Che straordinario spavento la vita! Una lettera di Giacomo Poretti al figlio appena nato

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /07 /2013 - 14:05 pm | Permalink
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Riprendiamo da Giacomo Poretti, Alto come un vaso di gerani, Mondadori, Milano, 2012, pp. 5-8, un testo dell'autore. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (28/7/2013)

Lettera a mio figlio

Amatissimo figlio,

la prima volta che ti abbiamo visto io e la mamma, è stato sullo schermo di un’ecografia. Io stavo di fianco al lettino dove lei era sdraiata e le accarezzavo un piede, poi sei comparso tu: un fagiolino di sette millimetri che correva all’impazzata! Il medico, a cui dobbiamo parecchio se tu sei qua, ha detto che eri quasi tutto cuore e che andavi a 160 battiti al minuto.

Ti ho immaginato già ragazzo che correvi a perdifiato, e che ti sdraiavi nell’erba a riposare e a guardare le stelle. Quante volte l’ho fatto, io, e tutte le volte ho provato la stessa pienezza e lo stesso stupore. Pienezza, perché la vita l’ho sentita soprattutto con il corpo, con le corse; da ragazzo non facevo altro che correre, e correre veloce. Correre è stata una delle gioie più intense che la vita mi ha donato: ho corso giocando a calcio, ho corso per giocare a nascondino, a bandiera, a tennis; correvo per non arrivare tardi in fabbrica, correvo gli 80 metri piani, e correvo spesso anche da solo: quando il nonno Albino, che tu non hai mai conosciuto, mi mandava di sera a comprare le sigarette, o quando tornavo da scuola. Insomma, quante corse meravigliose! Non mi piaceva correre piano, dovevo sempre correre veloce. E come filavo. Una volta ho provato la sensazione quasi di staccarmi dal terreno.

Anche andare per i boschi mi faceva provare una sensazione di pienezza, o passeggiare in montagna con la mamma, o guardare la superficie del mare, i pomeriggi d’estate, le prime gemme degli alberi a primavera. La vita l’ho sentita molto intensamente nel mio corpo, a volte fin troppo intensamente, quasi da provare dolore.

E poi lo stupore. Lo stupore di fronte allo sconvolgente mistero della vita, l’inquietudine della coscienza, il pensiero che si fa spavento quando si chiede di cosa sia fatto. Quante corse e quanti spaventi, carissimo figlio. Forse ho sempre dovuto correre veloce per scappare dagli spaventi.

Poi un giorno, finalmente, nella mia vita è apparsa tua madre. Fin dal primo istante che l’ho vista ho avuto la sensazione di essere di fronte a qualche cosa di definitivo e di immenso: come un corridore che arriva a un punto di ristoro e, bevuta quell’acqua, decide di non ripartire, della gara non gli importa più nulla, il suo affannarsi è terminato.

Sei arrivato in un anno straordinario. Intanto hai aspettato che mamma e papà compissero 90 anni in due per farti vivo, e poi hai scelto un anno eccezionale, perché l’Italia è diventata campione del mondo e l’Inter ha vinto lo scudetto (assegnato d’ufficio). È stato anche l’anno che Rossella è ritornata in cielo. Era una carissima amica, e poco prima che se ne andasse, la mamma le ha confidato il segreto, che tu stavi correndo all’impazzata dentro la sua pancia da pochissimi mesi.

Quell’anno se ne è andato anche Ezio. Sono sicuro che sarebbe diventato un mio amico. E anche lo zio Giannino se ne è andato. Ma le persone non se ne vanno mai completamente: quando l’ostetrica, dopo pochi minuti che eri al mondo, ti ha mostrato a me, eri tutto lo zio Giannino; e quando mi guardi serio, sento la presenza di Ezio; e quando ridi, nell’aria si sparge l’allegria di Rossella; e quando ti schiarisci la voce, il nonno Albino è di nuovo qui con noi e con te.

Il giorno che sei nato, l’ostetrica è uscita dalla sala parto con te avvolto in un panno azzurro. Io non sapevo cosa fare e ti guardavo come si guarda una cosa inaspettata, poi lei ha iniziato a darmi degli ordini: «Mi segua» ha detto, e ti ha portato in una saletta per lavarti. «Faccia il filmino…», ma quale filmino, pensavo. «Presto, faccia il filmino, non siamo mica in un film che posso ripetere il bagnetto…» Io me ne stavo lì e la guardavo angosciato. «Ma non ha la macchina fotografica?» Mi vergognavo a dire che l’avevo lasciata in camera e che non pensavo che si potessero fare dei filmini in quelle circostanze particolari: «L’ho lasciata sul comodino…». «Corra subito a prenderla, non può non avere il filmino di quando è nato il suo bimbo. Cristo, che imbranato… Corra!»

Figlio mio, tu non hai un filmino di quando sei nato, hai due foto sfuocate, perché dall’emozione e dalla paura di farti prendere una bronchite non riuscivo a commutare la macchina fotografica sulla funzione «movie».

Poi è successo che tutte le volte che mi guardi, io mi sento interpellato dai tuoi occhi. Tu mi guardi con totale disponibilità, con innocente e vorace curiosità, ma soprattutto mi sembra che il tuo sguardo, che si posa per la prima volta sulla vita, chieda di essere rassicurato: è come se tu mi chiedessi se la vita sia una cosa buona, se nasconde qualche tranello, se c’è da fidarsi di lei.

Per adesso me la cavo con una carezza, un abbraccio, un sorriso. Ma quando potrai parlare, quando farai domande, quando mi chiederai che senso ha tutto ciò, non vorrei farmi trovare impreparato.

Vorrei poterti tranquillizzare, perché conosco l’insidia di quelle domande, la paura e l’angoscia che possono portare.

E allora mi preparo, mi alleno: passo in rassegna ciò che mi è capitato, nella speranza di poterti dire che sei finito dentro a un gioco meraviglioso, complicato sì, misterioso anche, ma sensato e niente affatto malevolo.

Questo è ciò che spero, o meglio, ciò che vorrei che fosse.
Se sia veramente così, lo scoprirà il tuo cuore.
Che straordinario spavento la vita!

Papà