La fede che opera per mezzo della carità. File audio di una relazione di Jean Vanier al clero di Roma in San Giovanni in Laterano

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /11 /2012 - 21:59 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la registrazione di una realzione tenuta al clero di Roma da Jean Vanier, il 15/11/2012. Per altri files audio vedi la sezione Audio e video. Per altri testi di Jean Vanier vedi su questo stesso sito la sezione Maestri dello spirito.

Il Centro culturale Gli scritti (25/11/2012)

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Riproducendo "vanier cattedrale 2012".



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Trascrizione ufficiale della relazione

Buon giorno … non parlo italiano.

Vorrei cominciare raccontando qualche cosa della mia storia. Sono un bambino della guerra. Quando le truppe tedesche entrarono in Francia nel 1940, con la mia famiglia eravamo dei rifugiati sulle strade della Francia, con migliaia di persone che fuggivano dai tedeschi. Siamo riusciti a scappare su una nave di guerra e sono tornato in Canada, e sono entrato nella marina di guerra quando avevo 13 anni. Dunque la mia formazione, la mia adolescenza è tutta attorno alla guerra e non c’è bisogno che io vi dica che la guerra è una cosa inaccettabile. Quando ci si rallegra perché si uccidono delle persone, e per la vittoria! La guerra porta qualcosa di molto profondo nel cuore umano, spezza un sentimento di unità della famiglia umana. Il mondo è un mondo diviso, voi lo sapete bene e forse lo sapete meglio di me. Noi abbiamo delle comunità in Palestina, in Siria, e in parti del mondo in cui c’è la guerra, e sono situazioni impossibili. Le divisioni nel nostro mondo sono profonde, le rivalità, l’odio, le divisioni tra le culture, le religioni, e soprattutto questa differenza inaccettabile tra il ricco e il povero. Questo è il nostro mondo!

Il messaggio di Gesù è : “operate per l’unità, riunite nell’unità tutti i figli di Dio dispersi”. Questo è Gesù: lavorare per l’unità!

Una delle grandi divisioni del nostro mondo, è quella tra le persone che stanno in buona salute e le persone con un handicap. Inizio a dirvi qualcosa sulla sofferenza delle persone con un handicap, che sono le persone più oppresse del nostro mondo. Io le ho incontrate nelle grandi istituzioni, le ho incontrate sulle strade, e voi sapete come me che molto spesso non li consideriamo esseri umani. Si scherza su di loro, e molti genitori si pongono la questione del “perché io ho questo bambino”. Anche nel Vangelo di San Giovanni la prima domanda dei discepoli a Gesù davanti all’uomo cieco è “perché lui è cieco? E’ forse a causa dei suoi genitori, o a causa dei suoi?” E resta profondamente nella coscienza o nell’incoscienza umana, che l’handicap è una punizione di Dio.

San Paolo dice che “Dio ha scelto i folli e i deboli per confondere gli intellettuali e i potenti”. Io vorrei progressivamente dirvi la forza di queste parole di Paolo: le persone con un handicap sono i testimoni privilegiati di Gesù. Ma poche persone lo sanno: c’è una visione in cui si vuol fare del bene alle persone con un handicap e nella chiesa cattolica ci sono molte istituzioni che si occupano di loro (don Orione, don Gnocchi, la piccola casa della carità). Ma molti cristiani, molti sacerdoti sono un po’ persi davanti a una persona con un handicap! Per lungo tempo non potevano ricevere la comunione e i genitori sono profondamente feriti. Le persone con un handicap hanno difficoltà a trovare un posto nella chiesa. Come diceva il vostro Cardinale, io ho scoperto questo mondo nel 1963. Ho visitato delle situazioni indescrivibili, dove le persone con un handicap venivano messe in questi istituti dove c’era la violenza, dove non c’era lavoro. Io non mi sentivo chiamato a entrare in questo sistema. Non volevo entrare dentro gli ospedali psichiatrici come infermiere o altro. Io ho lasciato la marina per seguire Gesù, e soltanto Gesù mi ha donato in questo mondo di guerra un senso della vita umana. Gesù che è principe della pace, Gesù che ha voluto annunciare la buona novella ai poveri, agli oppressi. Da qui io ho accolto due uomini e abbiamo iniziato a vivere insieme, e ho imparato molte cose. Rafael aveva una meningite e Philippe un’encefalite. I loro genitori erano morti e volevo semplicemente vivere con loro una vita umana semplice. L’Arca è iniziata nello stesso momento del Concilio e vorrei semplicemente che vi legga un testo del Concilio. E’ il testo del messaggio al mondo alla fine del Concilio.

Voi tutti che sentite più pesantemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonate, che piangete, voi che siete perseguitati a causa della giustizia, voi sui quali si tace, voi sconosciuti, prendete coraggio. Voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza e della vita, voi siete i fratelli del Cristo sofferente e con Lui, se lo volete, salverete il mondo. Ecco la scienza cristiana della sofferenza, la sola che dona la pace. Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: voi siete chiamati dal Cristo, dalla sua immagine vivente e trasparente.”

Abbiamo cominciato a vivere insieme, io cucinavo, quindi mangiavamo molto male! Quando tre uomini vivono insieme non si sa come fare, non si sa come pulire. Vivendo insieme ho scoperto il testo fondamentale dell’Arca, un piccolo testo di Gesù. Voi sapete che Gesù era un uomo. “Quando voi date un pasto, non invitate i membri della vostra famiglia, non invitate i vostri vicini ricchi, non invitate i vostri amici, non invitate il clan, la tribù, non invitate tutte le persone che vi faranno i complimenti. Tu sei bello, tu sei bella, noi siamo belli , ma gli altri…. Quando voi date un banchetto invitate i poveri, gli storpi, gli infermi, i ciechi.” E Gesù dice è una beatitudine, (makairos). Sapete che le beatitudini sono la porta per entrare nel regno di Dio. Abbiamo dunque iniziato a vivere insieme, ridevamo insieme, abbiamo avuto dei conflitti insieme, perché il conflitto è umano, e abbiamo pregato insieme. Non mi rendevo conto che vivere con persone con handicap era un gesto rivoluzionario. Delle persone mi hanno raggiunto per aiutarmi, abbiamo accolto altre persone dagli ospedali psichiatrici e dagli istituti e abbiamo iniziato a crescere. La vita è cresciuta, e come diceva il vostro Cardinale, oggi ci sono 140 comunità nel mondo, in situazioni molto diverse: in Palestina, in Siria, in Bangladesh, perché in tutti i paesi c’è la stessa sofferenza. Le lacrime di una mamma musulmana sono le stesse lacrime di una madre cristiana. La malattia, la morte, l’handicap, sono una realtà profondamente umana, e noi siamo tutti uniti in una stessa umanità. Siamo tutti fratelli e sorelle in una stessa umanità. Nel 1971 è nata “Fede e Luce” con Marie-Héléne Mathieu, in Francia, e adesso Fede e Luce è cresciuta molto nel mondo.

La scoperta è che le persone con un handicap hanno un messaggio da dare, sono i primi testimoni di Gesù. Vorrei parlarvi di qualcuno che abbiamo accolto nella nostra comunità e questo spiega un po’ che cosa si vuole fare insieme. Pauline è stata accolta nella nostra comunità quando aveva 40 anni. Era emiplegica, epilettica, un braccio paralizzato, una gamba paralizzata, era diabetica. Quello che la caratterizzava però era la sua violenza, urlava, rompeva le cose, non poteva colpire qualcuno perché se soltanto cercava di colpire qualcuno sarebbe caduta. Con il nostro psichiatra abbiamo allora cercato di capire, non per bloccare, fermare la sua violenza, ma per comprenderla. Abbiamo scoperto che aveva vissuto 40 anni di umiliazione. Le persone con handicap sono state umiliate. L’umiliazione è qualche cosa di insopportabile. Gesù è stato umiliato, Gesù ha sofferto fisicamente e la sofferenza di Gesù sono state anche l’abbandono e l’umiliazione. Molti sacerdoti oggi che io incontro nel mondo, sono stati umiliati. La Chiesa è stata umiliata per molteplici ragioni. Noi siamo in un mondo in cui la Chiesa è stata umiliata ed io mi sento molto vicino ai sacerdoti he hanno vissuto umiliazioni. Pauline, umiliata, era la vergogna della sua famiglia, la prendevano in giro sulla strada, non ha potuto frequentare la scuola a causa del suo handicap, non la si ascoltava, si diceva “è un handicappata, è una stupida”, non è stata rispettata come un essere umano, non è stata rispettata come un figlio di Dio. Era gelosa delle sue sorelle che avevano avuto dei bambini, e lei non poteva avere dei bambini. Allora aveva in odio il suo corpo, non lo sopportava, non voleva un corpo così. E’ difficile per delle persone come Pauline accettarsi così come si è. Può darsi che il grande segreto umano per ciascuno di noi sia di accettarsi così come si è. Siamo tutti delle persone fragili. Portiamo dentro di noi le nostre fragilità e le nostre debolezze, e abbiamo anche molta paura di essere umiliati, abbiamo paura che le persone ci vedano che non siamo perfetti come vorrebbero. Di che cosa aveva bisogno Pauline? Aveva bisogno che delle persone la guardassero come una persona umana, la ascoltassero. Sapete quali sono le prime parole di Gesù risorto? E’ straordinario Gesù! Dice: “Perché piangi”’? Le prime parole di Gesù! Dov’è la tua sofferenza? Dove sono le tue ferite? Pauline aveva bisogno che qualcuno la guardasse e le chiedesse: dov’è la tua sofferenza? Questo chiede del tempo, vivendo insieme come noi viviamo in piccoli focolai, in piccole case.

Ci sono gli assistenti che vengono con molta generosità per fare del bene ai poveri. E’ bene fare del bene ai poveri, ma gli assistenti sono anche impregnati dai valori della nostra epoca, si sentono un po’ superiori. Fare del bene mi rende superiore a te! Si può fare del bene ‘inferiorizzando’ le persone. Pauline aveva sicuramente bisogno di un buon professionista, di buone medicine, di fisioterapia, ma aveva bisogno di altre cose: qualcuno che le dicesse “sono contento di vivere con te, sto bene con te ’. E’ questo che il povero ha bisogno di ascoltare : “sono contento di vivere con te, tu sei una persona umana, sei mio fratello, sei mia sorella”. Tutto questo richiede che gli assistenti cambino, non che siano persone che fanno del bene, ma che diventino amici. Sapete cosa vuol dire amare qualcuno! Amare qualcuno non è prima di tutto fare delle cose, ma è rivelare “tu sei importante, tu sei più bello di quello che credi, tu hai un valore”. Questo richiede degli incontri, richiede del tempo. A chi ha vissuto 40 anni di umiliazione, l’umiliazione non sparisce così. Ha bisogno di molti incontri, di molti pasti, di molte feste, di molto tempo perché possa scoprire che si è contenti di vivere con lei. E poco a poco il suo cuore cambia. C’è stato un momento in cui ha chiesto di essere battezzata. Noi non chiediamo subito che le persone siano battezzate, bisogna che questo nasca da un desiderio. C’è stato un momento che lei ha detto: “voglio conoscere Gesù un po’ di più”.

Quando io ero più anziano mi sono messo a sedere accanto a lei e lei ha visto che ero un po’ stanco e ha messo il suo braccio sulla testa e mi ha detto ‘povero vecchio’. Quanto tempo ci vuole per passare dalla violenza alla tenerezza, a un’amicizia in cui si diventa fratelli e sorelle nell’umanità, fratelli e sorelle in Gesù. Potete facilmente comprendere come Pauline cambia in un luogo armonioso, in cui c’è del lavoro, in cui si sono certamente di momenti di conflitto, ed altro. Quello che è più sorprendente è vedere come gli assistenti, (così li chiamiamo) sono trasformati. Come vi ho detto vengono per fare del bene, ma a poco a poco scoprono che la relazione con Pauline li cambia. Non hanno più bisogno di sentirsi superiori, scoprono la gioia della comunione. Conoscete bene san Paolo. Nella lettera ai Corinti San Paolo descrive cos’è la carità: pazienza, servizio, scusare tutto, sopportare tutto, credere tutto, sperare tutto. Con Pauline è una scuola di pazienza. Con persone che parlano male o non parlano per niente è una scuola di pazienza, scusare tutto. Comprendere da dove viene la sua violenza, comprendere da dove viene la violenza di tanti giovani oggi. Oggi molti giovani sono tanto violenti e compensano la loro violenza con la droga, e bisogna capirli. Non si tratta di convertirli, si tratta di comprendere la sofferenza umana. Ciò che è straordinario è come gli assistenti sono trasformati. Ma non è facile.

Io sono un tipo molto impaziente, amo le cose puntuali, mi dicono sempre che ho il panico quando devo prendere l’aereo, perché ho sempre paura di arrivare in ritardo. Noi siamo degli esseri umani, e l’essere umano è povero, e abbiamo difficoltà ad amare. L’Arca, come Fede e Luce è una scuola in cui si impara ad amare, e non è facile. Scopriamo le nostre fragilità, siamo tutti dei poveri, siamo tutti degli impazienti, siamo tutti persone che vogliono il potere, abbiamo la tendenza a volere essere superiori, ma non lo siamo, siamo tutti degli esseri umani scelti da Gesù, chiamati da Gesù. Sì, ma noi siamo dei poveri. Allora ci vuole una scuola in cui si impara, ci vuole una formazione. Quello che mi colpisce è che siamo delle comunità. Qualche volta nella relazione che abbiamo con dei sacerdoti, vedo la sofferenza dei sacerdoti perché non hanno comunità. Una comunità è essere insieme, avere la stessa missione. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, si hanno dei tempi di festa, ci si aiuta l’uno con l’altro. Il nostro mondo moderno con la tirannia della normalità, che spinge le persone ad avere un successo individuale, vedo talmente tanta gente che vive nella solitudine e nella sofferenza della solitudine. Gesù dice che quando si è suoi discepoli si riconosce dalla qualità dell’amore che noi abbiamo gli uni per gli altri. Questo vuol dire che sono gradualmente purificato attraverso la vita comunitaria. E’ difficile vivere in comunità, ma nello stesso tempo è la liberazione perché abbiamo la stessa missione, e poi perché si sente che la missione dell’Arca è una missione di pace. Lavorare contro le divisioni che sono installate nel mondo umano, cercare di riavvicinare gli esseri umani, imparare ad amare! Nella mia propria esperienza, l’Arca mi ha aiutato molto, ho scoperto molte cose su me stesso.

Vi voglio dire una parola su Natalie. Natalie è morta due mesi fa, era cieca e aveva un handicap molto reale, ma era una donna di una tenerezza estrema. Per il fatto che era cieca si lasciava guidare, condurre veramente ogni giorno, e si è lasciata accompagnare anche alla morte. Mi ha insegnato molto sulla tenerezza. La tenerezza è qualche cosa di straordinario, è un modo di ascoltare, senza giudicare, senza condannare, un modo di guardare il povero che è di fronte a me, ed accogliere il povero che è all’interno di me. Lei mi ha insegnato la tenerezza. Sapete che le persone umiliate hanno bisogno di molta tenerezza. Avevo chiesto al nostro psichiatra cosa fosse per lui, per voi psichiatri, la maturità umana. Mi ha risposto: la tenerezza. La tenerezza è un modo di essere unificato nel corpo e nell’anima, la tenerezza è il modo di toccare qualcuno senza volerlo possedere, di rivelare, perché la tenerezza deve rivelare che tu sei importante. Sapete che il nostro corpo è il tempio di Dio e Natalie era il tempio di Dio, il tempio a cui ci si può avvicinare con rispetto e tenerezza. La tenerezza è anche un dono di Dio, è un’unificazione progressiva tra il mio corpo e il mio spirito. Ho ancora del tempo per imparare, è un cammino. Ho scoperto che sono un uomo violento, che ho molte energie dentro di me, anche se ho 84 anni, ho delle energie. L’energia può facilmente trasformarsi in violenza. Siamo tutti uomini e donne violenti.

Abbiamo accolto in comunità Lucien, profondamente ferito sul piano psichiatrico. Non parlava e non camminava. Aveva vissuto per 30 anni con sua mamma. Sua mamma è una donna straordinaria, ma si è ammalata, è stata ricoverata in ospedale, e anche lui è stato portato in ospedale. Sapete cos’è l’angoscia? L’angoscia è la comunione spezzata. L’angoscia è perdere i propri punti di riferimento. L’angoscia non è come la paura: ci può essere un cane o una persona che mi fa paura. Ma l’angoscia è qualcosa di essenziale: non so bene chi sono, perdo il mio posto, sono umiliato. E Lucien quando cadeva nell’angoscia urlava, urlava, urlava. L’ospedale che l’aveva accolto l’ha trasportato d’urgenza nella nostra comunità e quando ho lasciato la direzione della comunità ho vissuto con Lucien. Non sopportavo le sue grida, avevo l’impressione che le sue angosce risvegliassero le sue angosce. Nell’angoscia ci si sente impotenti, non si sa cosa fare, ci si sente persi. Il nostro psichiatra ci aveva detto che potevamo dare delle medicine per impedire a Lucien di urlare, ma ci ha detto che se le date a Lucien è a causa vostra, perché voi non sopportate le sue grida, perché Lucien ha bisogno di esprimere la sua sofferenza. Ok, abbiamo detto al medico, non diamo medicine. Il mio problema non era Lucien, ero io. Era tutto quello che Lucien provocava in me. E’ difficile scoprire come la violenza possa trasformarsi in collera, e come la collera possa diventare odio e violenza. Quando a volte leggo sul giornale che un papà ha ammazzato un figlio, non dico più che è un crimine, ma dico “capisco”; avrei potuto fare anch’io questo. Ma io sono in una comunità ed ero sostenuto da altre persone. Quando Lucien è morto, mi ricordo che mi sono messo in ginocchio davanti a lui e gli ho detto “grazie, tu mi hai insegnato molte cose su me stesso”. E’ importante scoprire non soltanto la nostra tenerezza, la tenerezza che è anche dono di Dio, ma scoprire anche le potenze di angoscia e di collera. Io ho bisogno di aiuto, ho bisogno dell’aiuto della comunità, ho bisogno dell’aiuto di Gesù, perché è solo Gesù che ci può insegnare ad amare senza giudicare, senza condannare. Si tratta di amare coma Gesù ama.

“Amatevi gli uni gli altri come io vi amo”!

C’è un bellissimo testo di Etty Hillesum, credo che la conosciate, è una giovane ebrea morta ad Auschwitz. Ha scritto un diario. Non era cristiana, ma era amata da Dio e lei lo sapeva. Ad un certo punto Etty dice questo:

Scopro che sono un pozzo e nel fondo di questo pozzo c’è Dio. Ogni tanto lo ritrovo, ma molto spesso quello che scopro è che se Dio è nel fondo del pozzo, io non ci sono. Ci sono tante pietre e cemento che mi impediscono di raggiungerlo. Ho scoperto anch’io che ci sono tante pietre che mi impediscono di ritrovare Dio nel cuore. Bisogna che io lavori su me stessa per togliere tutto questo. Io ho ancora del lavoro.”

E c’è anche un testo del patriarca di Costantinopoli, Atenagora. Dice:

“Ho lottato tutta la vita una guerra terribile, una guerra contro me stesso. Ho voluto sempre mostrare di essere migliore degli altri, e poco a poco ho lottato per ascoltare che le vostre idee forse sono migliori delle mie. Ora sono disarmato. Non penso che le mie idee siano le migliori, e cerco di ascoltare ciascuno. C’è ancora della lotta, c’è ancora del lavoro.”

Vorrei ritornare sul mistero che viviamo, che cioè Dio ha scelto ciò che è debole e folle per confondere gli intellettuali e i superiori. Paolo fa eco a quello che dice Gesù : “Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai potenti.” Gesù rivela che bisogna tornare come piccoli bambini. Gli apostoli volevano tenere i bambini lontano da Gesù e Gesù si mette in collera: “Lasciate venire i bambini, perché per entrare nel regno bisogna diventare come bambini”.

Cosa ci insegna Natalie, cosa ci insegna Pauline, che cosa Lucien? Bisogna che io passi dalla testa al cuore. Nella testa ho delle certezze, certezze teologiche: quando si è nel cuore non abbiamo più certezze. E’ l’incontro, è l’ascolto. Scopro le mie difficoltà di ascoltare, scopro la mia povertà. Pertanto l’incontro con il povero è l’incontro con Gesù. Non è sempre facile pregare: è semplicemente avere un incontro in cui mi sento vuoto davanti a Gesù, dove tocco le mie angosce e le mie paure. Spesso per me la preghiera diventa un essere un povero davanti a Gesù, e imparare che è un lungo cammino per imparare ad amare.

Considero che questo sia un mistero: che questi esseri umani che sono i più oppressi, che si vuole oggi abortire, o per i quali si vuole utilizzare l’eutanasia, perché le persone con un handicap sono le persone più perseguitate nel nostro mondo, in tutte le culture, sono sorgenti di grandi sofferenze per le famiglie, e siamo davanti a una realtà universale, in tutte le culture e in tutte le religioni. Questo è un grido, il grido del povero! Pertanto sono loro che possono cambiarci, se si entra in relazione. E’ un mistero, ma è lo stesso mistero della croce di Gesù. Non c’erano tante persone sotto la croce di Gesù, di Gesù umiliato. Nello stesso tempo non si può fare da soli, ma insieme, insieme cristiani e gente non cristiana, con la stessa missione: operare per l’unità, operare perché ciascun essere umano sia rispettato. Come si può fare questo, alle persone con un handicap, il popolo più oppresso e più violentato? Forse abbiamo paura che ci rivelino le nostre proprie debolezze, abbiamo paura che ci vedano gli altri come persone deboli?

Le persone con un handicap sono rivelatrici della debolezza e della morte, e sono il segno vivente di una sofferenza, ma se ci si avvicina a loro, si scopre un legame, un legame di comunione e possiamo osare dire, attraverso le loro ferite ci guariscono. Vivendo con Pauline ho scoperto tante cose su me stesso, sulle mie fragilità. Abbiamo bisogno di relazioni molto semplici perché il fondamento del cristianesimo è la festa. Vivere insieme la festa! Sì, siamo in un mondo pericoloso, siamo in un mondo di violenza, ma la speranza è che Gesù è la nostra pace. Oso dire per finire, che stiamo entrando in un nuovo mondo. C’è uno squilibrio sempre più grande tra il mondo dei deboli, le persone anziane, le persone che hanno l’ Alzheimer, le persone con un handicap, quelle che hanno avuto incidenti stradali, e oggi si vive sempre più a lungo, e il mondo attivo. Può darsi che sia un momento straordinario per scoprire il profetismo della Chiesa, la Chiesa della compassione, la Chiesa della bontà, la Chiesa che entra nell’incontro con le persone che si sentono deboli. Ci sono sempre più scoperte con le persone che sono all’Arca o a Fede e Luce: ci sono sempre più conoscenze per le persone con l’Alzheimer, e che queste persone anziane o con l’ Alzheimer si sentono molto sole. Per entrare in questo mistero di una Chiesa profetica, bisogna lasciar perdere la testa, entrare nella relazione e allora scopriremo qualcosa di straordinario: non si tratta di essere noi ad evangelizzare i poveri, ma i poveri ci evangelizzano, perché ci chiedono di lasciare i nostri troni di conoscenza e di potere per incontrarci, come dei testimoni di Gesù, divenire la Chiesa della compassione e dell’amore.

Vorrei terminare dicendo grazie ai sacerdoti, grazie della vostra fedeltà, grazie per la vostra fedeltà nel darci il Corpo e il Sangue di Gesù. La Chiesa ha bisogno di voi. Le nostre comunità di Fede e Luce e dell’Arca hanno bisogno di voi, e vi voglio semplicemente dire grazie della vostra fedeltà e grazie di avermi ascoltato.

Grazie