È straordinario rendersi conto che tutto ciò che esiste intorno a noi, così come la nostra stessa persona, è attualmente pensata da Lui e tenuta nelle sue mani.

Per questo non si dà vera fede nella creazione che non sia insieme fede nella provvidenza divina. Ed anche la fede nell'esistenza degli angeli - di cui Genesi 1 e 2 non parlano - trova qui il suo senso: attraverso i suoi angeli Dio accompagna la storia di ogni uomo. Come dice San Tommaso d’Aquino, «fra le verità che i fedeli devono credere, la prima è quella di credere che esiste un solo Dio. Ma, considerando che il nome di Dio non vuol dire altro che reggitore e provveditore di tutte le cose, crede davvero che Dio esiste solo chi crede che tutte le cose di questo mondo sono governate da lui e tutte soggiacciono alla sua Provvidenza. Chi  perciò credesse che tutte le cose sono frutto del caso, di fatto non crederebbe all' esistenza di Dio»[2].

7/ Dio è Creatore e Padre perché tutto è stato da Lui creato, compresa la concatenazione degli eventi  che la scienza sapientemente studia

Ma come mettere insieme la creazione e la scienza che ci parla di uno sviluppo successivo di tutto ciò che esiste? Rispondiamo mostrando che tutto ciò che avviene ha delle con-cause, ognuna vera al suo livello.

Se pensiamo alla nascita di un bambino si può dire certamente che egli viene alla luce per una complessa fisiologia che porta ogni 28 giorni un ovulo nel corpo di sua madre a maturare e che lo fa incontrare con uno dei milioni di spermatozoi fuoriusciti dal corpo di suo padre, permettendo ai due patrimoni genetici dei genitori di fondersi a generare il bambino. Ma si potrebbe dire con altrettanta verità che quel figlio è nato dall'amore di quell'uomo e quella donna e dalla loro disponibilità a generare quella vita.

San Tommaso d'Aquino, nella sua saggezza, ha parlato di due tipi di cause, le cause prime e le cause seconde. Il mondo si è sviluppato così come è per una serie di eventi fisico-chimici che ne hanno segnato la storia - le cause seconde - ma insieme perché Dio lo ha creato e voluto nelle sue tappe successive. D'altronde la stessa filosofia si pone da sempre la domanda: perché c'è qualcosa anziché il nulla? Da dove trae origine l'intero processo di sviluppo del tutto?

Non solo, ma gli scienziati riconoscono con meraviglia che esiste una misteriosa corrispondenza fra le leggi matematiche che la mente umana partorisce e gli eventi del cosmo che vi corrispondono.

Albert Einstein disse una volta: «Quello che c’è, nel mondo, di eternamente incomprensibile, è che esso sia comprensibile» (“The Journal of the Franklin Institute”, vol. 221, n. 3, marzo 1936). Da dove viene allora questa sua comprensibilità?

D’altro canto la scienza non potrà mai rispondere alla grande questione filosofica: perché esiste qualcosa anziché il nulla. Ciò che è limitato non può essersi dato l’esistenza da solo: da dove viene tutto ciò che esiste? Può esistere da sempre, essendo origine di se stesso?

Genesi ci rivela che esiste qualcosa anziché il nulla, perché Dio, nella sua libertà, ha voluto così. Egli è Creatore perché Padre. Egli non è una potenza impersonale che emana, senza averne coscienza, l’universo. Piuttosto Egli crea perché ama, perché desidera l'amicizia dell'uomo, Egli liberamente crea dal nulla e tutto accompagna con la sua provvidenza.

Il testo ebraico di Genesi ha illuminato la Chiesa a riconoscere con meraviglia il Dio Creatore, origine di tutte le sue creature. Fra gli altri ne è testimone San Francesco d'Assisi che compose non un cantico della natura, bensì molto più profondamente un Cantico delle creature che si apre con la lode di Dio stesso:

«Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature».

E vede in ogni realtà un “segno” che rimanda alla suprema bellezza di Dio, come dice, ad esempio, parlando del sole:

«Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
[...]
de Te, Altissimo, porta significatione».

8/ Con il peccato il male è entrato nel mondo

Solo una realtà non è stata direttamente voluta e creata da Dio: il male. Anche questo annuncia Genesi. Il cardinale Newman disse una volta in maniera straordinaria: il peccato è «l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua».

Se Dio è all'origine di tutto e tutto è bene, cosa è il male per la fede cristiana? È l'assenza di bene, anzi il rifiuto stesso del bene, il rifiuto stesso di Dio. Tutto è buono, ma se si voltano le spalle a Dio, ecco che ci si ritrova senza Dio, contro di Lui, senza la vita, contro la vita.

L'Apocalisse identifica il serpente antico che tentò il primo uomo: è Satana (Ap 12,9). Lo si potrebbe definire come l'essere personale che non è persona. Il diavolo è persona, perché cerca singolarmente ognuno: è quell'angelo decaduto che cerca l'uomo per farlo cadere, per allontanarlo da Dio, per dividerlo dai fratelli. Ma poiché l'essere persona è esattamente l'avere relazioni di amore, egli è anche non personale perché non vi è nessuno che ami: egli cerca tutti, senza amare nessuno.

Ecco il male: il male non è Dio. Per il cristianesimo non si dà alcun dualismo, poiché solo Dio è Creatore, essendo origine di tutto. Lo spazio del male si crea, quando si rifiuta Dio. Ed in questo spazio entra anche l'uomo, quando sceglie di rinunciare a Dio, lasciandosi tentare a pensare che Dio non voglia la felicità dell'uomo, che Dio voglia impedire all'uomo di divenire simile a lui.

Per un misterioso legame spirituale che esiste fra tutti gli uomini, quel primo peccato - “originale” perché primo e perché modello di ogni altro peccato – ha contagiato ogni uomo.

Ne è prova e traccia la divisione del cuore umano che sperimentiamo in noi, come afferma il Concilio Vaticano II: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l'uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (Gaudium et Spes, 13).

9/ L'immagine di Dio è Cristo

Dio è Padre. Lo è innanzitutto perché è da sempre Padre del Figlio suo Gesù Cristo. Dio si rivela come amore proprio perché è da sempre Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio non diventa Padre al momento della creazione del mondo: Egli è da sempre Padre perché dona da sempre tutto se stesso al Figlio. Ed è proprio Gesù a rivelarcelo, quando afferma che tutto ha ricevuto dal Padre suo.

Questa è la novità della rivelazione cristiana. Dio non è solo, perché è Padre, Figlio e Spirito Santo. L'incarnazione ci rivela allora il significato più pieno della creazione: se l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, l'immagine più piena di Dio è proprio il Figlio suo Gesù Cristo (Rom 8,29; Col 1,15). Per questo noi uomini siamo così bisognosi di essere amati e di amare, per questo siamo sommamente liberi, per questo la nostra vita è preziosa e benedetta: perché il Padre ci ha creati guardando al Figlio suo.

E noi troviamo pienamente noi stessi solo conformandoci al vangelo del Signore Gesù: quel vangelo non è un'imposizione che ci raggiunge dall'esterno, bensì, solo contemplandolo, possiamo ritrovare noi stessi e la nostra vera “forma”.

II/ Credo in Gesù Cristo, il Dio che è venuto in mezzo a noi

1/ L'esperienza del farsi conoscere pienamente

In una storia d'amore, il rapporto matura pian piano, finché uno dei due dice all'altro: «Voglio sposarti. Lo vuoi anche tu?».

Nel momento in cui una persona si espone totalmente all'altra e le confessa il suo amore, si offre totalmente chiedendo di condividere una vita insieme,. Certo anche prima c'era l'affetto, anche prima tanti momenti belli erano stati condivisi, tanti doni erano scambiati, tanti gesti e tante parole avevano detto l'amore. Ma ora il dono diviene totale. Dicendo all'altro che lo si vuole sposare, si dice la totalità e la definitività dell'amore. E, dicendo il proprio amore, ci si fa conoscere nel più intimo, nel nostro desiderio. Il nostro volto si rivela all'altro.

Analogamente avviene nell'amicizia, quando uno accetta di farsi conoscere più intimamente, raccontando all'altro la propria storia, i propri segreti, il proprio “mistero”, ignoto a tutti gli altri. Solo l'amico conosce il cuore dell'amico, perché a lui ci si è rivelati.

2/ Gesù è la pienezza della rivelazione di Dio

Proprio questa consegna totale di sé - anzi molto di più ancora di questo - è avvenuta quando il Padre ha mandato il suo Figlio in mezzo a noi. Certo prima di quel momento Dio aveva parlato tante volte agli uomini. In tanti modi li aveva già amati. Pensate solo al linguaggio della creazione, alle sue parole rivolte ad Abramo, a Mosè, ai profeti. Ma ora è Egli stesso a venire in mezzo a noi, a manifestare il suo amore ed a chiedere di essere riamato. Nel volto di Gesù noi vediamo il vero volto di Dio, noi vediamo il cuore di Dio. Allo stesso modo Gesù ci chiama amici, perché ci rivela tutto ciò che ha udito dal Padre. Egli solo lo conosce ed Egli lo rivela a noi.

3/ Il cristianesimo non è la religione di un libro, ma l'annunzio che Dio è venuto personalmente in mezzo a noi

Perché Gesù non ha scritto dei libri, come i profeti, come i sapienti? Non li ha scritti non perché non ne fosse in grado - gli esegeti pensano che Gesù oltre all'aramaico ed all'ebraico conoscesse anche il greco: pensate solo a quanti suoi discepoli portano un nome greco, come ad esempio Andrea! - ma perché qualsiasi cosa egli avesse scritto sarebbe stato infinitamente inferiore a quella Parola che era la sua stessa vita! Mentre i profeti avevano scritto di lui e gli autori del Nuovo Testamento scriveranno di lui, egli non ha niente da scrivere, perché è la sua presenza in mezzo a noi ad essere la Parola definitiva di Dio. Per questo nel Cristianesimo Dio non si rivela innanzitutto in un libro, come in ogni altra religione, ma la Parola di Dio si è fatta carne e in Gesù noi abbiamo visto il suo volto.

4/ Gesù è l'unico Figlio del Padre

È Gesù stesso a rivelarci che lui è il Figlio unigenito del Padre. Nella parabola della vigna Gesù racconta che il padrone si aspettava frutti: egli mandò a più riprese dei servi a chiedere quei frutti - e quei servi sono chiaramente i profeti. Dopo che tutti gli inviati furono rifiutati dai vignaioli quell'uomo - che rappresenta Dio - si domandò: «Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l'amato, forse avranno rispetto per lui!» (Lc 20,13). L'invio del figlio è il momento culminante della parabola. Il padrone di quella vigna non ha altri che abbia valore quanto suo figlio. Egli non è come gli altri inviati, che sono semplicemente messaggeri: quel figlio è proprio il suo amato, l'unico che egli ha!

Questo è il lieto annunzio della fede cristiana: Dio non ci rivolge parole, comandi, consigli, per quanto importantissimi e benedetti. Dio viene ad abitare in mezzo a noi, viene ad essere il “Dio-con-noi”, come avevano preannunziato i profeti.

5/ La rivelazione cristiana è definitiva

La fede cristiana è definitiva, non invecchia mai e non è mai superata perché Dio si è rivelato totalmente in Gesù e in lui ci ha amato definitivamente. Se mancasse qualcosa, vorrebbe dire che egli non è ancora venuto in mezzo a noi, che non si è ancora fatto conoscere, che ci deve ancora amare definitivamente

Noi abbiamo la pienezza della rivelazione divina, perché Gesù è il tutto e non manca più niente alla manifestazione dell'amore di Dio. Proprio sulla croce Gesù dirà: «È compiuto» (Gv 19,30). Tutto è compiuto, la manifestazione di Dio ha raggiunto il suo vertice, la sua pienezza. Cristo è così il “mediatore” tra l'uomo e Dio. La “mediazione” di Cristo è necessaria. Spesso si dice scioccamente che bisogna lasciare liberi gli uomini di giungere alla fede come meglio credono, senza pensare che prima che Cristo venisse tutti erano liberi di andare incontro a Dio, ma nessuno diventava cristiano. Platone, Aristotele, Euripide, erano uomini straordinari, ma non furono liberi di diventare cristiani, perché Dio non si era ancora rivelato pienamente. È solo la venuta di Cristo che ci ha reso liberi di conoscere il vero volto di Dio.

6/ L'unica verità che non spaventa

La mediazione di Gesù è unica. Egli non è come un qualsiasi mediatore, ad esempio Giovanni Battista, che ci prepara ad incontrare Dio. Giovanni Battista indica un altro più grande di lui che sta per arrivare. Gesù non indica più nessun altro. Invita, invece, a seguirlo, perché chi è in comunione con Lui è in comunione con Dio Padre. Gesù è così insieme il mediatore e la pienezza stessa della rivelazione di Dio.

Un modo di pensare superficiale porta talvolta a ritenere che tutte le religioni siano uguali e che, in fondo, basta credere in una qualche divinità per vivere sereni. Non è così. Ha detto Benedetto XVI: «Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e come crocifisso. Queste due immagini ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore».

7/ Solo il “mistero” del Verbo incarnato illumina il “mistero” dell'uomo

Gesù non ci rivela solo il volto di Dio, aprendoci alla speranza. Egli ci rivela anche il nostro vero volto, aprendoci all'amore. Pilato, presentando Gesù alla folla, esclama: «Ecco l'uomo». Nel volto di Gesù noi vediamo tutta la dignità della nostra esistenza. Talvolta si indica con il termine “uomo” ciò che è più spregevole in noi: si dice, solo per fare un esempio, che si è approfittato del proprio posto del lavoro, perché si è uomini! Gesù ci mostra invece che dovremmo dire piuttosto che abbiamo amato, proprio perché siamo uomini, che ci siamo donati totalmente proprio perché siamo uomini, che siamo stati giusti proprio perché siamo uomini.

Il Concilio Vaticano II ha affermato che «solo nel “mistero” del Verbo incarnato trova piena luce il “mistero” dell'uomo» (Gaudium et spes 22). È veramente così: solo dinanzi a Gesù noi capiamo fino in fondo chi siamo e quale sia la nostra vocazione più vera.

8/ La nostra esistenza e l'Infinito

Per questo il Vangelo ha molto da dirci perché ci annunzia la presenza di Dio nella nostra umanità attraverso la persona di Gesù. L'uomo ha sempre riflettuto sul rapporto e le tensioni che esistono tra il tempo e l'eternità, l’esistenza umana nella storia e l'immortalità, l'uomo e Dio.

Nel corso dei secoli molti hanno pensato che queste tensioni non fossero sanabili, bensì destinate ad essere sempre in contrasto. Poiché l'eternità di Dio sembrerebbe svilire la concretezza dei problemi della vita, alcuni hanno proposto di eliminare Dio dalla vita. Costoro sostengono che per amare veramente la vita, è meglio concentrarsi sul presente e, semmai, su quel futuro che è concretamente possibile costruire con i nostri sforzi, grazie al progresso tecnologico. Solo dimenticando l’infinito – pensano – è possibile dare soluzioni ai problemi quotidiani. Altri, all'opposto, convinti giustamente che dimenticare Dio non porti serenità, perché l'uomo “non vive di solo pane”, percorrono le vie di uno spiritualismo che, cercando Dio, si allontana dalle questioni contingenti della vita. Cercano l'infinito frequentando luoghi di spiritualità e sessioni di meditazione, ma senza lavorare, senza mettere su famiglia, senza impegnarsi a vivere bene i rapporti con le persone , senza responsabilità.

9/ Dio si è fatto carne

Nel vangelo di Gesù, invece, questa dicotomia tra la concretezza della vita personale e l'esigenza del Dio assoluto si compone. I Vangeli ci descrivono Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, nella sua umanità, come una persona che dorme, che mangia, che si rallegra, che ama, che piange, che soffre. Essi ci raccontano la sua umanità in maniera semplice ed insieme sconvolgente: lo descrivono mentre riposa su un cuscino, mentre cammina avanti ai discepoli impauriti per la strada che conduce a Gerusalemme, mentre mangia e beve con i peccatori e le prostitute, mentre piange alla morte dell’amico Lazzaro. Ricordiamo pure quanto Gesù amasse i bambini e a chi chiedeva loro di non disturbare il Maestro, rispondeva di lasciarli andare da Lui, li accarezzava e li benediceva.

10/ Nella carne di Gesù la presenza di Dio

Dai racconti evangelici appare chiaro che Gesù non è uno dei tanti filosofi o maestri di morale che vengono ad insegnare qualche dottrina agli uomini. Gli evangelisti, che avevano ben compreso che ad essere importante era l'intera sua vita e non solo le sue parole, non si limitano a ricordare i discorsi, ma di Gesù ci descrivono anche i gesti quotidiani. Proprio quei gesti sono Vangelo, cioè un lieto annunzio: in Gesù, Dio è venuto a prendere su di sé ed a svelare il significato dei gesti quotidiani della nostra vita.

Gesù vive ogni istante della sua vita terrena fidandosi del Padre, nella piena consapevolezza che il Padre è con lui. Gli evangelisti ricordano come egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, Padre. Erano così colpiti da questo suo modo assolutamente intimo di rivolgersi a Dio, che hanno voluto conservare l'espressione della lingua aramaica Abbà - proprio quella che Gesù parlava - anche nei Vangeli e nelle lettere che sono scritti in greco. In Gesù, per la prima volta nella storia del mondo, noi vediamo che il tempo e l'eternità si toccano pienamente. San Paolo ha espresso tutto questo con una bella un'espressione, che colpisce per la sua forza: «In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9).

11/ La nostra quotidianità è benedetta da Dio

Capite la forza e la bellezza di questa verità? Dio è totalmente presente in Cristo, è totalmente presente nella concretezza del suo corpo, della sua vita! Fra la carne umana, così fragile e debole, così soggetta all'usura del tempo ed alla morte, e lo splendore di Dio non c'è più opposizione. Al momento della Trasfigurazione, a tre degli apostoli fu concesso di contemplare l'umanità di Gesù risplendente della luce di Dio, completamente ripiena della sua presenza. Da sempre l'Incarnazione di Dio in Gesù ha aiutato l'uomo a vivere l'apparente opacità della vita. Senza la sua presenza nel mondo, si sarebbe potuto pensare che la quotidianità della vita, le cose da fare e disfare ogni giorno, per poi doverle rifare di nuovo, non potessero avere niente a che fare con Dio. Da quando Gesù ha portato Dio nella carne umana, ecco che tutte le cose risplendono nella loro bellezza, nel loro significato.

Certo, noi proviamo ancora la fatica, talvolta anche la ripetitività. Pensate a quanti gesti ripetiamo ogni giorno per accudire i bambini che crescono e a quanta fatica costa stargli vicino di notte, quando non fa dormire. Ma l'Incarnazione ci assicura che Dio ha così tanto amato la nostra vita da assumerla. Per questo abbiamo la certezza che Dio ci vuole proprio in quella vita nella quale ci ha posto. Così non chiediamo più che la nostra giornata duri 36 ore o 12 ore al posto di 24. Se Dio ci ha dato quel tempo, è quel tempo che è benedetto. Se ci fa incontrare quelle concrete persone, proprio quelle ci affida, perché possiamo camminare con loro.

12/ Vivere da figli del Padre

Al cuore di questa accettazione della realtà, sta proprio la realtà dell'essere Figlio. Gesù ha insegnato agli uomini a vivere da figli di Dio. Un grande studioso ha dato una spiegazione perfetta del famoso comando di Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,2). Questo autore, Jeremias, lo commenta così: «“Diventar di nuovo bambino” significa imparare a dire di nuovo Abba».

È proprio questo il Vangelo: vivere la vita come figli del Padre, come figli di Dio. Con la fede scopriamo che non esiste niente di più bello che vivere la nostra esistenza, certi della relazione con Dio, come figli. Il cielo non è vuoto, si china sulla terra, sulla nostra vita, e tutto ciò che noi viviamo acquista pienezza di significato. Così pure il nostro impegno nel mondo, le persone care, i figli che Lui ci ha donato, quelli che più amiamo e quelli difficili da amare.

13/ I nostri gesti hanno un valore eterno

La nostra vita, anzi, acquista un valore eterno al punto che ogni gesto che noi compiamo secondo la sua volontà, ogni gesto di amore, ogni passo fatto nella fede, è come se entrasse già in Paradiso, perché noi possiamo ritrovarlo nell'eternità. È straordinario che l'apostolo San Tommaso riconosce Gesù risorto dalle sue piaghe. Siccome quelle piaghe sono segno dell'amore con cui ci ha amato, Gesù le porta con sé nell'eternità. Mentre il male non può entrare nella vita eterna, ogni momento di amore è destinato all'eternità. E tutto l’amore che i genitori si scambiano fra di loro e donano ai loro figli, tutto il bene che l’uomo compie sulla terra non andrà mai perduto.

14/ Leggere i Vangeli per accogliere la Parola di Dio che illumina la vita

Gesù non ha scritto niente, proprio perché Egli stesso è la Parola di Dio completa, più perfetta di qualsiasi Libro. Ma i Vangeli sono stati scritti perché noi possiamo avere continuamente accesso a Lui. Le parole dei Santi Vangeli sono state scritte perché nell'oscurità della vita noi possiamo avere sempre con noi la luce della Sua presenza. A partire da quelle parole ispirate da Dio noi possiamo credere e, credendo, avere la vita. Per questo la Chiesa proclama in ogni Eucarestia quella Parola e raccomanda che essa sia letta da tutti i cristiani.

III/ Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita

1/ Ci è donato lo Spirito di Cristo

Dio Padre non solo ci ha inviato il Figlio suo, ma ha voluto che egli fosse sempre presente in mezzo a noi per opera dello Spirito Santo. La fede per questo non crede solo che Cristo è venuto in mezzo a noi 2000 anni fa: se egli si fosse incarnato, ma si fosse poi definitivamente allontanato da noi da tanto tempo, a niente ci gioverebbe il suo essere venuto. La meraviglia della fede consiste nel fatto che Cristo è sempre presente in mezzo a noi. Per questo la fede è stata sempre rappresentata iconograficamente come una donna che ha in una mano la croce e nell’altra il calice e l’ostia: essa sa che Gesù è morto per noi in croce, ma anche che egli è presente oggi nel sacramento dell’Eucarestia. Come diceva in proposito, nel secolo III, Origene d’Alessandria: «A che ti serve, infatti, che il Cristo sia venuto un tempo nella carne, se non è venuto anche nella tua carne? Preghiamo che la sua venuta sia per noi quotidiana e che possiamo dire: – Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)» (In Luc. hom. 22,3). E come si è espresso analogamente, nel secolo XVII, il mistico tedesco Angelus Silesius: «Mille volte nascesse Cristo a Betlemme, / ma non in te, sei perduto in eterno!» (Il Pellegrino cherubico I,61).

2/ Lo Spirito dona la “forma” di Cristo

Gesù ci ha rivelato che lo Spirito non ci allontana da lui, bensì ci ricorda tutto ciò che il Figlio stesso ci ha detto. Proprio come Gesù non ha altra parola da dirci se non quella del Padre (cfr. Gv 7,16), così lo Spirito non ha altro da donarci che il Cristo stesso. San Paolo chiama lo Spirito Santo con un nome straordinario: lo Spirito di Cristo. Lo chiama così proprio perché ci dà la forma stessa di Cristo. Si potrebbe dire, allora, che per la fede cristiana, essere uomini “spirituali” vuol dire semplicemente diventare “cristiani”: lo Spirito fa sì che noi possiamo essere cristiani e vivere la vita nuova del Vangelo. 

Non c’è più nessuna opposizione allora fra spirito e corpo, proprio perché lo Spirito Santo ha il potere di far sì che l’uomo tutto intero, anima e corpo, prenda la forma di Cristo, così come è “per opera dello Spirito Santo” che il Figlio di Dio si è fatto uomo. Ma ancor più non c’è nessuna opposizione fra Gesù e lo Spirito e fra lo Spirito è il Padre. Lo Spirito, insomma, non conduce lontano da Dio, non porta oltre Gesù, bensì ci permette di radicarci nell’amore del Padre e dello Spirito. Mentre l’anticristo vuole portare l’uomo lontano da Gesù Cristo, invece lo Spirito ci vuole condurre nell’intimità più profonda con il Padre ed il Figlio.

La seconda lettera di Giovanni evidenzia che nella storia non sussisterà mai una ulteriorità rispetto a Cristo, proprio perché egli è  la presenza totale e definitiva di Dio e lo Spirito è colui che ci porta a lui: «Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! [...] Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio» (2 Gv 7-9).

3/ Nel Battesimo il dono dello Spirito ci unisce alla Trinità

Il dono dello Spirito Santo avviene innanzitutto nel dono del Battesimo. Esso, che è la porta della fede, ci inserisce in Dio, immergendoci nella vita divina. Per questo nel Battesimo viene proclamato il Credo Trinitario. Lo Spirito ci conduce a Cristo e Cristo ci immerge nella vita eterna del Padre. Nel Battesimo, non siamo innanzitutto noi a scegliere Dio, bensì è Lui a renderci suoi figli, nello Spirito.

Quasi con un balbettio di bambini, possiamo comprendere qualcosa del mistero trinitario, proprio grazie all’esperienza battesimale. Certo lo Spirito, il Figlio ed il Padre non sono la stessa persona, ma certamente sono uno nell’amore e nella sostanza divina, poiché niente ha lo Spirito che non provenga dall’amore del Padre del Figlio e niente ha il Figlio che non sia generato dall’amore del Padre attraverso lo Spirito.

4/ Le quattro dimensioni della vita cristiana

Ma quali sono le dimensioni della vita nello Spirito? L’esperienza della Chiesa ne ha individuate quattro a partire dalla strutturazione del catecumenato della Chiesa antica. La quadripartizione del Catechismo della Chiesa Cattolica rispecchia espressamente questa struttura che conferisce forza e chiarezza alla vita cristiana, rendendo possibile una fede adulta.

A/ A partire dal catecumenato della Chiesa antica, si è sempre consegnato, in primo luogo, il Simbolo della fede, perché lo Spirito rende capace di credere nella Trinità.

B/ Contemporaneamente attraverso la liturgia e la celebrazione dell’anno liturgico coloro che si avvicinavano alla fede potevano fare “esperienza” di Dio nei santi segni in cui Cristo è presente, vivo e operante per opera dello Spirito.

C/ In terzo luogo,  il catecumenato è sempre stato un tempo in cui iniziare a vivere la vita nuova del Vangelo, attraverso la conversione, proprio perché lo Spirito è capace di generare una vita morale rinnovata, restituendo l’uomo a quell’immagine divina che Dio da sempre ha impresso in lui.

D/ In quarto luogo la Chiesa ha sempre, nel catecumenato, consegnato la Preghiera del Signore, il Padre nostro, perché è lo Spirito che rende talmente figli da abilitare l’uomo a dialogare con Dio, non più da servi, bensì da amici.

Queste quattro dimensioni si richiamano vicendevolmente e sono tutte straordinariamente ricche ed importanti.

Una persona che non giungesse mai a radicarsi nella fede della Chiesa, in realtà non avrebbe mai conosciuto il Dio di Gesù Cristo e la sua fede sarebbe sempre debole e approssimativa – ecco il Credo.

Ma l’incontro con il Dio vivo che il Simbolo di fede professa avviene sempre di nuovo nella liturgia e, senza di essi, mai si avrebbe una comunione vera e reale con Lui – ecco la bellezza dei Sacramenti.

D’altro canto se la fede confessata e celebrata non conducesse ad una vita nuova e bella, sarebbe assolutamente inutile e Dio, in fondo, incapace di salvare l’uomo – ecco il ruolo dei Comandamenti che illuminano le scelte dell’uomo.

Ma questa vita nuova sarebbe solo una prassi, se non fosse nutrita dalla bellezza del dialogo d’amore che si instaura nella preghiera fra Dio ed i suoi figli ed, in effetti, dove non inizia una ricca vita interiore, la fede è sempre debole ed infantile - ecco la Preghiera del Signore.

5/ La Professione della Fede

Lo Spirito è in grado di condurre il credente a confessare la fede della Chiesa, la fede del Credo. L’intero messaggio biblico si sintetizza e risplende in tutta la sua bellezza nelle brevi parole del Simbolo di fede che contengono grandi “misteri” (RICA 186). Chi ritenesse il Credo della Chiesa diverso dal messaggio biblico, in realtà, non sarebbe ancora giunto alla fede, poiché la fede crede precisamente nella realtà del Dio uno e trino e nella sua opera salvifica nel mondo.

Il credente deve giungere «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore» (Ef 4,13-14).

Lo Spirito Santo , attraverso la Chiesa, ha lasciato emergere nel Credo ciò che è più importante, luminoso e bello del messaggio biblico, perché l’uomo non si perda nel labirinto delle Scritture, bensì, leggendole, amandole e scrutandole, abbia la certezza del filo conduttore che conduce attraverso di esse.

Proprio la Dei Verbum che è ripresentata nel Catechismo della Chiesa Cattolica ha sottolineato come si debba presentare in chiave personalistica la rivelazione: Dio ha voluto rivelare se stesso. Precedentemente al Concilio si sottolineavano talvolta i singoli asserti dogmatici o i singoli eventi storici: ciò che deve emergere, secondo l’impostazione conciliare, è piuttosto la semplicità della fede, così come la cogliamo nel Credo, dove Dio stesso manifesta se stesso donandoci il suo Figlio.

6/ La Celebrazione della fede

In Gesù la rivelazione di Dio è ormai piena al punto che non è dato di attendere alcun altra rivelazione pubblica. Ma quel Cristo, dato una volta per tutte, è ora “sempre con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), come Lui stesso ci ha annunziato. Questo è manifesto proprio nel nuovo carattere conferito alla liturgia dallo Spirito Santo. Se l’uomo ha sempre cercato Dio tramite segni e riti, dalla Pasqua della Nuova alleanza in poi essi sono pieni della presenza stessa di Cristo che, come ha insegnato la Sacrosanctum Concilium e come ripete il CCC, è sempre presente nella sacra liturgia. Anzi la liturgia è proprio quell’azione umana che supera in realtà se stessa, perché in essa è Dio che opera, donandosi agli uomini.

Questo è massimamente evidente nella celebrazione eucaristica dove si invoca dal Padre lo Spirito perché Cristo sia presente in mezzo a noi. In maniera straordinaria la Preghiera eucaristica I ricorda che Cristo prese “questo” glorioso calice: Egli cioè non prese nelle sue mani solo il calice dell’ultima cena, ma prende oggi anche quello della celebrazione di modo che chi partecipa all’Eucarestia riceve il suo Corpo ed il suo Sangue.

7/ La vita in Cristo

Lo Spirito non solo rende presente Cristo nei santi segni, ma è capace di rinnovare l’intera vita dell’uomo, conformandolo a quella del Signore. L’uomo è da sempre stato pensato da Dio a sua immagine e somiglianza, come ricorda la Gaudium et spes ripresa dalla III parte del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma, con il peccato, l’uomo ha dimenticato questa somiglianza e la sua vita non risplende più pienamente della bellezza che invece doveva essergli propria.

Lo Spirito porta frutto nella vita dell’uomo restituendole la bellezza perduta ed anzi elevandola fino a quel compimento che le ha dato l’Incarnazione.

Ormai negli affetti, come nella cultura, nel matrimonio come nella verginità, nella generazione di nuovi figli come nella politica e nel lavoro, tutto è stato reso capace di esprimere la vita nuova dei figli di Dio.

Già i Comandamenti erano il “sì” di Dio alla vita dell’uomo, ma ora quel “sì” raggiunge la sua perfezione. «Ecco l’uomo», è stato detto di Cristo, perché in Lui si è manifestata l’umanità nuova: ora finalmente è possibile «amare come egli ci ha amato».

8/ La preghiera cristiana

La tradizione catechetica della Chiesa ha compreso da subito che imparare il Padre nostro era come apprendere il vangelo stesso: «L’Orazione domenicale è veramente la sintesi di tutto il Vangelo» (Tertulliano, De oratione, 1,6, citato in CCC 2761). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, forte di tutta questa esperienza, si sofferma a meditare ognuna delle sette richieste del Padre nostro, tanto esse sono nuove e profonde. È ancora una volta solo lo Spirito Santo che rende capaci gli uomini di rivolgersi al Padre con quelle parole.

In effetti, proprio l’inabitazione dello Spirito in noi ci rende capaci della comunione con Dio, del dialogo ininterrotto con Lui: noi ormai viviamo con Dio, viviamo nel suo respiro, nella sua confidenza, nell’unità stessa con Lui. Per questo lo Spirito Santo deve essere invocato come il dono supremo, «poiché il Padre darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono» (Lc 11,13).

Nello Spirito possiamo leggere e meditare la Parola di Dio perché illumini i nostri passi, nello Spirito possiamo intercedere per i nostri fratelli, nello Spirito possiamo elevare a Dio la preghiera del ringraziamento per i suoi benefici fino alla lode per la sua stessa vita e presenza amante.

IV/ Lettera per la missione

Forse, ieri è stata una giornata come tante. Il traffico di Roma caotico, il lavoro, l'ansia di fare fronte alle spese, la faccia dei nostri cari a casa, che magari non abbiamo avuto nemmeno il tempo di guardare bene. Forse, anche oggi sarà una giornata come altre. Che c'entra Dio con questa nostra modernità convulsa, con i nostri pc e cellulari costantemente accesi che ci informano di tutto, senza tregua? Interessa ancora Dio, agli uomini di Roma, nell'anno 2012?

Questa notte, negli ospedali della città, come ogni notte, sono nati dei bambini. Ora dormono, stanchi del grande viaggio, nelle culle delle Maternità. Fra qualche ora le madri li prenderanno in braccio per allattarli, ne guarderanno meravigliate i lineamenti, cercando di ritrovare gli occhi del padre, il naso di un nonno. Però pensate, che cosa straordinaria: nove mesi fa questi bambini non esistevano, e ora sono uomini. Possibile che dal nulla nasca un uomo? Dio forse sta nascosto dietro al volto di ognuno di quei bambini, chiedendoci semplicemente un atto di lealtà: di riconoscere Dio, Creatore, dietro a ogni creatura.

E ora pensate invece alle persone che avete più care. Quando la morte arriverà a dividervi, dovrete scegliere: o siamo solo animali intelligenti, frutto del caso o dell'evoluzione, e allora la morte è semplicemente il nulla, e noi non rivedremo mai più quelli che amiamo. Oppure veramente siamo figli di un Dio che ci conosce uno ad uno, e ci ama, e ha mandato suo Figlio tra gli uomini, perché possiamo vivere per sempre.

Il Figlio, già: quel Cristo in croce che è ancora sui muri delle nostre case, e delle scuole. Anche lui forse guardiamo distrattamente, non ricordando più con certezza cosa ha che fare con noi l'uomo sulla croce, tradito, straziato, apparentemente sconfitto. Morto, e risorto; tornato, dalla morte, vincitore. Ma se Gesù Cristo è davvero risorto, nella notte di Pasqua, ha sconfitto anche la nostra, di morte; e noi, rinati con lui nel battesimo, siamo chiamati a un'altra vita, libera, finalmente dal dolore e dal male.

Ma, come credere oggi che tutto questo sia capace di trasformare l’esistenza? A prima vista difficile, impossibile quasi. Sembra ingenuo poggiare la propria vita su questa pretesa inaudita. Eppure, guardate quelli che su questa promessa hanno scommesso tutto. Guardate le facce dei testimoni. Pensate al bel volto, sofferente eppure leonino, di Giovanni Paolo II. C'è scritto, in quella faccia, che tutto è vero; che quella notte la pietra del sepolcro è caduta a terra, violata. E che la fede oggi rende nuova la vita.

E se poi, pur volendolo, non riuscite a credere, fate una cosa audace: domandate a Cristo di venirvi incontro. Verrà: perché è vivo e vero. Verrà e vi prenderà per mano. E allora la vita quotidiana, pur rimanendo magari apparentemente uguale, da quel volto sarà trasformata. Non liberata dalla fatica e dalla sofferenza, ma accompagnata da Cristo - dalla stretta della sua mano.

Allora avremo addosso una speranza nuova. Per noi, ma anche per la moltitudine di sconosciuti, uomini e bambini, annientati dalle guerre e dalla fame. Per questa folla immensa Gesù Cristo, Figlio di Dio, è morto in croce e risorto: «Perché chiunque crede in lui non muoia». Vale la pena di provare questo sguardo, di buttarsi oltre il recinto stretto delle nostre piccole, limitate speranze. Vale la pena di osare, in un tempo di povere e false promesse, l'audacia di una speranza infinita.

Note al testo

[1] Si propone qui per l’utilizzo di Genesi 1-3 in catechesi, come sarà sottolineato più volte, di presentare contemporaneamente Genesi 1 e 2, cogliendone le analogie, pur nella diversità delle immagini. Scegliere solo uno dei due testi - o peggio ancora contrapporli - impoverisce la presentazione catechetica del racconto della creazione.

[2] Tommaso d’Aquino, Commento al Simbolo degli Apostoli, ESD, Bologna, 2012, p. 24.