Amare la realtà, difendere la ragione: guardare il mondo con gli occhi di Chesterton, di Ubaldo Casotto

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /02 /2013 - 14:10 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito l'introduzione di Ubaldo Casotto all’incontro “Amare la realtà, difendere la ragione: guardare il mondo con gli occhi di Chesterton”, con la partecipazione di Alison Milbank e di Edoardo Rialti, tenutosi il 23/8/2011 all’interno del Meeting di Rimini. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi su questo stesso sito la pagina tematica Testi di e su G.K. Chesterton.

Il Centro culturale Gli scritti (3/2/2013)

Benvenuti. Amare la realtà, difendere la ragione: guardare il mondo con gli occhi di Chesterton è il titolo di questo incontro. In un Meeting dal titolo E la vita diventa una immensa certezza, hanno chiamato noi tre a parlare di Chesterton, appunto su questo tema: amare la realtà, difendere la ragione. Io mi sono chiesto: cosa direbbe Chesterton, se fosse qui, della certezza? Devo dire che ieri sera, nella bellissima rappresentazione del Cavallo Bianco, un primo assaggio lo abbiamo avuto quando Maria, rivolta a re Alfred, dice: «Quegli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio». Oppure quando re Alfred, altro passaggio fantastico di ieri sera, dice che bisogna lanciare i propri cuori oltre le incertezze per guadagnare ciò che il cuore desidera. Ed il passaggio finale, quando re Alfred dice: «Io ho qualche dubbio, ma nel dubbio cavalco verso la battaglia».

Leggendo Chesterton, ho trovato altre risposte a questo quesito sulla certezza, perché la certezza della vita coinvolge la certezza della sua origine e del suo destino. Quanto all’origine della vita, sentite cosa dice Chesterton nella sua Autobiografia: «Piegandomi con cieca credulità, come sono solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono di opinione certissima di essere nato il 29 maggio 1874 a Chambery, in Kensington». Ecco, all’inizio della sua Autobiografia c’è la prima risposta su cosa sia per lui la certezza. Si è certi perché ci si fida di qualcuno, ci si fida di qualcun altro soprattutto nelle cose fondamentali della vita, come appunto nascere, che, dice Chesterton, è la cosa più importante che possa capitare a un uomo. La vera avventura della vita, conferma, non è sposarsi ma nascere.

Quell’avvenimento essenziale dell’esistenza di ciascuno di noi, di cui siamo indubbi protagonisti, come lui ci ha appena testimoniato, ma protagonisti passivi: c’eravamo ma non ricordiamo nulla. Che ci fossimo, è certo e la prova è che siamo qui a parlarne e a raccontarlo, ma la certezza sulla modalità, sui contenuti e sui tempi del fatto è affidata a dei testimoni di cui ci fidiamo. Questi testimoni, nel brano che vi ho letto, Chesterton li chiama “i miei maggiori”.

C’è una pagina bellissima in Ortodossia, in cui lui racconta come abbia scoperto la veridicità di questi testimoni e di quel testimone decisivo per la sua vita che fu suo padre. Dice cosi: “Quando vostro padre, passeggiando per il giardino, vi diceva che le api pungono o che le rose hanno un dolce profumo, voi non parlavate di prendere il meglio della sua filosofia. Quando le api vi hanno pizzicato, non avete detto che era una divertente coincidenza. No, voi avete creduto a vostro padre perché vi è sembrato uno che fosse una viva sorgente di fatti, uno che realmente ne sapeva più di voi, uno che vi avrebbe detto la verità domani come ve l’aveva detta oggi”.

Ma la locuzione “i nostri maggiori” individua un’altra grande autorità, oltre a quella paterna, che collabora in modo decisivo alla nostra certezza: la tradizione. Chesterton, con un’intuizione meravigliosa, chiama la tradizione “la democrazia dei morti”. Non concepisce perché l’uomo moderno debba fidarsi più delle insensatezze che dice il suo vicino […] piuttosto che delle cose molto sagge perché hanno superato la prova del tempo, dette da una persona, appunto, che non dovremmo ascoltare solo perché è morta. Insomma, dice che si è certi perché si è forti di una tradizione viva che ci raggiunge.

C’è poi un secondo motivo, che è secondo solo di elenco, ma che forse è il primo, per cui l’esistenza per Chesterton è diventata un’immensa certezza, ed è la realtà. Si è certi, dice Chesterton, perché ci si fida della realtà, nel senso più materiale del termine. Ci sono innumerevoli brani nella sterminata opera di Chesterton che si potrebbero citare. Io ne ho scelto uno dal suo bellissimo libro su san Tommaso d’Aquino […]. Dice così: “Il sistema del D’Aquino parte dal punto di vista universale che un uovo è un uovo. Ora, un hegeliano replicherà che un uovo è una gallina, perché fa parte dell’infinito processo del divenire. Il seguace di Berkeley sosterrà che la frittata esiste come esistono i sogni, visto che il sogno si può dire la causa della frittata come la frittata è la causa del sogno. Il pragmatico sosterrà che il miglior partito da trarre da un uovo è quello di dimenticare che esso sia stato un uovo e ricordare soltanto la frittura. Ma il tomista, il realista, l’uomo comune, non ha bisogno di guastarsi il cervello per evitare di guastare le sue uova, né di guardare le uova in cagnesco, né di chiudere gli occhi per meglio meditare una nuova semplificazione delle uova. Dominatore nella luce sfavillante della fraternità umana, cioè dell’esperienza che ci accomuna tutti, egli constaterà che le uova non sono galline, né sogni, né supposizioni, bensì cose, attestate dall’autorità dei sensi, che è di Dio”.

E il mondo è pieno di cose, come le uova, appunto, strappate al nulla - questa è un’altra delle cose bellissime di Chesterton, in tantissimi libri parla di come l’uomo realista, e soprattutto il massimo del realismo, che è il santo, veda le cose e le apprezzi perché sono strappate al nulla -: Chesterton dice che la pagina più poetica della letteratura mondiale è un elenco, l’elenco degli oggetti che Robinson Crusoe ha salvato dal naufragio, cioè ha strappato al nulla, alla perdizione. Dice che è un elenco che fa pensare al loro salvatore, un elenco di oggetti che indicano qualcuno che li ha sottratti al vuoto.

Quindi si diventa certi, per Chesterton, perché ci si fida delle cose come segni, non si è certi in virtù di una costruzione logica ma grazie all’evidenza di ciò che si vede. Dice infatti lui, a proposito dell’evidenza: “Io credo razionalissimamente appoggiandomi all’evidenza, ma l’evidenza, nel caso mio come in quello di un agnostico intelligente, non risiede in questa o in quella decantata dimostrazione. Essa risiede in una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti, cioè in tanti segni. È proprio tale evidenza frammentaria che persuade. Voglio dire cioè che un uomo può lasciarsi convincere o meno intorno a una filosofia da quattro libri piuttosto che da un libro, da una battaglia, da un paesaggio e da un vecchio amico. Il fatto stesso che le cose sono di diversa specie rende più probante la constatazione che esse convergono in una medesima conclusione”.

C’è un’idea, una teoria della conoscenza che - non mi dilungo perché lascio parlare i veri esperti - è bellissima nell’intuizione della realtà come segno. Bene. Di che cosa si diventa certi, allora? Io dico: dell’infinita positività dell’essere ma, come al solito, come lo dice Chesterton è molto meglio di come lo dico io.

Sempre nell’Autobiografia, c’è un passaggio che, da una parte, dice di come lui abbia scoperto la positività dell’essere, dall’altra dice della sua conversione dal pessimismo nichilista all’inizio del cammino che l’ha portato alla fede. “Difesi contro critici teatrali il merito teatrale di un dramma più recente che contiene molte cose buone. Il dramma è intitolato: Dove non c’è nulla, c’è Dio. Ma io andavo barcollando e gemevo, e mi travagliavo con una mia filosofia incipiente e incompiuta che era quasi il contrario dell’affermazione che dove non c’è nulla c’è Dio. A me la verità si presentava piuttosto in quell’altra forma: dove c’è qualcosa, c’è Dio. In filosofia, nessuna delle due affermazioni è adeguata ma sarei rimasto sbigottito se avessi saputo quanto il mio anything - qualcosa - fosse vicino all’ens di san Tommaso D’Aquino”.

Permettetemi una citazione che sembra non c’entrare nulla con Chesterton ma che, quando l’ho letta, mi ha colpito per la sintonia. È una sentenza della Corte Suprema israeliana che ha dovuto pronunciarsi sul ricorso che alcune associazioni di portatori di handicap hanno fatto perché rivendicavano, visto il loro stato, che fosse sancito il diritto a non nascere. Non la facoltà dell’aborto, il diritto a non nascere. La Corte israeliana ha risposto così: “La condizione di chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere la gloria del sorgere del sole e la bellezza delle nuvole azzurre e di sperimentare la vita in tutta la sua forza e il suo sapore, è sempre meglio di quella di colui a cui sia stata negata questa opportunità”.

Non sarà un linguaggio giuridico ma è sicuramente molto efficace e, secondo me, anche molto chestertoniano. Si è infine certi, per Chesterton, di due grandi realtà, di due grandi eccezioni che lui vede nel creato. Lui le chiama “due cose che, viste alla luce del giorno, sono totalmente e indiscutibilmente uniche e strane: la creatura chiamata uomo e l’uomo chiamato Cristo”.

Chesterton è certo del valore assoluto della persona umana e d è altrettanto certo della centralità storica e cosmica dell’uomo Cristo. Quanto all’uomo, Chesterton non ha problemi con l’evoluzione, lo racconta e lo spiega bene in un libro che si chiama L’uomo eterno. Per lui, un Dio personale può avere fatto le cose tutte insieme e pure poco per volta, non è un problema.

Ma lui dice che è indubbio che ci siano due salti ontologici, due salti dell’essere nella storia del mondo. Il primo è quell’essere che dipinse una renna in una grotta e che è assolutamente innaturale - dice Chesterton - considerare come un prodotto solo naturale, come ad esempio un elemento, come una parte del paesaggio.

Il secondo è quell’altro essere trovato sempre in una grotta, un’altra grotta, dai sapienti del suo tempo, i Magi. Essi cercavano sì qualcosa di nuovo ma si trovarono davanti qualcosa di assolutamente inaspettato: un altro mondo, un nuovo mondo, un mondo più grande di quello vecchio.

Chesterton insiste tantissimo sull’uso di questo aggettivo: grande, più grande. Anzi, lui dice più largo. “Divenni cristiano - dice - perché il cristianesimo era una dottrina più larga”. Quando ho sentito Benedetto XVI dire che il compito dell’uomo moderno è di allargare la ragione, pensate a come sono stato lieto di averlo letto, tanti anni fa, in Chesterton. E come sia stato lieto della profezia di questo genio!

Ma si accorge, Chesterton, abbastanza in fretta, che il motivo della sua certezza non può essere solo una filosofia, una dottrina. Il cristianesimo, il cattolicesimo cui lui si converte definitivamente nel 1922 o Ortodossia, che è il suo libro più bello, lo scrive nel 1908, non possono essere solo una dottrina, sono qualcosa di più di una dottrina.

E infatti, ad un certo punto, scrive quest’ultima citazione: “Il cristianesimo non è una filosofia perché, essendo una visione - usa il termine nel senso letterale del termine, una cosa che vedo con gli occhi, non un sogno -, non è un modello cui ispirarsi ma è un quadro”.

Non è di quelle semplificazioni che risolvono ogni cosa in un’astratta spiegazione, che tutto è ricorrente, che tutto è relativo, che tutto è illusorio. Non è un meccanismo ma un racconto, ha le proporzioni che si riscontrano in un quadro o in un racconto. Non ha le ripetizioni regolari di un modello o di un meccanismo ma le rimpiazza con l’essere convincente come un quadro o come un racconto. In altre parole, è esattamente come la vita perché infatti è vita.

Insomma, se io non posso credere a quello che vedo - dice Chesterton - non posso non credere a quello che vedo, io amo quello che vedo con tutta la mia ragione e con tutta la mia libertà. E se qualcuno mette in dubbio questa esperienza evidente, sono pronto a sfidarlo a duello.

Tutti i libri di Chesterton, soprattutto in Ortodossia, dove è citato come lo spunto da cui il libro parte, sono la risposta a una sfida, cioè sono un duello. Un duello in nome della fede? No, in nome della ragione. Amare la realtà, difendere la ragione [...]