Omelia nella Messa del 25° di sacerdozio (17/10/2012), di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /11 /2012 - 14:00 pm | Permalink
- Tag usati:
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione di un'omelia di Andrea Lonardo. Per altri testi vedi la sezione Testi di Andrea Lonardo. Per il file audio, vedi su questo stesso sito Omelia nella Messa del 25° di sacerdozio. File audio.

Il Centro culturale Gli scritti (11/11/2012)

La liturgia di oggi ci parla ancora una volta innanzitutto della Grazia di Dio, ci dice che ci sarà un frutto dello Spirito. Anzi che c’è già stato. È quello che noi desideriamo, che la vita umana non finisca senza portare frutto, non sia inutile, perché la  cosa più terribile che può capitarci è vivere senza che sia servito a niente. Ma questo frutto, come dice la Lettera ai Galati, così come la testimonianza di Ignazio di Antiochia che festeggiamo oggi, non viene dalle nostre opere, ma dalla presenza dello Spirito. Io proprio qui, 25 anni fa alle sette di sera sono stato ordinato sacerdote - ma penso anche ai vostri matrimoni, alla vita cristiana, ai nonni, ai papà, alle mamme, ai defunti: uno si accorge che non era “preparato” ad essere prete, non era preparato a fare delle cose, ma è stato Dio a guidarlo con la sua Grazia. Questo frutto, rispetto alle opere che sono disarticolate, dice proprio che è la Grazia di Dio che fa qualcosa.

Se io ripenso alla mia vita mi rendo conto che tante volte, a Santa Chiara, a Santa Melania, e ora all’Ufficio Catechistico, ho iniziato tante cose non avendo la minima idea di cosa dovevo fare e di come dovevo farlo, e capita così a tutti. C’è però questa fiducia: lo Spirito guiderà e bisogna fidarsi di Lui. A volte dobbiamo fare come Abramo quando si avvia con Isacco e sembra che non ci sia soluzione, ma “il Signore sul monte provvederà”, il frutto ci sarà, ci penserà Lui con la sua Grazia.

La seconda cosa che questa liturgia ci annuncia è che c’è un punto fermo, sempre, e io posso annunziarlo e testimoniarlo ancora una volta: e questo punto fermo è la volontà di Dio. Perché ci sia un frutto occorre lasciarsi guidare dallo Spirito, dalla sua volontà. Proprio la lettera ai Galati riprende il tema della doppia via, come nel Deuteronomio: c’è una via che conduce alla morte, c'è una via che conduce alla vita – quanto è trascurato questo tema delle due vie, anche nell’educazione.

Penso, come piccola testimonianza, di poter dire che c’è sempre stato nella mia vita dinanzi alle due vie che sempre si aprivano, almeno il tentativo di dire: “Si faccia come il Signore vuole”. Penso che, così come per le vostre scelte, non sono stato io a scegliere di diventare prete, ma è stato la scoperta di qualcosa che mi è stato proposto dalla Chiesa e a cui ho detto di sì, anche con fatica. Non ho chiesto di essere mandato a Santa Chiara, né a Santa Melania, né all’Ufficio in cui mi trovo ora: è qualcosa che il Signore mi ha chiesto di vivere. E anche quando sono stato duro con qualcuno di voi, anche quando ho sbagliato, anche quando ho fatto errori gravi e peccati, mi sono sempre chiesto quale fosse la volontà di Dio.

San Paolo dice ai Galati di non allontanarsi mai dalla volontà di Dio. Prima di fare una scelta, anche a 70 – 80 anni, la grande domanda è: “Signore, ma Tu cosa vuoi che io faccia?”. La vocazione è proprio questo, la vita come risposta allo Spirito, a Dio: è Lui che ci pone in situazioni che noi non scegliamo: noi dobbiamo solo seguire la Sua parola. Mi hanno riferito una bella espressione di un prete di Roma, don Fabio: “Noi pensiamo sempre di giocare in una partita a tennis in cui siamo alla battuta, invece spesso siamo alla risposta!”. È un altro che ci lancia la palla e noi dobbiamo rispondergli: dobbiamo rispondere sempre alla volontà di Dio.

Il Vangelo ci parla poi di questo essere guide. Perché c’è bisogno di guide e proprio per questo Gesù se la prende con le guide che si dimenticano le cose grandi - ma si dimenticano anche le piccole. Sono importanti le sue parole: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno”. Gesù difende sempre chi annunzia la parola di Dio. Perché egli sa che c’è sempre questa esigenza fondamentale: abbiamo bisogno della presenza della parola di Dio, del discernimento di chi ci aiuta indicandoci la parola di Dio.

Penso che per me essere guida come sacerdote sia un po’ come per voi essere padre, madre, nonno, suora: sentire che i figli che hai, che camminano con la Chiesa, anche quelli che non credono, sono più importanti di te. Essere guida vuol dire che devi guidare, ma devi anche morire, devi dare tutto quanto te stesso. Qualche giorno fa celebravo il 25° anniversario di matrimonio di due miei compagni di classe - avevo celebrato il matrimonio quando ero ancora diacono - e il marito, Claudio, scriveva dopo 25 anni di matrimonio, rivolgendosi al figlio Federico: “Tu sai che noi per te faremmo qualsiasi cosa, siamo disposti a qualsiasi rinuncia, tu sei più importante di noi”.

Io credo che nell’essere sacerdote, nell’essere guida, sia fondamentale questo: si diventa adulti quando c’è qualcuno che è più importante di noi. Fino a che tu sei il più importante sei ancora un bambino: diventi adulto quando la vita di un’altra persona vale tanto che tu puoi regalare la tua. In questo anno particolare per me, anche difficile, stancante,  mi ha illuminato la frase di un mio amico che, a proposito di un discorso che facevamo mi ha detto: “Andrea, noi abbiamo cinquant’anni e a volte mi capita di chiedermi come mai non c’è nessuno che ci guida. Guardo davanti a me e non  vedo nessuno che mi precede: ma poi ho guardato dietro di me e ho visto che sono gli altri che mi seguono! Tu sei il direttore dell’Ufficio catechistico ora e sei tu che devi guidare gli altri!” Si diventa guida quando si dà senza più pretendere di avere qualcosa in cambio, senza più pretendere di essere colmati di doni e di affetto. Ecco il sacerdozio è scoprire di essere padri, scoprire di avere “figli” a cui devi dare tutto e che devi guidare, senza tirarti indietro.

Mi piace sottolineare due aspetti dell’essere guida che secondo me sono semplici, belli. C’è sicuramente in questo essere dottori della Legge – essere dottori che Gesù ama, perché Gesù è stato un maestro e chiede a noi di esserlo - l’importanza della misericordia spirituale, del saper consigliare i dubbiosi, dell’insegnare agli ignoranti, come ricordano le opere di misericordia spirituale. Voi sapete quanto per me sia importante la parola Scritti, come è evidente dal sito Gli scritti: questo termine l'ho ripreso dagli Scritti sapienziali, che testimoniano questo tentativo di Israele di raccogliere tutta la sapienza del mondo. Ma poi c’è soprattutto la Sapienza che è Cristo stesso, è Lui la grande sapienza. Io credo che noi non ameremo mai veramente il mondo senza essere profondamente cristiani, perché il mondo ha veramente bisogno di Gesù Cristo. Noi abbiamo bisogno di questa sapienza, di queste parole, perché solo esse ci permettono di illuminare la vita. Mi tornava in mente un’espressione di G.K. Chesterton: “La Chiesa Cattolica è l’unica cosa in grado di salvare l’uomo dalla schiavitù di essere solo figlio del suo tempo”. Per questo il prete è guida nella parola. A tutti è chiesto di esserlo, ma a noi sacerdoti è chiesto in modo particolare.

E c'è una seconda dimensione dell'essere guida nel sacerdozio che è tipica dell'essere preti: sei guida non solo attraverso le parole che dici, ma lo sei attraverso i sacramenti. Penso che ognuno di voi sa qualcosa di questo, a me capita di sentire delle persone che dicono di sentirsi toccare il cuore dalle parole di un sacerdote che tiene un’omelia, più di quando con lo stesso sacerdote parla durante una riunione, o in privato, perché lì agisce la Grazia dello Spirito Santo, sacramentale. Nel mio cammino da prete ho scoperto ancora di più il valore dell’Eucarestia. L'avevo già scoperto da laico e da giovane, ovviamente, ma ora mi è ancora più chiaro: la cosa più grande che io vi ho dato è stato il corpo di Cristo ed è ciò che nessun altro può darvi se non un sacerdote. Il sacerdote vi dà Cristo stesso nel suo corpo. Allo stesso modo come sacerdote vi ho confessato: ci siamo incontrati nel “mistero” della confessione, quel “mistero” per il quale anche dopo un peccato gravissimo una persona si sente dire attraverso un altro uomo - che non ha di suo questo potere ma lo ha ricevuto da Dio - “figlio, vai in pace”, “Dio ti ha perdonato”, perché quel peccato Dio non lo guarda più, se lo è buttato alle spalle. Questo essere guida è ciò che il Signore ha chiesto a me.

Questo essere guida è così importante per me che mi piace dire anche la mia gratitudine a chi mi è stato guida, perché si può essere guida solo se si è stati guidati. Penso soprattutto ai miei genitori. Mi sono immaginato a volte il mio papà che quasi mi confermava dal cielo, che mi diceva da lassù: “Questo figlio mi piace, mi è venuto bene!”. Penso a tutti i sacerdoti che mi hanno accompagnato, ai sacerdoti che sono qui e in particolare a don Rino che mi ha guidato quando ero un ragazzo. Penso a Benedetto XVI - è stato eletto nell’anniversario della morte di mio padre e per me è veramente un padre, mi sta insegnando a capire la vita. Io amo esagerare in alcune espressioni, ma penso veramente che chi oggi non riesce ad amare Benedetto XVI e a capire quello che dice, non riesce a capire il mondo. Il Papa mi ha aiutato a pensare, ad essere chiaro nel pensiero. Io l'ho sentito veramente padre, è come un padre nuovo che mi è stato donato.

Ultima cosa. Fra i frutti dello Spirito c'è il volersi bene: in Galati il primo frutto è l’amore, in questo mistero dell’agape si condensa tutto. Qui le parole mancano, c’è il pudore, c’è la riservatezza, il Signore svelerà quanto abbiamo amato e quanto siamo stati amati, quanti sacrifici abbiamo fatto, quante gioie abbiamo condiviso e quanto peccato c’è stato. Però mi sembra bello e vero, dopo 25 anni, potervi dire - e ciascuno può dirlo della sua famiglia, della Chiesa, delle persone che ha amato, dei poveri - che c’è stato in me il desiderio di volervi bene totalmente, senza risparmiarsi.

C’è stato l’amore per chi mi è stato maestro, per il discepolo prediletto che capiva il Vangelo, per l’amico e l’amica preferiti, per i fratelli, e per i fratelli che se ne approfittavano, che tornavano solo quando c’era un problema. Ma c’è stato anche il ricevere tanto affetto, da ognuno di voi: in questi anni mi avete insegnato l’amicizia, la serietà dell’amore familiare. Io sono profondamente segnato dalla storia di tanti di voi, non sarei quello che sono senza avervi incontrato.

E sull’amore vorrei anche dire che quello che caratterizza noi cristiani è che insieme abbiamo amato gli altri: non solo ci siamo voluti bene, ma il nostro è stato un amore che non voleva chiudere, anzi che spingeva e spingerà sempre a essere ancora di più a servizio di tutti quanti gli altri.

E allora solo un ringraziamento oggi al Signore, a voi, alla Chiesa, alla Trinità. Venticinque anni fa c’era più incoscienza, più salute, ero disposto a fare tardissimo la notte, ai campi estivi. Adesso non ce la faccio più, ma sento una gioia più sobria, sento che i frutti ci sono, che si cammina. Mi ha colpito negli ultimi giorni una frase di Benedetto XVI che diceva come, rispetto al tempo del Concilio, ora lui prova una gioia diversa, perché ha conosciuto la fatica del tempo, il peccato originale e la Grazia di Dio che ci riprende continuamente per mano. Il Signore ci accompagni a camminare sempre nello Spirito, a fidarci sempre di nuovo di Lui, ad andare dove Lui ci guida, con la sua provvidenza, la sua grazia e la sua richiesta esigente di donarci per il mondo intero a testimonianza di Cristo. E così sia.