Le catacombe, di Vincenzo Fiocchi Nicolai

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /06 /2013 - 10:48 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito dal sito www.treccani.it un testo di Vincenzo Fiocchi Nicolai, tratto da Il Mondo dell'Archeologia (2002): l’articolo intero di cui il testo fa parte porta il titolo “L'archeologia delle pratiche funerarie. Periodo tardoantico e medievale e mondo bizantino, di Francesca Romana Stasolla, Vincenzo Fiocchi Nicolai”. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. 

Il Centro culturale Gli scritti (12/6/2013)

Catacombe di Sant'Agnese fuori le Mura (foto Paolo Cerino)

Indice

INTRODUZIONE

L'uso del termine catacomba ad indicare un cimitero sotterraneo cristiano di grande estensione è attestato per la prima volta a Subiaco, nel Lazio, alla fine del X secolo, in relazione al locale cimitero sotterraneo (Reg. Sublacense, edd. Allodi - Levi, p. 28, doc. 12).

Già nel IX secolo, tuttavia, la parola si trova impiegata a Napoli, con senso derivato, per indicare l'ambiente sepolcrale in cui era stato traslato il corpo di uno degli antichi vescovi della città (Chron. Ep. Neap. Eccl., ed. Capasso, I, p. 163).

Il termine trae origine dal toponimo catacumbas con cui, nel IV sec. d.C., si designava a Roma un luogo situato al III miglio della via Appia, caratterizzato dalla presenza di ampie cavità arenarie (catacumbas, dal greco κατὰ κύμβας, "presso le cavità").

In quell'area, a partire dal III sec. d.C., venne scavato uno dei più importanti ed estesi cimiteri sotterranei della città: quello di S. Sebastiano, denominato nelle fonti antiche, appunto, cymiterium catacumbas. La notorietà dell'area e la sua ininterrotta frequentazione per tutto il Medioevo fino all'età moderna spiegano il precoce (almeno altomedievale) passaggio del nome dal cimitero sotterraneo dell'Appia a tutti gli altri che presentavano le medesime caratteristiche.

Il termine antico per indicare le catacombe era tuttavia diverso: nel IV e V secolo esse erano designate come cryptae, stando a quanto attestano alcuni passi di s. Girolamo e di Prudenzio (Hier., In Ezech., XII, 40; Prud., Perist., XI, 154).

Dopo l'abbandono della quasi totalità delle catacombe romane avvenuto nei secoli dell'Alto Medioevo, solo poche di esse restarono accessibili: particolarmente quelle comunicanti con le basiliche suburbane che avevano conservato al loro interno tombe di martiri mai traslati dentro la città e per questo oggetto di una ininterrotta frequentazione devozionale (S. Sebastiano, S. Lorenzo, S. Pancrazio, S. Valentino).

In queste aree sotterranee, e in altre sporadicamente accessibili dalle vigne del suburbio, sono attestate le prime firme di visitatori del XV secolo, tra le quali spiccano quelle dei sodali della famosa Accademia Romana degli Antiquari di Pomponio Leto.

Ma le gallerie percorribili erano allora di breve circuito e soprattutto desolatamente spoglie. La scoperta casuale di una nuova catacomba intatta (quella oggi denominata Anonima di via Anapo), avvenuta sulla via Salaria il 31 maggio 1578, fu salutata pertanto come un evento straordinario. Il rinvenimento provocò un risveglio di interessi tra gli studiosi dell'epoca, alimentato peraltro dall'ambiente politico-religioso della Controriforma, particolarmente interessato al recupero delle testimonianze monumentali del primo cristianesimo, oltre che per trarre da esse alimento per un rinnovamento spirituale, anche per un loro utilizzo in chiave archeologica contro i protestanti.

Tra questi primi ricercatori spicca la figura di A. Bosio (1575-1629), il primo ad indagare in modo sistematico le catacombe, il primo, soprattutto, a fondare il loro studio su una solida base di informazioni provenienti dall'analisi monumentale e dalla ricognizione delle fonti letterarie.

L'approccio scientifico innovativo di A. Bosio rimase tuttavia un fatto episodico. Dalla metà del Seicento, per due secoli, le catacombe furono studiate con mero interesse antiquario spesso esclusivamente per l'apporto che sembravano conferire ‒ nel dibattito vivacissimo tra cattolici e protestanti ‒ alle idee religiose dei primi (e dunque con evidenti forzature esegetiche). Soprattutto, in quei secoli, i cimiteri sotterranei furono oggetto di un vero sistematico saccheggio da parte dei cosiddetti "corpisantari", un gruppo di operai specializzati che, su incarico ufficiale delle più alte gerarchie ecclesiastiche, si dedicarono ad estrarre dai cimiteri presunti corpi di martiri.

Gravissima fu la dispersione dei dati provocata da tali deleterie ricerche. L'opera di M.A. Boldetti, inquadrabile in questo contesto cronologico e culturale, dedicata alle catacombe di Roma e d'Italia, ci permette di recuperare solo alcune informazioni su tali indagini.

Alla metà dell'Ottocento l'archeologia delle catacombe uscì finalmente dal buio che l'aveva avvolta dopo la morte di Bosio. Nel 1851 fu istituita da parte di Pio IX la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, incaricata della tutela e della esplorazione scientifica delle catacombe. G.B. De Rossi (1822-1894), il fondatore della scienza dell'archeologia cristiana, riprese in quegli anni la ricerca sulla via tracciata da Bosio: pose a fondamento dei suoi studi l'attenta analisi strutturale correlata con quella delle fonti, da lui vagliate con nuovo senso critico. Il tutto con un approccio che mirava ad una ricostruzione storico-topografica dei complessi funerari.

Attraverso lo scavo archeologico ‒ da lui per la prima volta utilizzato sistematicamente nelle indagini ‒ poté riportare in luce, in una quarantina di anni di attività, vasti settori delle catacombe, particolarmente quelli interessati dalla presenza dei sepolcri di martiri. Tali ricerche consentirono al De Rossi di identificare decine di necropoli sotterranee e di far luce così sull'intricata topografia del suburbio romano.

Le scoperte straordinarie del De Rossi suscitarono un fermento notevolissimo di interessi: tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, grazie a varie figure di studiosi (E. Stevenson, M. Armellini, O. Marucchi, J. Wilpert, P. Styger, E. Josi), si intensificarono le ricerche e le scoperte nell'ambito delle catacombe romane, ma anche in quelle siciliane, napoletane, africane, maltesi, dove fu benemerita l'opera dei vari J. Führer, G.A. Galante, H. Achelis, E. Becker, A.F. Leynaud.

Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo i cimiteri sotterranei sono stati oggetto di studi sempre più attenti al dato materiale e condotti con moderni criteri di indagine: i lavori di A. Ferrua, S.L. Agnello, U.M. Fasola, L. Reekmans, F. Tolotti, P. Testini, H. Brandenburg, A. Nestori e di un'ultima generazione di studiosi hanno notevolmente ampliato le nostre conoscenze sull'argomento.

LE ORIGINI

All'epoca delle prime scoperte del XVI-XVII secolo cominciò a diffondersi la curiosa credenza che le catacombe fossero luoghi di abitazione o di rifugio dei primi cristiani al tempo delle persecuzioni. Tale leggenda era alimentata dalla cattiva interpretazione di alcune fonti antiche: come i passi del Liber Pontificalis romano che alludevano al soggiorno di alcuni pontefici "nei cimiteri" (da intendere evidentemente nel significato più esteso del termine, comprendente le fabbriche del sopratterra: Lib. Pont., I, pp. 161, 207, 227, 305-306) o le notizie dell'uccisione, nel sopratterra dell'area callistiana, durante la persecuzione di Valeriano, il 6 agosto del 258, del papa Sisto II con i suoi diaconi in cimiterio (Cypr., Epist., 80).

In realtà, le catacombe furono esclusivamente aree funerarie adibite alla sepoltura e al culto funerario dei membri delle prime comunità. La loro esistenza, come quella dei cimiteri di superficie, non può farsi risalire oltre la fine del II secolo. Concordemente, infatti, in quell'epoca, le fonti letterarie e le testimonianze monumentali collocano il primo apparire di aree funerarie collettive ed esclusive delle comunità cristiane.

In Africa, a Cartagine, Tertulliano (Scap., 3, 1) ricorda la presenza, intorno al 203, di areae sepulturarum nostrarum, la cui proprietà da parte della comunità cristiana era fortemente osteggiata dalla plebe pagana.

Lo stesso autore, nell'Apologeticum, scritto intorno all'anno 197, fa menzione dell'esistenza di una "cassa comune", creata in seno alla comunità, con i contributi mensili spontanei dei confratelli, per garantire anche ai più poveri una conveniente sepoltura (Tert., Apol., 39, 5-6).

A Roma, più o meno negli stessi anni, troviamo la prima menzione di un'area collettiva: il ϰοιμητήϱιον di S. Callisto, al cui funzionamento il papa Zefirino (198-217) aveva preposto il noto diacono e futuro papa Callisto (Hippol., Philosoph., IX, 12).

Per la prima volta, in questo documento, è attestato il termine greco ϰοιμητήϱιον per indicare l'area funeraria comunitaria cristiana: il significato letterale della parola, "dormitorio", esprime bene il concetto che i cristiani avevano della morte: quello di un riposo temporaneo in attesa della resurrezione (Chrysost., Coemet., 1). Ancora Ippolito, nella Tradizione Apostolica, conferma la prassi di un sovvenzionamento collettivo ai coemeteria, finalizzato a garantire la sepoltura ai più bisognosi (Trad. Apost., 40).

Le testimonianze archeologiche, dopo la revisione critica delle cronologie degli ultimi decenni del XX secolo, concordano con le fonti nel porre più o meno negli anni alla fine del II secolo la nascita dei cimiteri cristiani.

Prima di quell'epoca, sempre la documentazione archeologica mostra come i membri della nuova religione seppellissero i propri morti nelle comuni aree pagane, nei sepolcri famigliari o in quelli delle associazioni funeratizie.

Tale antica prassi ha trovato a Roma le testimonianze più evidenti: l'apostolo Pietro fu sepolto nel 64 d.C. nella necropoli pagana esistente sul colle Vaticano; anche s. Paolo trovò sepoltura all'interno dell'area funeraria romana della via Ostiense. Forse già in età traianea ‒ sicuramente dalla seconda metà del II secolo ‒ tombe singole di cristiani si inserirono nel sepolcreto pagano che aveva rioccupato le cave di pozzolana e le pareti di un profondo cratere tufaceo esistente al terzo miglio della via Appia, sotto la basilica di S. Sebastiano.

L'esigenza di disporre di aree funerarie esclusive della comunità dovette sopraggiungere allo scorcio del II secolo e fu motivata da vari fattori: dalla crescita numerica e organizzativa delle comunità (Hippol., Philosoph., IX, 12); dalla consapevolezza di costituire una collettività compatta e solidale, da conservare anche nel riposo della morte (Arist., Apol., 15, 5- 7; Tert., Apol., 39, 1-2); dalla volontà di disporre di spazi propri per la celebrazione dei riti funerari, in parte peculiari (preghiera per i defunti, messa funebre, ecc.: Mart. Polycarpi, 18, 2-3; Tert., Anim., 51; Cypr., Epist., 1, 2); dall'istanza caritativa e solidaristica che mirava a garantire a tutti, anche e soprattutto ai fratelli più poveri, una sepoltura cristiana (Arist., Apol., 15, 6; Tert., Apol. 39, 5-6; Hippol., Trad. Ap., 40).

D'altra parte una maggiore capacità economica ed organizzativa delle comunità poteva ormai consentire la realizzazione e la gestione delle aree funerarie. Se i primi cimiteri comunitari furono, nei vari centri dell'Impero, normalmente a cielo aperto, a Roma e in altre regioni dell'Orbis si caratterizzarono per la loro natura sotterranea.

La prassi di creare ambienti ipogei da adibire ad uso funerario non fu certo invenzione delle prime comunità cristiane di Roma: essa fu ben diffusa, come è noto, in varie civiltà e culture del mondo antico, specialmente laddove la natura del sottosuolo consentiva una agevole escavazione della roccia e una "tenuta" affidabile delle strutture sotteranee. Per restare nell'ambito romano e laziale, sepolcri ipogei più o meno vasti furono creati dagli Etruschi, dai Sabini e dagli stessi Romani.

In questa area geografica la sepoltura sotterranea era straordinariamente facilitata dall'ottimo tufo locale, facile a lavorarsi e piuttosto affidabile staticamente. Dal II sec. d.C. l'incremento demografico e il diffondersi preponderante del rito dell'inumazione comportarono una sempre maggiore richiesta di spazi nel suburbio di Roma da adibire ad uso funerario e una conseguente, inevitabile lievitazione dei costi dei terreni.

Per far fronte a questa nuova situazione alcune famiglie e associazioni funeratizie romane, tra la fine del I secolo e gli inizi del II, avevano nuovamente fatto ricorso alla sepoltura sotterranea, scavando piccoli ipogei al di sotto dei mausolei di superficie, singole tombe a camera, brevi gallerie. Lo sfruttamento del sottosuolo attraverso una razionale e intensiva utilizzazione degli ambienti forniva infatti la possibilità di incrementare notevolmente lo spazio per le inumazioni in una determinata superficie di terreno.

Anche la comunità cristiana di Roma, quando alla fine del II secolo, per i motivi ricordati, avvertì la necessità di creare estese aree cimiteriali collettive, ricorse con naturalezza alla "scelta" ipogea, quella che garantiva la maggiore economicità all'impresa.

La novità di una committenza numericamente rilevante e suscettibile di incrementi continui determinò le soluzioni strutturali originali, caratteristiche dei cimiteri sotterranei comunitari cristiani (le catacombe), quelle che fecero di questi monumenti ‒ sin dal loro primo apparire ‒ qualcosa di particolare e di esclusivo delle comunità cristiane.

Già nelle più antiche regioni delle catacombe (benché ancora di estensione limitata), in effetti, si possono rilevare caratteristiche del tutto originali e innovative rispetto alle coeve aree funerarie ipogee non cristiane: l'estensione estremamente più vasta degli ambienti (costituiti da serie di gallerie concatenate e disposte secondo uno schema regolare), pianificazione di impianto finalizzata a prevedere, sin dall'inizio, la possibilità di successivi ampliamenti (contro gli schemi "chiusi" degli ipogei pagani); l'utilizzazione assolutamente intensiva e razionale degli spazi.

Tali particolari strutturali "connotanti" sono presenti in molte delle più antiche regioni cimiteriali comunitarie di Roma collocabili cronologicamente tra la fine del II secolo e la prima metà del III. Nella cosiddetta Area I di Callisto, quella alla cui gestione era stato preposto, come si è visto, allo scorcio del II secolo l'omonimo diacono, un terreno di superficie di 75 × 30 m (250 × 100 piedi), delimitato da un recinto, fu occupato nel sottosuolo da un sistema di gallerie disposte "a graticola", costituito da due ambulacri principali paralleli, serviti da scale proprie, situati ai confini dell'area e raccordati da una serie di gallerie secondarie ortogonali, poste a distanze regolari.

Tutto l'impianto fu evidentemente programmato sin dall'inizio prevedendo i successivi prolungamenti delle due gallerie matrici e l'apertura delle trasversali. Tombe a loculo disposte su pilae verticali occuparono tutto lo spazio a disposizione sulle pareti. Settori di tufo furono lasciati privi di sepolture sul fondo delle gallerie da prolungare e nei punti in cui era prevista l'apertura delle diramazioni. È evidente la volontà dei fondatori di realizzare in questo modo un cimitero collettivo di vaste dimensioni, dal carattere fortemente ugualitario (le sepolture sono tutte della medesima tipologia), capace di ospitare centinaia di inumazioni e suscettibile di continui ampliamenti.

Solo successivamente, poco dopo il 235, cinque cubicoli furono aperti lungo una delle due arterie principali e nella prima delle diramazioni: essi costituirono i primi spazi "privilegiati", dotati di sepolcri più monumentali e spesso di una ricca decorazione pittorica (uno di essi ‒ la futura "cripta dei Papi" ‒ ospitò entro la fine del III secolo le tombe di ben nove vescovi di Roma).

Al periodo in cui fu realizzata l'Area I si deve pure assegnare la fondazione di un altro cimitero cristiano comunitario: quello di Calepodio sulla via Aurelia, che accolse nel 222 la tomba di papa Callisto. Anche qui un'area sotterranea discretamente ampia si caratterizza per una serie multipla di gallerie, disposte "a pettine" lungo due arterie parallele, diramanti da una matrice in asse con la scala di ingresso. Come nell'Area I, semplici loculi occuparono razionalmente lo spazio a disposizione.

Sulla via Salaria, a Priscilla, una vasta area per inumazioni collettive (la più vasta dell'epoca) fu ricavata in una cava di pozzolana abbandonata, costituita da decine di gallerie molto larghe, dal caratteristico profilo stondato e dall'andamento planimetrico irregolare. L'area, ben databile per gli elementi di arredo (epigrafi, bolli laterizi, pitture) ai primi decenni del III secolo, ospitò centinaia di loculi e alcune tombe più monumentali costituite da nicchioni in muratura contenenti sarcofagi marmorei, sistemati per lo più lungo una galleria alla quale introduceva la scala di accesso.

Anche nella catacomba di Domitilla una regione tra le più antiche ‒ quella chiamata dei Flavi Aureli A ‒ presenta i caratteri strutturali finora evidenziati: serie di gallerie ortogonali (su cui si aprono pochi cubicoli) servite da una scala di ingresso e intensivamente occupate da loculi e tombe "a mensa".

Nella catacomba di Pretestato sulla via Appia, sempre nei primi decenni del III secolo, due gallerie parallele, accessibili da due scale, si disposero, come nel caso dell'Area I callistiana, ai limiti estremi di un'area di superficie di 100 × 120 piedi, definita da un recinto in muratura. Dalle due matrici diramarono ortogonalmente numerose trasversali, che col tempo fuoriuscirono dai limiti dell'area. Un solo cubicolo (quello detto della coronatio) fu scavato in questa regione in un momento probabilmente successivo.

Ancora un esempio di area collettiva di grande estensione, intorno alla metà del III secolo, ci viene dal sistema di gallerie "a spina di pesce" e "a graticola" che ospitò sulla via Tiburtina la tomba del martire Novaziano, probabilmente lo scismatico morto nella persecuzione di Valeriano del 257-258. L'area risulta perfettamente datata nei suoi sviluppi più precoci da ben cinque iscrizioni funerarie in situ riferibili agli anni 266 e 270. Tutte le tombe, salvo forse quella del martire (in origine, si pensa, una tomba "a mensa"), risultano del semplice tipo a loculo.

Negli esempi riportati risulta dunque chiaramente la novità strutturale dei più antichi cimiteri sotterranei cristiani comunitari: la grande estensione, la programmazione degli impianti, lo sfruttamento intensivo e razionale dello spazio funerario.

L'uniformità tipologica delle sepolture, rotta solo eccezionalmente, in alcuni casi, da piccoli spazi più esclusivi (i cubicoli) o da tombe monumentali (nicchioni, sepolcri a mensa), sembra in linea con l'ideologia fortemente ugualitaria propria della nuova religione.

L'epigrafia di questi primi nuclei si allinea del resto con il carattere per lo più indifferenziato delle tombe: gli epitaffi registrano il solo nome dei defunti, raramente accompagnato da quello del dedicante o dall'augurio di pace; si omettono tutti quegli elementi biografici retrospettivi che caratterizzano l'epigrafia funeraria pagana contemporanea. Una scelta consapevole, un modo di collocare il fedele in una dimensione escatologica unificante, secondo i dettami più genuini di quella "risocializzazione" propugnata dal cristianesimo.

Accanto a queste aree collettive, continuò, comunque, nel III secolo, l'uso di inumare entro ipogei di estensione più limitata e di carattere famigliare. La sepoltura nei cimiteri comunitari non fu infatti un obbligo per i fedeli: ce lo assicura anche un passo di Cipriano (Epist., 67, 6), dove si fa menzione di un vescovo che aveva fatto seppellire i propri figli apud profana sepulcra.

Tali ipogei privati si modellarono strutturalmente, come è ovvio, su quelli pagani: lo mostrano gli esempi dell'area di Lucina sulla via Appia, il monumento degli Aureli presso viale Manzoni, i nuclei privati che troviamo talvolta alle origini delle catacombe (ad es., ipogei degli Acili e del criptoportico nella catacomba di Priscilla; ipogeo dei Flavi Aureli B a Domitilla; nuclei primitivi delle catacombe di S. Ermete, dei Giordani, di S. Tecla, dell'Anonima di via Anapo), da ritenere in alcuni casi dei fondatori dell'area collettiva.

In effetti, il primo sorgere dei cimiteri sotterranei comunitari, salvo il caso dell'Area I di Callisto direttamente gestito dalla gerarchia ecclesiastica, sembra doversi ricollegare alla beneficenza privata, al fenomeno dell'evergetismo cristiano: un membro della comunità concedeva un terreno di sua proprietà (o forniva i mezzi finanziari per comprarlo) per l'escavazione dell'area funeraria collettiva; in essa egli collocava pure la sua sepoltura e quella dei membri della sua famiglia.

Le denominazioni di molte catacombe romane (Domitilla, Priscilla, Commodilla, Pretestato, Trasone, Calepodio, Aproniano, ecc.) difficilmente possono trovare altra spiegazione da quella connessa con questo atto di fondazione privata. Le tombe dei fondatori potevano trovare posto in qualche spazio privilegiato dell'area (ad es., cubicolo della Coronatio nella regione della Scala Maggiore di Pretestato; cubicolo del Buon Pastore nella regione omonima di Domitilla), ovvero collocarsi in ipogei attigui, ma indipendenti (ad es., ipogeo degli Acili e del criptoportico in Priscilla; ipogeo A del nucleo primitivo del Coemeterium Maius; ipogeo B dei Flavi Aureli in Domitilla).

Del resto, il sorgere dei primi cimiteri cristiani sotto l'impulso dell'evergetismo privato è attestato anche in Africa: le aree di Macrobio Candidiano (Acta Cypr., 5), di Tertullo e di Fausto a Cartagine tradiscono nella loro denominazione questa stessa origine.

Il possesso dell'area funeraria doveva essere garantito dalle più elementari norme del diritto funerario romano. È certo del resto che la proprietà dei cimiteri da parte delle comunità cristiane fu tollerata e ammessa dall'autorità romana: lo provano il decreto di confisca emanato da Valeriano durante la persecuzione del 257-258 e quello della loro restituzione ad opera del successore Gallieno (Euseb., Hist. eccl., VII, 13).

TIPOLOGIA E SVILUPPO

Le prime aree funerarie sotterranee comunitarie e gli ipogei meno estesi dei fondatori, sorti nelle vicinanze o direttamente connessi con le prime, si svilupparono notevolmente nel corso del III secolo.

Accanto a questi nuclei primitivi, già nella seconda metà del secolo, ma soprattutto a partire dalla pace religiosa (e dalla conseguente conversione al cristianesimo di masse sempre più numerose), sorsero nuove e più vaste regioni sotterranee. Lo sviluppo delle varie aree ipogee provocò col tempo il loro reciproco congiungimento, la creazione di quel fitto e continuo reticolo di gallerie - di quel "labirinto" - che caratterizza le catacombe nella loro fase più matura.

Se Roma, come si sa, è il centro antico che conserva il numero maggiore di catacombe (oltre 60, per uno sviluppo complessivo di circa 150-170 km di gallerie), cimiteri sotterranei di carattere cristiano sono attestati anche in altre regioni dell'Italia: in Toscana, Umbria, Abruzzo, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna.

Fuori d'Italia alcune catacombe più o meno estese sono documentate in Africa (ad Hadrumetum, Sabratha, ecc.), nell'isola di Malta e in quella di Milo in Grecia.

Non di rado all'origine dei cimiteri sotterranei troviamo lo sfruttamento di ambienti preesistenti. Vaste regioni delle catacombe romane (ad es., quelle di Priscilla e Commodilla) riutilizzano antiche cave di pozzolana (arenari) in disuso. Le larghe e tortuose gallerie che compongono questi complessi si prestavano egregiamente, infatti, con pochi, eventuali lavori di adattamento (regolarizzazione degli ambienti, creazione di una scala di accesso, sostegni murari), all'inserimento di un'area funeraria con l'apertura di loculi sulle pareti. Anche i cunicoli idraulici, così diffusi nelle campagne per bonificare i terreni o per costituire riserve d'acqua, vennero spesso riutilizzati nell'impianto delle catacombe.

Talvolta, come nel caso del cimitero Ad Vicesimum presso Morlupo (Roma), le gallerie idrauliche, particolarmente larghe, furono rioccupate senza particolari trasformazioni; più di sovente, invece, i cunicoli vennero allargati e modificati fino a divenire vere gallerie cimiteriali, come mostrano gli esempi delle regioni I-Y della catacomba di Marcellino e Pietro, quello del settore H della catacomba di Ippolito e, in modo macroscopico, il caso del cimitero siracusano di S. Giovanni, dove la galleria matrice risulta interamente realizzata allargando un lunghissimo condotto d'acqua; il riutilizzo di impianti idraulici nelle catacombe pare attestato a Roma anche a livello letterario dalla Passio dei martiri Crisanto e Daria della via Salaria (Acta Sanctorum, Octobris, XI, Parisiis et Romae 1870, p. 481). Non è infrequente, inoltre, incontrare nello scavo delle catacombe il riadattamento di ambienti funerari ipogei più antichi, come prova l'esempio della catacomba di S. Antioco in Sardegna, frutto dell'unione di una serie di ipogei punici preesistenti.

L'accesso ad una catacomba avveniva, di norma, attraverso una scala (descensus, Diehl, 1774; gradus, Lib. Pont., I, p. 181, secondo la dizione antica testimoniata da fonti letterarie ed epigrafiche); più raramente, ove la morfologia del terreno lo consentiva, all'area ipogea si poteva pervenire attraverso un ingresso situato in piano, alle falde di un rilievo o di una collinetta, come nel caso della catacomba di S. Valentino a Roma o in quelle dell'Etruria Meridionale e di S. Gennaro a Napoli.

L'ingresso poteva essere preceduto da un vestibolo di ingresso, un piccolo casotto o una struttura di più ampie dimensioni, come quella rinvenuta all'imbocco della Spelunca Magna di Pretestato. L'esistenza di vestiboli di ingresso è documentata a Roma anche a livello letterario nei casi dei cimiteri di S. Ippolito (Prud., Perist., XI, 157-158) e, probabilmente, di S. Ermete.

Ai piedi della scala si sviluppava il reticolo di gallerie e di cubicoli. A Roma, questo si articola secondo schemi planimetrici piuttosto regolari. I più documentati, sin dal III secolo, sono quelli detti "a spina di pesce" e "a graticola". Nel primo caso, ai lati di una galleria matrice, in asse o ortogonale alla scala, diramano ad angolo retto, affrontate, numerose altre gallerie (ad es., Novaziano, piano inferiore di Panfilo e di Priscilla, regione X di Marcellino e Pietro). Nel secondo, due ambulacri paralleli, posti ad una certa distanza e talvolta serviti da scale autonome, sono raccordati da trasversali ortogonali (ad es., Area I di Callisto, Cimitero Maggiore).

Dall'età costantiniana venne anche adottato uno schema planimetrico a galleria "a maglie larghe", finalizzato a consentire l'apertura sistematica di cubicoli, talvolta di grandi dimensioni. Impianti più irregolari, caratterizzati da gallerie ad andamento tortuoso, talvolta di estensione molto limitata, sono attestati normalmente nelle catacombe di campagna e in quelle dei centri minori (ad es., nel Lazio), dove manca uno schema preordinato di impianto e lavoravano maestranze meno abituate all'escavazione sotterranea. Nelle catacombe di S. Caterina a Chiusi, in quelle di Falerii Novi, Nepi e Sutri nell'Etruria Meridionale, nel cimitero di S. Gennaro a Napoli, in quello di S. Lucia di Siracusa sono attestati schemi "a gallerie parallele" originate da vestiboli d'ingresso, talvolta (come nel caso di Napoli) anche molto ampi. A Venosa e a Canosa i complessi catacombali risultano costituiti da più gallerie indipendenti, aperte, l'una accanto all'altra, sui crinali di una collina. Numerosi ipogei vicini, di limitata estensione, danno vita agli insiemi cimiteriali dell'isola di Malta. A Siracusa e nelle catacombe africane il reticolo di gallerie si sviluppa più o meno regolarmente secondo assi ortogonali.

Le gallerie, denominate dagli antichi cryptae (Diehl, 2128, 2149, 2152-54, 334; supra), risultano a Roma alte mediamente 2-3 m e larghe dagli 80 ai 150 cm. In alcune catacombe dell'Etruria Meridionale, in quelle di S. Gennaro a Napoli e di S. Giovanni a Siracusa, raggiungono i 4-5 m di larghezza. Il soffitto, generalmente piano, nelle regioni più antiche delle catacombe romane è talora conformato a volta a botte ribassata, con superficie finemente levigata.

Ambienti più esclusivi, adibiti spesso a sepolture di carattere famigliare, sono i cubicoli (cubiculum nelle iscrizioni e nei testi antichi: Diehl, 3458; ICUR, VI, 15525; Lib. Pont., I, p. 162), sorta di cappelle funerarie che si aprivano lungo le gallerie. Dotati talvolta di porte o altro genere di chiusura, essi, nelle regioni più antiche, risultano generalmente di forma quadrata, piccoli e coperti da soffitto piano (vi si aprono esclusivamente tombe a loculi o "a mensa"); nelle aree del IV secolo si caratterizzano per piante più monumentali e articolate: rettangolari, absidate, poligonali, circolari, ecc.

Costituiti talvolta da più vani collegati, i cubicoli accolgono arcosoli e nicchioni funerari e risultano coperti spesso a volta a botte, a crociera, talvolta a cupola. Non di rado elementi architettonici risparmiati nel tufo, come colonne, architravi, cornici, nicchie, mensole, ecc., conferiscono a questi ambienti notevole monumentalità, rivelando la loro derivazione tipologica dai mausolei del sopratterra.

Nelle catacombe di S. Giovanni a Siracusa e in quelle di Agrigento sono attestati alcuni ambienti circolari (le cosiddette "rotonde") veramente imponenti, che raggiungono anche i 10 m di diametro. Sono i cubicoli, utilizzati di norma da fedeli di maggiori possibilità economiche, gli ambienti che ospitano più frequentemente ricche decorazioni pittoriche, mosaici, rivestimenti marmorei, ornamenti ad opus sectile.

Il tipo di sepoltura più comune e diffuso, sia nelle gallerie che nei cubicoli, è il loculo (locus, τόπος, secondo la denominazione antica: De Rossi 1864-77, III, pp. 411-13), cavità rettangolare aperta sulle pareti nel senso della lunghezza e sistemata in serie sovrapposte su pilae verticali (Diehl, 2154). A seconda delle salme che conteneva, il loculo poteva essere monosomus, bisomus, trisomus, quadrisomus (Diehl, index, p. 546).

Nelle aree più antiche, tali tombe sono normalmente ben ordinate sulle pareti e intervallate da ampi diaframmi di tufo; in quelle del IV secolo (quando lo spazio per le inumazioni era più richiesto) divengono maggiormente serrate e disposte in maniera più irregolare. I loculi di bambini occupano spesso gli angoli degli ambienti, onde evitare, in quelle zone staticamente "critiche", l'apertura di cavità troppo ampie. In alcune regioni delle catacombe romane (ad es., a Commodilla, nell'Anonima di via Anapo, nell'Anonima della via Aurelia e soprattutto nelle catacombe ebraiche) sono documentati alcuni esempi di loculi "a forno", cioè con apertura situata sul lato corto.

La chiusura dei loculi è costituita, nella stragrande maggioranza dei casi, da lastre marmoree o fittili fermate alla roccia sui bordi con uno strato di calce. Più raramente - per esempio nelle catacombe del Lazio o in quelle ebraiche - sono attestate chiusure consistenti in muretti intonacati, ovvero da tegole rivestite nel lato in vista da uno strato di malta.

Tali chiusure potevano costituire il supporto delle iscrizioni funerarie: queste erano incise sulle lastre marmoree, dipinte sulle tegole o sulla malta che rivestiva le lastre fittili o i muretti, oppure tracciate a sgraffio nei medesimi supporti morbidi o nella malta disposta lungo i bordi delle chiusure. Spesso accanto a queste tombe più umili furono collocati oggetti particolari, dalla tipologia più svariata, come lucerne, piccoli recipienti vitrei o ceramici, vetri dorati, monete, elementi di corredo personale (orecchini, braccialetti, collane, pendagli, cerchietti, ecc.), conchiglie, paste vitree, oggetti d'osso, giocattoli di bambini (bambole, campanelli), ecc.

La funzione di tali oggetti, che si è ritenuto fosse quella di contrassegnare e distinguere le tombe anonime, fu anche, talvolta, quella di costituire un richiamo simbolico al refrigerio, alla luce, alla protezione della tomba, nonché di ornare in modo elementare i sepolcri, di corredarli di oggetti cari ai defunti.

Sepolcri più monumentali furono le cosiddette "tombe a mensa" e gli arcosoli. Le prime, caratteristiche a Roma delle regioni più antiche, consistono in una fossa chiusa mediante una lastra orizzontale (la mensa), sormontata da una nicchia quadrilunga. L'arcosolio (arcisolium, secondo l'antica denominazione: Diehl, 2132, 2135, 3458), molto più diffuso, prevede l'apertura, al di sopra della fossa (sempre chiusa con una "mensa"), di una nicchia arcuata; le fosse possono contenere più tombe sovrapposte oppure affiancate; nelle catacombe siciliane e in quelle dell'isola di Malta si possono incontrare arcosoli contenenti fino a venti o più arche disposte nel senso della lunghezza.

Furono le tombe ad arcosolio quelle più frequentemente decorate con pitture e più spesso utilizzate nei cubicoli. Rare le nicchie arcuate contenenti sarcofagi (alla maniera dei mausolei pagani), attestate nelle gallerie ma più spesso nei cubicoli.

Diffuse in ogni ambiente invece le formae pavimentali (anche a più piani), chiuse con lastre marmoree o fittili disposte orizzontalmente o "a cappuccina". Sepolcri particolari devono considerarsi le tombe a pozzo, scavate sul suolo delle gallerie, occupate nelle pareti da loculi sovrapposti e nel vuoto centrale da sepolture a più strati; i nicchioni funerari, costituiti da ampie nicchie arcuate contenenti loculi sulla parete di fondo e formae sul piano pavimentale; le tombe a cassa muraria, sistemate nei cubicoli o in spazi più ampi; i sepolcri a baldacchino, tipici delle catacombe siciliane e di quelle maltesi, caratterizzati da copertura a volta o a tetto piano, retta da quattro supporti angolari, sormontante un sarcofago ricavato nella roccia e sporgente dal piano; i sepolcri a finestra, caratteristici dell'isola di Malta, consistenti in una cameretta per due o più sepolture, aperta sulle pareti attraverso una finestra quadrata di piccole dimensioni; le tombe a "kokhim", tipiche dei cimiteri sotterranei ebraici, costituite da vani rettangolari, spesso per più sepolture, aperti, con il lato corto in vista, nella parte inferiore degli ambienti.

All'interno dei cubicoli, ma anche nelle gallerie, furono in alcuni casi sistemate strutture ricollegabili al rito funerario del refrigerio: banchi, sedili, mense circolari, veri letti tricliniari disposti intorno a mense semicircolari (nelle catacombe di Malta), cattedre funerarie, simbolo della presenza invisibile del defunto. Anche i pozzi, frequentemente documentati nei cimiteri sotterranei, dovettero, tra l'altro, servire alle necessità legate ai riti funerari.

Per l'illuminazione e l'areazione degli ambienti erano utilizzati i lucernari (luminaria, foramina, nei testi e nelle iscrizioni antiche: Diehl, 3334, 3458, 3757, 3805; Hier., In Ezech., XII, 40; Prud., Perist., XI, 161-162), pozzi generalmente quadrati che raggiungevano la superficie dopo un percorso anche di molti metri; la loro funzione primaria, al momento dello scavo delle catacombe, doveva essere quella di consentire la fuoriuscita delle terre estratte.

Lo spazio a disposizione all'interno dei cimiteri sotterranei poteva essere ampliato approfondendo il piano delle gallerie (che raggiungevano in alcuni casi i 5-6 m di altezza), ovvero creando altri livelli sotto o sopra quelli originari; in alcune catacombe romane (ad es., Ciriaca, catacomba dei Giordani) furono realizzati fino a cinque piani sovrapposti.

L'enorme lavoro di scavo era compiuto da operai scelti, i fossori. Ai più specializzati di essi era anche affidata la decorazione dei sepolcri e l'esecuzione degli epitaffi.

Caratteri strutturali spesso diversi da quelli dei cimiteri sotterranei comunitari presentano quelle catacombe utilizzate da gruppi famigliari che preferivano una sepoltura più esclusiva. Tali aree "di diritto privato" si caratterizzano normalmente per la limitata estensione, nonché per la scarsità delle tombe, per l'eleganza dell'architettura, per la ricchezza e l'originalità della decorazione pittorica.

Nel più celebre di questi cimiteri, quello scoperto nel 1955 a Roma in via Dino Compagni, assegnabile circa agli anni 320-390, quasi tutti gli ambienti risultano ornati da affreschi. Questi, accanto a temi biblici formulati con iconografie talvolta inconsuete, rappresentano scene del tutto nuove, in qualche caso anche tratte dal repertorio mitologico. Tali rappresentazioni sembrano testimoniare la presenza nell'ipogeo, accanto a gruppi totalmente cristiani, di nuclei familiari non ancora convertiti alla nuova religione. Un fenomeno che risulta attestato anche in altre aree funerarie private (ad es., nella piccola catacomba di Vibia, sulla via Appia, che ospita, oltre a sepolture di cristiani, quelle di alcuni adepti del culto di Mitra e Sabazio) e che trova giustificazione proprio nel carattere familiare di queste aree. La committenza particolarmente facoltosa e svincolata da condizionamenti spiega, d'altro canto, la qualità e l'originalità delle decorazioni, riscontrabili anche in altri cimiteri di diritto privato, come in quelli degli Aureli, dei Cacciatori, di Trebio Giusto e di Villa Cellese.

CATACOMBE E CULTO DEI MARTIRI

Spazi di particolare importanza nelle catacombe comunitarie furono quelli che ospitarono le tombe dei martiri. Le sepolture di questi defunti particolari, precocemente oggetto di culto da parte delle comunità, vennero, a partire dalla pace religiosa, specialmente curate ed abbellite. Gli ambienti in cui tali sepolcri si trovavano furono decorati con affreschi e rivestimenti marmorei; presso le tombe si sistemarono mense circolari per le offerte funebri, altari per le celebrazioni eucaristiche che vi si tenevano nelle ricorrenze del dies natalis dei martiri; i sepolcri vennero monumentalizzati da cibori o da prospetti architettonici costituiti da lastre ad arco o architravi, sostenuti da pilastri o colonne; in essi si inserirono epigrafi celebrative, come quelle fatte eseguire a Roma da papa Damaso (366-384), nelle quali si magnificavano le gesta dei santi.

Non di rado, per illuminare convenientemente le tombe venerate, furono aperti nuovi lucernari; scale più ampie e comode sostituirono quelle anguste primitive, facilitando la frequentazione dei visitatori.

La credenza che la vicinanza del sepolcro di un martire comportasse per i defunti - grazie all'intercessione del santo - un qualche beneficio ai fini della ricompensa eterna, rese assai richiesti gli spazi situati in vicinanza di un sepolcro venerato.

Il ruolo della preghiera, che il defunto riceveva nelle orazioni che lo raccomandavano al martire, doveva costituire un elemento decisivo nella scelta di una sepoltura ad sanctos (Aug., Cur. Mort., 5). Le cripte venerate si affollarono così di sepolcri; intere nuove regioni vennero scavate nelle vicinanze, quali vere aree retrosanctos (Diehl, 2153; ICUR, IX, 24841). Queste zone si caratterizzano spesso per la presenza di sepolcri particolarmente monumentali, testimonianza evidente di un più elevato livello sociale degli utenti.

A partire soprattutto dal VI secolo, quando sempre più forte divenne l'esigenza di celebrare la messa sulle tombe dei martiri, vere basiliche ad corpus sorsero in sostituzione degli angusti ambienti ipogei che le avevano fino ad allora ospitate. Tali chiese si adattarono alle strutture preesistenti e risultarono, pertanto, di frequente irregolari e disorganiche.

Altari di nuova costruzione, situati nelle zone absidali, sorsero sopra le tombe. Grandi scale permisero l'accesso diretto e più comodo ai fedeli e ai pellegrini sempre più numerosi che si apprestavano alle nuove basiliche ipogee. Per rendere più scorrevoli e razionali le visite si allestirono veri "percorsi obbligati" (itinera ad sanctos: ICUR, II, 4753), che, attraverso sbarramenti ed "inviti", incanalavano i pellegrini lungo direttrici preordinate, dotate all'inizio e al termine del percorso di scale di entrata e di uscita (gradus ascensionis et descensionis: Lib. Pont., I, p. 181). Testimonianze di questo pellegrinaggio sotterraneo sono le centinaia di graffiti tracciati dai devoti lungo le gallerie e soprattutto nelle cripte venerate.

FREQUENTAZIONE ALTOMEDIEVALE E ABBANDONO DELLE CATACOMBE

L'ultima frequentazione delle catacombe è in effetti legata alla trasformazione di alcuni settori di esse in santuari martiriali. Già nei primi decenni del V secolo, infatti, esse avevano dismesso il loro ruolo ordinario di cimiteri. Sepolture sporadiche continuarono ad essere praticate, fino al VI e al VII secolo, solo negli spazi "privilegiati" delle cripte venerate. La frequentazione di queste a scopo devozionale continuò più o meno ovunque, con le modalità ricordate, fino all'Alto Medioevo.

A Roma le guerre gotiche della metà del VI, l'incursione dei Longobardi di Astolfo del 756 e quella, infine, dei Saraceni dell'846 provocarono gravissimi danni ai cimiteri del suburbio, posti in un territorio sempre più spopolato e lontano dalla città. Dopo la devastazione di Astolfo, alcuni di essi, come ricorda una lettera di Paolo I, erano ridotti a stalla. Ai ripetuti danni posero rimedio, nei vari secoli, gli interventi di restauro dei papi: Vigilio (537-555), Adriano I (772-795), Leone III (795-816); soprattutto Adriano fu impegnato in questo particolare lavoro di ripristino.

Ma già alla metà del VII secolo, l'impossibilità di garantire una manutenzione idonea dei santuari ipogei aveva suggerito, sporadicamente, un provvedimento più radicale per salvare i corpi venerati: quello di trasportarli entro la città, nelle chiese urbane. Se queste traslazioni ebbero ancora carattere episodico durante i pontificati di Teodoro (642-649) e Leone II (682-683) e soprattutto furono mirate ai santuari più lontani e meno protetti, divennero una pratica sistematica sotto il pontificato di Paolo I (756-767) e dei papi della prima metà del IX secolo quali Pasquale I (817-824), Sergio II (844-847) e Leone IV (847-855).

Privati dell'oggetto primario della loro frequentazione, i santuari delle catacombe caddero nell'oblio. Solo alcuni di essi sopravvissero ancora per qualche tempo alla traslazione dei corpi dei loro martiri, come mostrano i documenti archeologici e come è attestato da alcune fonti letterarie (Lib. Pont., II, p. 161). Restarono accessibili durante tutto il Medioevo, come si è visto, unicamente quei settori delle catacombe connesse con le basiliche martiriali che conservavano ancora gelosamente al loro posto le spoglie dei martiri eponimi. Per il resto, l'abbandono e l'oblio, fino alla "rinascita" della fine del Cinquecento.

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