Date a Cesare quel che è di Cesare, ma a Dio quel che è di Dio (appunti di Andrea Lonardo per la XXIX domenica dell'anno A)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /10 /2008 - 02:14 am | Permalink
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Appunti per l'omelia della XXIX domenica dell'anno A; il testo è stato preparato da Andrea Lonardo per il sito www.omelie.org

I farisei sanno che, da sempre, la politica è un tema scivoloso. Scelgono questo terreno per cercare di cogliere in fallo Gesù. Ed, ancora una volta, la situazione più difficile diventa per il Signore non una realtà da rifiutare e da fuggire, bensì un’occasione per amare e per testimoniare la verità del Padre e dell’uomo. L’affermazione “date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio” – una dichiarazione che cambierà il volto della storia tutta dell’umanità e che fonderà per sempre la laicità vera del potere - viene espressa in un momento di esplicita persecuzione nei confronti del Cristo, mentre cioè si sta tramando la sua morte. Anche qui nessun istante della vita del Signore va perduto. Egli è “la Parola”!

La domanda sembra senza alternative: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Se Gesù rispondesse che è lecito, ecco che sarebbe facile accusarlo di essere un uomo compromesso con il potere, uno che non prende le distanze dal nemico che toglie la piena libertà al paese, uno che è connivente con una situazione di ingiustizia nella quale tanti sono costretti.

Ma se rispondesse che non è bene pagarlo, ecco che egli potrebbe essere facilmente fatto passare per uno dei tanti rivoluzionari ostili all’autorità dei quali pullulava allora la Giudea, uno di quelli dai quali è bene guardarsi perché non sai dove possono condurre gli animi eccitati del popolo, uno di quelli che di fatto porteranno il popolo ebraico alla rovina attraverso le due guerre giudaiche.

La risposta di Gesù solo ad uno sguardo superficiale può essere etichettata semplicemente come furba, come prudente, come un escamotage per sfuggire al dilemma. In realtà essa scava nel profondo, segnando il passo di ogni futura discussione su Dio e sull’uomo.

Gesù, domandando che gli sia mostrata la moneta del tributo, obbliga, innanzitutto, i suoi ascoltatori a manifestare che essi fanno uso del denaro e proprio di quelle monete con le quali vorrebbero incastrarlo.

È una straordinaria lezione di realismo. L’uomo, ovunque si trovi, intrattiene relazioni con altri tramite costituzioni, leggi, pesi e misure, quantificazioni economiche, equilibri di potere. A partire dall’insegnamento del Signore il cristianesimo ha imparato a rigettare l’anarchia, l’abolizione delle istituzioni, perché esse sono necessarie nel tempo transitorio della storia. L’uomo che è debole, a motivo del peccato e del peccato originale, non saprebbe governare se stesso senza una strutturazione istituzionale della società. Paolo trarrà le giuste conseguenze da questo rifiuto dell’anarchia dichiarando nella lettera ai Romani che l’autorità è da Dio, non nel senso che i governanti sono scelti di volta in volta dall’Onnipotente e nemmeno nel senso che le loro decisioni sono secondo il volere divino, ma, molto più essenzialmente, nel senso che Dio vuole che esistano strutture istituzionali, in quanto necessarie all’ordinata convivenza degli uomini.

In questo modo Gesù annuncia che il regno di Dio non è realizzabile in pienezza in terra e che un tentativo di schierarsi dalla parte dell’utopia in terra equivarrebbe alla più grande delle ingiustizie e delle prevaricazioni, come la storia dei totalitarismi di destra e di sinistra ha dimostrato nel secolo precedente. La politica è il luogo delle mediazioni possibili, ma necessarie. I farisei e gli erodiani interrogano Gesù sul tributo, ma non mettono minimamente in questione l’utilizzo di quelle monete che proprio l’imperatore ha coniato, con la propria iscrizione ed immagine, e senza le quali non sarebbe loro possibile alcuno scambio economico.

Ma è la finale della risposta a creare la sorpresa più significativa: «Ma date a Dio quel che è di Dio». Ancora una volta Gesù senza il Padre sarebbe incomprensibile. Sempre a Lui egli riconduce i suoi ascoltatori. Essi, con grande disinvoltura – ed, in fondo, a ragione – fanno uso delle monete di Cesare, riconoscendo di fatto che senza qualcuno che governi non si può vivere. E, di fatto, essi danno a Cesare ciò che è suo. Avviene lo stesso con Dio? Essi lo riconoscono come uno che deve essere preso in considerazione, come colui che è Signore delle cose sue?

I farisei e gli erodiani hanno dinanzi a sé non solo le monete con le immagini dell’imperatore, ma hanno soprattutto il Figlio che porta l’immagine del Padre. Cosa faranno di lui? Cosa faranno di colui che appartiene come cosa propria a Dio stesso? Una esigenza diversa da quella politica si manifesta qui: quella di riconoscere Dio ed il suo inviato come tali. Dio è Signore ben più importante di Cesare, eppure di Cesare accettano la presenza, di Dio rifiutano il Figlio!

Non solo il Cristo stesso, ma anche l’uomo è segnato dall’immagine divina, come già Israele aveva da sempre saputo. Quell’immagine che segna la differenza fra l’uomo e l’animale, quell’icona visibile dell’invisibile che dice la possibilità dell’uomo di essere relazione libera con i suoi simili e con Dio stesso: “a immagine di Dio li creò”.

Ecco il limite della politica ed ecco anche il suo fine. Essa non fonda i diritti dell’uomo, ma deve ad essi inchinarsi e servirli. Il suo compito è quello di riconoscerli e creare le condizioni perché siano concretamente praticabili. Essi hanno origine dall’uomo stesso e dalla sua origine divina.

È in vista di questo servizio che il potere ha la sua necessità ed il suo senso nella storia umana. Di quell’immagine non si può fare “negozio”, perché non può essere comprata o venduta, perché non appartiene al novero delle cose materiali ed economiche: essa è, invece, senza prezzo, è di un valore inestimabile, è cosa di Dio stesso. È la dignità inalienabile dell’uomo che Gesù fa apparire.