La rivoluzione dell’imperatore, di Padre Vincenzo Ruggieri S.J.

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /08 /2013 - 14:00 pm | Permalink
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Riprendiamo dalla rivista Terrasanta, maggio-giugno 2013, pp. 28-33, un articolo scritto da Padre Vincenzo Ruggieri S.J., docente di Storia tardoantica e bizantina, Pontificio Istituto Orientale, Roma. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (4/8/2013)

Nell'inverno del 313, lasciata Roma, Costantino si volge verso Milano per incontrare l'altro Augusto, Licinio. In tale occasione, a parte il matrimonio fra Licinio e Costanza, la sorella di Costantino, i due Augusti ebbero modo di valutare quanto era più conveniente per una futura strategia politica e per la stessa sicurezza dell'impero.

Certamente all'interno di questi due punti cardini - oggetti formali dell'incontro - gli Augusti misero a punto una comune posizione da intraprendere verso il cristianesimo. A questa riunione venne unita, nella comune opinione, l'emissione del cosiddetto Editto di Milano, un documento atto a regolare la posizione del cristianesimo nell'impero. In realtà nessuna fonte trasmette un editto emesso a Milano, quanto piuttosto abbiamo due copie in Oriente, pubblicate da Licinio a Nicomedia e a Cesarea di Palestina, che danno i termini concreti raggiunti dai due imperatori nell'incontro di Milano.

Prima di vedere il contenuto dell'editto emesso da Licinio, vale forse la pena chiedersi se questo incontro a Milano non avesse anche la funzione di attuare, ed in modo completamente nuovo e radicale, quanto era stato già avanzato due anni prima dall'imperatore Galerio, nel 311, ed ancor prima da Gallieno.

Già nella metà del III secolo si ebbe una contraddizione eclatante. Con la sconfitta dell'imperatore Valeriano inflitta dai Persiani, molti furono i deportati in Persia. Valeriano aveva perseguitato i cristiani, eppur si ebbe a dire che: «I deportati romani ottennero in Persia un benessere maggiore che nella loro patria, e per loro opera il cristianesimo fece proseliti in Oriente» (Cronaca di Seert).

Il figlio di Valeriano, Gallieno, sospese la persecuzione contro i cristiani con un editto di tolleranza concedendo, pur se in un periodo bellico, un lunga calma religiosa.

Galerio era un fedele continuatore della politica di Diocleziano che dal 303 al 304 lanciò una feroce persecuzione contro i cristiani: distruzione delle chiese; a fuoco i libri sacri; i cristiani destituiti dai loro ranghi e torturati fino alla morte. Galerio tentò di seguire questa stessa politica persecutoria fino a quando non constatò che la persistenza era inutile giacché i cristiani mostravano una irriducibile resistenza.

Conscio della vacuità dell'impresa e prossimo alla morte, l'Augusto emette un editto nell'aprile del 311 nel quale constatava, pur se amaramente, di non esser riusciti a far cambiare via ai cristiani e come tale tollera il loro culto, la loro religione e le loro riunioni a condizione che non agiscano contro il bene pubblico. L'imperatore chiude il suo scritto esortando i cristiani a pregare il loro Dio per il benessere suo, dell'impero e per essi stessi.

Il nuovo editto del 313 ha tutt'altro tono. Considerando che la reverenza alla divinità fosse un dovere nella compagine dell'impero, gli Augusti Costantino e Licinio, concedono (daremus) ai cristiani e a tutti gli altri abitanti dell'impero la libera potestà di seguire la religione desiderata, sicché, chiunque sia la divinità nella sede celeste, possa essa esser propizia e benevola verso essi e tutti i sudditi. Il cristianesimo così diventa libero d'esser professato e vissuto; questa libertà, comunque, non è un privilegio per i cristiani solamente, ma appartiene ed è applicabile a tutte le altre religioni dell'impero.

Costantino e i suoi successori conserveranno il titolo di Pontifex Maximus, una titolatura «pagana» che ha una lunga storia; e lo stesso Costantino non si imbarca, come spesso si pensa, in una politica distruttrice dei templi pagani. V'è certamente nell'editto un'enfasi particolare volta verso i cristiani: tutte le restrizioni previste dalle leggi precedenti sono annullate.

In aggiunta a questo vi sono conseguenze immediate messe in opera: tutto quanto di immobile era stato in passato requisito, deve essere subito e gratuitamente restituito ai cristiani privati di quanto era loro; qualora questi immobili fossero stati acquistati o ricevuti in dono, era a carico del fisco imperiale risarcire il dovuto.

V'è sempre uno iato fra una proclamazione e l'attuazione dei fini proposti. Se la legge era chiara e l'espressione degli Augusti imperante nell’espressa volontà di concedere la libertà di culto, la sua attuazione era tutt'altra faccenda. È ben noto come al tempo dell'editto non regnava un solo imperatore, bensì vigeva una tetrarchia, vale a dire che l'impero era diviso in due parti (l'Occidente e l'Oriente) e ciascuna era retta da un Augusto ed un Cesare.

Nel 311 v’era dunque una tetrarchia, ma di soli augusti: Licinio e Massimino Daia in Oriente, Costantino e Massenzio (usurpatore) in Occidente. Questa struttura di governo, che aveva in quell'epoca una sua funzionalità, comportava un sottile equivoco nella sua funzione legislativa ed esecutiva: non sempre quanto era deciso a livello normativo era poi accuratamente messo in pratica nelle due aree imperiali.

L'editto di Galerio, ad esempio, era un provvedimento più richiesto, direi quasi invocato, in Oriente (dove stava Costantino). L'Italia, l'Africa, la Gallia, la Spagna e la Britannia vivevano già in un clima di tolleranza religiosa, situazione del tutto estranea nella parte orientale.

La situazione politica e giuridica comincia a spianarsi già nell'ottobre del 312 quando Costantino si libera definitivamente di Massenzio al Ponte Milvio e viene acclamato a Roma come «primo Augusto». Di lì a poco, subito dopo l'incontro di Milano, Licinio si sbarazza di Massimino Daia presso Adrianopoli nell'aprile del 313, ed inizia a riprendersi l'Asia Minore; Massimino si ritira in Cappadocia prima e poi a Tarso dove muore a fine estate del 313.

L'Oriente è ora unito sotto il potere di Licinio. Il lasso di tempo che intercorre fra l'incontro di Milano e il 320 è molto movimentato in tutto l'Oriente. Licinio trovò nei suoi territori forti reazioni anticristiane aizzate già prima da Massimino, per cui l'avvento dell'editto del 313 diede respiro e speranze alle chiese cristiane che iniziarono a «risorgere» in accordo coi dettami dell'editto.

Questo respiro, tuttavia, divenne affannoso quando cominciarono i dissidi con Costantino e crebbe la tensione fra i due; Costantino anelava nel suo programma politico a restare il solo imperatore dell'ecumene.

Nell'immagine netta offerta da Eusebio si ha l'impressione che l'impero fosse nettamente diviso in due parti, al pari del giorno e della notte. L'Oriente era coperto dall'oscurità (la crescente ostilità di Licinio verso i cristiani), mentre l'Occidente era inondato da un sole luminoso, Costantino.

Quest'ultimo, si sa, risiedeva in Occidente ed è nell'ottobre del 314 che sconfigge Licinio a Cibalae, nell'Illirico, assorbendo i territori balcanici europei. L'asse della politica costantiniana si sposta verso l'Oriente e nel 318 Costantino risiede sempre più costantemente nei Balcani - da non dimenticare che era nativo di Naissus (oggi Niş), in Serbia.

Mentre matura lo scontro finale fra i due Augusti, Licinio inizia una serie di duri provvedimenti contro i cristiani in Oriente, una politica che Eusebio racconta con dovizia di particolari. Fra questi vi sono: proibizione per i vescovi di incontrarsi o di esercitare il loro potere giuridico o sacramentale; ostacolo per le riunioni dei fedeli, e si comanda che gli uomini siano separati dalle donne nelle assemblee liturgiche; i chierici non potevano visitare le prigioni; i militari cristiani venivano rimossi a meno che non sacrificassero alla divinità.

La ragione dietro questi provvedimenti risiedeva nel fatto che Licinio era ben consapevole del fatto che i cristiani parteggiavano per Costantino, l'«amato da Dio». Nel 324, il 3 luglio e definitivamente il 18 settembre Costantino sconfigge Licinio e diventa il solo imperatore.

Divenuto monarca assoluto, al dire di Eusebio, Costantino emette una serie di costituzioni a favore dei cristiani, facendo sì che i popoli dell'Oriente divenissero una sola cosa con quelli dell'Occidente. L'imperatore anzitutto abroga in modo definitivo tutti i provvedimenti presi da Licinio - e questo lascia intendere che i beneficiari fossero gli orientali; sono ricostruite le chiese devastate, ma soprattutto si costruiscono altre sponsorizzate dal tesoro imperiale; chiara asserzione imperiale verso il cristianesimo e sdegnata accettazione della libertà religiosa per gli «insani», i pagani; richiamo degli esiliati e dei maltrattati; intervento nella politica religiosa a proposito dell'arianesimo. Un altro richiamo normativo di estrema importanza è relativo all'eredità dei martiri e confessori della fede: se non v'erano eredi legittimi, i beni erano devoluti alle chiese. Su quest'ultima annotazione lo stesso Eusebio sottolineava i sostanziali benefici apportati alle chiese di Dio.

Vi sono tre momenti da menzionare ancora. Nel 325 l'imperatore indice il concilio di Nicea dove si condanna Ario - effimero risultato giacché la piaga si protrasse, smorzandosi solo nel 381 col concilio di Costantinopoli, ambito in cuila Chiesa mostra già una struttura ben funzionante e pericolosamente elastica nelle sue posizioni dottrinali e giuridiche.

Nel 330 Costantino inaugura la nuova Roma, Costantinopoli, che possiede un suo proprio senato; di lì a poco l'imperatore si prepara per la guerra contro i persiani, ma muore nei pressi di Nicomedia, in Bitinia, nel 337.

L'atto estremo di questo rivoluzionario imperatore romano è la richiesta del battesimo: gli viene impartito da Eusebio di Nicomedia, vescovo ariano. Pur con le molteplici leggi emesse da Costantino a favore dei cristiani e il ricco mecenatismo dispensato nella costruzione di chiese ed altro, il cristianesimo non divenne la religione dell'impero.

L'accordo di Milano prevedeva la libertà di fede, qualsiasi fosse la divinità invocata, ma non si ebbe mai una costituzione o editto imperiale relativo all'unicità di questa fede o culto. Bisogna attendere il 380, quando un editto di Teodosio I (Cunctos populos) comandava che la religione cristiana divenisse la religione dell'impero a lui sottomesso.

Stornato dal nuovo nume tutelare, «il Dio dei cristiani», Costantino fu veramente «un innovatore e disturbatore delle antiche leggi e del costume d'un tempo», come ebbe magistralmente a dire Ammiano Marcellino. Egli fu in vero un rivoluzionario, considerando il tradizionalismo giuridico romano, ed intuì che i tempi erano maturi per una sterzata netta e decisiva circa l'economia, la struttura sociale, la religione. E questa radicale nuova rotta poteva esser intrapresa solo dal monarca assoluto. Egli solo, assistito dalla nuova divinitas, il Dio dei cristiani.

Pur se da prendersi con molta cautela, la narrativa di Eusebio si lancia subito a magnificare la personalità dell'«amico di Dio» Costantino, nel costruire le case del Signore. Accanto all'innegabile opzione cristiana fatta dall'imperatore, non bisogna dimenticare che le costruzioni pubbliche (una volta erano i templi, i fori, le basiliche) erano ingredienti essenziali della propaganda imperiale.

Maestose erano le chiese erette a Roma, Costantinopoli, Nicomedia (sedi imperiali), Antiochia (prefettura d'Oriente) ed altre città. Un taglio d'altro genere si ebbe per Gerusalemme, forse anche con l'ausilio di Elena, la madre dell'imperatore; la topografia della salvezza e della redenzione del genere umano, i vertici cristologici, diventano la sede delle grandi chiese.

Mi sembra doveroso notare come dalla topografia cominci il processo di santificazione. Si chiude il cerchio spaziale consacrandolo a luogo di culto: un lembo di terra, una piccola area geografica, da cui inizia il processo ufficiale della sua santificazione.

Se, inoltre, si prende la Chiesa della «Nuova Gerusalemme», cioè il Santo Sepolcro, essa con la sua fondazione esorcizza un luogo imperiale impuro - il precedente tempio adrianeo di Afrodite - e lo consacra nuovo, dal profondo, nel mistero cristologico. Ma Eusebio dice ancora ben altro: la chiesa è posta «di fronte» alle rovine dell'antico tempio, quasi a significare il nuovo corso che la storia sta iniziando grazie all'imperatore.

Il Fisiologo (un'opera redatta ad Alessandria d'Egitto, tra il II e il IV secolo d.C. da autore ignoto - ndr) diceva della fenice che rinasceva dalle sue ceneri sull'altare di Eliopoli; e le ceneri dei martiri e dei confessori della fede erano ancora calde quando cominciò a proporsi la Chiesa post-costantiniana.

Il cristianesimo lentamente, ma capillarmente, dilaga nei meandri di tutta la società fino a divenire - già nella prima metà del V secolo - una struttura potente e ben compaginata tale che l'imperatore dovette riconoscere la legge della Chiesa (i canoni) come legge generale dell'impero.

Grazie a Costantino oggi possiamo rilevare come il cristianesimo sia divenuto una componente essenziale della «cristianità», struttura costitutiva sulla quale cammina una larga fetta dell'umanità. Eppur, fra le tante tentazioni, grazie a Costantino, la Chiesa è sempre interpellata dalla terzina dantesca (Inferno XIX, 115-117) ben oltre il falso della Donazione di Costantino: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre!/».

L'autoreferenzialità non fa parte della natura originale della comunità cristiana, né tanto meno la divisione all'interno del corpo ecclesiale iniziata subito dopo Costantino; la storia della Chiesa, tuttavia, è sempre nuova e diversa secondo il soffio inaspettato dello Spirito. E così, proprio in questi ultimi tempi, venne Francesco.