Il Concilio Vaticano II. Un'introduzione alla Gaudium et Spes, file audio di una relazione di Andrea Lonardo tenuta nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina

Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /12 /2012 - 14:20 pm | Segnala questo articolo:
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Mettiamo a disposizione il file audio della terza delle quattro relazioni sul Concilio Vaticano II pensate per i catechisti della diocesi di Roma, dal titolo "Un'introduzione alla Gaudium et spes", tenuta da Andrea Lonardo nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina il 15/12/2012. Per il programma delle relazioni successive, vedi l'Homepage del sito Gli scritti. Per le relazioni precedenti vai ai link Un'introduzione alla Dei Verbum e Un'introduzione alla Sacrosanctum Concilium.

Il Centro culturale Gli scritti (23/12/2012)

Registrazione audio

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Riproducendo "sgiovanni platina gaudiumspes".



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Ufficio catechistico di Roma www.ucroma.it (cfr. anche www.gliscritti.it )

San Giovanni a Porta Latina. Credo perché l’uomo è stato creato da Dio a sua immagine:
la Gaudium
et spes

Anno della fede. La catechesi e il Concilio Vaticano II

Sono on-line i file audio sulla Dei verbum, sulla Sacrosanctum Concilium, su Blaise Pascal (su www.gliscritti.it )

Prossimi incontri

Sabato 19 gennaio 2013 – ore 9.45-12.00
Palazzo Lateranense (Sala della Conciliazione): Credo perché la Chiesa è sacramento universale di salvezza: la Lumen gentium.

Corso sulla storia della Chiesa di Roma (VI anno): il Concilio di Trento e la controriforma

Sabato 23 febbraio 2013 – ore 9.45-12.00
Santa Maria in Vallicella: San Filippo Neri

Sabato 23 marzo 2013 – ore 9.45-12.00
San Girolamo dei Croati a Ripetta: Il Concilio di Trento

Sabato 11 maggio 2013 – ore 9.45-12.00
San Lorenzo in Panisperna: Il Catechismo Romano ed i Catechismi di Lutero e Calvino. 

Sul Battesimo

Stage sulla pastorale battesimale presso la parrocchia della Trasfigurazione, sabato 12 gennaio (10.00-12.30 e 16.00-18.30) e domenica 13 mattina

La Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965

Premessa: la storia della Gaudium et spes e la sua grande questione

-otto stesure prima di arrivare al testo definitivo!

da J. Ratzinger, Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Queriniana, Brescia, 1967
pp. 109-110 La preistoria del testo
Incomincia nel tardo autunno 1962. Le commissioni preparatorie, caratterizzate dalla classica teologia romana di scuola, avevano proposto una specie di codificazione di tutto lo stato attuale di questa teologia, in formulazioni chiare e prudenti, ma imprigionate nel circolo interno del sist
ema, che tanto più perdevano di forza d’incidenza, quanto più acquistavano in perfezione e chiarezza intrinseche. In questi testi venivano affrontate anche questioni attuali dell’uomo contemporaneo. Un testo trattava i problemi dell’etica cristiana in genere, un altro era dedicato ai problemi dell’etica cristiana in genere, un altro era dedicato ai problemi del matrimonio e della famiglia. Ma le loro risposte erano troppo rifinite per poter convincere. Erano caratterizzate da una sicurezza che non trovava riscontro nella rivelazione e da una risolutezza autoritativa che semplicemente non era più conforme alla complessità della realtà. Ed erano caratterizzate da categorie più di origine antica che cristiana. Il matrimonio era concepito sotto la categoria fondamentale del fine e la sua etica dedotta astrattamente dal concetto della natura. In tal modo l’utilità sociale appariva preposta alla realtà personale; tutto il tono mirava ad affermare ed a mettere in rilievo i diritti della Chiesa, nascondendo in pratica la sua funzione ministeriale.
p. 112
In più, una gran parte degli enunciati rimaneva molto indeterminata e soprattutto si incrociavano confusamente due intenzioni: da una parte la volontà di un orientamento biblico al posto di quello scolastico, dall’altra la volontà di entrare nella situazione e nella mentalità di oggi. Ne risultava che, in ultima analisi, il testo non era biblicamente esatto, né veramente conforme al pensiero odierno
. Risultato della discussione fu un generale assenso alla via intrapresa, alla volontà che aveva guidato nell’insieme, ma nello stesso tempo fu domandata una profonda revisione di quanto era stato fatto fino allora.

p. 113 Lo schema dell’autunno 1965
Incominciava con una analisi della presente situazione storica, poi in una prima parte sviluppava linee fondamentali dell’antropologia cristiana
, in cui erano trattati anche il problema dell’ateismo, il problema dell’importanza antropologica della tecnica e della storia, la questione della speranza cristiana in confronto con le speranze intrastoriche del nostro tempo ed infine la posizione della Chiesa nel mondo contemporaneo. La seconda parte, che si appoggiava maggiormente al progetto al progetto Häring, era a sua volta dedicata ai problemi particolari e qui prendeva anche dettagliatamente posizione nei confronti dell’importanza della scienza e della sua autonomia, della vita statale in quanto tale, della comunità dei popoli, dell’aiuto per i popoli sottosviluppati e di questioni affini. Il tutto formava, come s’è già notato precedentemente, un documento di 83 pagine nel testo latino (120 nel testo tedesco). È chiaro che un’opera di questa ampiezza non poteva in sì breve tempo essere elaborata con la necessaria accuratezza e che anche per i collegi consultivi doveva rappresentare un problema di cui era quasi impossibile venirne a capo.

pp. 117-118 Problemi di struttura del testo
In fondo un simile modo di procedere significava che dalle mura protettive della specializzazione si era estratta soltanto una parte degli enunciati, quella cioè che la teologia condivide comunque con un orientamento generale spirituale-etico dell’uomo, mentre si lasciava ciò che le è proprio, il parlare di Cristo e della sua opera, nel frigorifero di una concettualità congelata e quindi lo si faceva apparire ancor più incomprensibile ed antiquato nei confronti di ciò che è comprensibile con la pura ragione
. Infatti ora sorge ancora più inevitabile la domanda: che cosa significa redenzione? Che significa tutto questo per l’uomo, se anche senza tutto questo lo si può descrivere benissimo in modo che ne nasca un’immagine molto soddisfacente? Si ebbe un po’ l’impressione che gli autori considerassero anche l’elemento cristologico, gli enunciati cristiani centrali che assolutamente si possono accettare solo per fede, come un secondo mondo, che procede accanto al primo della vita ordinaria, abituale e col quale non si doveva importunare prematuramente e superfluamente l’umanità. Ma chi considerava il testo imparzialmente doveva dirsi: o la fede in Cristo tocca realmente il centro dell’esistenza umana, e la fede è qualcosa di assolutamente realistico, che penetra nel cuore dell’esistenza umana, di modo che colui il quale ha accettato questa fede può descrivere l’uomo solo e realmente in base ad essa, oppure è un mondo particolare accanto a quello abituale. Ma allora può ancora porre realmente a noi delle esigenze dal centro dell’esistenza, oppure non viene dichiarata come una ideologia per gente che ha bisogno di un rifugio del genere accanto alla realtà? Se la teologia osa già uscire dal guscio della specializzazione, deve avere il coraggio di farlo completamente. Non deve volere per prudenza che quanto ha di meglio vi rimanga nascosto.

p. 119
Veramente la difficoltà del testo di giungere qui ad una posizione conveniente era in effetti molto grande, perché sul piano del magistero mancano le esperienze ed i modelli per un dialogo cristiano all’esterno, cioè al di là dell’ambito interno della fede.

da Benedetto XVI nella Celebrazione ecumenica nella Chiesa dell'ex-Convento degli Agostiniani di Erfurt (23/9/2011)
L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?

pp. 120-121
Il primo passo sarebbe di seguire di nuovo, al posto dell’esigenza autoritativa, semplicemente la via dell’annunzio che dischiude al non credente la fede, senza rivendicare altra autorità se non quella intrinseca della verità di Dio che nel messaggio si fa riconoscere all’uditore. Tale tentativo dovrebbe poi includere nello stesso tempo il tentativo della traduzione, cioè lo sforzo di rendere udibile all’altro il messaggio nella sua lingua
. A questo punto dovrebbe poi sorgere anche la questione del dialogo che non elimina la pretesa del messaggio, ma concerne la sua comprensibilità ed anche i suoi limiti, che abbastanza sovente lo stesso annunziatore non può vedere chiaramente, in quanto per lui una determinata situazione del mondo e la fede possono compenetrarsi così indissolubilmente che egli mescola direttamente alla fede, nella sua oggettività, una parte del suo modo, necessariamente soggettivo, di vedere la fede.
Se si sia riusciti a trovare nel testo finale una forma conveniente di linguaggio ecclesiastico per l’uomo che sta fuori dalla Chiesa è un problema che rimane aperto. Ma già il solo tentativo di raggiungerlo dev’essere considerato come un fatto importante e come una svolta nell’attività del magistero ecclesiastico, che da una posizione di esigenza autoritativa è stato di nuovo riportato nella sua funzione missionaria e messo in condizione di essere più efficace nella inermità della semplice parola e nel mandato di agire in base ad essa.

p. 122 Il principale problema di contenuto: fede nel mondo tecnico
Nello schema conciliare [...] rimaneva una gioia del progresso, che si manifestava in modo quasi ingenuo e nella quale non si avvertiva quasi nulla dell’ambivalenza di tutti i progressi esterni dell’umanità. Certamente nell’eliminazione dell’ostilità contro la civiltà tecnica che finora, provenendo dall’orientamento medioevale del pensiero ecclesiastico, aveva dominato ampiamente la situazione, c’era qualcosa di grande ed un passo di decisiva importanza storica, che non può e non deve più essere rifatto all’indietro. Ma nello stesso tempo si dovrà dire che l’ostilità è completamente eliminata solo quando si sarà divenuti liberi di vedere spassionatamente anche gli elementi negativi
e di riconoscere senza palliativi il regresso nel progresso, rispettivamente la differenza tra progresso tecnico e progresso umano. Ma la vera questione decisiva, di cui si tratta, scende più a fondo. La si potrebbe racchiudere nella alternativa: in che rapporto stanno tra loro la redenzione tecnica e la redenzione della fede, il progresso tecnico e la speranza cristiana?

pp. 122-123
Indubbiamente la tecnica sotto molti aspetti dà all’uomo qualcosa come una redenzione. Da essa egli attende ora tante cose che una volta sperava dalla fede: la vittoria sulla malattia, sulla fame, sul freddo e sul caldo, sulla povertà, sulla vecchiaia, anzi, sulla morte
. Essa gli dà una speranza non solo per se stesso, ma per l’umanità che sembra andare verso possibilità più umane. Essa gli dà una speranza abbastanza grande per esigere che egli ponga la propria vita al suo servizio. Si deve quindi porre senza dubbio la domanda: che cosa significa, in confronto, la speranza cristiana?

pp. 124-125 Il problema e la risposta dello schema 13
L’importanza del dialogo conciliare sullo schema 13 consiste piuttosto nell’aver conosciuto e riconosciuto questi problemi, nell’aver fatto un passo verso la loro soluzione e quindi nell’aver lasciato nello stesso tempo l’invito ad andar oltre in questo campo
.
Sotto parecchi aspetti quindi, quasi più importante delle soluzioni offerte dal testo è l’ethos che sta dietro di esse e che ha prodotto una nuova specie di linguaggio ecclesiastico: il coraggio di approvare un documento aperto, che non vuole essere una definizione conclusiva, ma un inizio che deve continuare. Questo sentimento fondamentale ha contribuito a far ritrovare al concilio, dopo le difficoltà dell’inizio, nonostante i molti enunciati particolari rimasti insoddisfacenti, la sua unità.

da un inedito di Benedetto XVI pubblicato sull’Osservatore Romano dell’11/10/2012, scritto come introduzione ai testi di J. Ratzinger-Benedetto XVI riguardanti il Concilio Vaticano II
Tra i francesi si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto “Schema XIII”, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale.
Inaspettatamente, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande Costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la ricezione del concilio. Si tratta anzitutto della Dichiarazione sulla libertà religiosa, richiesta e preparata con grande sollecitudine soprattutto dall’episcopato americano. La dottrina della tolleranza, così come era stata elaborata nei dettagli da Pio XII, non appariva più sufficiente dinanzi all’evolversi del pensiero filosofico e del modo di concepirsi dello Stato moderno. Si trattava della libertà di scegliere e di praticare la religione, come anche della libertà di cambiarla, in quanto diritti fondamentali alla libertà dell’uomo. Dalle sue ragioni più intime, una tale concezione non poteva essere estranea alla fede cristiana, che era entrata nel mondo con la pretesa che lo Stato non potesse decidere della verità e non potesse esigere nessun tipo di culto. La fede cristiana rivendicava la libertà alla convinzione religiosa e alla sua pratica nel culto, senza con questo violare il diritto dello Stato nel suo proprio ordinamento: i cristiani pregavano per l’imperatore, ma non lo adoravano. Da questo punto di vista si può affermare che il cristianesimo, con la sua nascita, ha portato nel mondo il principio della libertà di religione. Tuttavia, l’interpretazione di questo diritto alla libertà nel contesto del pensiero moderno era ancora difficile, poiché poteva sembrare che la versione moderna della libertà di religione presupponesse l’inaccessibilità della verità per l’uomo e che, pertanto, spostasse la religione dal suo fondamento nella sfera del soggettivo.
È stato certamente provvidenziale che, tredici anni dopo la conclusione del concilio, Papa Giovanni Paolo II sia arrivato da un Paese in cui la libertà di religione veniva contestata dal marxismo
, vale a dire a partire da una particolare forma di filosofia statale moderna. Il Papa proveniva quasi da una situazione che assomigliava a quella della Chiesa antica, sicché divenne nuovamente visibile l’intimo ordinamento della fede al tema della libertà, soprattutto la libertà di religione e di culto.
Il secondo documento che si sarebbe poi rivelato importante per l’incontro della Chiesa con l’età moderna è nato quasi per caso ed è cresciuto in vari strati. Mi riferisco alla dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. All’inizio c’era l’intenzione di preparare una dichiarazione sulle relazioni tra la Chiesa e l’ebraismo, testo diventato intrinsecamente necessario dopo gli orrori della shoah. I Padri conciliari dei Paesi arabi non si opposero a un tale testo, ma spiegarono che se si voleva parlare dell’ebraismo, allora si doveva spendere anche qualche parola sull’islam. Quanto avessero ragione a riguardo, in occidente lo abbiamo capito solo poco a poco. Infine crebbe l’intuizione che fosse giusto parlare anche di altre due grandi religioni – l’induismo e il buddhismo – come pure del tema religione in generale.
A ciò si aggiunse poi spontaneamente una breve istruzione relativa al dialogo e alla collaborazione con le religioni, i cui valori spirituali, morali e socio-culturali dovevano essere riconosciuti, conservati e promossi (cfr n. 2). Così, in un documento preciso e straordinariamente denso, venne inaugurato un tema la cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile. Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidenti. Nel processo di ricezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata; per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno, nei confronti della religione.
Se all’inizio del concilio avevano prevalso gli episcopati centroeuropei con i loro teologi, durante le fasi conciliari il raggio del lavoro e della responsabilità comuni si è allargato sempre più
. I vescovi si riconoscevano apprendisti alla scuola dello Spirito Santo e alla scuola della collaborazione reciproca, ma proprio in questo modo si riconoscevano come servitori della Parola di Dio che vivono e operano nella fede.
I Padri conciliari non potevano e non volevano creare una Chiesa nuova, diversa. Non avevano né il mandato né l’incarico di farlo. Erano Padri del concilio con una voce e un diritto di decisione solo in quanto vescovi, vale a dire in virtù del sacramento e nella Chiesa sacramentale. Per questo non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero “rinnovarle”. Perciò un’ermeneutica della rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà dei Padri conciliari.

1/ La Chiesa non guarda a se stessa

PROEMIO
GS 1 Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

GS 2 Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.

GS 3 Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.

da La costituzione pastorale Gaudium et spes, di W. Kasper (on-line su www.gliscritti.it )
Il Concilio Vaticano II ha prodotto sedici documenti in tutto, alcuni dei quali molto ampi: quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni. Tra questi spicca, come un “unicum”, la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes. Un unicum, non solo perché, all’interno del Concilio, essa ha avuto una storia molto complicata, che ha reso necessarie otto stesure prima di arrivare al testo definitivo. Si tratta di un “unicum” soprattutto perché rappresenta un’assoluta novità nel corso dei duemila anni di storia dei Concili.
Nei Concili precedenti ci sono stati costituzioni, decreti, dichiarazioni ed i teologi ben sanno quale ordine e peso attribuire loro. Ma una costituzione pastorale? Già la dicitura è nuova. Così nuova, che il Concilio ha dovuto introdurre prima del testo una lunga nota, in cui si spiega cos’è una costituzione pastorale e quale può essere il suo carattere vincolante.
La novità del titolo annuncia la novità del contenuto. Questa costituzione, infatti, non espone soltanto principi generali di fede, ma si esprime anche in merito a questioni concrete del mondo contemporaneo, esamina i “segni dei tempi”, parla della scienza e della cultura, del matrimonio e della famiglia, dell’ordine sociale, del lavoro, dell’economia, della pace e della guerra, evocando persino quella nucleare. Per la varietà dei temi affrontati, la costituzione pastorale è già stata paragonata, in modo ironico, ad un’arca di Noè, in cui si è stipato tutto ciò che non ha trovato posto in altri documenti.
Con questo documento sulla “Chiesa nel mondo contemporaneo”, il Concilio non si rivolge soltanto ai propri fedeli, ma a tutta la famiglia umana. Non si occupa soltanto di problemi interni di fede e di disciplina, ma tratta anche delle questioni del mondo, delle questioni degli uomini d’oggi. All’origine non era stato previsto tale orientamento. Soltanto nel corso della prima sessione di discussioni, il Cardinale Suenens e il Cardinale Montini avanzarono la proposta di indirizzare il Concilio verso una doppia finalità: affrontare la tematica della Ecclesia ad intra e della Ecclesia ad extra.
Se vogliamo essere esatti, però, la costituzione pastorale non si rivolge “ad extra”. Nel titolo non si legge “messaggio della Chiesa al mondo contemporaneo”, ma “la Chiesa nel mondo contemporaneo”. La Chiesa non si pone davanti al mondo come Mater et Magistra, ma comprende se stessa come una realtà facente parte del mondo, solidale con il mondo. Per illustrare questa nuova concezione, basti citare la nota frase con cui inizia il documento: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (n. 1).
Ciò significa che non solo il titolo e non solo molti dei temi trattati da questa costituzione sono nuovi, ma è nuovo anche il modo in cui il documento li affronta: un atteggiamento dialogale. Il dialogo è uno dei concetti fondamentali del Concilio Vaticano II e delle discussioni post-conciliari (cf. n. 3, 19, 21, 25, 40, 43, 56, 85, 90, 92). Come indicato da Papa Paolo VI nella sua prima Enciclica Ecclesiam suam (1964), si parla del dialogo nella Chiesa, con le altre Chiese e Comunità ecclesiali, con le religioni non cristiane e con il mondo d’oggi.

da John Henry Newman, Arians of the Fourth Century (on-line al link http://www.newmanreader.org/works/arians/chapter3-2.html , capitolo III: The Ecumenical Council of Nicæa, in the Reign of Constantine, sezione II: Consequences of the Nicene Council)
Dal momento che è diffusa l'errata opinione che i cristiani, e specialmente il clero, in quanto tale, non abbiano nessuna relazione con gli affari temporali, è opportuno cogliere ogni occasione per negare formalmente tale posizione e per domandarne prove. È vero invece che la Chiesa è stata strutturata al fine specifico di occuparsi o (come direbbero i non credenti) di immischiarsi del mondo. I membri di essa non fanno altro che il proprio dovere quando si associano tra di loro, e quando tale coesione interna viene usata per combattere all'esterno lo spirito del male, nelle corti dei re o tra le varie moltitudini. E se essi non possono ottenere di più, possono, almeno, soffrire perla Verità e tenerne desto il ricordo, infliggendo agli uomini il compito di perseguitarli.

2/ Un triplice sguardo

2.1/ Un triplice sguardo: la bontà dell’uomo

GS 1 Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.
Ma che cos'è l'uomo?

Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'angoscia.
Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e vocazione.
La Bibbia
, infatti, insegna che l'uomo è stato creato «ad immagine di Dio» capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio.
«Che cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu ti prenda cura di lui?
L'hai fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, e l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai suoi piedi» (Sal8,5).
Ma Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio «uomo e donna li creò» (Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone.
L'uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti.
Perciò Iddio, ancora come si legge nella Bibbia, vide «tutte quante le cose che aveva fatte, ed erano buone assai» (Gen1,31).

GS 44 Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa.
Essa, infatti, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli (102). Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell'apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti.
È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta
.
La Chiesa, avendo una struttura sociale visibile, che è appunto segno della sua unità in Cristo, può essere arricchita, e lo è effettivamente, dallo sviluppo della vita sociale umana non perché manchi qualcosa nella costituzione datale da Cristo, ma per conoscere questa più profondamente, per meglio esprimerla e per adattarla con più successo ai nostri tempi.
Essa sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunità non meno che nei suoi figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione.
Chiunque promuove la comunità umana nell'ordine della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunità della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni.
Anzi, la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano
(103).

dall’Allocuzione di Paolo VI del 7 dicembre 1965
Noi concludiamo quest’oggi il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. [...]
La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa il «filius accrescens» (Gen. 49, 22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.

2.2/ Un triplice sguardo: l’uomo ferito dal peccato originale

GS 13 Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui.
Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini «non gli hanno reso l'onore dovuto... ma si è ottenebrato il loro cuore insipiente»... e preferirono servire la creatura piuttosto che il Creatore (11).
Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza.
Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono
.
Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.
Così l'uomo si trova diviso in se stesso.
Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Anzi l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato
.
Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell'intimo e scacciando fuori «il principe di questo mondo» (Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato (12).
Il peccato è, del resto, una diminuzione per l'uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza
. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l'esperienza.

“La vera difficoltà dell'uomo non è di godere i lampioni o i panorami, non di godere i denti-di-leone o le braciole, ma di godere il godimento, di mantenersi capace di farsi piacere ciò che gli piace” (GKC, Autobiografia, pag. 331).

 “II paradosso fondamentale del Cristianesimo è che la ordinaria condizione dell'uomo non è il suo stato di sanità e di sensibilità normale: la normalità stessa è un anormalità. Questa è la filosofia profonda della caduta” (GKC, Ortodossia, pag. 216).

da Ortodossia di G.K. Chesterton
Certi nuovi teologi mettono in discussione il peccato originale, la sola parte della teologia cristiana che possa effettivamente essere dimostrata. Alcuni, nel loro fin troppo fastidioso spiritualismo, ammettono bensì che Dio è senza peccato - cosa di cui non potrebbero aver la prova nemmeno in sogno - ma, viceversa, negano il peccato dell’uomo che può esser visto per la strada. I più grandi santi, come i più grandi scettici, hanno sempre preso come punto di partenza dei loro ragionamenti la realtà del male. Se è vero (come è vero) che un uomo può provare una voluttà squisita a scorticare un gatto, un filosofo della religione non può trarne che una di queste deduzioni: o negare l’esistenza di Dio, ed è ciò che fanno gli atei; o negare qualsiasi presente unione fra Dio e l'uomo, ed è ciò che fanno tutti i cristiani. I nuovi teologi sembrano pensare che vi sia una terza più razionalistica soluzione: negare il gatto.
Chesterton affermava che la dottrina del peccato originale è «l’unica visione lieta» della vita umana, perché ci ricorda che «abbiamo abusato di un mondo buono, e non siamo semplicemente intrappolati in una realtà malvagia».

dalla Prefazione di Vladimir Soloviev a I tre dialoghi ed Il racconto dell’Anticristo
È forse il male soltanto un difetto di natura, un'imperfezione che scompare da sé con lo sviluppo del bene oppure una forza effettiva che domina il mondo per mezzo delle sue lusinghe sicché per una lotta vittoriosa contro di esso occorre avere un punto di appoggio in un altro ordine di esistenza?

da I. Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, Laterza, Bari, 1980, pp. 32-33
La frase: l’uomo è cattivo, non può, dopo ciò che precede, voler dire altra cosa che questo: l’uomo è consapevole della legge morale, ed ha tuttavia adottato per massima di allontanarsi (occasionalmente) da questa legge. La frase: l’uomo è cattivo per natura significa solo che tale qualità viene riferita all’uomo, considerato nella sua specie: non nel senso che la cattiveria possa essere dedotta dal concetto della specie umana (dal concetto d’uomo in generale, poiché allora sarebbe necessaria); ma nel senso che, secondo quel che di lui si sa per esperienza, l’uomo non può essere giudicato diversamente, o, in altre parole, che si può presupporre la tendenza al male come soggettivamente necessaria in ogni uomo, anche nel migliore. Ora, questa tendenza bisogna considerarla essa stessa come moralmente cattiva, e perciò non come una disposizione naturale, ma come qualche cosa che possa essere imputato all’uomo, e bisogna quindi che essa consista in massime dell’arbitrio contrarie alla legge. Ma, d’altronde, queste massime, in ragione appunto della libertà, bisogna che siano ritenute in se stesse contingenti, cosa che, a sua volta, non può accordarsi con l’universalità di questo male se il fondamento supremo soggettivo di tutte le massime non è, in un modo qualsiasi, connaturato con la stessa umanità e quasi radicato in essa. Ammesso tutto ciò, potremo allora chiamare questa tendenza una tendenza naturale al male, e, poiché bisogna pur sempre che essa sia colpevole per se stessa, potremo chiamarla un male radicale, innato nella natura umana (pur essendo, ciò non di meno, prodotto a noi da noi stessi).
Che una tale tendenza depravata sia di necessità radicata nell’uomo, possiamo risparmiarci di dimostrarlo formalmente, data la quantità di esempi palpitanti che, nei fatti degli uomini, l’esperienza ci pone sotto gli occhi
.

dalla riflessione di Benedetto XVI pronunciata prima della benedizione dei partecipanti alla fiaccolata promossa dall'azione Cattolica Italiana, in occasione dell’apertura dell’Anno della fede l’11/10/2012
Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza, con lo sguardo verso questa finestra
, dove si è affacciato il buon Papa, il Beato Papa Giovanni e ha parlato a noi con parole indimenticabili, parole piene di poesia, di bontà, parole del cuore.
Eravamo felici – direi – e pieni di entusiasmo
. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova Pentecoste, con una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo.
Anche oggi siamo felici, portiamo gioia nel nostro cuore, ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile. In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati
personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato».
Questa è una parte delle esperienze fatte in questi cinquant’anni, ma abbiamo anche avuto una nuova esperienza della presenza del Signore, della sua bontà, della sua forza. Il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore.
Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica. Anche oggi, a suo modo, umile, il Signore è presente e dà calore ai cuori, mostra vita, crea carismi di bontà e di carità che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio. Sì, Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!

2.3/ Un triplice sguardo: Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo

GS 22 In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.
Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro
(Rm5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.
Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.
Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

GS 41 L'uomo d'oggi procede sulla strada di un più pieno sviluppo della sua personalità e di una progressiva scoperta e affermazione dei propri diritti. Poiché la Chiesa ha ricevuto la missione di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull'uomo.
Essa sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è dedita, dà risposta ai più profondi desideri del cuore umano, che mai può essere pienamente saziato dagli elementi terreni.
Sa ancora che l'uomo, sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non potrà mai essere del tutto indifferente davanti al problema religioso
, come dimostrano non solo l'esperienza dei secoli passati, ma anche molteplici testimonianze dei tempi nostri.
L'uomo, infatti, avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale sia il significato della sua vita, della sua attività e della sua morte. E la Chiesa, con la sua sola presenza nel mondo, gli richiama alla mente questi problemi. Ma soltanto Dio, che ha creato l'uomo a sua immagine e che lo ha redento dal peccato, può offrire a tali problemi una risposta pienamente adeguata
; cose che egli fa per mezzo della rivelazione compiuta nel Cristo, Figlio suo, che si è fatto uomo.
Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo.
Partendo da questa fede, la Chiesa può sottrarre la dignità della natura umana al fluttuare di tutte le opinioni che, per esempio, abbassano troppo il corpo umano, oppure lo esaltano troppo
.
Nessuna legge umana è in grado di assicurare la dignità personale e la libertà dell'uomo, quanto il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa.

da J. Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, relazione all’incontro dei vescovi della FABC (2-6 marzo 1993 a Hong Kong), pubblicato da Asia News, n. 141, 1-15 gennaio 1994 e disponibile on-line al link http://www.gliscritti.it/approf/2009/conferenze/ratzinger200609.htm
Possiamo constatare che la storicità di una cultura, il suo movimento attraverso il tempo, comprende il suo essere aperta.
Una singola cultura non vive solamente la propria esperienza di Dio, del mondo e dell’uomo. Piuttosto, necessariamente, incontra sulla sua via altre culture con le loro esperienze tipicamente differenti, e deve confrontarsi con esse.
Così, una cultura approfondisce e raffina le proprie intuizioni e valori, nella misura in cui è aperta o chiusa, internamente vasta o stretta. Questo può portare ad una profonda evoluzione della sua primitiva configurazione culturale e questa trasformazione non può in nessun modo essere definita alienazione o violazione. Una trasformazione ben riuscita è spiegata dall’universalità potenziale di tutte le culture, che diventa concreta in una data cultura attraverso l’assimilazione delle altre e la sua interna trasformazione. [...]
La cultura non è isolata dal fiume dinamico del tempo, formato da tante correnti culturali che muovono verso l'unità. La storicità di una cultura significa la sua capacità di progredire e questo dipende dalla sua capacità di essere aperta e di trasformarsi attraverso l’incontro. [...]
Ne consegue che ogni elemento che in una cultura esclude questa apertura e scambio va giudicato come una deficienza di quella cultura, poiché l’esclusione degli altri va contro la natura dell’uomo. Il segno della nobiltà di una cultura è la sua apertura, la sua capacità di dare e di ricevere, che le permetta di essere purificata e di diventare più conforme alla verità e all’uomo.

da G.K.Chesterton, The Catholic Church and Conversion, in Perché sono cattolico, Gribaudi, 1994, p.135
La Chiesa Cattolica è la sola capace di salvare l’uomo dallo stato di schiavitù in cui si troverebbe se fosse soltanto il figlio del suo tempo.

3/ L’uomo immagine di Dio

GS 12 Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.
Ma che cos'è l'uomo?

Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'angoscia.
Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e vocazione.
La Bibbia
, infatti, insegna che l'uomo è stato creato « ad immagine di Dio » capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio.

da W. Kasper, L’antropologia teologica della Gaudium et spes, in “Laici oggi”, 39 (1996), pp. 44-54 (on-line su www.gliscritti.it )
Ci si risolse di nuovo per l’impostazione antropologica e si cercò di mettere in risalto l’unità fra vocazione terrena e vocazione soprannaturale dell’uomo. In questo tentativo erano in gioco non semplicemente l’uomo in generale, bensì l’uomo moderno e l’intelligenza che egli ha di sé. Scrive in proposito R. A. Sigmond, uno dei decisivi coautori del testo: «In questa diagnosi dell’uomo moderno uno degli aspetti più singolari è il seguente: a misura che egli compie le sue mirabili conquiste nella sfera della natura e del lavoro, sempre minor chiarezza acquisisce su se stesso, la sua vocazione e il senso della sua vita. È un grosso problema. È qui, secondo il Concilio, il punto in cui deve iniziare il dialogo»[4].
Sembrava quindi identificato il punto archimedeo su cui far leva per conciliare le varie istanze, e nei testi successivi in linea di principio restò salvaguardato. Esso è l’antropologia. L’aver impostato il discorso sulla crisi antropologica assicurava il terreno comune per un dialogo della Chiesa, sia fra i suoi membri, sia con cristiani di altre confessioni sia con i non cristiani. Al tempo stesso portava il discorso su di un problema fondamentale della situazione in atto. Muovendo dall’impostazione della problematica antropologica si poteva prender di mira un duplice obiettivo: “all’esterno”, metter sotto gli occhi degli uomini la loro vocazione soprannaturale; “all’interno”, incoraggiare i credenti all’impegno attivo per la trasformazione del mondo.
Ecco quindi che il tema precipuo dell’ecclesia ad extra rimase determinante anche per la redazione definitiva della Costituzione Pastorale. Ma fu svolto in base a un’antropologia che affronta la situazione dell’uomo moderno. L’antropologia costituisce il punto archimedeo della Costituzione Pastorale, la base per un dialogo con il mondo contemporaneo. [...]
Sullo sfondo della Gaudium et spes, dunque, sta una concezione teologica che muove dall’unità storico-salvifica di ordine creazionale e ordine redentivo. Nonostante che l’abbrivio sia preso dall’antropologia la cristologia costituisce il criterio e il permanente orizzonte intellettivo di tutti gli asserti antropologici. Gesù Cristo viene proclamato origine e traguardo del vero esser uomo. E infatti si legge nel testo definitivo: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS, n. 22). In questa frase l’antropologia della Costituzione Pastorale ha, per così dire, la sua falsariga e la sua formula. È una frase che autorizza a definire quella del Vaticano II un’antropologia non solo cristiana, ma altresì cristologica. [...]
Il Vaticano II ha fatto sua la svolta antropologica moderna
. Ma – tramite la motivazione e la finalizzazione teologiche dell’antropologia, l’esposizione delle quali ha il suo acme nel paragrafo 22 – la Costituzione Pastorale si distanzia altresì criticamente sia da concreti progetti antropologici, sia da vissute attuazioni d’istanze antropologiche. La cristologia rimanda alla problematica fondamentale a cui conduce l’impostazione antropologica. L’antropologia viene dunque trascesa dalla cristologia. Questa addita quale meta degna dell’uomo l’umanizzazione dell’uomo attraverso la divinizzazione dell’uomo, che non è certo realizzabile dall’uomo stesso.

4/ L’uomo, storicità e immutabilità

GS 10  In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo. È proprio all'interno dell'uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe.
Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di materialismo pratico, sono lungi dall'avere una chiara percezione di questo dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri, in gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse spiegazioni del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell'umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell'uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l'audacia di quanti, stimando l'esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di darne una spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.
Con tutto ciò, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos'è l'uomo?
Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso? Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?
Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana
.
Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli
.
Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo.

dalle risposte di Papa Benedetto XVI alle domande dei sacerdoti, durante l’incontro con il clero della Diocesi di Roma del giovedì 2 marzo 2006
Quanto Lei ha detto sul problema degli adolescenti, sulla loro solitudine e sull'incomprensione da parte degli adulti, lo tocchiamo con mano, oggi. È interessante che questa gioventù, che cerca nelle discoteche di essere vicinissima, soffra in realtà di una grande solitudine, e naturalmente anche di incomprensione. Mi sembra questo, in un certo senso, espressione del fatto che i padri, come è stato detto, in gran parte sono assenti dalla formazione della famiglia. Ma anche le madri devono lavorare fuori casa. La comunione tra loro è molto fragile. Ognuno vive il suo mondo: sono isole del pensiero, del sentimento, che non si uniscono. Il grande problema proprio di questo tempo — nel quale ognuno, volendo avere la vita per sé, la perde perché si isola e isola l'altro da sé — è di ritrovare la profonda comunione che alla fine può venire soltanto da un fondo comune a tutte le anime, dalla presenza divina che ci unisce tutti. Mi sembra che la condizione sia di superare la solitudine e anche di superare l'incomprensione, perché anche quest'ultima è il risultato del fatto che il pensiero oggi è frammentato. Ognuno cerca il suo modo di pensare, di vivere, e non c'è una comunicazione in una profonda visione della vita. La gioventù si sente esposta a nuovi orizzonti non partecipati dalla generazione precedente perché manca la continuità della visione del mondo, preso in una sequela sempre più rapida di nuove invenzioni. In dieci anni si sono realizzati cambiamenti che in passato neppure in cento anni si erano verificati. Così si separano realmente mondi. Penso alla mia gioventù e all'ingenuità, se così posso dire, nella quale abbiamo vissuto, in una società del tutto agraria in confronto con la società di oggi. Vediamo come il mondo cambia sempre più rapidamente, cosicché si frammenta anche con questi cambiamenti. Perciò, in un momento di rinnovamento e di cambiamento, l'elemento del permanente diventa più importante. Mi ricordo quando è stata discussa la Costituzione conciliare Gaudium et spes. Da una parte, c'era il riconoscimento del nuovo, della novità, il «Sì» della Chiesa all'epoca nuova con le sue innovazioni, il «No» al romanticismo del passato, un «No» giusto e necessario. Ma poi i Padri — se ne trova la prova anche nel testo — hanno detto anche che nonostante questo, nonostante la necessaria disponibilità ad andare avanti, a lasciar cadere anche altre cose che ci erano care, c'è qualcosa che non cambia, perché è l'umano stesso, la creaturalità. L'uomo non è del tutto storico. L'assolutizzazione dello storicismo, nel senso che l'uomo sarebbe solo e sempre creatura frutto di un certo periodo, non è vera. C'è la creaturalità e proprio essa ci dà la possibilità anche di vivere nel cambiamento e di rimanere identici a noi stessi. Questa non è una risposta immediata a quello che dobbiamo fare, ma, mi sembra, che il primo passo, sia quello di avere la diagnosi. Perché questa solitudine in una società che d'altra parte appare come una società di massa? Perché questa incomprensione in una società nella quale tutti cercano di capirsi, dove la comunicazione è tutto e dove la trasparenza di tutto a tutti è la suprema legge? La risposta sta nel fatto che vediamo il cambiamento nel nostro proprio mondo e non viviamo sufficientemente quell'elemento che ci collega tutti, l'elemento creaturale, che diventa accessibile e diventa realtà in una certa storia: la storia di Cristo, che non sta contro la creaturalità ma restituisce quanto era voluto dal Creatore, come dice il Signore circa il matrimonio. Il cristianesimo, proprio sottolineando la storia e la religione come un dato storico, dato in una storia, a cominciare da Abramo, e quindi come una fede storica, avendo aperto proprio la porta alla modernità con il suo senso del progresso, dell'andare permanentemente avanti, è anche, nello stesso momento, una fede che si basa sul Creatore, che si rivela e si rende presente in una storia alla quale dà la sua continuità, quindi la comunicabilità tra le anime. Penso quindi, anche qui, che una fede vissuta in profondità e con tutta l'apertura verso l'oggi, ma anche con tutta l'apertura verso Dio, unisce le due cose: il rispetto della alterità e della novità, e la continuità del nostro essere, la comunicabilità tra le persone e tra i tempi.

cfr. Presbyterorum ordinis, nn. 3.4.19
I Presbiteri… non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena; d'altra parte, non potrebbero nemmeno servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti con speciale motivo a non conformarsi con il secolo presente; ma allo stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini, a conoscere bene – come buoni pastori - le proprie pecorelle… si applichino (quindi) ad esaminare i problemi del loro tempo alla luce di Cristo… Ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto; è bene, quindi, che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura in modo da essere in condizione di poter sostenere con buoni risultati il dialogo con gli uomini del loro tempo.

5/ Scrutare i segni dei tempi

GS 4 Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche.

GS 11 Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane.

da C.G. Jung, Realtà dell'anima, Boringhieri, 1970, p. 13
Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana.
Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé. Pensare diversamente da come si pensa oggi genera sempre un senso di fastidio e dà l’impressione di una cosa non giusta; può apparire persino una scorrettezza, una morbosità, una bestemmia, ed è quindi socialmente pericoloso per il singolo.

6/ L’autonomia delle realtà temporali: nuovamente accoglienza, critica, compimento

GS 36 Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze.
Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore
.
Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine
; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica.
Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede
, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio (62).
Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono.
A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza
, suscitando contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro (nota 63 Cf. PIO PASCHINI, Vita e opere di Galileo Galilei, 2 vol., Pont. Accademia delle Scienze, Città del Vatic. 1964).
Se invece con l'espressione «autonomia delle realtà temporali» si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni.
La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce
. Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Dio nel linguaggio delle creature. Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.

cfr. poi Dignitatis Humanae

GS 40 La Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica all'uomo la vita divina; essa diffonde anche in qualche modo sopra tutto il mondo la luce che questa vita divina irradia, e lo fa specialmente per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della umana società e conferisce al lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato.

GS 41 La Chiesa sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è dedita, dà risposta ai più profondi desideri del cuore umano, che mai può essere pienamente saziato dagli elementi terreni.
Sa ancora che l'uomo, sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non potrà mai essere del tutto indifferente davanti al problema religioso
, come dimostrano non solo l'esperienza dei secoli passati, ma anche molteplici testimonianze dei tempi nostri.
L'uomo, infatti, avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale sia il significato della sua vita, della sua attività e della sua morte. E la Chiesa, con la sua sola presenza nel mondo, gli richiama alla mente questi problemi. Ma soltanto Dio, che ha creato l'uomo a sua immagine e che lo ha redento dal peccato, può offrire a tali problemi una risposta pienamente adeguata
; cose che egli fa per mezzo della rivelazione compiuta nel Cristo, Figlio suo, che si è fatto uomo.
Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo.

7/ L’apostolato dei laici

GS 43 [...] Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.
Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.
Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero (97).
Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione
. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.
Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune
.

LG 31 Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

da Giovanni Taulero, ca. 1300-1361, Omelia di Ognissanti
Viene poi la gente comune che va a Dio nelle cose e con le cose

8/ La coscienza ed i comandamenti di Dio

GS 16 Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro.
L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità.
Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell'amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità.
Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato
.

GS 17 Ma l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.
I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male.
La vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina.
Dio volle, infatti, lasciare l'uomo «in mano al suo consiglio» che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione
.
Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna. L'uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se non mediante l'aiuto della grazia divina.
Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male.

da John Henry Newman, Lettera al Duca di Norfolk, 5: Certain Difficulties felt by Anglicans in Catholic Teaching, v. 2 (Westminster 1969) p. 248
La coscienza «è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza. [...] Essa è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo».

cfr. Leggere oggi i “dieci comandamenti”, alla luce della coscienza morale e della rivelazione della nuova legge di Cristo, dell’allora card. Joseph Ratzinger (su www.gliscritti.it )

9/ La II parte della Gaudium et spes

Nota 1 della GS La Costituzione Pastorale "Sulla Chiesa nel mondo contemporaneo" consta di due parti, ma un tutto unitario. La Costituzione detta "Pastorale" perché, basata sui principi dottrinali, intende esporre l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini d’oggi. Non manca dunque né l’intento pastorale nella prima parte, né l’intento dottrinale nella seconda. Nella prima parte la Chiesa sviluppa la sua dottrina sull’uomo, sul mondo nel quale l’uomo inserito e sul suo rapporto con queste realtà . Nella seconda considera più da vicino i diversi aspetti della vita odierna e della società umana, e precisamente in particolare le questioni e i problemi che ai nostri tempi sembrano pi urgenti in questo campo. Per cui in questa seconda parte la materia, soggetta ai principi dottrinali, consta di elementi non solo immutabili, ma anche contingenti. Perciò la Costituzione dev’essere interpretata secondo le norme generali dell’interpretazione teologica, e ciò tenendo conto, soprattutto nella sua seconda parte, delle mutevoli circostanze con le quali sono connessi, per loro natura, gli argomenti di cui si tratta.

capitolo I Dignità del matrimonio e della famiglia e sua valorizzazione 47-52

capitolo II La promozione del progresso della cultura 53-62

capitolo III La vita economico-sociale 63-72

capitolo IV La vita della comunità politica 73-76

capitolo V La promozione della pace e della comunità dei popoli 77-90

da Benedetto XVI, nel discorso ai vescovi della Svizzera in visita ad limina Apostolorum, 9/11/2006
La società moderna non è semplicemente senza morale, ma ha, per così dire, “scoperto” e rivendica un'altra parte della morale che, nell'annuncio della Chiesa negli ultimi decenni e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta. Sono i grandi temi della pace, della non violenza, della giustizia per tutti, della sollecitudine per i poveri e del rispetto della creazione
. [...] L'altra parte della morale, che non di rado viene colta in modo assai controverso dalla politica, riguarda la vita. Fa parte di essa l'impegno per la vita, dalla concezione fino alla morte, cioè la sua difesa contro l'aborto, contro l'eutanasia, contro la manipolazione e contro l'auto-legittimazione dell'uomo a disporre della vita. [...] In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio viene, per così dire, sempre di più emarginato. [...] Certo, per il problema della diminuzione impressionante del tasso di natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi, che ci si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia come comunità durevole, nella quale può poi crescere la generazione futura. [...] Noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra loro. Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte, è possibile e credibile anche l'etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi in ogni direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e solo allora si può giungere alla vera giustizia.

N.B. Benedetto XVI prosegue qui la linea già tracciata da Giovanni Paolo che aveva parlato, nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 10/1/2005 di quattro grandi sfide da affrontare, quella della vita, quella del pane, quella della pace, quella della libertà.

GS 53 È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni e i valori della natura. Perciò, ogniqualvolta si tratta della vita umana, natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse.

da J. Ratzinger, Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Queriniana, Brescia, 1967
I esempio: il cristiano e il mondo tecnico
pp. 126-127

Il primo esempio si può collegare con la questione fondamentale sviluppata dianzi del rapporto del cristiano con il mondo tecnico, che viene trattata nel cap. 3 della prima parte: «L’attività umana nell’universo». Il testo incomincia col formulare il problema (n. 33). Fa presente la nuova situazione dell’uomo, che vive in un’ora storica, in cui il pluralismo delle singole civiltà è sempre più ricoperto dalla civiltà tecnica che le afferra tutte assieme e porta così ad una crescente unione dell’umanità. La sua peculiarità consiste non in ultimo luogo nel fatto che l’applicazione tecnica delle conoscenze scientifiche, ha conferito all’uomo un potere del tutto nuovo nei confronti del mondo, da cui a sua volta nasce un nuovo orientamento dell’esistenza, che si fonda essenzialmente sulla utilizzazione delle cose per l’opera umana. Ma in tal modo è mutato il rapporto fondamentale dell’uomo con la realtà, che egli considera essenzialmente sotto questo aspetto della utilizzazione: non si accosta più al mondo come chi guarda e si meraviglia, bensì nell’atteggiamento di chi misura, pondera ed agisce. Dalle cose scompare quindi in gran parte il mistero religioso, che non può essere oggetto di una conoscenza metodica. All’atteggiamento fondamentale di chi attende pregando sottentra la posizione di chi sa di essere responsabile del proprio destino.

pp. 128-129
[...] rimane col rimando al pensiero della creazione: la penetrazione scientifica del mondo, che suppone da una parte la sua non-divinità, dall’altra la sua struttura logica da chiarire spiritualmente, corrisponde profondamente a quella concezione che intende il mondo come creato (e quindi non divino) e come proveniente dal Logos - la parola divina ripiena di spirito -, in base al quale è anche esso strutturato logicamente, spiritualmente. Anzi, si dovrà dire che la scienza naturale in tutta la sua ampiezza è divenuta possibile solo partendo da una simile posizione fondamentale. In base a questi nessi acquista senso l'enunciato del testo [...] «Da ciò si vede come il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente» (n. 34).
In un altro paragrafo (n. 36) questo pensiero viene sviluppato nella dottrina esplicita della autonomia dei campi terreni, che viene affrontata nei singoli capitoli della seconda parte ed applicata ai campi reali della scienza e della vita politica. Il testo non rifugge dal citare come tale il disconoscimento di questo dato fondamentale nel passato della Chiesa e nella nota 7 ricorda di Galileo.
Il risultato di tutta questa esposizione si potrebbe compendiare nella massima: agire cristianamente significa agire in modo conforme ai fatti, senza false direttive di una regolamentazione della Chiesa, che sarebbe in contraddizione con il diritto proprio delle cose e con distinzione tra Chiesa e regno di Dio, da cui risulta la provvisorietà dell’elemento ecclesiale e la limitazione della sua competenza intramondana.   

p. 130
In base a queste questioni appare infine visibile il vero piano dell’elemento cristiano, che non è in concorrenza con quello tecnico, ma concerne i fondamentali problemi umani, cui la configurazione tecnica del mondo assegna un nuovo posto, senza poterli eliminare. Nel testo conciliare, la vera realtà cristiana è accennata da prima nella frase derivata da Gabriel Marcel: «L’uomo vale più per quello che ‘è’ che per quello che ‘ha’»
(n. 35). ‘Essere’ ed ‘avere’ appaiono come i due ordini dell’esistenza umana, ma l’essere come il campo decisivo veramente umano, che rimane sempre identico nelle mutazioni dell’avere. Sullo sfondo di questa costante appare automaticamente visibile l’ambiguità del ‘progresso’, che fa crescere in uguale misura la possibilità sia dell’autodistruzione dell’uomo, sia della sua vera umanizzazione e quindi conserva un duplice aspetto addirittura inquietante. L’operare salvezza o rovina non si decide all’interno della tecnica, ma altrove (n.37).
Con ciò risulta un ultimo passo. Appare libera la visione della vera ed unica forza redentrice: la potenza salvatrice dell’amore
, che infine trova la sua garanzia fidata soltanto in colui che è amore per essenza, che non soltanto ha l’amore, ma è l’amore.

II esempio: la dottrina sul matrimonio e la famiglia
pp. 132-133
Su questo sfondo si può in certo modo misurare ciò che significa, quando dobbiamo constatare che la costituzione sulla Chiesa ed il mondo contemporaneo ha eliminato le due categorie. In essa non compare né la locuzione di fine primario della procreazione, né quella di etica matrimoniale ‘secondo natura’
. In questa eliminazione, ottenuta con grande fatica, delle antiche categorie di interpretazione si delinea con particolare chiarezza il mutamento profondo del principio etico nei confronti della forma esterna della tradizione precedente di teologia morale. Alla considerazione generativa si oppone una considerazione personale, che però non deve dimenticare l’essenziale scopo sociale del matrimonio, per non giungere dall’altra parte a decurtazioni pericolose. Ancor più importante è il fatto che alla regolazione dal basso, che in verità non è affatto chiaro, si oppone la valutazione dall’alto, e cioè dal nesso spirituale di matrimonio e famiglia. Conseguentemente il testo rimanda alla coscienza, alla Parola di Dio, alla Chiesa che la interpreta, come alle vere istanze normative di un’azione etica nel matrimonio. 

p. 134
Per l’uomo [...] non è più lo stesso ormai dover chiedersi se il suo atto corrisponde alla categoria di ciò che è secondo natura, oppure, dover chiedersi se esso corrisponde alla responsabilità dinanzi agli uomini coi quali l’unione matrimoniale lo ha riunito, e se corrisponde alla responsabilità dinanzi alla Parola del Dio personale, che col suo amore alla Chiesa, attuato in Cristo, ha posto il modello dell’amore coniugale (cf. Ef. 5,25-33).

III esempio: la dottrina sulla pace e sulla guerra
pp. 134-135
Dal tempo di Agostino – sempre in dipendenza di idee dell’antichità – la teologia morale cattolica aveva sviluppato la dottrina della guerra giusta, per poter così sottoporre la guerra a norme etiche. Ma il canone classico dei presupposti che costituiscono la guerra giusta, per la situazione completamente mutata e per gli aspetti mostruosi della guerra moderna, è divenuto profondamente discutibile. D’altra parte sarebbe una semplificazione non meno pericolosa e insensata condannare tutti quegli uomini di stato e tutti i loro cittadini, i quali anche oggi dinanzi alla loro coscienza riconoscono come una necessità la difesa dei beni supremi
. Ma in tal modo è sorto per l’etica e per la posizione etica del cristiano un profondo dilemma, che però non fa che mettere in più chiara luce quel dilemma di principio, che neanche la dottrina della guerra giusta aveva eliminato, ma al massimo nascosto.
Infatti, guardando al volto effettivo della guerra ed a tutto ciò che essa provoca e scatena, si dovrà dire senz’altro che ‘propriamente’ ogni guerra è da condannare. Infatti, ‘propriamente’ ogni guerra è qualcosa di così spaventevole che riesce difficile metterla in connessione con il concetto di ‘giusto’. Ma nello stesso tempo l’alternativa del completo disarmo è irreale e darebbe non meno via libera alla ingiustizia generale. Il problema si acuisce se lo si considera concretamente in connessione con la questione delle armi atomiche: le discussioni degli ultimi anni sono ancora abbastanza chiare nella memoria di tutti.

pp. 137-138
In base a questo punto di partenza si dice: la meta deve essere la pace totale, la trasformazione delle armi in aratri, la proscrizione di ogni guerra. (n.78). Ma non siamo ancora al punto da poter già realizzare questo ideale. E perciò ora l’etica è di fare tutto quello che può renderlo possibile, quindi: rispetto del diritto internazionale; ulteriori accordi per l’umanizzazione della guerra; rinunzia alla forza delle armi dovunque è possibile; rispetto di chi rifiuta il servizio militare per motivi di coscienza (cui però si deve imporre un servizio sostitutivo); lavorare per il disarmo e per la formazione di un’autorità internazionale
; attenzione dinanzi ai confini di ciò che è chiaramente delittuoso; appello agli uomini di stato a ponderare la loro enorme responsabilità, che viene in particolare dalle armi moderne. In questa questione così difficile si fa quindi sentire, invece di norme astratte, un appello alla coscienza ed alla responsabilità degli esperti e di coloro cui i popoli hanno affidato la responsabilità. (n.80)
Forse si dirà che questo risultato è misero. Ma anche la nostra situazione non è forse piena di ambiguità, di debolezze e di impossibilità? Io credo che il testo, nonostante la sua indeterminatezza, sia buono perché cerca di fare solo ciò che è possibile e quindi in fondo pretende di più che se esigesse ciò che è sicuramente impossibile
.