Per la fede del popolo, di Margherita Cecchelli. La basilica di Santa Croce in Gerusalemme ed il Palazzo imperiale Sessorium di Elena e Costantino

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /04 /2013 - 18:19 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito della rivista 30giorni un articolo di Margherita Cecchelli pubblicato sul numero 9 del 2001 della rivista. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2013)

La basilica di Santa Croce in Gerusalemme (o meglio Hierusalem, poiché mantenne questo nome sin verso il 1000), risalente alla prima metà del IV secolo, fu sicuramente la più antica chiesa devozionale romana. Risultò compresa nella V regione augustea e nella III ecclesiastica, ubicata a ridosso delle Mura Aureliane, in una zona decentrata della città, ma ricca di nobili abitazioni.

Sorse nei possessi privati imperiali ad Spem veterem detti in seguito Sessorium, che fin dal 323 dovettero appartenere alla madre di Costantino, Elena, che vi abitò. Ancora oggi sono riconoscibili alcune parti di questa residenza, che all’origine, nel III secolo, era molto più ampia e fu sensibilmente ridotta quando il tracciato delle Mura Aureliane (edificate tra il 271 e il 279) la suddivise in due parti.

All’interno delle Mura si distinguono resti di un circo, chiamato Variano; di un edificio detto tempio di Venere e Cupido; di un anfiteatro di forma ellittica probabilmente del tempo dell’imperatore Eliogabalo, originariamente a tre ordini di pilastri corinzi (ora se ne conserva quasi per intero il più basso), incastrato nelle Mura Aureliane: il cosiddetto anfiteatro Castrense, che un’ultima teoria ha interpretato come un vivarium (luogo recintato dove venivano custodite le bestie per il circo); e infine, anche resti di ambienti delle terme cosiddette Eleniane, poiché proprio l’imperatrice Elena le volle ristrutturare.

Insomma, un complesso di edifici che, nonostante la presenza della basilica (edificio certamente di pubblica fruizione, come dimostrano anche le ricerche archeologiche in corso), probabilmente fino al periodo di Teodorico mantenne, almeno in gran parte, carattere privato (ne è indizio il fatto che il re goto fece eseguire proprio nel complesso del Sessorio la condanna a morte di un ufficiale nel 500).

L’incentivo per la fondazione della basilica si lega dunque alla decisione di Elena di scegliere questa proprietà quale sede della sua residenza romana, una sede opportunamente molto prossima alla chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, la cattedrale Lateranense.

Roma come Gerusalemme

Con la chiesa cattedrale di Roma la basilica Hierusalem fu fin dall’inizio in stretta relazione, anche per ciò che determinò lo sviluppo delle cerimonie liturgiche romane. La nuova fondazione costantiniana, voluta da Elena, ebbe una particolare accezione di tipo martiriale e commemorativo nei confronti della città santa di Gerusalemme (come ben attesta la sua antica e significativa denominazione), di cui ospitò le reliquie, in particolare quella della Croce, molto probabilmente sin dalla sua fondazione o comunque non molti decenni dopo la scomparsa di Elena (330 circa).

Richard Krautheimer, autore del monumentale Corpus Basilicarum Christianarum Romae, definì la basilica Sessoriana come chiesa palatina (cioè, in sostanza, un edificio privato ad uso esclusivo della famiglia imperiale) e come tale essa viene comunemente ricordata. La sua fondazione sarebbe insomma stata un’operazione di tipo privato, sia pure imperiale, comunque estremamente restrittiva per il significato di un culto di memorie cristologiche cui, ci sembra, si doveva invece dare un’eco molto più ampia.

Non dobbiamo dimenticare infatti che con Hierusalem si voleva riproporre l’intero contesto della memoria gerosolimitana, una sorta di accorpamento di questa a quelle romane, che non poteva certo rimanere in ambito circoscritto. Pensare ad un uso esclusivo dell’imperatore e della sua corte non può che impoverire il significato di una fondazione che rappresenta a Roma la santa Gerusalemme.

Rammentiamo, per ribadire l’importanza di questo peculiare significato, che nel IX secolo, se non anche prima, si celebrava, tra la basilica del Laterano e Santa Croce, la funzione della «Rosa d’oro», simbolo della santa Gerusalemme e della valenza memoriale della basilica stessa, che il papa, a cavallo, recava a Santa Croce, dove celebrava solennemente la messa. Questa cerimonia, fino all’esilio avignonese, ebbe il suo solenne compimento a Santa Croce e solo dopo il ritorno dei papi a Roma fu effettuata esclusivamente al Laterano.

L’operazione costantiniana risulta in perfetta coerenza con le fondazioni dell’imperatore relative al Santo Sepolcro o all’Eleona, ispirate anch’esse dalla madre Elena, e, dunque, appare per questo ancor più intesa al potenziamento della valenza memoriale della città di Roma. Ricordiamo, a questo proposito, che i papi per lungo tempo negarono recisamente le reliquie dei martiri romani anche a personaggi di rango regale che ne facevano richiesta, ma accoglievano sempre e sistemavano per la venerazione quelle che giungevano a Roma. Così solo, infatti, il significato della santità di Roma avrebbe conseguito un’accezione ecumenica, testimoniata poi nei secoli dall’enorme afflusso di pellegrini nella città eterna.

La categoria delle fondazioni cultuali cui subito appartenne il monumento spiega anche la volontà di Valentiniano III, della sorella Onoria e della madre Galla Placidia di volere sciogliere un voto facendo decorare la nostra basilica (probabilmente l’oratorio delle reliquie, poi detto, nel Medioevo, cappella di Sant’Elena), durante il pontificato di Celestino I (422-432). Essa infatti rientrava appieno tra le chiese più importanti dell’Urbe, che furono interessate dall’intervento imperiale e alle quali gli imperatori continuarono a prestare interesse.

C’è un’altra fonte che ci conferma questo stato di cose: il Capitulare lectionum di Würzburg. Per l’organizzazione della sua parte principale questo testo è attribuito al primo terzo del VI secolo, ma sicuramente esprime le disposizioni che nel V secolo i papi Ilaro (461-468) e Simplicio (468-483) presero, a conclusione di uno sviluppo quasi secolare, riguardo al modo in cui durante la Quaresima e la Pasqua dovevano essere distribuite le funzioni episcopali tra le chiese di Roma.

Nel Capitulare si legge come alle chiese principali siano assegnate le cerimonie liturgiche più importanti e come, tra queste, Hierusalem sia indicata per la IV domenica di Quaresima (Laetare) e per la funzione del venerdì santo. Il fatto è molto importante e ci sembra convalidare l’eccezionale qualificazione del monumento fin dall’origine, in accordo con le notizie del Liber Pontificalis, e anche la possibilità, per il vero non da tutti accettata, che proprio sin dalle origini la chiesa abbia ospitato la reliquia della Croce.

Del resto, anche se così non fosse (poiché certi silenzi in proposito di fonti costantiniane, in particolare Eusebio, non si spiegano), penso che non sia un fatto di estrema importanza. Infatti il nome stesso della chiesa – Hierusalem – sta ad indicare che si volle esprimere con la fondazione imperiale romana la totalità delle sante memorie della città della Palestina, effettuando così una forma di ideale simbiosi delle due principali capitali cristiane. Di conseguenza non ha eccessiva importanza se, tra le memorie gerosolimitane, la reliquia della Croce in particolare sia arrivata a Roma all’origine dell’istituzione dell’edificio di culto o in un secondo momento.

L’antica basilica paleocristiana di Santa Croce (IV secolo), 
così ridisegnata dopo le acquisizioni prodotte dai recenti scavi archeologici

L’antica chiesa paleocristiana

L’esame del complesso basilicale quale oggi ci è pervenuto rende subito chiaro che questo, più che costruito ex novo, fu ricavato, con un numero esiguo di interventi strutturali, nell’ambito di un vasto ambiente del palazzo del Sessorio, il cosiddetto “grande atrio” della residenza imperiale, risalente al II-III secolo, e più precisamente tra il 180 e il 211.

L’aula di culto, di forma rettangolare, era lunga circa 40 metri per 30 metri di larghezza e22 metri di altezza, con copertura piana o con capriate a vista. Tale ambiente aveva i suoi lati lunghi percorsi da un doppio ordine di grandi aperture (porte in quello inferiore, finestre in quello superiore) e forse così apparivano anche i lati corti, nei quali comunque è riscontrabile ancora la traccia delle aperture dell’ordine superiore.

L’asse principale del nuovo edificio fu spostato sul lato lungo, mentre in origine si trovava forse su quello breve, e in uno dei lati brevi (precisamente quello est) fu inserita l’abside. Le aperture dei lati lunghi furono tamponate, e a ovest fu creata la facciata. È improbabile che fin dall’origine la chiesa abbia avuto anche la divisione in tre navate che caratterizza l’attuale edificio.

Sembra invece sicuro che l’aula di età costantiniana avesse la particolarità di essere suddivisa in grandi campate da due potenti arcate che hanno lasciato tracce profonde dei loro attacchi nei muri longitudinali dell’aula, impostate su colonne binate secondo una scansione anomala. Così restituita la chiesa risulta molto simile alla quasi contemporanea basilica di Massenzio e Costantino della Velia (via dei Fori Imperiali), che ne appare il modello, fatto questo di notevole interesse.

Si tratta di una partizione anomala per un edificio di culto, ma si deve pur riflettere che siamo agli inizi della creazione di una “architettura cristiana”. L’area presbiteriale era raccordata, tramite uno o forse due corridoi, ad un retrostante vano rettangolare di modeste dimensioni, la cosiddetta cappella di Sant’Elena, dove erano custodite le reliquie di Gerusalemme e probabilmente anche quella della Croce. Questo oratorio, che non fu costruito ex novo, ma costituisce un’ulteriore riutilizzazione di un altro degli ambienti del Sessorio, ha una valenza altamente significativa poiché si deve considerare come il primo centro di venerazione martiriale intramuraneo dell’Urbe, e del martire per eccellenza, Cristo stesso, nel nome del quale tutti gli altri furono poi immolati.

I primi dati degli scavi

Sono molti i problemi connessi con l’inserimento della basilica nel tessuto sessoriano, e la necessità di un controllo della lettura delle sue fasi ormai da molto tempo, si può dire, era stata accantonata. Per queste ragioni, negli ultimi anni la cattedra di Archeologia cristiana dell’Università di Roma La Sapienza ha condotto una capillare revisione del monumento e dell’area che lo ospita, insieme ad una prima parziale campagna di scavo, iniziata nel 1996, tuttora sospesa, ma che si intende riprendere non appena possibile.

La sorpresa di portata più rilevante è stata quella di aver nuovamente posto in luce parte di una grande vasca, all’esterno circolare (l’interno ancora non è stato indagato), che dovrebbe sviluppare circa4 metri di diametro. Dico “nuovamente” perché essa fu vista in occasione di precedenti sopralluoghi (databili all’inizio del XX secolo), che non comportarono però un tentativo di interpretazione.

La vasca, situata in un ambiente absidato, che aveva all’origine funzione termale, e di cui rimane parziale ma sufficiente documentazione, adiacente alla cosiddetta cappella di Sant’Elena, è sepolta sotto uno dei parzialmente superstiti bracci di quel che resta del grande chiostro della basilica (per questo motivo non è stato possibile, a tutt’oggi, portare a compimento lo scavo dell’intero impianto battisteriale: sono indispensabili opere di consolidamento per le quali ci si augura possano presto essere trovati i necessari finanziamenti).

Il manufatto, perfettamente riconoscibile anche se se ne vede soltanto una parte piuttosto esigua, richiama subito tipologicamente la vasca battesimale. Così pure conferma l’interpretazione il suo posizionamento in corrispondenza proprio del centro dell’abside con cui termina il vano che la accoglie. Anche la scelta di questo ambiente, che è sempre parte del contesto sessoriano, contiguo proprio all’oratorio in cui erano conservate le reliquie, avvalorerebbe la tesi di una sua destinazione battisteriale.

La disposizione degli ambienti del complesso battisteriale di Santa Croce potrebbe così assomigliare a quella, tripartita, da poco riproposta riguardo al battistero del Santo Sepolcro di Gerusalemme (anch’esso opera di Costantino ed Elena), anche se fino ad ora sono stati individuati nella basilica romana soltanto due vani contigui. La presenza del battistero fa comunque ancor più ragionevolmente escludere, per la basilica, il concetto di cappella palatina.

La vasca scoperta è rivestita di strette lastre rettangolari di marmo bianco, simili ma non tutte delle medesime dimensioni, che potrebbero essere di reimpiego e che come tipologia e come messa in opera rammentano quelle dei bacini dei battisteri di San Crisogono e di Santa Cecilia.

Recentemente, poi, una pulitura ai lati del manufatto ha messo in luce un residuo di piano pavimentale in marmo, mentre ad una quota inferiore di più di un metro l’aula ha rivelato un sottostante piano con impronte di bipedali, relativo alla precedente aula termale. È prematuro parlare oggi di questioni di datazioni prima di terminare lo scavo attualmente in corso.

Certo è, però, che i battisteri presso le memorie dei martiri furono precocemente installati sia in Oriente, dove le memorie cristologiche costantiniane comportarono tutte il battistero – vedi ad esempio i già ricordati complessi del Santo Sepolcro e dell’Eleona –, sia nella stessa Roma, dove sicuramente San Pietro e Sant’Agnese, ma probabilmente anche San Paolo e San Lorenzo fuori le Mura, ebbero nel corso del IV secolo questo tipo di annesso. E così si potrebbe dunque ragionevolmente sostenere una datazione al IV secolo anche per il battistero della basilica di Santa Croce.

Un’ultima segnalazione relativamente ai primi risultati dello scavo va fatta a proposito del ritrovamento di una rara forma di tomba in laterizi addossata esternamente alla parete perimetrale sud della cosiddetta cappella di Sant’Elena, in una zona che probabilmente fungeva da corridoio di collegamento tra il circo Variano e l’anfiteatro Castrense. Tipologicamente non risponde a nessuno degli esemplari finora noti a Roma; è a due piani e coperta da un tetto a mezzo spiovente. Il piano inferiore è ancora sigillato e si spera di aprirlo dopo aver eseguito un rilevamento endoscopico.

Sembrerebbe più antica rispetto alle tombe pertinenti a un’area cimiteriale testimoniata sempre a ridosso della parete sud della chiesa; alcune di queste, infatti, recentemente scavate, le si addossano. Si tratta sicuramente di una tomba privilegiata, come sembra anche indicare la sua posizione contigua all’oratorio delle reliquie e a sinistra dell’ingresso principale di questo. Il suo tetto a mezzo spiovente, inoltre, ben impermeabilizzato per far scolare la pioggia, sembra indicare che lo spazio in cui si trovava la tomba non era coperto, come sosteneva Krautheimer, ma occupava un’area originariamente esterna.