Monsieur Lazhar e The artist: provocazioni per la catechesi. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /03 /2013 - 12:41 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito due brevi note di Andrea Lonardo. Per ulteriori articoli dell'autore, vedi la sezione Testi di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (18/3/2013)

Monsieur Lazhar

Bashir Lazhar, interpretato da Mohamed Saïd Fellag, nel film di Philippe Falardeau è un insegnante algerino in attesa di riconoscimento nel Québec francese. Pian piano emerge la sua storia: è dovuto fuggire dalla sua patria, nella speranza che la moglie con i due figli potessero poi seguirlo. Essi sono perseguitati in una terra dove la violenza dell’integralismo religioso ed il potere politico che lo combatte si tendono la mano quando una donna, la moglie, inizia a scrivere per contestarli.

Ma non è questo il punto. Il film narra di come l’integrazione avvenga in una trama di rapporti umani che si tessono non in astratto, bensì dinanzi alla vita che urla il suo dramma.

Nella scuola una giovane insegnante si è suicidata ed i bambini/ragazzi vivono l’angoscia che quella morte getta su tutti. In particolare sono due amichetti, Simon, interpretato da Emilien Néron, ed Alice L'Écuyer, interpretata da Sophie Nelisse a portare il perso della tragedia: solo loro hanno il visto la maestra morta. Ma è soprattutto Simon che sente il peso del dramma: avendo dichiarato di aver ricevuto un bacio dalla maestra, che un giorno lo aveva abbracciato, si sente colpevole quasi che l’insegnante si sia tolta la vita per le voci seguite a quel gesto.

Nel film, il quadro si fa pian piano più complesso senza mai risolversi chiaramente - la donna era sofferente interiormente da tempo e il marito la ignorava, non essendosi presentato a scuola nemmeno per ritirare i suoi oggetti personali.

Ciò che appare chiaro, invece, è che la scuola ha da tempo abdicato ai suoi contenuti, privando gli studenti di un insegnamento di qualità, puntando quasi esclusivamente sull’integrazione e su di una buona convivenza.

I ragazzi non sono più in grado di leggere testi di qualità e sono ormai abituati a sedere con i banchi in cerchio. Soprattutto, è ormai vietata la comunicazione tattile, l’abbraccio, il bacio. Nemmeno l’insegnante di educazione fisica può toccare i bambini/ragazzi, per non destare scandalo, perché le nuove normative della scuola così prevedono.

Parallelamente ed in conformità a questa impostazione, solo alla psicologa è demandato il compito di affrontare il tema del lutto che, invece, i bambini vivono ad ogni istante, poiché tutto ricorda loro la loro maestra che si è uccisa.

Bashir Lazhar viene da un mondo che ha maggiormente conservato un’adesione reale alla vita e perciò riesce ad entrare in un contatto vero, affettuoso ed educativo con i suoi alunni.

Subito ripristina la disposizione dei banchi in linee verticali, si acquista la stima dei bambini per la qualità del suo insegnamento che non fa sconti, ma anzi li porta a misurarsi con i grandi autori francesi - lui, immigrato algerino! – e, soprattutto, non cessa di avere presente il senso di colpa che i bambini portano in loro per la morte della loro insegnante.

Solo dinanzi a lui - e non dinanzi alla psicologa - finalmente i piccoli hanno il coraggio di esprimere il loro dolore, di piangere e sfogarsi, ritrovando brandelli di speranza. Bashir, soprattutto, ha il coraggio di “toccarli” anche fisicamente, con scappellotti quando lo meritano ed ancor più con l’abbraccio di cui hanno bisogno nel dolore.

Ma la scuola non è in grado di reggere la prospettiva di educazione reale ed integrale di cui i bambini hanno bisogno e di cui Bashir è portatore.

Il film esprime l’empasse - monito anche per la catechesi - alla quale il sistema scolastico si condanna se decide, per essere politicamente corretto, di tenere fuori dall’orizzonte educativo l’autorità dell’insegnante, se gli vieta di sporgersi a parlare della colpa, della vita e della morte - ed, in fondo, del senso delle cose e di Dio - se lo paralizza impedendogli di usare l’affetto fino alla sua comunicazione corporea.  

In un’intervista il regista ha dichiarato: «È l’intera questione della codifica delle relazioni tra ragazzini ed adulti a scuola. Attraverso gli anni, abbiamo stabilito regole che proibiscono agli insegnanti di toccare gli alunni, a prescindere dalle circostanze, anche se è solo per spalmargli la crema solare sulla schiena, come dice il personaggio dell’insegnante di ginnastica. Noi sappiamo molto bene le ragioni che sono dietro queste regole e quello che c’è in gioco, ma il risultato è che gli insegnanti, genitori e anche i ragazzi, agiscono in punta di piedi quando si tratta di mostrare una certa forma di affetto o vicinanza. La questione è estremamente delicata e costituisce un momento cruciale nel film. Penso che il film parli molto di questo, all’inizio in modo impercettibile, in modo esplicito alla fine» (da un’intervista di Marie-Hélène Mello al regista Philippe Falardeau sul sito Agiscuola).

The artist

Lo splendido film di Michel Hazanavicius è un muto. Solo brevissimi dialoghi sostengono la trama visiva nei cartelli del film e l’audio emerge soltanto nella scena finale emerge rivelando che il protagonista maschile George Valentin, interpretato da Jean Dujardin, è balbuziente.

Per tutto il film George “volteggia” in silenzio nel film incontrandosi, perdendosi ed incontrandosi di nuovo con Bérénice Bejo che interpreta Peppy Miller.

Se, da un lato, il film esprime il dramma di un mezzo - il cinema muto - che non resse l’impatto con il sonoro, d’altro canto rende evidente che proprio quel mezzo ha ancora valore, se si ha una storia emozionante da raccontare.

Non il mezzo, ma la commozione espressa e la sua qualità fanno il valore di un’opera. Un mezzo moderno, senza una passione analoga a quella comunicata dal film, non potrebbe mai toccare il cuore.

Un monito per ogni azione educativa: il mezzo non è il messaggio. Si potrebbe anche utilizzare un mezzo apparentemente inadeguato, se la qualità di ciò che si propone regge dinanzi alla mente ed al cuore.