ENGLISH, FRANÇAIS, ESPAÑOL, POLSKI, ITALIANO. Itinerari nelle chiese dei Santi di Roma (da Sant'Agostino a San Gaspare del Bufalo, passando per San Francesco d'Assisi, Santa Caterina da Siena, San Filippo Neri, Sant'Ignazio di Loyola, Santa Teresa di Lisieux, San Luigi Gonzaga e San Giovanni Berchmans) proposti in occasione del pellegrinaggio dei seminaristi, dei novizi e delle novizie a Roma nell'Anno della fede

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /08 /2013 - 14:04 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito la sezione dedicata agli itinerari proposti in occasione del pellegrinaggio dei seminaristi, dei novizi e delle novizie a Roma per l'Anno della fede (4-7 luglio 2013). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi la sezione Roma e le sue basiliche. Il testo in italiano con i neretti per facilitare la lettura è al link Itinerari nelle chiese dei Santi di Roma proposti in occasione del pellegrinaggio dei seminaristi, dei novizi e delle novizie a Roma nell'Anno della fede

Il Centro culturale Gli scritti (4/8/2013)

Indice

A/ ITALIANO

I/ SANT’AGOSTINO

1/ Sant’Agostino e Roma

Agostino giunse a Roma da Cartagine, l’odierna Tunisi, nell’anno 383, quando aveva circa 29 anni, per fare carriera come retore. Abbandonò l’Africa perché, come egli stesso scrisse, i suoi studenti non avevano alcun rispetto della disciplina e degli insegnanti e la scuola non riusciva pertanto ad essere formativa: sperava di trovare un’atmosfera diversa nella capitale.

Nell’urbe, invece, incontrò un diverso problema scolastico. Gli studenti, in prossimità della fine dell’anno, si ritiravano e passavano ad un nuovo insegnante per esimersi dal pagare i compensi del docente che li aveva accompagnati nel corso dell’anno.

Che la situazione culturale di Roma fosse scadente è testimoniato anche da uno storico, Ammiano Marcellino: egli ricorda come a Roma le biblioteche sembrassero “chiuse come le tombe” e riferisce il fatto che, nei momenti di recessione economica, si preferiva licenziare “gli insegnanti delle arti liberali” e trattenere 3000 danzatrici per i propri divertimenti – la situazione non sembra diversa da quanto anche oggi avviene in merito ai bilanci delle TV nazionali ed, in genere, delle spese per attività culturali, dove l’intrattenimento la fa da padrone!

Le Confessioni raccontano della forza di seduzione che avevano ancora i giochi del circo, quando riferiscono che Alipio, l’amico che proprio Agostino aveva sottratto a Cartagine al fascino dei giochi dei gladiatori, arrivato a Roma poco prima del suo maestro si era lasciato nuovamente trascinare dall’ebbrezza degli spettacoli cruenti del Colosseo. A Roma, infine, Agostino fu spinto a cercare i favori del senatore Simmaco – oppositore di Sant’Ambrogio – per farsi trasferire a Milano come professore di retorica, perché l’urbe non gli permetteva quella promozione professionale che si era aspettato.

Agostino tornò nuovamente a Roma a trentatré anni circa, nel 387, pochi mesi dopo il suo battesimo, sulla via del ritorno in Africa. Doveva ormai imbarcarsi con i suoi amici, divenuti tutti cristiani, per ritirarsi a vita monastica a Tagaste. Ma i porti erano bloccati dall’usurpatore Massimo che si era ribellato all’imperatore Teodosio.

In attesa della partenza, Agostino abitò per diversi mesi ad Ostia, dove morì la madre Monica. Morta la madre, Agostino da Ostia si trasferì nell’urbe fino alla metà del 388, quando finalmente poté imbarcarsi e raggiungere di nuovo Cartagine e poi Tagaste. In questo secondo periodo romano Agostino, ormai pienamente cristiano, visitò certamente le grandi basiliche che esistevano già dai tempi di Costantino: San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme e San Pietro – ma non vi è dubbio che si sia recato in esse già nei mesi della sua prima permanenza in Roma. Lo si può immaginare mentre passeggia per le vie della Roma imperiale, prima in compagnia di Simmaco e dei manichei, poi con i cristiani di Roma. Visitando gli scavi di Ostia antica, infine, si può immaginare l’ultimo dialogo fra Agostino e la madre: il corpo di Monica riposa ora nella chiesa di Sant’Agostino, vicino piazza Navona.

2/ Sant’Agostino maestro di fede

A Roma il padre spirituale di Agostino, il prete Simpliciano, fu testimone della conversione del filosofo pagano Mario Vittorino. Raccontandoci l’episodio, nelle Confessioni, Agostino sottolinea come la professione del Simbolo della fede venisse fatta pubblicamente dai catecumeni e come Vittorino – così come sarebbe avvenuto poi per lui stesso – scoprì che divenire cristiani, se non era abiurare certamente all’intelligenza dei dotti, era però, al contempo, scegliere di entrare nella sapienza dei semplici, in quella fede che la Chiesa intera professava e che era la verità dei dotti come degli ignoranti: «[Vittorino] possedeva una vasta dottrina ed esperienza in tutte le discipline liberali, aveva letto e meditato un numero straordinario di filosofi, era stato maestro di moltissimi nobili senatori… Fino a quell’età aveva venerato gli idoli e partecipato ai sacrifici sacrileghi, da cui la nobiltà romana di allora quasi tutta invasata, delirava per il figlio poppante di Osiride e per mostri divini di ogni genere e per Anubi, il cane divino che abbaia… Eppure non arrossì di farsi fanciullo del tuo Cristo e anzi infante del tuo fonte battesimale, di sottoporre il collo al giogo dell’umiltà, di chinare la fronte al disonore della croce.

O Signore… in che modo ti sei insinuato in quel cuore? A detta di Simpliciano, leggeva la Sacra Scrittura, e scrutava e studiava con la massima diligenza tutti i testi cristiani. Diceva a Simpliciano, non in pubblico, ma in gran segreto e confidenzialmente: “Devi sapere che sono ormai cristiano”. L’altro gli replicava: “Non lo crederò né ti considererò nel numero dei cristiani finché non ti avrò visto nella chiesa di Cristo”. Egli domandava allora sorridendo: “Sono dunque i muri a fare i cristiani?”. E lo affermava spesso di essere ormai cristiano e Simpliciano replicava sempre a quel modo ed egli sempre ripeteva quel suo motto scherzoso sui muri della chiesa. In realtà aveva paura di spiacere ai suoi amici… Ma quando dalle letture piene di desiderio attinse una ferma risoluzione, ebbe paura di essere rinnegato da Cristo davanti agli angeli santi, se si fosse vergognato di riconoscerlo davanti agli uomini e si sentì colpevole di un grave delitto perché si vergognava dei sacri misteri del tuo umile Verbo, mentre non si vergognava dei sacrilegi di demoni superbi, che aveva superbamente accettati e imitati. Si vergognò allora del suo vero errore e arrossì della verità e, all’improvviso e di sorpresa disse all’amico: “Andiamo in chiesa, voglio diventare cristiano”. Simpliciano, fuori di sé per la gioia, ve lo accompagnò senz’altro. Là fu istruito sui primi misteri…

Infine venne il momento della professione di fede. A Roma chi si accosta alla tua grazia professa una formula fissa imparata a memoria da un luogo elevato, davanti alla massa dei fedeli. Però i preti proposero a Vittorino di emettere la sua professione in forma privata, licenza che si usava accordare a chi si pensava fosse troppo timido o emotivo. Ma Vittorino preferì professare la sua salvezza di fronte alla santa assemblea. Da retore non insegnava la salvezza, eppure aveva professato la retorica pubblicamente; dunque tanto meno doveva vergognarsi del tuo gregge mansueto… Così, quando salì a recitare la formula, tutti i presenti scandirono fragorosamente in segno di approvazione il suo nome, facendo eco gli uni agli altri, secondo come lo conoscevano… Risuonò dunque di bocca in bocca nella letizia generale un grido composto: “Vittorino, Vittorino”. E come subito gridarono gioiosi al vederlo, così immediatamente tacquero per udirlo. Egli recitò la sua professione della vera fede con sicurezza straordinaria. Tutti avrebbero voluto portarselo via dentro al proprio cuore, e ognuno davvero se lo portò via con le mani desiderose dell’amore e della gioia».

Nel racconto della morte della madre Monica, così come nella Lettera a Proba, matrona che aveva vissuto nella zona ora occupata dalla scalinata di Trinità dei Monti prima di fuggire in Africa all’arrivo dei barbari, così come in tanti altri scritti, Agostino testimonia che la fede cristiana è vera gioia, poiché non esiste gioia che non tocchi il cuore, e che tale gioia è grazia ricevuta in dono e non conquista umana, come scrive nel Commento a Giovanni:

«“Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre” (Gv 6,44). Non pensare di essere attirato contro la tua volontà: l’anima è attirata anche dall’amore. Né dobbiamo temere di essere criticati… da quanti stanno a pesare le parole, ma sono del tutto incapaci di comprendere le cose divine. Costoro potrebbero obiettarci: Come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Rispondo: Non ci dobbiamo meravigliare che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà. Anche il piacere ha una forza di attrazione.

Che significa essere attratti dal piacere? “Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 36,4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che proprio Cristo è tutto questo. Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l’anima non dovrebbe averli? […]

Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, uno che sospiri alla fonte della patria eterna, dammi uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico.

Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall’amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva – perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere – come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre?».

II/ SAN FRANCESCO D’ASSISI

1/ San Francesco e Roma

Francesco venne più volte in pellegrinaggio a Roma. Già nel 1206, ancora laico, si recò a pregare sulla tomba di Pietro, in ricerca della propria vocazione, lasciò sulla sua tomba un’abbondante offerta e si mise poi a chiedere l’elemosina all’entrata della basilica. Vi tornò certamente nel 1209 con i suoi primi compagni quando ottenne dal papa Innocenzo III l’approvazione orale della sua regola che venne poi confermata in forma scritta nel 1223 da Onorio III. Il papa abitava allora presso San Giovanni in Laterano e Francesco lo incontrava presso il Sancta Sanctorum – certamente salì più volte in ginocchio la Scala Santa – o presso la stessa basilica e l’annesso chiostro che conserva ancora le forme medioevali. Era a Roma nel 1215 per incontrare San Domenico, forse presso Santa Sabina, al tempo del Concilio Lateranense IV e numerose altre volte per affari diversi. Romana era “frate” Jacopa de’ Settesoli, cui chiese in punto di morte dei dolci. Quando veniva a Roma risiedeva nel luogo che è divenuto ora la Chiesa di San Francesco a Ripa, che conserva ancora la casa del Santo.

Come ha detto Benedetto XVI, «viene spontanea qui una riflessione: Francesco avrebbe potuto anche non venire dal Papa. Molti gruppi e movimenti religiosi si andavano formando in quell’epoca, e alcuni di essi si contrapponevano alla Chiesa come istituzione, o per lo meno non cercavano la sua approvazione. Sicuramente un atteggiamento polemico verso la Gerarchia avrebbe procurato a Francesco non pochi seguaci. Invece egli pensò subito a mettere il cammino suo e dei suoi compagni nelle mani del Vescovo di Roma, il Successore di Pietro. Questo fatto rivela il suo autentico spirito ecclesiale. Il piccolo “noi” che aveva iniziato con i suoi primi frati lo concepì fin dall’inizio all’interno del grande “noi” della Chiesa una e universale. E il Papa questo riconobbe e apprezzò. Anche il Papa, infatti, da parte sua, avrebbe potuto non approvare il progetto di vita di Francesco. Anzi, possiamo ben immaginare che, tra i collaboratori di Innocenzo III, qualcuno lo abbia consigliato in tal senso, magari proprio temendo che quel gruppetto di frati assomigliasse ad altre aggregazioni ereticali e pauperiste del tempo. Invece il Romano Pontefice, ben informato dal Vescovo di Assisi e dal Cardinale Giovanni di San Paolo, seppe discernere l’iniziativa dello Spirito Santo e accolse, benedisse ed incoraggiò la nascente comunità dei “frati minori”» (dal discorso di Benedetto XVI nell’udienza ai membri della famiglia francescana partecipanti al “Capitolo delle Stuoie”, 18 aprile 2009).

2/ San Francesco d’Assisi maestro di fede

Tutto in Francesco viene illuminato dalla fede.

La sua vita risplende della fede nel Creatore, che gli fece scrivere i versi del Cantico delle creature, dove si loda con le parole:

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature.

Nei suoi versi traspare con evidenza non l’amore per la natura, bensì molto più profondamente per la “creazione” di Dio. Del sole, ad esempio, dice:

et ellu è bellu… de Te, Altissimo, porta significatione.

Francesco non fu vegetariano ed anche nell’apprezzamento del cibo risplende in lui la lode della creazione. Il Poverello volle anche commentare parola per parola il Padre nostro per l’immensa venerazione che aveva per questa preghiera, nel desiderio che tutti potessero amarla.

La fede di Francesco è, però, altrettanto rivolta a Gesù, Figlio di Dio: «portava sempre nel cuore Gesù. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra… Anzi, trovandosi molte volte in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava ad invitare tutte le creature alla lode di Gesù» (1 Cel., II, 9, 115).

Era certo che era stato Gesù a condurlo nel suo cammino, non tanto facendolo passare dal piacere al dovere, quanto piuttosto mostrandogli una gioia più piacevole e dolce, sebbene faticosa:

«Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo» (dal Testamento).

Per amore del Cristo volle assumere per sé e per i suoi la povertà come carisma, per assomigliare in questo al suo Signore. Ma seppe al contempo che questo non era l’unico carisma della Chiesa: fondò per questo il terz’Ordine francescano nel quale i laici potevano vivere il Vangelo pur conservando le loro proprietà e l’uso dei beni.

Visse pure in abbandono allo Spirito Santo che rende presente Cristo nella Chiesa. Insegnò, infatti, che non esiste fede nel Cristo che non sia al contempo fede nei Sacramenti della Chiesa e nella guida amorevole di Dio nel tempo: «E il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo. Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri. E dobbiamo onorare e rispettare tutti i teologi e coloro che annunciano la divina parola, così come coloro che ci danno lo spirito e la vita» (dal Testamento).

Conobbe anche la “notte dello Spirito” nel dono misterioso delle Stimmate e della piena conformazione a Cristo crocifisso, conoscendo anche l’incomprensione, la malattia e la solitudine.

III/ SANTA CATERINA DA SIENA

1/ Santa Caterina da Siena e Roma

Caterina da Siena venne a Roma per l’ultima e decisiva volta, nella sua vita, nel novembre del 1378, convocata personalmente da papa Urbano VI. Vi soggiornò circa un anno e mezzo, e qui morì il 29 aprile del 1380, all’età di 33 anni, pronunciando le stesse ultime parole del suo Amato Sposo Crocifisso: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

Roma e il papato vivevano una scissione interna profonda e pericolosa. L’elezione lecita e valida di papa Urbano VI nell’aprile di quell’anno aveva lasciato scontenti una fronda di cardinali francesi che ritiratisi a Fondi, nel settembre dello stesso anno, avevano eletto un anti-papa, Clemente VII, sconfessando il pontefice e minacciando di marciare su Roma per impossessarsi militarmente del soglio. Lo stesso popolo romano era in agitazione, spossato dalle continue guerre civili, dalla povertà e dai domini stranieri. Due papi significavano anche scissione in Europa: dietro ai dissidenti francesi e a Clemente VII vi era l’appoggio di Francia, di Giovanna di Napoli, della Savoia, del Piemonte, del ducato del Monferrato, della Scozia; con il papa legittimo invece si schieravano l’imperatore Venceslao, la Baviera, il Lussemburgo, Magonza, l’Inghilterra, le Fiandre, Luigi d’Ungheria e la Polonia.

Urbano VI chiamò Caterina a Roma perché riunisse e compattasse le forze fedeli al papa, e per ricevere lui stesso, troppo impaurito, sostegno. Le cronache riportano l’impressione stessa del pontefice dopo un lungo discorso della piccola donna senese alla presenza sua e di tutto il nuovo concistoro: «Vedete, fratelli miei, come ci rendiamo spregevoli agli occhi di Dio quando ci lasciamo impaurire. Questa povera donnetta ci fa vergogna, e io la chiamo così non per lei, ma per la debolezza del suo sesso, che avrebbe potuto spaurirla anche se noi fossimo stati pieni di ardimento: e invece è lei che fa coraggio a noi! Non è questo un argomento di confusione per noi?» (Legenda Maior, 334).

Caterina era una donna autorevole e potente solo per la sapienza e il vigore del suo dire. Aveva svolto un ruolo decisivo con il precedente papa Gregorio XI, esortandolo impetuosamente a tornare a Roma dall’esilio avignonese («Venite, venite, venite!», Lett. 206), e ad essere «virile» nella fedeltà al Sangue del Signore Crocifisso. Sotto Urbano VI lavorò con tutta se stessa per mantenere la Chiesa unita e per rammentare al nuovo papa il suo ufficio di «dolce Cristo in terra» - sono veramente straordinarie, per passione e veemenza, le lettere scritte ai due papi.

Dirà di se stessa, in questa ultima fase della vita: «voi vedreste andare una morta a santo Pietro, ed entro di nuovo a lavorare nella navicella della santa Chiesa. Ivi mi sto così, infino presso all’ora del vespro… senza alcun cibo… eziandio senza la gocciola dell’acqua, con tanti dolci tormenti corporali quanti io portassi mai… tanto che per un pelo ci sta la vita mia» (Lett. 373). Ogni giorno lo stesso percorso per andare a pregare nella Basilica Apostolica: dall’attuale piazza S. Chiara, vicino il Pantheon e la Basilica di S. Maria sopra Minerva, lungo la via papalis (l’attuale via del Governo Vecchio), fino a S. Pietro. Si trascinava stremata, aiutata dai commercianti della zona e amica dei poveri della strada. «Sangue! Sangue! Sangue!» gridava spesso. Il Sangue dell’Unigenito Agnello di Dio sgozzato; il Sangue versato sulla Croce; il Sangue che ella desiderava versare come martire di Cristo. Caterina sentiva su di sé il peso di tutta la Chiesa e di tutto il peccato che la infettava. Lo portava con un forza straordinaria. Alcuni suoi discepoli la videro come lottare con invisibili (a loro) nemici che la vessavano. Morì senza niente di suo, e con una numerosissima compagnia di figli spirituali che la piangevano. Il suo corpo, nei tre giorni in cui fu esposto prima della sepoltura, fece miracoli e grazie numerosissime. È sepolta a Roma nella Basilica di S. Maria sopra Minerva, dove il suo padre spirituale e biografo, il beato Raimondo da Capua o.p., fu priore illustre per anni. Nei pressi del Seminario francese di Santa Chiara è la casa dove abitò e morì, visitabile ora all’interno del Palazzo Santa Chiara. I muri di quella residenza sono invece stati trasferiti in Santa Maria della Minerva. Nella basilica di San Pietro è ancora visibile, anche se in una sistemazione diversa dai tempi di Caterina, il mosaico con la navicella di San Pietro realizzato da Giotto, nel portico di accesso alla Basilica.

2/ Santa Caterina da Siena maestra di fede

Tutta la sua vita e la sua vocazione sembrano essere segnate e incluse sotto un indirizzo chiaro: l’unità e la pace della Chiesa («Pace! Pace! Pace!» scriveva a Gregorio XI, Lett. 196). All’età di 6 anni ebbe la sua prima esperienza mistica: il Cristo glorioso le apparve vestito con le vesti di Sommo Pontefice, la tiara e il pastorale. Alla fine della sua vita si recò ancora a Roma a lavorare per la «navicella» della Chiesa e ad evitare altri scismi.

Quella di Caterina è una vicenda umana e spirituale unica e straordinaria, in cui si fondono insieme tutti gli opposti paradossali della vita cristiana: ignoranza e sapienza, debolezza e forza, contemplazione e azione, umiltà e gloria. Visse nella sua casa paterna, a Siena, fino ai 20 anni, sconosciuta da tutti e insieme alla sua numerosa famiglia. Qui imparò a conoscere il suo Amato Signore che “frequentava” in intense visioni e orazioni. Si fortificò l’animo con gli insegnamenti che riceveva direttamente dal Maestro, con le continue lotte fisiche contro i demoni che la perseguitavano, con le incomprensioni e le umiliazioni dei familiari inizialmente ostili alle sue scelte già così precocemente definitive per il Signore; visse la penitenza e la mortificazione del corpo; fu generosa verso i poveri; ottenne di entrare nel Terzo Ordine domenicano. Iniziò ad avere esperienze mistiche decisive e all’età di 20 anni celebrò le sue nozze mistiche con il suo Amato. Dopo questi anni di intensa formazione iniziò la vita pubblica: «amare Dio e il prossimo», è questo il comandamento più importante. Così iniziò ad occuparsi dei poveri di Siena e a viaggiare per la Toscana e l’Italia centrale. Era maestra spirituale, era sapiente e forte nonostante non avesse mai ricevuto istruzione scolastica ed fosse fragile di corporatura. Iniziò una intensa attività di ambasciatrice di pace tra le città in guerra. Dettò lettere infuocate a conti, principi, re e regine. Continuò nel frattempo a vivere esperienze mistiche uniche, tra cui lo scambio del suo cuore, in un modo quasi “fisico”, con quello del Signore risorto.

Nel 1378 era ormai allo stremo delle forze. Il suo corpo era ridotto alle sole ossa. Non mangiava più nulla se non l’amatissimo Corpo Eucaristico del suo Signore. Era sfinita dalla lotta interiore e dalle continue estasi, che nell’ottobre del 1378 la rapivano frequentemente, consentendole però di dettare un capolavoro di dottrina, spiritualità e mistica quale è il suo Dialogo della Divina Provvidenza: il «libro» che ella scrisse in colloquio diretto con l’Eterno Padre.

Due domande possono collocarsi al centro di tutta la sua spiritualità, domande che permangono eternamente valide perché poste e pronunciate da Dio stesso in una visione: «Sai, figliola, chi sei tu e chi sono io? Se saprai queste due cose, sarai beata!». Tra questi binari la vicenda esistenziale e spirituale di Caterina si colloca e si sviluppa, in un crescendo di passione e azione che solo una donna «pazza d’amore» per il suo Signore poteva sostenere. «Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono. Se avrai nell’anima tua tale cognizione, il nemico non potrà ingannarti e sfuggirai da tutte le sue insidie; non acconsentirai mai ad alcuna cosa contraria ai miei comandamenti, e acquisterai senza difficoltà ogni grazia, ogni verità e ogni lume» (Legenda Maior, 92).

IV/ SAN FILIPPO NERI

1/ San Filippo Neri e Roma

Filippo giunse a Roma da laico, nel 1534 quando aveva 19 anni, per essere precettore dei due figli di Galeotto Caccia in una residenza che esiste tutt’oggi a sinistra della chiesa di Sant’Eustachio.

Nel 1548 fondò, presso la chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini, l’Arciconfraternita dei Pellegrini e dei convalescenti, con la finalità di accogliere i pellegrini e servire i malati. Nobili e gentildonne, così come semplici popolani, si unirono a San Filippo in quest’opera.

Da solo si recava in pellegrinaggio alle catacombe di San Sebastiano – nel 1544 lo Spirito Santo gli dilatò il cuore mentre pregava in quel luogo – ed a quelle che divennero poi le “sette Chiese” per pregare e radicare la sua fede sulla testimonianza dei santi e dei martiri, chiedendo a Dio di rivelargli la sua missione.

Don Persiano Rosa, suo padre spirituale, che risiede all’epoca a San Girolamo della Carità, lo guida nel suo cammino di laico e poi a divenire sacerdote. Filippo si reca in quegli anni alle lezioni presso l’Università della Sapienza e Santa Maria sopra Minerva. Nel 1551 viene prima ordinato diacono nella Basilica di San Giovanni in Laterano e poi sacerdote nella chiesa di S. Tommaso in Parione.

Dal 1551, per ben trentadue anni, Filippo Neri ormai prete è ospite della chiesa di San Girolamo della Carità. Trova infatti congeniale quello spirito: accetta la vita comune del clero, vivendo nella stessa comunità in cui abita il suo padre spirituale, insieme ad altri sacerdoti. San Girolamo era un centro poco frequentato, ma con l’arrivo di Filippo diventerà meta ricercatissima dai romani.

Nel 1564, Filippo divenne rettore della chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Qui continuò il suo apostolato. Nel 1575 Gregorio XIII affidò a Filippo l’antica chiesa di Santa Maria in Vallicella, ridotta in rovina e per metà interrata. Scartata l’idea di restaurarla, Filippo ed i padri optarono per la sua demolizione e ricostruzione: per questo la chiesa porta anche il nome di Chiesa nuova. La fede e la tenacia di Filippo riuscirono a superare le molte difficoltà che sorsero ed egli affermò che la Madonna gli aveva assicurato che la nuova chiesa sarebbe sorta prima della sua morte.

Infine, Filippo accettò di trasferirvisi nel 1583 e nel convento di Santa Maria in Vallicella visse gli ultimi anni della sua vita. Le stanze custodiscono i suoi ricordi più cari. Nel frattempo veniva eretto l’annesso oratorio che venne poi completato dal Borromini fra il 1638 ed il 1640.

Nell’Oratorio avvenivano gli incontri dei padri filippini incentrati su di una educazione alla fede cristiana, attraverso la conoscenza e la meditazione delle vite dei santi alternata ad orazioni e canti. Il noto compositore Giovanni Animuccia, amico di Filippo Neri, vi eseguiva le sue Laudi. Caravaggio eseguì per la chiesa la famosa Deposizione.

Dalla Chiesa nuova parte fino ad oggi il pellegrinaggio alle sette chiese che Filippo iniziò nel 1552, estendendo a tutti quell’itinerario che egli aveva tante volte già compiuto da solo.

2/ San Filippo Neri maestro di fede

Filippo visse di fede e alla fede portò la Roma del suo tempo. Diceva spesso «che non si cercasse altro che Christo, dicendo spesso: Chi vuol altro che Christo non sa quel che vole, e chi vuole altro che Christo non sa quel che domanda. Diceva ancora: Vanitas vanitatum et omnia vanitas, se non Christo… Di più diceva che era tanto utile e necessario questo staccamento dalle cose terrene per servire a Dio, che se havesse avuto diece persone veramente staccate e che non volessero altro che Christo, gli bastava l’animo di convertir tutto il mondo».

Questa fede voleva fosse espressa nelle Laudi che componeva e faceva musicare dai suoi discepoli:

«Se l’anima ha da Dio l’esser perfetto,
sendo, com’è, creata in un istante,
e con mezzo di cagion cotante
come vincer la dee mortal oggetto?

Là ‘ve speme, desio, gaudio e dispetto
la fanno tanto da se stessa errante,
sì che non veggia, e l’ha pur sempre innante,
chi bear la potria sol con l’aspetto.

Come ponno le parti esser rubelle
ala parte miglior, né consentire?
E quella servir dee, comandar quella?

Qual prigion la ritien, ch’indi partire
non possa, e alfin col pie’ calcar le stelle;
e viver sempre in Dio, e a sé morire?»

Da laico la nutrì con la preghiera, la carità verso i poveri ed i pellegrini, la confessione, la visita ai luoghi dove avevano vissuto i santi. Da sacerdote amava ripetere che si deve morire sui tre legni: quello dell’altare, quello del confessionale e quello della sedia dell’oratorio, dove teneva i suoi sermoni. Questa fede era per lui fonte costante di gioia, poiché l’allegrezza manifesta la certezza della presenza di Dio: «Voleva ancora che le persone stesser alegre dicendo che non gli piaceva che stessero pensose e malinconiche, perché faceva danno allo spirito, e per questo sempre esso beato Padre, ancora nelle se gravissime infermità, era di viso gioviale et allegrissimo, et che era più facile a guidare per la via dello spirito le persone alegre che le malinconiche».

Seppe vivere questa ricerca personale del Signore con una socialità aperta ed accogliente. Propose così una trasmissione della fede che passava da cuore a cuore – non si dimentichi che l’Oratorio filippino non era pensato per i bambini, come la vulgata televisiva immagina, bensì per i giovani e gli adulti: nel segreto della confessione e della direzione spirituale, così come nel calore del dialogo, a tu per tu egli incontrava i romani del suo tempo. Ma al contempo egli fu veramente l’apostolo di Roma, coinvolgendo la città intera. Quando gli venne in mente di partire missionario per le Indie, colpito dalla testimonianza dei primi gesuiti, accolse la parola del suo confessore alle Tre Fontane che gli disse: «Filippo, le tue Indie sono a Roma» - parole che esprimono la consapevolezza dell’urgenza dell’annunzio di Cristo nelle terre di antica evangelizzazione. E Filippo amava ripetere: «Chi fa il bene in Roma fa bene in tutto il mondo». In effetti, egli non si allontanò più da Roma, spendendosi interamente per la città e trasmise questo ai suoi discepoli invitandoli alla stabilitas loci che caratterizza anche oggi l’Oratorio – un sacerdote filippino resta per tutta la vita nella comunità dove è entrato. E nemmeno si preoccupò di questioni che superassero l’orizzonte della città – tranne quando lavorò per il perdono del re di Francia Enrico IV – così come mai parlò di riforma della Chiesa, poiché si preoccupò piuttosto di realizzarla.

Nell’annunzio della fede volle valorizzare ogni aspetto della vita. Possedeva molti libri e li leggeva, così come voleva che la fede venisse espressa in musica. Per obbedienza chiese al suo discepolo Cesare Baronio, che probabilmente ispirò anche Caravaggio e Galilei, di studiare storia della Chiesa per utilizzarla come via di catechesi e di predicazione. Lo spingeva in questa direzione, probabilmente, anche il desiderio di ricostruire una visione positiva del cammino della Chiesa nei secoli poiché alcune correnti protestanti volevano invece distruggerla: ma, molto più, era determinante la consapevolezza, sperimentata negli anni dei pellegrinaggi solitari, che la fede si corrobora nell’incontro con la grande tradizione ecclesiale.

V/ SANT’IGNAZIO DI LOYOLA

1/ Sant’Ignazio di Loyola e Roma

Sant’Ignazio di Loyola giunse a Roma per la seconda volta seguendo la via Cassia nel novembre del 1537, insieme a due compagni – egli amava chiamarli gli “amici del Signore”. Ignazio si era convertito nel 1521, all’età di 30 anni, dopo essere stato ferito nella battaglia di Pamplona. Aveva continuato a cercare il Signore a Manresa in catalogna, dove aveva cominciato a scrivere gli Esercizi spirituali. Nel 1523 si era recato una prima volta a Roma per continuare poi il suo pellegrinaggio verso la Terra Santa, ritornando poi in Spagna ed a Parigi per gli studi. A Venezia venne infine ordinato sacerdote nel 1537.

Nello stesso anno, nel suo secondo e definitivo viaggio, poco prima di raggiungere Roma, alla Storta, ebbe una visione: il pellegrino – così Ignazio amava chiamarsi – vide che «Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio da non poter più in alcun modo dubitare che di fatto Dio Padre lo metteva con il suo Figlio».

Ignazio ed i suoi compagni risiedettero in diverse abitazioni romane fino a trasferirsi nel 1542 presso Santa Maria della Strada, una chiesetta che sorgeva alla destra dell’odierna Chiesa del Gesù. Sono ancora visitabili le cosiddette “stanzette” di quella residenza. Si spostarono così verso il centro della città, per essere una presenza viva nel cuore di essa.

Nel 1538 Ignazio e i compagni si offrirono al papa per la missione ed il primo incarico che egli affidò loro fu quello della catechesi dei bambini delle scuole di Roma.

Successivamente si prodigò per la costituzione del Collegio Romano che diverrà poi famoso come centro di studi di alta qualità e ricevette l’incarico di seguire i catecumeni che in Roma si preparavano al Battesimo.

Eletto primo Preposito generale, si ritira in preghiera presso San Pietro in Montorio ed accetta poi definitivamente l’elezione presso la Cappella del Crocifisso in San Paolo fuori le Mura.

Ammalatosi nel 1556, vive per alcuni mesi presso una residenza sul Colle Aventino per tornare poi presso Santa Maria della Strada dove muore nello stesso anno. Il suo corpo è custodito presso la Chiesa del Gesù.

2/ Sant’Ignazio di Loyola maestro di fede

Ignazio scoprì nella sua ricerca personale e poi insegnò che è importante «preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell’anima». Egli era consapevole che l’uomo spesso non sa quello che vuole e si spende per realtà che non gli danno la felicità e la salvezza. Per “discernere” – termine molto importante nel linguaggio ignaziano – bisogna purificare ed ordinare il cuore dell’uomo, perché esso possa credere ed amare.

Non si tratta, però, di soffocare il cuore, quanto piuttosto di far emergere e dare peso e rilievo a ciò che veramente conta. Ignazio comprese fin dal momento della sua conversione che la fede è portatrice di gioia, di una gioia che non è effimera ed anzi ha il potere di durare: «Mentre leggeva [in convalescenza dopo essere stato ferito a Pamplona] la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: “E se facessi anch’io quello che ha fatto San Francesco; e se imitassi l’esempio di San Domenico?”. Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo, era preso da un grande piacere; poi, subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo».

Ignazio poté così insegnare che l’uomo «è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato». Se non giunge alla lode di Dio perde se stesso ed ogni cosa, se non viene posta in relazione con Dio, perde la sua bellezza.

Per questo è chiesto all’uomo, agli inizi degli Esercizi spirituali (I settimana) di prendere coscienza del peccato che è questa distorsione della vita stessa: solo la coscienza del peccato rivela la misericordia di Dio.

Ma l’uomo non deve solo vedere il peccato: con la memoria e la “sensibilità” può, invece, imparare a vedere e gustare la bellezza del Cristo e della vita spirituale che con Lui nasce. A Manresa, dove approfondì i segreti della vita spirituale, Ignazio «vide con li occhi interiori» e, precisamente, nella prima «visione» vide la Trinità, il cuore dell’amore presente in Dio, fino a piangere a lungo di esso, nella seconda «visione» contemplò la creazione - «gli si rappresentò nell’intelletto, accompagnato da grande allegria spirituale, il modo con cui Dio aveva creato il mondo» -, nella terza «visione» contemplò «come nostro Signore stava nel Sacramento dell’altare», nella quarta «visione» invece «l’umanità di Cristo e la figura di Maria», nella quinta il significato di tutta l’esistenza.

Dalla contemplazione del “mistero” di Dio non può non nascere – insegna Ignazio – il desiderio di porsi al servizio per annunziarlo. La vocazione, per Ignazio, non è tanto l’attesa di una ipotetica chiamata, quanto piuttosto il domandarsi cosa fare per Colui che ci ha amato e che noi amiamo, come un ragazzo che, innamorato, fa di tutto per stare vicino alla sua amata e non aspetta, ma si propone.

E, certamente, ogni chiamata in senso biblico è tale per amore dei non-chiamati. La fede cristiana rigetta la teoria della doppia predestinazione, poiché sa che chi è scelto ed eletto, lo è non contro gli altri, ma anzi a loro servizio. In particolare Ignazio si convinse che l’opera educativa era uno dei servizi di carità più alti che il mondo attendeva. Come disse uno dei primi educatori missionari gesuiti, Juan Bonifacio, «formare i bambini significa rinnovare il mondo!».

VI/ SAN LUIGI GONZAGA

1/ San Luigi Gonzaga e Roma

Nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma, costruita in onore del Santo fondatore della Compagnia di Gesù, troviamo i corpi di tre santi gesuiti uniti tra loro non soltanto dall’aver vissuto, almeno per un tratto della loro vita, nello stesso luogo, il Collegio Romano fucina di cultura della Roma del XVI secolo, ma anche per la relazione che in modo diverso hanno avuto tra loro.

Si tratta di San Luigi Gonzaga, San Giovanni Berchmans e San Roberto Bellarmino. I primi due, giovani scolastici gesuiti (cioè studenti che muovevano i primi passi della loro formazione nell’Ordine voluto da Sant’Ignazio), il terzo grande uomo di cultura e di spiritualità. Ma se dobbiamo trovare la figura centrale in questa particolare interazione la dobbiamo individuare proprio nel giovane Luigi, morto a soli 23 anni mentre assisteva gli appestati di Roma. Un punto di raccordo particolare. Se San Roberto ha condiviso un tratto di cammino con il giovane Luigi dal suo arrivo al Collegio Romano come studente (1587) fino alla morte (1591), San Giovanni lo ha piuttosto ammirato e venerato come esempio e modello purtroppo anche subendo la stessa sorte di morire in giovane età, a soli 22 anni. San Giovanni era solito organizzare incontri di preghiera proprio in onore di Luigi Gonzaga, a quel tempo non ancora beatificato, aiutato da un contesto che già, di fatto, lo venerava come santo. Sarà proprio lo stesso Bellarmino a farsi sostenitore di questa istanza avendolo conosciuto e apprezzato.

2/ San Roberto Bellarmino e San Luigi Gonzaga maestri di fede

Bellarmino fu suo padre spirituale e confessore per tutto il tempo in cui Luigi Gonzaga stette a Roma. I due ebbero un influsso reciproco e San Roberto, per quanto fosse il padre spirituale, fu fortemente segnato dalla spiritualità profusa dal giovane allievo tanto da indicare nel suo testamento il suo luogo di sepoltura proprio vicino a quello del giovane allievo. Il rapporto che esisteva tra i due santi, nonostante la differenza di età e di ruoli, fu caratterizzata anche da un’intima amicizia e profonda comunicazione. I Bollandisti, compilatori degli Acta Sanctorum, dicono che “nessuno lo conobbe meglio, così nessuno portò un’instancabile testimonianza sia di parole che di fatti per la sua santità come la sua, e nessuno venerò la sua memoria con tanto tenero affetto come l’ultimo dei suoi confessori”. La grandezza della direzione spirituale di San Roberto fu quella di riconoscere nel giovane Luigi tutti gli elementi della santità a motivo proprio di una conoscenza intima e profonda del giovane, arrivando anche a condividere con lui momenti di intensità spirituale. Non sappiamo moltissimo del modo di consigliare San Luigi da parte di San Roberto. Alcune testimonianze, però, ci possono far comprendere piccoli elementi. Le fonti sono la biografia di San Luigi scritta da Virgilio Cepari, compagno di studi di San Luigi Gonzaga, e il materiale raccolto dai Bollandisti, in particolare un intervento di San Roberto Bellarmino su San Luigi pronunciato nel 1608 nella chiesa dell’Annunziata del Collegio Romano, luogo su cui venne poi costruita l’attuale Sant’Ignazio.

Risulta, da parte di San Roberto, un’attenzione globale alla persona. Certamente la preghiera, la partecipazione alla Messa, ma anche la vita quotidiana, il modo di comportarsi. San Roberto, nel guidare San Luigi, ha sempre presente una molteplicità di considerazioni, quasi a dire che non esiste vera spiritualità se non coinvolge la totalità della persona. San Roberto si presenta come un uomo di ascolto, di grande ascolto, cioè assumendo nel suo compito quella caratteristica di reciprocità che sembra proporsi come modello di direzione spirituale: non è soltanto il direttore che ha qualcosa da insegnare al giovane diretto, ma anche il giovane, attraverso l’ascolto attento, insegna al padre spirituale.

Indubbiamente, poi, la focalizzazione della vita più prettamente spirituale attorno a due fuochi, la preghiera e l’Eucarestia. Riferisce San Roberto nel suo discorso in onore di San Luigi riportato dai Bollandisti che San Luigi era capace di rimanere concentrato nella preghiera per l’intera ora di meditazione (il tempo quotidiano di preghiera stabilito dalla prassi della Compagnia) senza nessuna distrazione. Così come ricorda la preparazione remota di San Luigi nel ricevere la Santa Comunione domenicale: «La Santa Comunione è veramente la grande prova della nostra fede poiché come può uno credere con tutto il cuore che il Signore della gloria è veramente presente nel SS. Sacramento e andare da lui con un cuore freddo e dissipato?» ricordava ancora San Roberto.

Quindi l’accompagnamento di San Roberto era un accompagnamento saggio capace di cogliere e tenere insieme i diversi aspetti della personalità di San Luigi e si presenta ancora oggi come un esempio magistrale di direzione spirituale.

VII/ SAN GASPARE DEL BUFALO

1/ San Gaspare del Bufalo e Roma

Roma, 6 gennaio 1786, solennità dell’Epifania. L’illuminismo è un fuoco divorante nella Roma papalina, che all’ombra del cupolone legge Voltaire ed “Il Caffè” di Verri. Il romanticismo con tutta la sua vacuità è già alle porte, mentre celebri nomi del grand tour affollano le rovine eterne della Grande Capitale. A Campo Vaccino, la zona dei fori, greggi bivaccano e brucano, ladroni e prostitute affollano i vicoletti scoscesi che costeggiano la vecchia curia, Sant’Adriano al Foro. Una Roma in crisi d’identità, ancora ignara dei moti rivoluzionari d’oltralpe che segneranno la storia del mondo e della Chiesa.

In questa Roma, ricca e povera, volgare e raffinata, colta e bigotta, vive Gaspare del Bufalo. Roma, 6 gennaio 1786. Nasce nel quartiere Monti, alle spalle della chiesa di San Martino, dove il 7 gennaio riceverà il battesimo, all’ombra delle massicce torri medioevali dei Capocci. Cresce nel quartiere Pigna, il cuore di Roma, in una porticina di servizio delle cucine di Palazzo Altieri, tra via del Plebiscito e piazza del Gesù. Protetto da quella Chiesa, il Gesù, alti muri rossi e bianca faccia in travertino, che da circa dieci anni è ormai vuota dei passi della Compagnia di Gesù, soppressa nel 1773. Dietro le bianche facciate di una Roma nobile e decadente, si nasconde un intricato dedalo di vie, vicoletti, cortili, luoghi umidi e malsani, ma carichi di calore ed umanità, un grembo che alimenta e fortifica la fede del nostro Santo. È quest’umanità fiera a formare l’immaginario spirituale, a temprare l’animo sensibile e delicato del giovane Gaspare, che sceglierà di consacrare la sua vita al Signore nell’obbedienza incondizionata alla Chiesa e nell’assistenza agli ultimi.

Completa così gli studi al Collegio Romano, indossando l’abito talare nel 1798 per iniziare ad organizzare opere di assistenza spirituale e materiale a favore dei più bisognosi. Ordinato sacerdote il 31 luglio 1808, contribuisce alla rinascita dell’Opera di Santa Galla, di cui divenne poi direttore nel 1806. Intensifica l’apostolato a Roma fondando il primo oratorio in Santa Maria in Vincis e in Campo Vaccino. Fra il 1809 ed 1810, dopo l’occupazione di Roma da parte delle truppe francesi di Napoleone Bonaparte, Gaspare del Bufalo – fedele a papa Pio VII e alla Chiesa romana – rifiuta di prestare giuramento di fedeltà all’Imperatore: “Non debbo, non posso, non voglio” – grida laconicamente. Segue così la sorte del suo pontefice, ed è costretto all’esilio dapprima a Piacenza e poi imprigionato a Bologna, Imola e Lugo.

Di lui disse papa Giovanni Paolo II: «Quando san Gaspare del Bufalo fondò la vostra Congregazione nel 1815, il mio predecessore Pio VII gli chiese di andare laddove nessun altro sarebbe andato… per esempio gli chiese di inviare missionari a evangelizzare i “banditi” che a quel tempo imperversavano così tanto nella zona fra Roma e Napoli. Fiducioso nel fatto che la richiesta del Papa fosse un ordine di Cristo, il vostro Fondatore non esitò ad obbedire, anche se il risultato fu che molti lo accusarono di essere troppo innovatore. Gettando le sue reti nelle acque profonde e pericolose, fece una pesca sorprendente».

2/ San Gaspare del Bufalo maestro di fede

Sono due gli aspetti fondamentali della vita di fede di Gaspare del Bufalo:

La devozione al Preziosissimo Sangue

La devozione al Preziosissimo Sangue nasce in Gaspare innanzitutto dall’intimo rapporto che lo lega alla sua città. La città dei martiri, degli Apostoli Pietro e Paolo, ma soprattutto la città delle reliquie della passione, conservate nelle Basiliche di Santa Croce e Santa Prassede. Sulla devozione di Gaspare al Sangue Preziosissimo così testimonia Giovanni Merlini, suo intimo collaboratore: “questo divin Sangue si offre di continuo nella Santa Messa, questo si applica nei sacramenti, questo è il prezzo della salute e, per ultimo, l’attestato dell’amore di un Dio fatto uomo”. Il Sangue di Cristo è per Gaspare del Bufalo il centro della fede, “perché tutta la fede nelle sue glorie si dirama da questa devozione”, ed è il segno spirituale dell’amore di Dio per l’uomo. Simbolo del sacrificio, della disponibilità di Dio nei confronti delle sue creature. Più che sottolineare il valore sacrificale del Sangue, Gaspare vive la dimensione redentiva, che non lascia l’uomo inchiodato alla croce della sua condizione, ma lo apre alla pienezza della resurrezione.

In pieno clima rivoluzionario, la sua fede e la sua spiritualità si presentano dunque come una teologia della speranza, capace di fortificare chi camminava con lui, capace di rendere credibile il suo aiuto, la sua assistenza, la dolcezza del suo tratto. Caratteristiche che trascinano la concretezza apostolica di Gaspare in un orizzonte d’intenso misticismo.

La missionarietà

Da questo universo spirituale scaturisce la fede come orizzonte pastorale, risposta ad un’esigenza concreta dell’uomo. È quest’ansia missionaria che ha fatto di Gaspare il più grande predicatore missionario dell’800. La missione è per San Gaspare imitazione della disponibilità di Dio per l’uomo. Il sacerdote, e il cristiano in genere, deve rispondere con generosità, coerenza e caparbietà alla sua missione: annunciare l’amore di Dio. Questa necessità dell’annuncio si fonda innanzitutto sull’esempio, che rende credibile la sua predicazione, ed in secondo luogo sulla Parola e le parole. “Voleva mille lingue” chiosano le fonti, parlando del suo zelo apostolico, che spinge Gaspare a predicare indefessamente da Comacchio alla Campania. Parole ed opere in un mistico connubio, questa la cifra spirituale più alta del nostro Santo.

VIII/ SANTA TERESA DI LISIEUX

1/ Santa Teresa di Lisieux e Roma

Teresa si recò in pellegrinaggio a Roma nel novembre 1887, all’età di 14 anni. Con il padre, il signor Martin, e la sorella Celine partì il 4 novembre per visitare Parigi e poi la Svizzera e per giungere infine in Italia: Milano, Venezia, Padova, Bologna, Roma (dieci giorni), Napoli, Pompei, Assisi. Scriverà più tardi Teresa: «Queste bellezze… profuse così largamente hanno fatto tanto bene all’anima mia! Come l’hanno innalzata verso Colui che si è compiaciuto di profondere tanti capolavori sopra una terra d’esilio destinata a durare un solo giorno!».

Un pellegrinaggio a Roma era allora un avvenimento. Teresa era adolescente e questo fu l’unico grande viaggio della sua vita.

Ne riporterà impressioni, sensazioni e nuove intenzioni nella preghiera, perché le permise di conoscere ulteriormente gli uomini, i sacerdoti e soprattutto se stessa, prima di entrare per sempre in clausura: «Ah, che bel viaggio fu quello!... Ho capito la mia vocazione in Italia e non è stato andar troppo lontano per una conoscenza tanto utile».

Dal pellegrinaggio riportò alcune reliquie. Visitando le catacombe di San Callisto e il Colosseo, ne raccolse la terra “arrossata dal sangue dei primi cristiani” che riportò a casa preziosamente rinchiusa in sacchetti di stoffa. Queste le sue riflessioni dopo la sua visita al Colosseo: «Il cuore mi batteva molto forte nel momento in cui le mie labbra si avvicinarono alla polvere imporporata del sangue dei primi cristiani: chiesi la grazia di essere anch’io martire per Gesù e sentii in fondo al cuore che la mia preghiera era stata esaudita».

Andò pellegrina alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme e alla basilica di Sant’Agnese. Lei stessa descrive, raccontando della visita a Santa Croce, il suo desiderio-bisogno di avere un contatto fisico con le tracce del passaggio sensibile del Figlio di Dio incarnato: «Occorreva sempre che io trovassi il modo di toccare tutto: di infilare il mio ditino in una delle aperture del reliquario che conteneva il chiodo che fu bagnato dal sangue di Gesù».

E poi San Pietro per l’udienza pontificia, domenica 20 novembre, alla presenza di papa Leone XIII. Un giornale francese, L’univers, nella colonna della corrispondenza romana, ne riportò questa cronaca: «Fra i pellegrini si trovava una ragazza di quindici anni che ha chiesto al Santo Padre il permesso di entrare subito in convento per farsi religiosa. Sua Santità l’ha incoraggiata ad avere pazienza».

Era questa la finalità del viaggio: ottenere dal pontefice il permesso di entrare nel Carmelo prima dell’età canonica richiesta. Teresa era una postulante giovanissima e, secondo la testimonianza della sorella Celina, l’udienza con il papa fu un “fiasco”, poiché Leone XIII non le concesse di anticipare i tempi. Teresa però era paziente: «Io dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2) è il versetto che le ricorderà di “abbandonarsi” totalmente alla Provvidenza, perché se Gesù sembrava non far nulla per la sua entrata nel Carmelo, il Suo cuore tuttavia non cessava di vegliare su di lei con amore.

La sua pazienza e la sua attesa pacifica furono infine premiate. Il primo gennaio dell’anno successivo arrivò la riposta positiva del vescovo e la sua entrata nel Carmelo venne fissata per il 9 aprile 1888. Teresa aveva quindici anni.

«Quando Gesù mi avrà deposto sulla riva benedetta del Carmelo, voglio donarmi tutta intera a Lui. I suoi colpi non mi faranno paura perché, anche quando le sofferenze sono più amare, si sente sempre che è la sua dolce mano che colpisce. L’ho sperimentato bene a Roma nel momento in cui tutto mi avrebbe fatto credere che la terra fosse lì per sparire sotto i miei piedi… La vita passa così presto che veramente vale di più avere una corona bellissima e un po’ di patire, che averne una ordinaria senza patire».

A Roma Teresa dimorò, come ricorda una lapide, in via Capo Le Case 56, nella zona di piazza di Spagna, in quei tempi quartiere dei francesi. Nei giorni della sua permanenza in quella residenza si recava in preghiera presso la Chiesa della SS. Trinità dei Monti, all’interno dell’allora convento delle suore della Società del Sacro Cuore, nella cappella detta della Mater Admirabilis, affrescata nel 1844. È possibile recarsi in questo luogo per pregare, ma bisogna domandare prima l’autorizzazione, non essendo abitualmente aperto al pubblico.

2/ Santa Teresa di Lisieux maestra di fede

Giovanni Paolo II ha voluto Teresa di Lisieux come “dottore della Chiesa” perché essa insegna cosa è l’infanzia spirituale e come interpretare esistenzialmente l’espressione evangelica «se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

È stupefacente come la piccola Teresa, la santa dell’“infanzia spirituale”, da un lato descrive la necessità di uscire dall’infanzia per poter veramente amare il Signore. “Infanzia spirituale” non significa, nel suo messaggio, presunta innocenza dell’età infantile (come una valutazione superficiale dell’espressione potrebbe far pensare), o ancora nostalgia di un ritorno ai primi anni della vita intesi come modello tout court – questi anni sono anzi da lei visti come età di ipersensibilità ed eccessivo attaccamento a se stessi.

Nel descrivere la grazia del Natale che ricevette nel 1886, la grazia della “conversione”, ne parla proprio come del momento dell’uscita dall’infanzia. Possiamo qui leggere il testo stupendo scritto dalla stessa Teresa che descrive questo momento:

«Se il Cielo mi colmava di grazie, non era già perché io le meritassi, ero ancora tanto imperfetta! Avevo, è vero, un gran desiderio di praticare la virtù, ma lo facevo in un buffo modo, ecco un esempio: … dopo che Maria fu entrata nel Carmelo, mi accadeva talvolta, per far piacere al buon Dio, di rifarmi il letto, oppure, in assenza di Celina, rimettere dentro, a sera, i suoi vasi da fiori: come ho detto, era per il buon Dio solo che facevo quelle cose, perciò non avrei dovuto attendere il grazie delle creature. Ahimé! Le cose andavano ben diversamente; se per disgrazia Celina non aveva l’aspetto felice e stupito per i miei servizietti, non ero contenta, e glielo provavo con le lacrime. Ero veramente insopportabile per la mia sensibilità eccessiva. Così, se mi accadeva di dare involontariamente un po’ di dispiacere a qualcuno cui volessi bene, invece di dominarmi e non piangere, … piangevo come una Maddalena, e quando cominciavo a consolarmi della cosa in sé, piangevo per aver pianto…

Non so come io mi cullassi nel pensiero caro di entrare nel Carmelo, trovandomi ancora nelle fasce dell’infanzia! Bisognò che il buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un momento, e questo miracolo lo compì nel giorno indimenticabile di Natale; in quella notte luminosa che rischiara le delizie della Trinità Santa, Gesù, il Bambino piccolo e dolce di un’ora, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce…

Fu il 25 dicembre 1886 che ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia, in una parola la grazia della mia conversione completa. Tornavamo dalla Messa di mezzanotte durante la quale avevo avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente. Arrivando ai Buissonnets mi rallegravo di andare a prendere le mie scarpette nel camino (N.d.T. colme di regali), quest’antica usanza ci aveva dato tante gioie nella nostra infanzia, che Celina voleva continuare a trattarmi come una piccolina, essendo io la più piccola della famiglia…

A Papà piaceva vedere la mia felicità, udire i miei gridi di gioia mentre tiravo fuori sorpresa su sorpresa dalle “scarpe incantate” e la gaiezza del mio Re caro (N.d.T. con l’espressione “il mio Re” Teresa designava il suo papà) aumentava molto la mia contentezza, ma Gesù, volendomi mostrare che dovevo liberarmi dai difetti della infanzia, mi tolse anche le gioie innocenti di essa; permise che Papà, stanco dalla Messa di mezzanotte, provasse un senso di noia vedendo le mie scarpe nel camino, e dicesse delle parole che mi ferirono il cuore: “Bene, per fortuna che è l’ultimo anno!...”. Io salivo in quel momento la scala per togliermi il cappello, Celina, conoscendo la mia sensibilità, e vedendo le lacrime nei miei occhi, ebbe voglia di piangere anche lei, perché mi amava molto, e capiva il mio dispiacere. “Oh Teresa! – disse – non discendere, ti farebbe troppa pena guardare subito nelle tue scarpe”. Ma Teresa non era più la stessa, Gesù le aveva cambiato il cuore! Reprimendo le lacrime, discesi rapidamente la scala, e comprimendo i battiti del cuore presi le scarpe, le posai dinanzi a Papà, e tirai fuori gioiosamente tutti gli oggetti, con l’aria beata di una regina. Papà rideva, era ridiventato gaio anche lui, e Celina credeva di sognare! Fortunatamente era una dolce realtà, la piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduta a quattro anni e mezzo (N.d.T. al momento della morte della madre), e da ora in poi l’avrebbe conservata per sempre!

In quella notte di luce cominciò il terzo periodo della mia vita, più bello degli altri, più colmo di grazie del Cielo… Sentii che la carità mi entrava nel cuore, col bisogno di dimenticare me stessa per far piacere agli altri, e da allora fui felice»!

Se bisogna uscire da una visione infantile della vita, per Teresa, però, resta vero che bisogna essere bambini: ma ella sa che l’“infanzia spirituale” è semplicemente essere figli nelle braccia del Padre. Essere bambini è fidarsi della provvidenza di Dio che mai abbandona. La fede è la totale confidenza nella misericordia che Dio ha per Teresa, desideri essa cose piccole o grandi. Teresa ebbe il desiderio di martirio così come quello di studiare teologia, ma scoprì che non era in questo che consisteva la perfezione, come scrive a sr. Maria del Sacro Cuore: «Come può chiedermi se può amare il buon Dio come me?... I miei desideri di martirio sono un bel nulla e non è di qui che nasce quella fiducia illimitata che sento nel cuore. A dir la verità, son proprio ricchezze spirituali che rendono ingiusti (N.d.T. Lc 16, 11), quando ci si appoggia ad esse con compiacenza e si crede che siano qualcosa di grande… Quello che piace a lui, è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia. Ecco il mio solo tesoro, madrina cara. Perché questo tesoro non potrebbe essere il suo?».

E nei suoi Diari scrive:

«Sono veramente lontana dall’essere una santa, solo questo ne è già la prova; invece di rallegrarmi per la mia aridità, dovrei attribuirla al mio poco fervore e fedeltà, dovrei sentirmi desolata perché dormo (da 7 anni) durante le mie orazioni e i miei ringraziamenti, ebbene, non sono desolata… penso che i bambini piccoli piacciono ai loro genitori quando dormono come quando sono svegli; penso che per fare delle operazioni, i medici addormentano i malati. Infine penso che “il Signore vede la nostra fragilità, e si ricorda che noi siamo solo polvere”».

Come ha scritto l’esegeta J. Jeremias: «‘diventar di nuovo bambino’ significa imparare a dir di nuovo ‘abbà’».

Per questo Teresa, alla fine, scelse la carità e solo essa: «Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà».

B/ ENGLISH

I. SAINT AUGUSTINE

1. St. Augustine and Rome.

St. Augustine came to Rome from Carthage, the present Tunis, in the year 383, when he was about 29 years of age, to undertake a career in rhetoric. He had left Africa because, as he himself writes, his students had respect neither for discipline nor for the teachers and so the school could not constitute an experience of formation and he hoped to find a different atmosphere in the capital.

Instead, in the capital, he discovered a different scholastic problem. Towards the end of the year, the students withdrew and found themselves a new teacher in order to exempt themselves from having to pay the expenses of the teacher who had accompanied them during the course of the year.

That the cultural situation of Rome was in a state of decline is evidenced also by a historian, Ammianus Marcellinus; he recalls how, in Rome, the libraries were “closed like tombs” and remarks on the fact that, in a time of economic recession, it was preferred to dismiss “teachers of the liberal arts” and to employ 3,000 dancing women for people’s amusement – the situation does not appear to be that different from what happens nowadays with the budgets of national television services and more generally with expenses for cultural activities, where entertainment is the master!

The Confessions relate the seductive power still exercised by circus games, when they tell us how Alipio, the friend whom Augustine himself had drawn away from the attractions of gladiatorial contests in Carthage, having arrived in Rome a short time before his master, had allowed himself once more to be led astray by the inebriating effect of the cruel spectacles of the Colosseum. In Rome, in the end, Augustine was driven to seek the favours of the senator Simmachus – opponent of St. Ambrose – to arrange for his transfer to Milan as professor of rhetoric, because the city did not make possible for him that professional development which he had expected.

Augustine returned to Rome once more when he was about 33 years old, in 387, shortly after his baptism, on his way back to Africa. He was intending to board the ship along with his friends, all of whom had become Christians, in order to withdraw into monastic life at Thagaste, but the ports were blocked by the usurper, Maximus, who had rebelled against the emperor, Theodosius.

While he was waiting to depart, Augustine lived for several months at Ostia, where his mother, Monica, died. After the death of his mother, Augustine transferred from Ostia to the city until the middle of 388, when at last he was able to embark and hence to reach Carthage once more and then Thagaste. In this, his second period in Rome, Augustine, by now fully Christian, would certainly have visited the great basilicas, existing since the time of Constantine: St. John Lateran, Holy Cross in Jerusalem and St. Peter’s – but there is no doubt that he had already visited them during his first stay in Rome. We can picture him walking through the streets of imperial Rome, first in the company of Symmachus and the Manichaeans, and then in the company of the Christians of Rome. Finally, visiting the excavations of Ostia Antica, we can imagine the last dialogue between Augustine and his mother; Monica’s body now rests in the church of St. Augustine, close to the Piazza Navona.

2. St. Augustine, master of faith.

In Rome, St. Augustine’s spiritual director, Fr. Simplicianus, was a witness to the conversion of the pagan philosopher, Marius Victorinus. Narrating the episode to us in the Confessions, Augustine underlines the fact that the profession of the Symbol of Faith (the Creed) used to be made by catechumens in public and Victorinus – as would happen later in his own case too – discovered that becoming a Christian, if it did not entail, as it certainly did not, abjuring the intelligence of the learned, nevertheless meant choosing to enter into the wisdom of the simple, to enter into that faith which the whole Church professed and which was the truth both of the learned and of the uninstructed: “Victorinus enjoyed vast knowledge and experience in all the liberal disciplines, he had read and meditated upon an extraordinary number of philosophers, he was the master of many noble senators, ... Up to that time he had venerated the emperors and had participated in sacrilegious sacrifices, by which almost all the Roman nobility of that time was possessed, he was wild about the pompous son of Osirid and about divine monsters of every kind and about Anubius, the divine, barking dog ... even so, he was not embarrassed to become a child of your Christ or rather infant of your baptismal font, to place his neck under the yoke of humility, to bow his head before the dishonour of the cross.

O Lord, ... how did you insinuate yourself into that heart? According to Simplicianus, he read the Sacred Scriptures and examined and studied with maximum diligence all the Christian texts. He used to say to Simplicianus, not in public, but in great secrecy and confidentially: ‘You must know that I am already a Christian’. The other replied: ‘I will not believe it nor will I consider you among the number of the Christians until I have seen you in the church of Christ’. Then, he asked with a smile: ‘Is it the walls, then, that make people Christians?’ And he often affirmed that he was already a Christian and Simplicianus always replied in the same way and Victorinus always repeated jokingly that motto of his about the walls of the church. In truth, he was afraid of attracting the displeasure of his friends ... But when, on the basis of readings full of desire, he came to the point of making a firm resolution, he became afraid of being rejected by Christ in the presence of the holy angels, if he had been ashamed to recognise him in the presence of men and he felt deeply guilty of a serious crime because he had been ashamed of the sacred mysteries of your humble Word, while not having felt ashamed of the sacrileges of proud demons, which in his pride he had accepted and had imitated. He became ashamed then of his real error and blushed before the truth and, without earning and with great surprise, said to his friend: ‘Let’s go to the church. I want to become a Christian.’ Simplicianus, beside himself for joy, accompanied him without further ado. There he was instructed about the first mysteries ... Eventually came the time for the profession of faith. In Rome, anyone who receives your grace professes a fixed formula, learnt by heart, from an elevated position before a vast crowd of the faithful. The priests, however, suggested to Victorinus that he make his profession in private, a permission which used to be granted to those who judged themselves to be too timid or emotional. But Victorinus preferred to profess his salvation before the holy congregation. As a rhetorician, he did not teach salvation, even though he had professed rhetoric in public, so, there was even less reason to feel ashamed of your meek flock ... Thus, when he climbed up to recite the formula, all those present chanted his name rhythmically and loudly as a sign of their approval, one group echoing the other, according to their connection with him ... And so, from mouth to mouth a composite cry resounded: ‘Victorinus, Victorinus’. And just as they had suddenly begun to shout for joy upon seeing him, so they became immediately silent in order to be able to hear him. He recited his profession of the true faith with an extraordinary sureness. Everyone wanted to carry him away in their own heart and everyone did indeed carry him away with hands seeking love and joy.”

In the account of the death of his mother, Monica, as also in the letter to Proba, the matron who had lived in the golden area occupied by the steps of the Trinità dei Monti, before fleeing to Africa before the arrival of the barbarians, as also in many other writings, Augustine gives witness to the fact that the Christian faith is a real joy because there is no joy if it does not touch the heart and that such a joy is grace received as a gift and not something acquired by human effort, as he writes in his Commentary on John:

“ ‘No-one can come to me unless he is drawn by the Father’ (Jn. 6: 44). Do not think of being attracted contrary to your own will; the soul is attracted also by love. Nor should we fear being criticised ... by many people who stand there weighing our words, but who are completely incapable of understanding the things of God. Such persons might object to us: How can I claim that my faith is a free act, if I am drawn along by it? I reply: We should not be at all surprised that we feel a force of attraction working upon our will. Pleasure, too, exercises a force of attraction.

What does it mean to be attracted by pleasure? “Seek your joy in the Lord. He will hear the desires of your hearts.” (Ps. 36: 4). There exists, then, a certain delight of the heart, by means of which it rejoices in that bread of heaven. The poet, Virgil, stated: Everyone is attracted by what pleases each of them. Not by necessity, then, but by pleasure, not by being constrained, but out of delight. All the more may we say that we are attracted by Christ, the man who finds his delight in the truth, in beatitude, in justice, in eternal life, insofar as Christ himself is all of these things. Is it, perhaps, that the senses of the human body have their pleasures, but the soul should not have any? [...]

Give me someone who loves and he will understand what I am saying. Give me someone who burns with desire, someone who is hungry, someone who feels himself on pilgrimage and is thirsty in this desert, someone who yearns before the fountain of the eternal homeland. give me someone who experiences within himself all of this and he will understand my claim. If, on the other hand, I talk to someone with a cold and insensitive heart, such a person will not be able to understand what I am saying. You show a sheep a green branch and you will draw it behind you. Show a child some nuts and he will be attracted by them and will run where he is attracted; such a person is attracted by love, is attracted without enduring any physical constraint, is attracted by the bond which binds his heart. If, then, these earthly delights and pleasures, presented to their lovers, exercise a force of attraction upon them - because it remains true that each one is attracted by what pleases them – how could Christ not be able to attract us, he who is revealed to us by the Father?”

II. ST. FRANCIS OF ASSISI

1. St. Francis and Rome.

Francis came to Rome on pilgrimage several times. Already in 1206, when still a layman, he went to pray at the tomb of Peter, seeking his own vocation, he left a substantial offering at the tomb and then went to ask for alms at the entrance to the basilica. He returned for certain in 1209, together with his first companions, when he obtained from Pope Innocent III oral approval of his rule, which was then confirmed in written form in 1223 by Honorius III. At the time, the Pope lived at St. John Lateran and Francis met him at the Sancta Sanctorum – certainly he climbed the Holy Staircase several times on his knees – or at the basilica itself and the cloister attached to it, which still preserved its medieval form. He was in Rome in 1215 to meet St. Dominic, perhaps at St. Sabina, at the time of the Fourth Lateran Council and on numerous other occasions for different reasons. ‘Brother’ Jacoba of Settesoli was Roman, from whom on the point of death he asked for sweets. When he came to Rome, he stayed at the place which has now become the church of St. Francis a Ripa, where the saint’s house is still preserved.

As Benedict XVI said, “here there arises a spontaneous reflection: Francis could well not have come to the Pope. Many religious groups and movements were being formed at that time and some of them were opposed to the Church as an institution or at least did not seek its approval. To be sure, if Francis had adopted a polemical attitude against the hierarchy, this would have attracted not a few followers. Instead, he immediately thought to place his path and that of his followers in the hands of the bishop of Rome, the Successor of Peter. This attitude reveals his authentically ecclesial spirit. He little ‘we’, which he had created with his first group of brothers he understood from the start as being part of the great ‘we’ of the Church, one and universal. And the Pope recognised this and appreciated it. The Pope, too, on his part, could have not given his approval to Francis’ plan of life. Indeed, we may well imagine that, among the collaborators of Innocent III, some may have advised him along these lines, thinking that that small group of brothers resembled too closely other groupings, of heretics and of adherents of ‘poverty’ of the time. Instead, the Roman Pontiff, having informed himself carefully from the bishop of Assisi and from Cardinal John of St. Paul, was able to discern there the initiative of the Holy Spirit and he welcomed, blessed and encouraged the nascent community of ‘friars minor’ (from the audience of Benedict XVI to members of the Franciscan family participating in the Chapter of the Stuoie, 18th April, 2009).

2. St. Francis of Assisi: Master of Faith.

In Francis everything was illuminated by the faith.

His life shines forth with faith in the Creator, which led him to write the verses of the Canticle of Creatures, in which praise is offered in the following words:.

O Most High, omnipotent, good Lord,
To You alone be praise, glory, honour and every blessing.
To You alone, O Most High, are these due
And no human being is worthy to speak of You.
May You be praised, my Lord, together with all your creatures.

Through its verses emerges not love of nature, but rather and much more deeply love for God’s “creation”. For example, of the sun, it says:

He is beautiful ... of You, Most High, he carries the meaning.

Francis was not a vegetarian and even in his appreciation of food, the praise of creation shines forth in him. The ‘Poor Man’ chose also to offer a commentary, word for word, on the Our Father out of the immense veneration he had for this prayer, in the hope that all people might love it.

Francis’ faith, however, was also directed towards Jesus, the Son of God: “he always carried Jesus in his heart, Jesus on his lips, Jesus in his ears, Jesus in his eyes, Jesus in his hands, Jesus in all the other members ... In fact, often being on his travels, but meditating upon or singing of Jesus, he would forget he was on a journey and he would stop and would invite all creatures to offer praise to Jesus” (1 Cel., II, 9, 115).

He was certain that it was Jesus who had led him along his path, not so much causing him to pass from pleasure to duty, so much as showing to him a joy which was pleasant and sweet, even if demanding.

“The Lord granted me, Brother Francis, to begin in this way to do penance because, since I was in a state of sin, it appeared to me to be too hard to look upon those who were lepers and the Lord himself led me among them and I showed them pity. And, upon leaving them, what had seemed to me to be hard was changed for me into sweetness of soul and of body” (from his Will).

For love of Christ, he chose, for himself and for his community, to take on poverty as a charism, to become like his Lord in this. But, at the same time, he knew that this was not the only charism of the Church; for this reason, he founded the Third Order of the Franciscans, in which lay people could live out the Gospel, while still keeping their property and the use of their goods.

He lived by abandoning himself to the Holy Spirit, who makes Christ present in the Church. Indeed, he taught that that there is no faith in Christ which is not at the same time faith in the Sacraments of the Church and in the loving guidance of God through time: “And the Lord gave me such faith in the churches that quite simply I used to pray and say: We adore You, Lord Jesus Christ, in all your churches throughout the entire world and we bless You because, by your holy cross, You have redeemed the world”. Then, the Lord gave me and gives me still such faith in priests who live according to the form of the Holy Roman Church, on the basis of their Holy Order, that, even if they were to persecute me, I would wish to turn to them. And if I were to have as much wisdom as that of Solomon and were to meet the poor priests of this world, in the parishes where they live, I would not wish to preach contrary to their will. And these and all the others, I would wish to fear, to love and to honour as my lords and I would not wish to consider any sin that there might be in them, because I see in them the Son of God and they are my lords. And this I do because I can see nothing else bodily in this world of the Most High Son of God than his most holy Body and Blood, which they alone are able to consecrate and which they alone can administer to others. And we must honour and respect all theologians and all those who proclaim the divine word just as those who give us spirit and life” (from his Will).

He also experienced the “night of the spirit” in the mysterious gift of the stigmata and of full conformation to Christ crucified, experiencing also lack of understanding, sickness and solitude.

III. ST. CATHERINE OF SIENA.

1. St. Catherine of Siena and Rome.

Catherine of Siena came to Rome for the last and decisive time in November, 1378, called personally by Urban VI. She stayed there for about a year and a half and died there on 29th April, 1380, at 33 years of age, proclaiming the very words of her Beloved, Crucified Spouse: “Father into your hands I commend my spirit” (Lk. 23: 46).

Rome and the Papacy were living through a profound and dangerous division. The licit and valid election of Pope Urban VI in the April of that year had left a band of French cardinals discontented and they retired to Fondi; in September of that same year, they had elected an anti-Pope, Clement VII, rejecting the Pontiff and threatening to march on Rome to take possession of the Papal throne by military force. The people of Rome were in a state of great agitation, exhausted by the continual civil wars, by poverty and by their foreign masters. Two Popes meant also division in Europe; behind the French dissidents and Clement VII lay the support of France, of John of Naples, of Savoy, of Piedmont, of the duke of Monferrat and of Scotland; with the legitimate Pope, on the other hand, stood the emperor Wenceslaus, Bavaria, Luxemburg, Mainz, England, Flanders, Louis of Hungary and Poland.

Urban VI called Catherine to Rome to reunite and to integrate the forces faithful to the Pope and so that he himself, full of fear, might receive support. The chronicles relate the impression the Pope had after a long talk with the little lady from Siena, which took place in his presence and in that of the new consistory: “You see, my brothers how we make ourselves despicable in the eyes of God when we allow ourselves to be overcome by fear. This poor, little lady makes us ashamed of ourselves and I speak of her in this way not on account of herself, but on account of the weakness of her sex, which could have caused her to give way to fear even if we had been full of daring, but instead it is she who has given courage to us. Isn’t this a matter which leaves us perplexed?” (Legenda Maior, 334).

Catherine was a woman of some authority and power only by reason of the wisdom and the vigour of what she had to say. She had played a decisive role with the previous Pope, Gregory XI, imploring him impulsively to return to Rome from the exile in Avignon (“Come, come come!”, Letter 206) and to be “virile” in his fidelity to the Blood of the Crucified Lord. Under Urban VI, she worked with all her energy to keep the Church united and to remind the new Pope of his office of being “sweet Christ on earth” – her letters written to the two Popes are truly extraordinary for their passion and for their vehemence.

She would say of herself, in this last phase of her life, “you would see a dead woman go to St. Peter and enter once more into the bark of holy Church. That is where I am, almost at the time for vespers ... without any food, ... without a drop of water, with so many little corporal penances, more than I had ever borne ... to the point that by a hair’s breadth my life too was at stake” (Letter 373). Every day the same journey to go to pray in the Apostolic basilica, from the present piazza of St. Claire near the Pantheon and the basilica of St. Mary sopra Minerva, along the Via papalis (the present via del Governo Vecchio) to St. Peter’s. She pulled herself along, worn out, help by the merchants of the area and friend to the poor of the streets. “Blood, blood, blood”, she often cried out. The blood of the Only-begotten Lamb of God pouring out; the Blood poured out on the Cross; the Blood that she wished to pour out as a martyr of Christ. Catherine felt on herself the weight of the whole Church and of all the sin which infected it. She bore it with a strength which was extraordinary. Some of her disciples saw her as struggling against invisible (to them) enemies who were oppressing her. She died with nothing of her own and with a large number of spiritual children who wept for her. She is buried in Rome in the basilica of St Mary sopra Minerva, where her spiritual director and biographer, Blessed Raymond of Capua, O.P., was the illustrious prior for many years. Near the French seminary of St. Claire is the house where she lived and died; it can now be visited from inside the Palazzo St. Claire. The walls of that residence, on the other hand, were transferred to St. Mary sopra Minerva. In the basilica of St. Peter Giotto’s mosaic of the bark of St. Peter is still visible, even if in a different form from that of the time of Catherine, in the portico giving access to the basilica.

2. St. Catherine of Siena, mistress of faith.

All her life and her vocation seemed to have been marked by and included within a specific purpose: the unity and peace of the Church (“Peace, peace, peace!”, she wrote to Gregory XI, Letter 196). At the age of six, she had her first mystical experience: the glorious Christ appeared to her, vested in the garments of the Supreme Pontiff, with the tiara and the crosier. At the end of her life, she went to Rome to work for the “bark” of the Church and to avoid further schisms.

Catherine’s was a unique and extraordinary human and spiritual affair, in which all the opposing paradoxes of Christian life are grounded: ignorance and wisdom, weakness and strength, contemplation and action, humility and glory. She lived in her parental home in Siena until she was 20 years old, unknown to all, and together with her large family. Here she learned to know her Beloved Lord whom she “visited” in intense visions and prayers. Her soul was fortified by the teachings she received directly from her Master, by her continual physical struggles against demons which persecuted her, by the lack of understanding and humiliations she encountered from members of her family, initially hostile to her choices, already early on definitive choices for the Lord; she lived a life of penance and of bodily mortification, was generous towards the poor and she was allowed to enter the Third Order of the Dominicans. She began to have decisive mystical experiences and, at the age of 20, celebrated her mystical wedding to her Beloved. After these years of intense formation, she began her public life: “to love God and to love her neighbour”, this is the most important commandment. Hence, she began to concern herself with the poor of Siena and to travel through Tuscany and central Italy. She was a mistress of spirituality, she was wise and strong, despite not having received any scholastic instruction and that she was fragile in body. There began an intense activity as an ambassadress of peace between cities at war. She dictated fiery letters to counts, princes, kings and queens. She continued at this time to have unique mystical experiences, among which was the exchanging of her heart, in a way which was almost physical, with that of the Risen Lord.

In 1378 she was almost at the end of her strength. Her body was reduced to mere bones. She did not eat anything other than the beloved Eucharistic Body of her Lord. She was exhausted by interior struggle and by continual ecstasies, which in October, 1378, frequently took possession of her, allowing her, however, to dictate that masterpiece of doctrine, spirituality and mysticism which is her Dialogue with Divine Providence, the ‘book’ which she wrote in direct dialogue with the Eternal Father.

Two questions can be found at the centre of all of her spirituality, questions which remain permanently valid because they were put and proclaimed by God himself in a vision: “Do you know, daughter, who you are and who I am? If you know these two things, you will be blessed”. Between these two tracks Catherine’s existential and spiritual concerns are to be found and were developed, in a crescendo of passion and of action which only a woman “madly in love” with her Lord could sustain. “You are that which is not; I, on the other hand, am He who is. If you have this knowledge in your soul, the enemy cannot deceive you and you will escape from all his traps, you will never consent to do anything against my commandments and you will acquire without difficulty every grace, every truth and every light” (Legenda Maior, 92).

IV. ST. PHILIP NERI

1. St. Philip Neri and Rome.

Philip came to Rome as a layman in 1534, when he was 19 years old, to be the preceptor of the two sons of Galeotto Caccia, in a residence which still exists today to the left of the church of St. Eustacchio. In 1548, near the church of the Most Holy Trinity of the Pilgrims, he founded the Archconfraternity of Pilgrims and of Convalescents, with the purpose of welcoming pilgrims and of caring for the sick. Noble men and women, as well as simple people, joined Philip in this work.

He himself went on pilgrimage to the catacomb of St. Sebastian – in 1544 expanded his heart while he was praying in that place – and it was that which became then the “seven churches” to pray and to root his faith in the witness of the saints and martyrs, asking God to reveal to him his mission.

Fr. Persian Rosa, his spiritual director, who lived at the time at St. Jerome of Charity, guided Philip in his journey as a layman and then to becoming a priest. In those years Philip attended lectures at the University of La Sapienza and at St. Mary sopra Minerva. In 1551 he was ordained deacon at the basilica of St. John Lateran and then priest in the church of St. Thomas in Parione. From 1551, for a full 32 years, Philip, by now a priest, was guest at the church of St. Jerome of Charity. He found that spirit congenial, he accepted the common life of the clergy, living in the same community in which his spiritual director lived, together with other priests. St. Jerome’s had not been very much frequented, but with Philip it would become a destination much sought after by the Romans. In 1564 Philip became rector of the church of St. John the Baptist of the Florentines. Here he continued his apostolate. In 1573 Gregory XIII entrusted to Philip the ancient church of St. Mary of the Valley, reduced to ruins and half buried. Having rejected the idea of restoring it, Philip and the fathers opted for its demolition and reconstruction; for this reason the church also bears the name of the New Church (Chiesa Nuova). Philip’s faith and his tenacity succeeded in overcoming the many difficulties which arose and he claimed that Our Lady had assured him that the new church would be built before his death.

In the end, Philip agreed to be transferred there in 1583 and in the convent of St. Mary of the Valley he lived out the last years of his life. In the meantime, the oratory annex was erected, which was then completed by Borromini between 1638 and 1640.

In the Oratory the meetings of the Philippine priests took place, centred upon an education in the Christian faith, by way of knowledge and mediation upon the lives of the saints, alternating with prayers and hymns. The noted composer, Giovanni Animuccia, friend of Philip Neri, composed his Lauds there. Caravaggio carried out his famous Deposition for the church.

From the New Church (Chiesa Nuova), even today, the pilgrimage of the seven churches begins, which Philip initiated in 1552, and which extends along the whole of that itinerary which he had carried out so many times on his own.

2. St. Philip Neri, master of faith.

Philip lived by faith and brought the Rome of his time to faith. He often used to say: “that he had never sought anything other than Christ, often saying: if anyone wants something other than Christ, he does not know what he is asking”. Again he said: Vanity of vanities; all is vanity except for Christ ... Further, he used to say that detachment from earthly things was so useful and necessary to be able to serve God that, if he had been able to have ten persons truly detached and who wanted nothing but Christ, that would have been enough to give him heart to convert the whole world”.

That faith he wanted to express in his Lauds, which he caused to be set to music by his disciples.

“If the soul has from God perfect being,
Having been, as it is, created in an instant,
And not by other means and causes made,
How can it be the object of any mortal thing?

There hope, desire, joy and contempt lead;
When left to her erring self these do so much harm,
Such that she does not see the One born within her,
One single glance at whom would bring her to her homeland.

How can the (lower) parts be rebellious
Against the better part and not give their consent?
How is it that they do not put themselves at its service
Instead of putting it under their command?

What prison restrains the soul
So that it cannot depart from there
And in the end climb the stars
And, dying to self, live forever in God?

As a layman, he nourished his faith on prayer, by charity towards the poor and towards pilgrims, by confession and by visits to places where the saints had lived. As a priest he liked to say that it was necessary to die on three woods, that of the altar, that of the confessional and that of the oratory, where he preached his sermons. For him, this faith was a constant source of joy because happiness reveals the certainty of the presence of God. “He wanted people to be happy, saying that he did not like it when they were lost in their thoughts and sad because that does harm to the spirit, and for this reason he was always a blessed Father, even in his very serious illnesses, he always had a jovial and happy expression on his face, and he used to say that it was easier to guide people who were happy than those who were sad along the path of the spirit.”

He knew how to conduct this personal search for the Lord with an affability that was open and welcoming. In this way, he was able to put forward a way of transmitting the faith that passed from heart to heart – we must not forget that the oratory of St. Philip was not intended for children, as common television images suggest, but rather for young people and for adults; in the secrecy of the confessional and of spiritual direction, as also in the that of dialogue, one to one, as he met the Romans of his time. Yet, at the same time, he was truly the apostle of Rome, involving the whole city. When it came into his head to depart as a missionary to the Indies, struck as he was by the witness of the early Jesuits, he accepted the words of his confessor at the Three Fountains (Tre Fontane) who said to him “Philip, your Indies are in Rome” – words which express an awareness of the urgency of proclaiming Christ in the lands of ancient evangelisation. And Philip liked to repeat: “Anyone who does well in Rome does well in the world as a whole”. In fact, he never left Rome again, giving himself entirely for the city and he transmitted this to his disciples, inviting them to the stabilitas loci (stability of place), which characterises the Oratory even today – a priest of St. Philip remains for the whole of his life in the community into which he entered. Nor did he bother himself with questions beyond the horizon of the city – except when he worked for the pardon of the king of France, Henry IV – just as he never spoke about the reform of the Church because he was more concerned to bring it about.

In proclaiming the faith he wanted to make the most of every aspect of life. He possessed many books and he read them and in the same way he wished that the faith be expressed in music. For reasons of obedience, he asked his disciple, Cesare Baronio, who probably inspired also Caravaggio and Galilei, to study the history of the Church to use it as a means of catechesis and of preaching. What pushed him in this direction was probably also the desire to create a positive understanding of the path of the Church across the centuries, because certain currents of Protestantism, instead, wished to destroy it, but much more what was decisive was the awareness, experienced during the years of his solitary pilgrimages, that the faith is corroborated by encountering the great tradition of the Church.

V. ST. IGNATIUS OF LOYOLA

1. St. Ignatius of Loyola and Rome

St. Ignatius of Loyola came to Rome for the second time, following the Via Cassia, in November, 1537, together with two companions – he liked to call them ‘friends of the Lord’. Ignatius had been converted in 1521, at the age of 30, after having been injured at the battle of Pamplona. He continued to seek the Lord at Manresa in Catalonia, where he had begun to write the Spiritual Exercises. In 1523 he had travelled for the first time to Rome, to continue his pilgrimage then to the Holy Land, returning afterwards to Spain and to Paris for his studies. In the end he was ordained priest at Venice in 1537.

In the same year, on his second and final journey, just before reaching Rome, at La Storta, he had a vision: the pilgrim – this is how Ignatius liked to describe himself – saw that “God the Father was putting him with Christ his Son, such that he could no longer doubt in any way that in fact God the Father was putting him with his Son”.

Ignatius and his companions resided in different dwelling places in Rome before transferring to St. Mary of the Road in 1542, a small church which stood to the right of the present church of the Gesù. The so-called ‘rooms’ of that residence are still open to visitors. Thus, they moved into the centre of the city, to be a living presence in its heart.

In 1538 Ignatius and his companions offered themselves to the Pope for the missions and the first responsibility with which he charged them was that of conducting the catechesis of children int he schools of Rome. Afterwards he did his utmost to ensure the establishment of the Roman College which would later become famous as a centre of studies of a very high quality and he was given the responsibility of guiding the catechumens who were preparing for baptism in Rome.

He was elected first Propositor General and retired in prayer to St. Peter in Montorio and then he accepted definitively his election before the Crucifix at St. Paul’s outside the Walls.

He became ill in 1556 and lived for some months in a residence on the Aventine Hill before returning to St. Mary of the Road, where he died later the same year. His body is preserved int he church of the Gesù.

2. St Ignatius, master of faith.

Through his own personal research, Ignatius discovered, and later taught, that it is important “to prepare and to dispose the soul to free it from all disordered affections and, having eliminated these, to try to find the will, of God to arrange our own lives in view of the salvation of our souls”. He was aware that, often, people do not know what they want and devote themselves to realities which do bring them neither happiness nor salvation. In order to “discern” – a very important term in the language of Ignatius – it is necessary to purify and direct our hearts, so that they may believe and love.

However, this is not a matter of suffocating the heart, but rather of enabling what really counts to emerge and to give weight and significance to that. From the time of his conversion, Ignatius understood that faith is the bearer of joy, of a joy which is not a passing joy, but rather one which has the power to endure: “While he was reading the life of Christ and of the saints (when convalescing after being injured at Pamplona), he used to think inwardly and ask himself: “And what if I were to do what St. Francis did and what if I were to imitate the example of St. Dominic?” These thoughts continued for quite a long time, alternating with more mundane thoughts. But there was a difference between the former and those of the latter. When he used to think of the things of the world, he was overcome by a great pleasure, but then, straight afterwards, when he had abandoned them, he used to find himself sad and dry. On the other hand, when he used to think that he ought to share in the austerities that he had seen put into practice by the saints, then not only did he experience pleasure when he was thinking about them, but that joy continued also afterwards.”

Thus, Ignatius was able to teach that the human being “was created to praise, revere and serve God, our Lord, and so to attain salvation; the other realities of this world were created for the human being, to help us to reach the end for which we were created”. If we do not come to the praise of God, we lose ourselves, and everything, unless it is brought into relationship with God, loses its beauty”.

For this reason, at the beginning of the Spiritual Exercises, (first week), a person is asked to become aware of sin, which is the distortion of life itself; only awareness of sin reveals the mercy of God.

Yet, we are not only to recognise sin; by means of our memory and “sensibility”, we can learn to see and taste the beauty of Christ and of the spiritual life with him is born. At Manresa, where he deepened his understanding of the spiritual life, Ignatius “saw with interior eyes” and, specifically, in his first “vision” saw the Trinity, the heart of love in God, to the point where he cried for a long time over this. In the second “vision”, he contemplated creation – “the way in which God had create the world was represented to him in his mind and this was accompanied by great spiritual joy”. In the third “vision”, he contemplated “how our Lord is in the Sacrament of the altar”. In the fourth “vision”, then, there was the “humanity of Christ and the figure of Mary” and in the fifth the meaning of the whole of existence.

From the contemplation of the “mystery” of God, Ignatius teaches, the desire to put ourselves at the service of proclaiming that mystery cannot but be born. For Ignatius, vocation is not so much waiting for some hypothetical call as asking ourselves what we can do for Him who has loved us and whom we love, like a young man who, having fallen in love, does everything he can to be close to the girl he loves and does not wait, but proposes.

Certainly, every calling in the Biblical sense is a calling to love for those who are not-called. The Christian faith rejects the theory of double predestination because it knows that anyone who is chosen and elected is so not against other people, but rather in order to be at their service. In particular, Ignatius became convinced that the work of education was one of the highest forms of the service of charity that the world awaits. As one of the first missionary Jesuit educators, Juan Bonifacio, said: “to form children means to renew the world”.

VI. ST. ALOYSIUS GONZAGA

1. St. Aloysius Gonzaga and Rome.

In the Church of St. Ignatius in Rome, constructed in honour of the founder of the Society of Jesus, we find the bodies of three Jesuit saints united among themselves not only by the fact that, at least for part of their lives, they had lived in the same place at the Roman College, a great source of Roman culture in the 16th century, but also because of the relationships which, in different ways, there were between them.

The three concerned were St. Aloysius Gonzaga, St. John Berchmans and St. Robert Bellarmine. The first two, young Jesuits scholastics (that is to say, students who were undertaking their first steps in their formation in the order wanted by St. Ignatius), the third a man of great culture and spirituality. However, if we want to find the central figure in this particular interaction, we must look to the young Aloysius, who died at only 23 years of age, when he was caring for those afflicted by plague in Rome. One point, in particular, should be remembered. If St. Robert had shared a stage of the journey in common with the young Aloysius from the time of his arrival at the Roman College as a student (1587) until his death (1591), St. John had been so filled with admiration and veneration at his example as a model to follow and, unfortunately, he too endured the same fate and died at a young age, at only 22 years old. St. John had the habit of organising prayer meetings in honour of Aloysius Gonzaga, who at that time was not even beatified, but aided by a context in which, in fact, he was already venerated as a saint. It was Bellarmine himself who became a supporter of this practice, having known and esteemed him.

2. St. Robert Bellarmine and St. Aloysius Gonzaga, masters of faith.

Bellarmine was Aloysius Gonzaga’s spiritual director and confessor for all the time the latter was in Rome. The two had a reciprocal influence upon each other and St. Robert, even though he was his spiritual director, was greatly affected by the extensive spirituality of his young student, so much so as to indicate in his will that the place of his burial should be close to that of his young pupil. The relationship existing between the two saints, notwithstanding the difference between them in terms of age and of the roles they played, was characterised also by deep friendship and profound communication. The Bollandisti, compilers of the Acta sanctorum, say that “no-one knew him better, just as no-one provided a more untiring witness to his sanctity in terms of words and deeds than his, and no-one venerated his memory with such tender affection as the last of his confessors”. The greatness of St. Robert’s spiritual direction was that of being able to recognise in the young Aloysius all the elements of sanctity, precisely on the basis of an intimate and profound knowledge of the young man, having been able to share with him moments of intense spirituality. We do not know much about the way in which St. Robert advised St. Aloysius. Some witnesses, however, may help us to understand a few elements of what was involved. The sources are the biography of St. Aloysius written by Virgilio Cepari, a student companion of St. Aloysius Gonzaga, and the material gathered by the Bollandisti, in particular a contribution by St. Robert Bellarmine on St. Aloysius which he made in the church of the Annunciation of the Roman College in 1608, the site on which the present church of St. Ignatius came to be constructed.

On the part of St. Robert, it emerges that there was attention given to the person as a whole; certainly, prayer, participation in the Mass, but also daily life, behaviour. In guiding St. Aloysius, St. Robert kept in mind a number of considerations, as if to say that true spirituality does not exist unless it involves the whole of the person. St. Robert is presented as a man who listened, as a great listener, that means including in his task that characteristic of reciprocity which appears to be offered as a model of spiritual direction; it is not only the director who has something to teach to the one being directed, but the young man too, through his attentive listening, is able to teach his spiritual director.

Without any doubt, the focus of the spiritual life, more precisely understood, operates around two key areas, prayer and the Eucharist. In his speech in honour of St. Aloysius, reported by the Bollandisti, St. Robert remarked that St. Aloysius was capable of remaining concentrated in prayer for the entire hour of meditation (the time of daily prayer established by the practice of the Society of Jesus) without any distraction. In the same way, he recalls St. Aloysius’ remote preparation for the reception of Holy Communion on Sundays: “Holy Communion is really the great proof of our faith because how can someone believe with all their heart that the Lord of glory is truly present in the Most Blessed Sacrament and yet go to him with a heart which is cold and dissipated?”, remarks St. Robert once again.

Thus, the accompaniment of St. Robert was one which was wise, capable of grasping and of holding together the different aspects of St. Aloysius’ personality and it is presented even today as a magisterial example of spiritual direction.

VII ST. GASPARE OF BUFALO

1. St. Gaspare of Bufalo and Rome

On 6th January, 1786, the solemnity of the Epiphany. The Enlightenment was like a devouring fire in Papal Rome and in the shadow of the cupola they read Voltaire and Verri’s “Cafe” (‘The Coffee-house’). Romanticism, with all its emptiness, was already at the gates, while the celebrated names of those on the Grand Tour flocked to the eternal ruins of the Great Capital. At the Campo Vaccino, the area of the fora, flocks of sheep lay down and grazed, thieves and prostitutes filled the narrow, steep alleys around the old court, as yet unaware of the revolutionary movements beyond the Alps, which would mark the history of the world and of the Church.

In this Rome, of rich and poor, of the vulgar and the refined, of the learned and the bigoted, lived Gaspare of Bufalo. He was born in the area of the Monti, behind St. Martin’s church, where he was baptised on 7th January, in the shadow of the enormous medieval towers of the Capocci. He grew up in the Pigna, in the heart of Rome in a lodge for the kitchens of the palazzo Altieri between the Via del Plebiscito and the piazza of the Gesù. Protected by that church, the Gesù, with its high red walls and white, travertine façade, that had been devoid of the footsteps of the Society of Jesus for about ten years by then, the Society having been suppressed in 1773. Behind the white façades of noble, but decadent Rome, was hidden an intricate maze of roads, alleys, courtyards, humid and unhealthy places, but full of warmth and humanity, a womb which nourished our saint. It was this proud humanity which formed the spiritual imagination, to strengthen the sensitive and delicate soul of the young Gaspare, who decide to consecrate his life to the Lord in unconditional obedience to the Church and in bringing aid to the most needy.

Once he had completed his studies at the Roman College, he wore the cassock when working to bring spiritual and material assistance to those most in need. He was ordained a priest on 31sy July, 1808, contributed to the rebirth of the Work of St. Gaul, of which he became director in 1806 He intensified his apostolate in Rome and founded the first oratory in St. Mary in Vincis and in the Campo Vaccino. Between 1809 and 1810, after the occupation of Rome by the French troops of Napoleon Bonaparte, Gaspare of Bufalo – faithful to Pope Pius VII and to the Roman Church – refused to swear fidelity to the emperor: “I do not have to, I cannot, I do not want to”, he shouted laconically. Hence, he suffered the same fate as his Pontiff and was constrained first to live in exile in Piacenza and then was imprisoned in Bologna, Imola and Lugo.

Pope John Paul II said of him: “When St. Gaspare of Bufalo founded your congregation in 1815, my predecessor, Pius VII, asked him to go where no other priest would have gone ..., for example, he asked him to send missionaries to evangelise the “bandits”, who at that time were raging in the area between Rome and Naples. Confident that the request of the Pope was an order of Christ, your founder did not hesitate to obey, even if the result of this was that many people accused him of being too much of an innovator. Throwing his nets down into deep and dangerous waters, he made a surprising catch.”

2. St. Gaspare of Bufalo, master of faith.

There are two key aspects to the life of faith of Gaspare of Bufalo:

- Devotion to the Most Precious Blood.

The devotion to the Precious Blood arose in Gaspare in the first place from the intimate relationship which bound him to his city, the city of the martyrs, of the Apostles Peter and Paul, but above all the city of the relics of the Passion, preserved in the basilicas of the Holy Cross and of St. Prassede, Of Gaspare’s devotion to the Precious Blood, Giovanni Merlino, his intimate collaborator, gives this testimony: “this divine Blood is continually offered in the Holy Mass, it is applied in the sacraments, it is the price of our salvation and, also of all, it is the proof of a love of a God made man. For Gaspare of Bufalo, the Blood of Christ is the centre of the faith “because the whole of our faith in his glories spreads out from this devotion” and it is the spiritual sign of the love of God for us human beings. It is the symbol of the sacrifice of Christ, of the availability of God to his creatures, Apart from underlining the sacrificial value of the Blood, Gaspare lived the redemptive dimension, which does not leave the human being nailed to the cross of the condition in which we find ourselves, but which opens us up to the resurrection.

At the height of the climate of revolution, his faith and his spirituality appear, then, as a theology of hope, capable of strengthening further those who walk with him, capable of rendering credible the help he provides, his assistance, the sweetness of his features, characteristics which draw the concrete apostolic work of Gaspare into a horizon of mysticism.

- Missionary Work.

From this spiritual universe faith arises as a pastoral horizon, as a response to the concrete needs of the human being. It was this concern for mission which made Gaspare the greatest missionary preacher of the 1800s. For St. Gaspare, the mission is the imitation of God’s availability to human beings. The priest and the Christian in general must respond with generosity, coherence and determination to their mission: to announce the love of God. This requirement of proclamation is founded in the first place upon example which renders credible the preaching undertaken and, secondly, on the Word and the words. “He wanted a thousand tongues”, the sources note, speaking of his apostolic zeal, which drove Gaspare to preach untiringly from Comacchio to Campania. Words and works in a mystical marriage, that is the highest spiritual achievement for our saint.

VIII ST. THERESA OF LISIEUX

1. St. Theresa of Lisieux and Rome

Theresa went on pilgrimage to Rome in 1887, when she was 14 years of age. With her father, Martin, and her sister, Celine,. She left on 14th November to visit Paris and then Switzerland and then to go to Italy: Milan, Venice, Padua, Bologna, Rome (ten days), Naples, Pompei and Assisi. She wrote later: “These beautiful things ... spread out in so many places did so much good to my soul. How they rose up to Him, who was pleased to diffuse so many masterpieces across an earth of exile, destined to last one single day!”

A pilgrimage to Rome was then a major event. Theresa was an adolescent and this was the only big journey of her life.

She brought back impressions, feelings, and new intentions in her prayer, because it allowed her to come to know better men and women, priests and above all herself before she entered once and for all into the cloister. “Ah, what a beautiful journey that was! … I came to understand my vocation in Italy and it was not too far to go to attain knowledge which was so useful.”

From the pilgrimage she brought back some relics. Visiting the catacombs of St. Callisto and the Colosseum, she gathered some earth “reddened by the blood of the first Christians”, which she brought home as treasures, carefully wrapped in cloth containers. These are her reflections after her visit to the Colosseum: “My heart beat very strongly at the moment my lips drew close to the dust empurpled by the blood of the first Christians; I asked for the grace that I too be a martyr for Jesus and felt deep within my heart that my prayer had been heard.”

I went as a pilgrim to the basilica of the Holy Cross in Jerusalem and to the basilica of St. Agnes. She herself describes, in her account of her visit to Holy Cross, her desire-need to have physical contact with remains of the passage via the senses of the Son of God incarnate: “I always had to find a way of touching everything, to place my little finger in one of the apertures of the reliquary containing the nail that had been bathed in the blood of Jesus”.

Then St. Peter’s for the Papal audience on Sunday, 20th November, in the presence of Pope Leo XIII. A French newspaper, L’univers, in its column on correspondence from Rome, gave this item of news: “Among the pilgrims was a girl of 15 years of age who asked the Holy Father for permission to enter straight away into the convent to become a religious. The Holy Father encouraged her to be patient”.

This was the aim of the journey, to obtain from the Pontiff permission to enter the Carmel before the age canonically required. Theresa was a very young postulant and, according to the testimony of her sister, Celine, the audience with the Pope was a fiasco because Leo XIII did not grant her permission to anticipate the time of entry. However, Theresa was patient: “I sleep, but my heart remains awake” (Ct. 5, 2) is the verse which reminded her to “abandon herself” totally to Providence, because, if Jesus seemed to be doing nothing for her entry into Carmel, His heart, nevertheless, did not cease to watch over her with love. In the end, her patience and her peaceful waiting were rewarded. On 1st January of the following year, the positive response of the bishop arrived and her entry into Carmel was fixed for 9th April, 1888. Theresa was 15 years of age.

“When Jesus has placed me on the blessed banks of Carmel, I want to give myself entirely to him. His blows do not make me afraid, even when the sufferings are at their most bitter, I feel that it is always his kind hand which strikes. I experienced this very much in Rome at a time when everything could have made me believe that the earth was about to disappear beneath my feet ... Life passes so quickly that, truly, it is worth much more to have a beautiful crown and a little to suffer, than to have an ordinary crown and to have to suffer nothing”. At Rome, a stone records, Theresa stayed in the Via Capo Le Case, 56, in the area of the Spanish Steps, in those times the French quarter. In the days of her stay in that residence, she used to go to pray at the church of the Trinità dei Monti, then inside the convent of the sisters of the Society of the Sacred Heart, in the chapel called the Mater Admirabilis, where frescoes were produced in 1844. It is possible to go to this place to pray, but it is necessary to ask permission first, since it is not normally open to the public.

2. St. Theresa of Lisieux, mistress of faith.

John Paul II wanted to make Theresa a “doctor of the church” because she teaches us what is meant by spiritual childhood and also how to interpret existentially the Gospel expression: “unless you become like little children, you will not enter the kingdom of heaven”.

It is amazing how the little Theresa, the saint of “spiritual childhood”, describes on the one hand the need to emerge from childhood in order truly to love the Lord. “Spiritual childhood” in her writings does not mean the presumed innocence of a young child (as a superficial evaluation of the expression might lead us to think) or yet a nostalgia to return to the early years of our life understood as a model tout court – these years are seen rather by her as the age of hyper-sensitivity and of excessive attachment to oneself.

Describing the grace she received at Christmas, 1886, the grace of “conversion”, she speaks of this precisely as the moment of her leaving her infancy. Her we can read the wonderful text written by Theresa herself as she describes this moment:

“If heaven filled me with graces, this was not because I deserved it; I was still very imperfect! It is true, I had a great desire to practise the virtues, but I did it in a foolish way; here is an example ... After Maria entered Carmel, it happened to me at times, in order to please the good God, to make my bed or, in the absence of Celine, to bring in her vases of flowers in the evening; as I say, it was only for the good God that I did these things, hence I ought not to have expected any thanks from his creatures. Alas. Things went very differently; if perchance, Celine did not appear happy and amazed at my little services, I was not content and I showed this by my tears. I was really intolerable for people with my excessive sensibilities. Thus, if it happened that, involuntarily, I caused a bit of displeasure to someone whom I liked, instead of controlling myself and not crying, I used to cry like a Magdalene and when I began to console myself about the thing in itself, I cried for having cried ...

I do not know how I nurtured the dear thought of entering the Carmel, when I was still in the wrappings of childhood. It was necessary that the good God performed a little miracle to make me grow at a particular moment and this miracle he performed on the unforgettable Christmas Day, in that luminous night which shines forth with the delights of the Holy Trinity, Jesus, the little, sweet Child who in an hour transformed the night of my soul into torrents of light ...

It was 25th December, 1886, that I received the grace to emerge from my childhood, in a word, the grace of my complete conversion. We were returning from Midnight Mass, during which I had had the pleasure of receiving God, strong and powerful. When we arrived at Buissonets, I was happy to go to collect my child’s shoes from the fireplace (full of presents), this old custom had brought us so much joy in our childhood that Celine continued to treat me as a small child, since I was the youngest in the family ...

Father was liked to see my expression of happiness, to hear my cries of joy, as I drew out surprise after surprise from the “enchanted shoes” and the gaiety of my dear King (translator’s note: ‘my dear King’ was how Theresa referred to her father) greatly increased my own pleasure, but Jesus, wishing to show me that I had to free myself from the defects of my childhood, took from me also its innocent joys and allowed Father, tired after Midnight Mass, to feel a sense of boredom upon seeing my shoes in the fireplace and to speak words which hurt me to the heart: “Well, fortunately, this is the last year! ...” I was going up at that moment to take off my hat. Celine, knowing how sensitive I was and seeing the tears in my eyes, wanted to cry herself too because she loved me so much and understood how hurt I was. “Oh, Theresa! - she said – don’t go down now, it would be too much for you to look into your shoes now”. But Theresa was no longer the same; Jesus had changed her heart! Pushing back her tears, she came downstairs in a hurry and restraining her heartbeats, took the shoes, placed them before father and, full of joy, took out all the objects, with the blessed air of a queen. Father laughed, he had become happy once more himself and Celine thought she was dreaming! Fortunately, it was a sweet reality, the little Theresa had rediscovered her strength of soul which she had lost at four and a half years of age (translator, at the death of her mother) and from then onwards kept it forever! In that night of light began the third period of my life, more beautiful than the others, more full of graces from heaven ... I felt that charity had entered my soul, with the need to forget myself to bring pleasure to others and from that time on I was happy”!

If there is a need for us to emerge from an infantile vision of life, for Theresa however, it remains true that we must remain children, but she knew that “spiritual childhood” is simply being children in the arms of the Father. To be children means to trust in the providence of God who never abandons us. Faith is total confidence in the mercy that God had for Theresa, whether she desired small or great things. Theresa had the desire for martyrdom, as also the desire to study theology, but she discovered that it was not in this that perfection consisted, as she writes to Sr. Mary of the Sacred Heart:

“How can you ask me if you can love the good God as I do? ... My desires for martyrdom are nothing and it is not here that there is born that unlimited confidence that I feel in my heart. To tell the truth, it is exactly spiritual riches which make us unjust (translator Lk 16: 11) when we attach ourselves to them and take pleasure in this and when we think they are something great ... What is pleasing to Him is to see me love my littleness and my poverty and the blind hope that I have in his mercy. This is my sole treasure, my dear mother. Why could this treasure not be yours?”

And in her Diaries, she writes:

“I am truly far from being a saint, this alone is proof of it; instead of being happy in my aridity, I should attribute it to the limited nature of my fervour and of my fidelity, I should feel desolate because (from being 7 years old) I fall asleep during my prayers and my thanksgiving. Well, I am not desolate ... I think that small children bring pleasure to their parents as much when they are asleep as when they are awake, I think that, to perform operations, doctors put the sick to sleep. Finally, I think ‘the Lord sees our fragility and he remembers that we are but dust’ ”.

As the exegete, J. Jeremias wrote: “ ‘to become a child once more’ means to learn to say once more ‘Abbà’”.

For this reason, in the end, Theresa chose charity and this alone: “Thinking of the mystical body of the Church, I could not find myself in any of the members that St. Paul had described or better I wanted to see myself in all of them. Charity offered me the key to my vocation. I understood that the Church has a body composed of various members, but that in this body the essential and most noble member cannot be lacking. I understood that the church has a heart, a heart burning with love. I understood that love alone drives the members of the Church to action and that, if this love is extinguished, the apostles would no longer have proclaimed the Gospel, the martyrs would no longer have shed their blood. I understood and I recognised that love embraces within itself all vocations, that love is everything, that it extends to all times and places; in a word, that love is eternal. Then, with the greatest joy and ecstasy of soul, I cried out: ‘Oh Jesus, my love, I have finally found my vocation. My vocation is love. Yes, I have found my place in the Church and this place you have given to me, oh my God. In the heart of the Church, my mother, I will be love and in that way I will be everything and my desire will be translated into reality”.

C/ FRANÇAIS

I/ SAINT AUGUSTIN

1/ Saint Augustin et Rome

Augustin arriva à Rome de Carthage, aujourd’hui Tunis, en 383, à l’âge d’environ 29 ans pour faire carrière comme rhéteur. Il quitta l’Afrique parce que, comme il l’écrivit lui-même, ses étudiants n’avaient aucun respect pour la matière et les enseignements, l’école ne réussissait donc pas à être formatrice: il espérait trouver une atmosphère différente dans la Capitale.

En ville, il rencontra un problème scolaire bien différent. Les étudiants, à l’approche de la fin de l’année, se retiraient et passaient à un autre enseignant pour ne pas payer le professeur qui les avait accompagnés au cours de l’année.

La situation culturelle de Rome était médiocre comme le témoigne le récit de l’historien, Ammien Marcellin : il rappelle qu’à Rome les bibliothèques semblaient « fermées comme des tombes » et relate le fait qu’en période de récession économique on préférait licencier « les enseignants des arts libéraux » et conserver 3000 danseuses pour les divertissements. La situation ne semble pas différente de ce qui se passe aujourd’hui avec les télévisions nationales et, en général, avec les dépenses pour les activités culturelles : le divertissement l’emporte toujours !

Les Confessions parlent de la force de séduction qu’avaient encore les jeux du cirque en racontant le fait qu’Alypius, l’ami qu’Augustin avait sauvé de la fascination envers les jeux des gladiateurs à Carthage. Il était arrivé à Rome peu avant son maître et il s’était de nouveau fait prendre par l’ébriété des spectacles sanglants du Colisée. A Rome enfin, Augustin fut poussé à chercher les faveurs du sénateur Symmaque – opposant à Saint Ambroise – pour se faire muter à Milan comme professeur de rhétorique parce que la ville ne lui permettait la promotion professionnelle qu’il attendait.

Augustin revint à Rome à trente-trois ans environ, en 387, quelques mois après son baptême, sur le chemin du retour vers l’Afrique. Il devait embarquer avec ses amis, tous devenus chrétiens, pour se retirer à la vie monastique à Thagaste. Mais les ports étaient bloqués par l’usurpateur Maxime qui s’était rebellé contre l’Empereur Théodose.

En attendant le départ, Augustin vécut plusieurs mois à Ostie où mourut sa mère Monique. Après la mort de cette dernière, Augustin déménagea d’Ostie pour aller en ville jusqu’à la moitié de l’année 388 quand il put finalement embarquer et rejoindre Carthage puis Thagaste. Au cours de ce deuxième séjour romain, Augustin, désormais complètement chrétien, visita sans aucun doute les grandes basiliques déjà présentes à l’époque de l’empereur Constantin : Saint-Jean-de-Latran, Sainte-Croix-de-Jérusalem et Saint-Pierre mais il s’était probablement déjà rendu dans ces dernières au cours des mois de son premier séjour à Rome. On peut l’imaginer se promenant dans les rues de la Rome Impériale, au début en compagnie de Symmaque et des manichéens puis avec les chrétiens de Rome. En visitant les fouilles d’Ostie antique, on peut imaginer la dernière conversation entre Augustin et sa mère : le corps de Monique repose aujourd’hui dans l’église de Saint-Augustin, près de la place Navone.

2/ Saint Augustin, maître de foi

A Rome, le père spirituel d’Augustin, le prêtre Simplicianus, fut le témoin de la conversion du philosophe païen Marius Victorinus. En nous racontant l’épisode dans les Confessions, Augustin montre que la profession du Symbole de la foi était faite publiquement par les catéchumènes et comme Victorinus – comme il l’aurait fait lui-même – découvrit que devenir chrétien, si cela ne voulait pas dire abjurer à l’intelligence des sages, cela signifiait, en même temps, choisir d’entrer dans la sagesse des simples, dans cette foi que l’Eglise entière professait et qui était la vérité des sages comme des ignorants : « [Victorinus] si docte en toute science libérale, qui avait lu, discuté, éclairci tant de livres écrits par les philosophes; maître de tant de sénateurs illustres… jusqu’au déclin de son âge, adorateur des idoles, initié aux mystères sacrilèges, si chers alors à presque toute cette noblesse, à ce peuple de Rome, honteusement épris de tant de monstres divinisés, et d’Isis, et de l’aboyeur Anubis… ce vieillard n’a point eu honte de se faire l’esclave de votre Christ, d’être lavé comme celui qui vient de naître, à la source pure; il a plié sa tête au joug de l’humilité, et l’orgueil de son front à l’opprobre de la croix !

Seigneur… par quels charmes vous êtes-vous insinué dans cette âme? Il lisait, me dit Simplicianus, la sainte Ecriture, il faisait une étude assidue et profonde de tous les livres chrétiens, et disait à Simplicianus, loin du monde, en secret et dans l’intimité « Sais-tu que me voilà chrétien» Et lui reprenait avec ironie: « Sont-ce donc les murailles qui font le chrétien? » Il répétait souvent qu’il était décidément chrétien; même réponse de Simplicianus, même ironie des murailles. Il appréhendait de blesser ses amis… Mais en plongeant plus profondément dans ces lectures, il y puisa de la fermeté, il craignit d’être désavoué du Christ devant ses saints anges, s’il craignait de le confesser devant les hommes et reconnaissant qu’il serait coupable d’un grand crime s’il rougissait des sacrés mystères de l’humilité de votre Verbe, lui qui n’avait pas rougi des sacrilèges mystères de ces démons superbes dont il s’était rendu le superbe imitateur, il dépouilla toute honte de vanité, et revêtit la pudeur de la vérité, et tout à coup, il surprit Simplicianus par ces mots: « Allons à l’église; je veux être chrétien! » Et lui, ne se sentant pas de joie, l’y conduisit à l’instant. Aussitôt qu’il eut reçu les premières instructions sur les mystères… Puis, quand l’heure fut venue de faire la profession de foi, qui consiste en certaines paroles retenues de mémoire, et que récitent ordinairement d’un lieu plus élevé, en présence des fidèles de Rome, ceux qui demandent l’accès de votre grâce; les prêtres offrirent à Victorinus de réciter en particulier, comme c’était l’usage de le proposer aux personnes qu’une solennité publique pouvait intimider; mais lui aima mieux professer son salut en présence de la multitude sainte. Car ce n’était pas le salut qu’il enseignait dans ses leçons d’éloquence, et pourtant il avait professé publiquement. Et combien peu devait-il craindre de prononcer votre parole devant l’humble troupeau… Il monta; son nom, répandu tout bas par ceux qui le connaissaient, éleva dans l’assemblée un murmure de joie. Et de qui, dans cette enceinte, n’était-il pas connu? Et la voix contenue de l’allégresse générale frémissait : « Victorinus ! Victorinus ! » Un transport soudain, à sa vue, avait rompu le silence, le désir de l’entendre le rétablit aussitôt. Il prononça le symbole de vérité avec une admirable foi, et tous eussent voulu l’enlever dans leur cœur; et tous l’y portaient dans les bras de leur joie et de leur amour. »

Dans le récit de la mort de sa mère Monique, comme dans la Lettre à Proba, une matrone qui avait vécu dans le quartier de l’actuelle Trinité des Monts avant de s’enfuir en Afrique après l’arrivée des barbares, comme dans de nombreux autres récits, Augustin témoigne que la foi chrétienne est la vraie joie parce qu’il n’existe pas de joie qui ne touche pas le cœur et que cette joie est la grâce reçue comme un don et non comme une conquête humaine, comme il l’écrit dans le Commentaire de Saint Jean :

« "Personne ne vient à Moi si mon Père ne l'attire !” (Jean 6,44). Ne pense pas être attiré contre ta volonté : l’âme est aussi attirée par l’amour. Nous ne devons pas non plus avoir peur d’être critiqués… par ceux qui pèsent leurs mots mais qui sont complètement incapables de comprendre les choses divines. Ils pourraient nous objecter : Comment puis-je admettre que ma foi est un acte libre, si je suis entraîné ? Je réponds : Nous ne devons pas être surpris de sentir une force d’attraction sur la volonté. Même le plaisir est une forme d’attraction.

Que signifie être attirés par le plaisir ? “Cherche la joie dans le Seigneur, il exaucera les désirs de ton cœur” (Ps 36,4). Il existe donc un certain délice du cœur, il jouit donc de ce pain céleste. Le poète Virgile a écrit : « Chacun est mené par sa passion. Non pas par une nécessité, mais par sa passion, non pas par une contrainte non pas par une obligation mais par une joie, par l'exultation de son cœur. Eh bien, bien plus nous chrétiens devons-nous dire que l'homme est attiré au Christ par pas¬sion, cet homme qui est appelé à se réjouir de la vé¬rité, à se réjouir du bonheur, de la béatitude, à se réjouir de la sainteté et de la vie éternelle, car tout cela c'est le Christ. [...]

Donne-moi un homme qui aime lieu, et il éprouvera la vérité de ce que je dis: donne-moi un homme rempli du désir et de la faim de ce pain céleste, engagé dans le désert de cette vie et dévoré par la soif de Injustice, soupirant après la fontaine de l’éternelle patrie ; donne-moi un tel homme, et il me comprendra. Mais si je m’adresse à un homme glacé par le froid de l’indifférence, il ne saisira pas mes paroles. Tu montres à une brebis une branche de feuillage, et tu l’attires; offre des noix aux regards d’un enfant, et tu l’attireras: et il est attiré à l’endroit où il court, par l’affection, sans dommage pour son corps, sous l’empire des sentiments de son cœur. S’il est vrai qu’un homme se laisse entraîner vers un objet dont les attraits et les délices sollicitent son affection, suivant cet incontestable adage – chacun est conduit par l’attrait de ses propres penchants – le Père, en faisant connaître le Christ, n’aurait aucun empire sur les cœurs? ».

II/ SAINT FRANÇOIS D’ASSISE

1/ Saint François et Rome

François vint plusieurs fois en pèlerinage à Rome. Déjà en 1206, encore laïc, il alla prier sur la tombe de Pierre, à la recherche de sa propre vocation, il laissa une offrande abondante sur la tombe et se mit ensuite à demander l’aumône à l’entrée de la Basilique. Il y revint sans aucun doute en 1209 avec ses premiers compagnons quand il obtint l’approbation orale de sa règle par Innocent II. Cette règle fut ensuite confirmée par écrit par le Pape Innocent III en 1223. Le Pape habitait alors à Saint-Jean-de-Latran et François le rencontrait au Sancta Sanctorum – il monta plusieurs fois la Scala Santa à genoux – dans la basilique et dans le cloître voisin qui conserve encore les formes médiévales. Il était à Rome en 1215 pour rencontrer Saint Dominique, peut-être à Sainte-Sabine, à l’époque du Concile de Latran IV et de nombreuses autres fois pour différentes raisons. « Frère » Jacopa de’ Settesoli était romaine et elle demanda des gâteaux sur son lit de mort. Quand il venait à Rome, il résidait dans le lieu qui est aujourd’hui l’Eglise San Francesco a Ripa qui conserve encore la maison du Saint.

Comme l’a dit Benoit XVI « une réflexion naît spontanément: François aurait pu aussi ne pas venir auprès du Pape. De nombreux groupes et mouvements religieux se formaient à l'époque, et certains d'entre eux s'opposaient à l'Eglise comme institution, ou tout au moins ne cherchaient pas son approbation. Une attitude polémique envers la hiérarchie aurait sûrement procuré à François de nombreux disciples. Au contraire, il a tout de suite pensé à mettre son chemin et celui de ses compagnons entre les mains de l'évêque de Rome, le Successeur de Pierre. Cela révèle son authentique esprit ecclésial. Le petit "nous" qui avait commencé avec ses premiers frères, il l'a conçu dès le début à l'intérieur du grand "nous" de l'Eglise une et universelle. Et le Pape a reconnu et apprécié cela. Le Pape aussi, en effet, aurait pu pour sa part ne pas approuver le projet de vie de François. Et nous pouvons même bien imaginer que, parmi les collaborateurs d'Innocent III, quelqu'un l'ait conseillé dans ce sens, justement peut-être parce qu'il craignait que ce petit groupe de frères ressemble à d'autres rassemblements à tendance hérétique et paupéristes de l'époque. Au contraire, le Souverain Pontife, bien informé par l'évêque d'Assise et par le cardinal Giovanni di San Paolo, a su discerner l'initiative de l'Esprit Saint et il a accueilli, béni et encouragé la communauté naissante des "frères mineurs" » (du discours de Benoit XVI aux membres de la famille franciscaine à l’occasion du « Chapitre des Nattes », 18 avril 2009).

2/ Saint François d’Assise, maître de foi

Tout chez François est illuminé par la foi.

Sa vie brille de la foi dans le Créateur, qui lui fit écrire les vers du Cantique des Créatures, où il lui rend louange avec les mots:

Très haut, tout puissant et bon Seigneur
à toi louange, gloire, honneur et toute bénédiction
à toi seul ils conviennent, ô Toi, Très haut,
et nul homme n'est digne de te nommer.
Loué sois-tu, Seigneur, avec toutes tes créatures

Dans ses vers, on ressent l’amour non pas pour la nature mais beaucoup plus profondément pour la « création » de Dieu. Par exemple, il dit du Soleil que:

il est beau… de toi, le Très Haut, il nous offre le symbole.

François n’était pas végétarien et même dans son appréciation de la nourriture, on sent partout l’éloge de la création. Le Pauvre voulut également commenter entièrement le Notre Père afin que tout le monde puisse l’aimer car il vénérait particulièrement cette prière.

La foi de François est également tournée vers Jésus, Fils de Dieu: «il portait toujours Jésus dans le cœur. Jésus sur les lèvres, Jésus dans les mains, Jésus dans toutes les autres membranes… Au contraire, souvent en voyage et en méditant ou en chantant Jésus, il oubliait qu’il était en voyage et s’arrêtait pour inviter toutes les créatures aux louanges de Jésus» (1 Cel., II, 9, 115).

Il était certain que c’était Jésus qui l’avait conduit dans son chemin, pas tellement en le faisant passer du plaisir au devoir mais plutôt en lui montrant une joie plus plaisante et douce, même si elle est fatigante :

« Voici comment le Seigneur me donna, à moi frère François, la grâce de commencer à faire pénitence. Au temps où j'étais encore dans les péchés, la vue des lépreux m'était insupportable ; Mais le Seigneur lui-même me conduisit parmi eux; je les soignai de tout mon cœur; et au retour, ce qui m'avait semblé si amer s'était changé pour moi en douceur pour l'esprit et pour le corps » (du Testament).

Pour l’amour du Christ, il voulut choisir la pauvreté comme charisme, pour ressembler à son Seigneur. Mais il sut en même temps que ce n’était pas le charisme de l’Eglise : il fonda le Tiers-Ordre franciscain dans lequel les laïcs pouvaient vivre l’Evangile en conservant leurs propriétés et en continuant à utiliser leurs biens.

Il vécut même dans l’abandon à l’Esprit Saint qui rend le Christ présent dans l’Eglise. Il enseigna en effet qu’il n’existe pas de foi pour le Christ sans la foi pour les Sacrements de l’Eglise et le guide affectueux de Dieu dans le temps : «Et le Seigneur me donna une grande foi aux églises, foi que j'exprimais par la formule de prière toute simple: Nous t'adorons, Seigneur Jésus-Christ, dans toutes tes églises du monde entier, et nous te bénissons d'avoir racheté le monde par ta sainte Croix. Ensuite, le Seigneur m'a donné et me donne encore, à cause de leur caractère sacerdotal, une si grande foi aux prêtres qui vivent selon la règle de la sainte église romaine, que, même s'ils me persécutaient, c'est à eux malgré tout que je veux avoir recours. Si j'avais autant de sagesse que Salomon, et s'il m'arrivait de rencontrer de pauvres petits prêtres vivant dans le péché, je ne veux pas prêcher dans leurs paroisses s'ils m'en refusent l'autorisation. Eux et tous les autres, je veux les respecter, les aimer et les honorer comme mes seigneurs. Je ne veux pas considérer en eux le péché; car c'est le Fils de Dieu que je discerne en eux, et ils sont réellement mes seigneurs. Si je fais cela, c'est parce que, du très haut Fils de Dieu, je ne vois rien de sensible en ce monde, si ce n'est son Corps et son Sang très saints, que les prêtres reçoivent et dont ils sont les seuls ministres. Je veux que ce très saint sacrement soit par-dessus tout honoré, vénéré, et conservé en des endroits précieusement ornés. Et les très saints noms du Seigneur, et les manuscrits contenant ses paroles, chaque fois que je les trouverai abandonnés où ils ne doivent pas être, je veux les recueillir, et je prie qu'on les recueille, pour les placer en un lieu plus digne. Tous les théologiens, et ceux qui nous communiquent les très saintes paroles de Dieu, nous devons les honorer et les vénérer comme étant ceux qui nous communiquent l'Esprit et la Vie » (du Testament).

Il connut également la « nuit de l’Esprit » dans le don mystérieux des Stigmates et de la conformation totale au Christ crucifié, en connaissant aussi l’incompréhension, la maladie et la solitude.

III/ SAINTE CATHERINE DE SIENNE

1/ Sainte Catherine de Sienne et Rome

Catherine de Sienne vint à Rome pour une dernière fois décisive en novembre 1378, convoquée personnellement par le Pape Urbain VI. Elle y séjourna environ un an et demi et elle y mourut le 29 avril 1380, à l’âge de 33 ans, en prononçant les mêmes derniers mots que son Adoré Epoux Crucifié «Père, dans tes mains je remets mon esprit» (Lc 23,46).

Rome et la Papauté connaissaient une scission interne profonde et dangereuse. L’élection valable du Pape Urbain VI en avril de cette année-là avait mécontenté un groupe de cardinaux français et, réunis à Fondi en septembre de la même année, ils avaient élu un antipape, Clément VII, en reniant le Souverain Pontife et en menaçant de marcher sur Rome pour s’emparer militairement de la Papauté. Le peuple romain était en agitation, épuisé par les guerres civiles continuelles, par la pauvreté et par les dominations étrangères. Deux Papes signifiaient également une scission en Europe : derrière les dissidents français et Clément VII, on trouvait la France, Jeanne de Naples, la Savoie, le Piémont, le duché de Montferrat, l’Ecosse. Au contraire, avec le Pape légitime, on trouvait l’empereur Venceslas, la Bavière, le Luxembourg, Mayence, l’Angleterre, les Flandres, Louis de Hongrie et la Pologne.

Urbain VI appela Catherine à Rome pour qu’elle réunisse et coordonne les forces fidèles au Pape officiellement élu et pour recevoir lui-même un soutien parce qu’il avait très peur. Les chroniques racontent l’impression du Souverain Pontife après un long discours de la petite femme siennoise en sa présence et celle de tout le nouveau consistoire : « Voyez, Frères, combien notre timidité nous rend coupables aux yeux du Seigneur! Cette petite femme nous confond. Et si je l'appelle petite femme, ce n'est point par mépris, mais pour rappeler la faiblesse naturelle de son sexe et pour notre instruction. Il serait naturel qu'elle demeurât craintive alors même que nous serions pleinement rassurés, et maintenant que nous tremblons, la voilà ferme et tranquille, et c'est elle qui nous réconforte par ses exhortations. C'est là, pour nous, un grand sujet de confusion ? » (Legenda Maior, 334).

Catherine était une femme influente et puissante pour la sagesse et la vigueur de ses mots. Elle avait joué un rôle décisif avec le précédent Pape Grégoire XI, en lui demandant impétueusement de revenir à Rome pendant son exil en Avignon (« Venez, venez, venez ! », Lett. 206), et à être « viril » par fidélité au Sang du Seigneur Crucifié. Sous Urbain VI, elle travailla corps et âme pour l’unité de l’Eglise et pour rappeler au nouveau Pape son rôle de « doux Christ sur Terre » - les lettres écrites aux deux Papes sont vraiment extraordinaires de par leur passion et leur véhémence.

Elle dira d’elle-même, dans la dernière phase de sa vie « c’est un cadavre qui va vers Saint-Pierre et qui revient au travail de la prière dans la nef de cette sainte église. J’y demeure jusqu’à l’heure des vêpres. Je ne voudrais pas bouger de là, y être jour et nuit, jusqu’à voir ce peuple soumis et enraciné en l’obéissance à son père, le pape » (Lett. 373). Chaque jour le même parcours pour aller prier dans la Basilique : de l’actuelle piazza Santa Chiara, à côté du Panthéon et de la Basilique Sainte-Marie sopra Minerva, le long de la via papalis (l’actuelle via del Governo Vecchio), jusqu’à Saint Pierre. Elle se traînait éreintée, aidée par les commerçants du quartier et amie des pauvres de la rue. « Sang ! Sang ! Sang ! » criait-elle souvent. Le sang du Fils Unique Agneau de Dieu égorgé ; le sang versé sur la Croix ; le sang qu’elle désirait verser comme martyre du Christ. Catherine sentait sur ses épaules le poids de l’Eglise entière et de tous les péchés qui l’infectait. Elle le portait avec une force extraordinaire. Certains de ses disciples la virent en train de lutter contre d’invisibles (à eux) ennemis qui l’accablaient. Elle mourut sans aucun bien et avec une grande compagnie de fils spirituels qui la pleuraient. Son corps, au cours des trois jours d’exposition avant la sépulture, fit des miracles et de très nombreuses grâces. Elle est enterrée à Rome dans la Basilique de Sainte-Marie sopra Minerva, dont son père spirituel et biographe, le bienheureux Raymond de Capoue fut le prieur illustre pendant des années. Près du Séminaire français de Santa Chiara, on trouve la maison où elle habita et mourut. On peut aujourd’hui la visiter à l’intérieur du Palais Santa Chiara. Les murs de cette résidence ont été déplacés à Sainte-Marie sopra Minerva. Dans la basilique de Saint-Pierre, on peut encore voir, même si elle se trouve à un endroit différent par rapport à l’époque de Catherine, la mosaïque de la nef de Saint-Pierre réalisé par Giotto, dans le portique d’accès à la Basilique.

2/ Sainte Catherine de Sienne, maîtresse de foi

Toute sa vie et sa vocation semblent être marquées et incluses sous un angle clair: l’unité et la paix de l’Eglise (« Paix ! Paix ! Paix ! » écrivait-elle à Grégoire XI, Lett. 196). A l’âge de 6 ans, elle eut sa première expérience mystique : le Christ glorieux lui apparut portant les vêtements du Souverain Pontife, la tiare et le bâton pastoral. A la fin de sa vie, elle se rendit encore à Rome pour travailler pour la « nef » de l’Eglise et pour éviter d’autres schismes.

L’histoire de Catherine est une histoire humaine et spirituelle unique et extraordinaire dans laquelle se mêlent tous les opposés paradoxaux de la vie chrétienne : l’ignorance et la sagesse, la faiblesse et la force, la contemplation et l’action, l’humilité et la gloire. Elle vécut dans la maison paternelle à Sienne jusqu’à ses 20 ans, inconnue de tous et avec sa famille nombreuse. Là, elle apprit à connaître son Aimé Seigneur qu’elle « fréquentait » dans d’intenses visions et oraisons. Elle fortifia son âme avec les enseignements qu’elle recevait directement du Maître, avec ses luttes physiques continuelles contre les démons qui la persécutaient, avec les incompréhensions et les humiliations des membres de sa famille au début hostiles à ses choix si précocement définitifs pour le Seigneur. Elle vécut la pénitence et la mortification de son corps, elle fut généreuse avec les pauvres, elle réussit à entre dans le Tiers-Ordre dominicain. Elle commença à vivre des expériences mystiques décisives et, à l’âge de 20 ans, elle célébra ses noces mystiques avec l’être Aimé. Après ces années de formation intense, elle commença sa vie publique : « aimer Dieu et son prochain », le commandement le plus important. Elle décida donc de s’occuper des pauvres de Sienne et commença à voyager en Toscane et dans l’Italie centrale. C’était une maîtresse spirituelle, elle était sage et forte malgré son manque d’éducation scolaire et son corps fragile. Elle entama une intense activité d’ambassadrice de paix entre les villes en guerre. Elle écrivit des lettres enflammées à des comtes, des princes, des rois et des reines. Pendant ce temps, elle continua à vivre des expériences mystiques uniques parmi lesquelles l’échange de son cœur d’une façon presque « physique », comme celui du Seigneur ressuscité.

En 1378, elle était à bout de forces. Elle n’avait plus que les os. Elle ne mangeait plus rien, exception faite pour le Corps Eucharistique de son Seigneur Adoré. Elle était épuisée par la lutte intérieure et par les extases continues qui, en octobre 1378, la ravissait fréquemment ce qui lui permit d’écrire un chef-d’œuvre de doctrine, de spiritualité et de mysticisme : le résultat est son Dialogue de la Divine Providence, le « livre qu’elle écrivit directement avec le Père Eternel.

Deux questions peuvent se placer au centre de toute sa spiritualité, des questions qui restent pour l’éternité parce qu’elles sont posées et prononcées par Dieu lui-même dans une vision : « Sais-tu, ma fille, ce que tu es et ce que je suis ? Si tu apprends ces deux choses, tu seras bienheureuse ! ». L’histoire existentielle et spirituelle de Catherine se déroule et se développe, avec une passion croissante et une action que seule une femme « folle d’amour » pour son Seigneur pouvait supporter. «Tu es celle qui n'est pas et moi je suis Celui qui suis. Si tu gardes en ton âme cette vérité, jamais l'ennemi ne pourra te tromper, tu échapperas à tous ses pièges ; jamais tu ne consentiras à poser un acte qui soit contre mes commandements et tu acquerras sans difficulté, toute grâce, toute vérité, toute clarté» (Legenda Maior, 92).

IV/ SAINT PHILIPPE NERI

1/ Saint Philippe Néri et Rome

Philippe arriva laïc à Rome, en 1534 quand il avait 19 ans pour être le précepteur des deux fils de Galeotto Caccia dans une résidence qui existe encore aujourd’hui à gauche de l’Eglise de Sant’Eustacchio. En 1548, il fonda, dans l’église de la Trinité des Pèlerins, l’archi-confraternité des Pèlerins et des Convalescents ayant pour but d’accueillir les pèlerins et servir les malades. Saint Philippe fut aidé par des nobles mais aussi par de simples hommes du peuple dans son œuvre.

Il se rendait seul en pèlerinage aux Catacombes de Saint Sébastien – en 1544, l’Esprit Saint lui dilata le cœur alors qu’il priait dans ce lieu – et sur ce qui devint ensuite les « sept églises » pour prier et baser sa foi sur le témoignage des saints et des martyres, en demandant à Dieu de lui révéler sa mission.

Don Persiano Rosa, son père spirituel, qui réside à l’époque à l’église de San Girolamo della Carità le conduit dans son chemin de laïc qui devint par la suite prêtre. Au cours de ces années, Philippe se rend aux cours dispensés à l’Université de la Sapienza et à Santa Maria sopra Minerva. En 1551, il est ordonné diacre dans la Basilique de Saint-Jean-de-Latran puis prêtre dans l’église de San Tommaso in Parione. De 1551 et pendant trente-deux ans, Philippe Néri désormais prêtre est hébergé par l’église de San Girolamo della Carità. Il aime en effet cet esprit : il accepte la vie commune du clerc, en vivant dans la même communauté que son père spirituel avec les autres prêtres. San Girolamo était un centre peu fréquenté mais il deviendra, avec l’arrive de Philippe, une destination très prisée des romains. En 1564, Philippe devint recteur de l’église de San Giovanni Battista dei Fiorentini. Il continua là son apostolat. En 1575, Grégoire XIII confia à Philippe l’ancienne église de Santa Maria in Vallicella, réduite en ruine et moitié ensevelie. Il renonça à la rénover et avec ses pères, ils décidèrent de la démolir et de la reconstruire : c’est pour cette raison que cette église porte le nom de Chiesa Nuova (Eglise Nouvelle). La fois et la ténacité de Philippe réussirent à surmonter les nombreuses difficultés qui surgirent et il affirma que la Vierge lui avait assuré que la nouvelle église aurait été terminée avant sa mort.

Enfin, Philippe accepta d’y emménager en 1583 et il vécut les dernières années de sa vie dans le couvent de Santa Maria in Vallicella. Les chambres conservent ses souvenirs les plus chers. En même temps, l’oratoire annexe était construit et il fut terminé par Borromini entre 1638 et 1640.

Les rencontres des pères philippins avaient lieu dans l’Oratoire. Les pères étaient centrés sur une éducation à la foi chrétienne grâce à la connaissance et la méditation sur les vies des saints en alternance avec des oraisons et des chants. Le célèbre compositeur Giovanni Animuccia, ami de Philippe Néri, y jouait ses Laudes. Le Caravage réalisa la célèbre déposition pour l’église.

C’est de la Chiesa Nuova que part, encore aujourd’hui, le pèlerinage des sept églises que Philippe commença en 1552, en offrant à tout le monde cet itinéraire qu’il avait fait tout seul de nombreuses fois.

2/ Saint Philippe Néri, maître de foi

Philippe vécut de foi et il porta la Rome de son époque à la foi. Il disait souvent « Qui veut autre chose que le Christ ne sait pas ce qu’il veut ; Qui veut autre chose que le Christ ne sait pas ce qu’il demande ». Il disait encore : Vanitas vanitatum et omnia vanitas, se non Christo... De plus, il disait que le détachement des chose terrestres était nécessaire pour servir Dieu, que s’il eut dix personnes vraiment détachées et qui ne voulaient rien d’autre que le Christ, il lui aurait fallu l’âme pour convertir le monde entier ».

Il voulait exprimer cette foi dans les Laudes qu’il composait et faisait mettre en musique par ses disciples :

«Se l'anima ha da Dio l'esser perfetto,
sendo, com'è, creata in un istante,
e con mezzo di cagion cotante
come vincer la dee mortal oggetto?

Là 've speme, desio, gaudio e dispetto
la fanno tanto da se stessa errante,
sì che non veggia, e l'ha pur sempre innante,
chi bear la potria sol con l'aspetto.

Come ponno le parti esser rubelle
ala parte miglior, né consentire?
E quella servir dee, comandar quella?

Qual prigion la ritien, ch'indi partire
non possa, e alfin col pie' calcar le stelle;
e viver sempre in Dio, e a sé morire?»

En tant que laïc, il la nourrit avec la prière, la charité envers les pauvres et les pèlerins, la confession, la visite des lieux où avaient vécu les saints. En tant que prêtre, il aimait répéter que l’on doit mourir sur trois bois : celui de l’autel, celui du confessionnal et sur celui de la chaise de l’oratoire où il faisait ses sermons. Cette foi était pour lui une source constante de joie parce l’allégresse manifeste la certitude de la présence de Dieu : « Il voulait encore que les personnes soient heureuses en disant qu’il n’aimait pas quand elles étaient tristes et mélancoliques parce que cela faisait mal à l’esprit et c’est pour cette raison que toujours notre Père, souffrant d’une très grave infirmité avait un visage très joyeux et qu'il était plus facile à conduire dans la voie de l'esprit des gens joyeux que mélancoliques ».

Il proposa ainsi une transmission de la foi qui passait de cœur en cœur – n’oublions pas que l’Oratoire philippin n’était pas créé pour les enfants, comme on pourrait l’imaginer mais pour les jeunes et les adultes : dans le secret de la confession et de la direction spirituelle ainsi que dans la chaleur du dialogue, il rencontrait les romains de son époque en tête à tête. Mais il fut en même temps le vrai apôtre de Rome, en faisant participer toute la ville. Quand il pensa à partir comme missionnaire pour les Indes, émus par le témoignage des premiers jésuites, il accueillit la parole de son confesseur aux Trois Fontaines qui lui dit : « Philippe, tes Indes sont à Rome » - des mots qui expriment la conscience de l’urgence de l’annonce du Christ dans les terres de l’évangélisation antique. Et Philippe aimait répéter : « Qui fait le bien à Rome, fait le bien dans le monde entier ». Il ne s’éloigna plus de Rome, se consacrant entièrement à la ville et transmit ce sentiment à ses disciples en les invitant à la stabilitas loci qui caractérise aujourd’hui encore l’Oratoire – un prêtre philippin reste toute sa vie dans la communauté où il est entré. Il ne s’intéressait pas du tout aux questions qui dépassaient les murs de la ville – excepté quand il travailla pour le pardon du Roi de France Henri IV – il ne parla jamais de réforme de l’Eglise parce qu’il essayait plutôt de la réaliser.

En annonçant la foi, il voulut valoriser tous les aspects de la vie. Il possédait de nombreux livres et les lisait mais il voulait aussi que la foi s’exprime en musique. Par souci d’obéissance, il demanda à son disciple Cesare Baronio, ce qui inspira probablement aussi le Caravage et Galilée, d’étudier l’histoire de l’Eglise pour l’utiliser pour la catéchèse et la prédication. Le désir de reconstruire une vision positive du chemin de l’Eglise au cours des siècles le poussait dans cette direction car certain courants protestants voulaient au contraire la détruire. La conscience acquise au cours des années de ses pèlerinages solitaires que la foi se fortifie grâce à la rencontre avec la grande tradition ecclésiastique était déterminante.

V/ SAINT IGNACE DE LOYOLA

1/ Saint Ignace de Loyola et Rome

Saint Ignace de Loyola vint à Rome pour la deuxième fois de long de la via Cassia en novembre 1537 avec deux compagnons – il aimait les appeler les « amis du Seigneur ». Ignace s’était converti en 1521 à l’âge de 30 ans après avoir été blessé au cours de la bataille de Pampelune. Il avait continué à chercher le Seigneur à Manresa en Catalogne où il avait commencé à écrire les Exercices Spirituels. En 1523, il était venu une première fois à Rome pour continuer ensuite son pèlerinage vers la Terre Sainte, en retournant ensuite en Espagne et à Paris pour les études. A Venise, il fut finalement ordonné prêtre en 1537.

La même année, au cours de son deuxième voyage décisif, peu avant d’arriver à Rome, à la Storta, il eut une vision : le pèlerin – c’est ainsi qu’Ignace aimait s’appeler – vit que « Dieu le Père le mettait avec le Christ son Fils qu’il n’aurait pas l’audace de douter de cela, à savoir que Dieu le Père le mettait avec son Fils ».

Ignace et ses compagnons vivaient dans différentes maisons romaines jusqu’en 1542, date de leur déménagement à Santa Maria della Strada, une petite église à droite de l’Eglise de Jésus d’aujourd’hui. On peut encore visiter les « petites chambres » de cette résidence. Ils se déplacèrent ainsi vers le centre-ville, pour être une présence vive dans le cœur de cette dernière.

En 1538, Ignace et ses compagnons se proposèrent au Pape pour la mission et la première tâche qu’il leur confia fut celle de la catéchèse des enfants dans les écoles romaines.

Ensuite, il se consacra à la constitution du Collège Romain qui deviendra par la suite célèbre comme centre d’études de haute qualité et reçut la mission de suivre les catéchumènes qui se préparaient au Baptême à Rome.

Elu premier Préposé général, il se retira en prière à San Pietro in Montorio et accepta ensuite l’élection dans la Chapelle du Crucifix à Saint-Paul-hors-les Murs.

Il tomba malade en 1556 puis vécut pendant quelques mois dans une résidence sur l’Aventin pour revenir ensuite à Santa Maria della Strada où il mourut la même année.

Son corps est conservé dans l’Eglise de Jésus.

2/ Saint Ignace de Loyola, maître de foi

Ignace découvrit dans sa recherche personnelle puis enseigna qu’il est important de « préparer et de disposer l'âme à se défaire de toutes ses affections déréglées, et après s'en être défait, à chercher et à trouver la volonté de Dieu dans le règlement de sa vie, en vue de son salut ». Il était conscient que souvent l’homme ne sait pas ce qu’il veut et qu’il se dépense pour des réalités qui ne lui donnent ni le bonheur ni le salut. Pour « discerner » – un terme très important dans le langage d’Ignace – il faut purifier et mettre de l’ordre dans le cœur de l’homme pour qu’il puisse croire et aimer.

Mais il ne s’agit pas d’étouffer le cœur mais plutôt de faire émerger et de donner du poids et du relief à ce qui compte vraiment. Ignace comprit dès le moment de sa conversion que la foi est porteuse de joie, d’une joie qui n’est pas éphémère et qui, au contraire, a le pouvoir de durer : « Car en lisant [en convalescence après avoir été blessé à Pampelune] la vie de notre Seigneur et des saints il s'arrêtait pour penser, raisonnant en lui-même : « Que serait-ce si je faisais ce qu'a fait saint François et ce qu'a fait saint Dominique ? ». Ces pensées duraient, elles aussi, un bon moment ; et puis d'autres survenaient auxquelles succédaient les pensées du monde dont il a été parlé plus haut, et il s'arrêtait aussi à celles-ci un grand moment. Et cette succession de pensées si diverses dura pour lui un long temps, et il s'attardait toujours à la pensée qui se présentait, qu'il s'agisse de ces exploits mondains qu'il désirait faire ou de ces autres exploits pour Dieu qui s'offraient à son imagination, jusqu'à ce que, fatigué, il la laisse et porte son attention sur d'autres choses. Il y avait pourtant cette différence : quand il pensait à cette chose du monde il s'y délectait ; mais quand ensuite, fatigué, il la laissait, il se trouvait sec et mécontent. Mais quand il pensait à faire toutes les autres austérités qu'il voyait avoir été faites par les saints, non seulement il était consolé quand il se trouvait dans de telles pensées, mais encore, après les avoir laissées, il restait content et allègre »

Ignace put ainsi enseigner que l’homme « est créé pour louer, respecter et servir Dieu notre Seigneur et ainsi atteindre le salut ; les autres réalités de ce monde sont créées pour l’homme et pour l’aider à atteindre le but pour lequel il est créé ». S’il n’atteint pas la louange de Dieu, il se perd lui-même et tout autre chose perd sa beauté si elle n’est pas mise en relation avec Dieu.

Pour cette raison, on demande à l’homme, au début des Exercices Spirituels (I semaine) de prendre conscience du péché qui est une déformation de la vie même : seule la conscience du péché révèle la miséricorde de Dieu.

Mais l’homme ne doit pas seulement voir le péché : avec la mémoire et la « sensibilité », il peut au contraire apprendre à voir et apprécier la beauté du Christ et de la vie spirituelle qui nait avec Lui. A Manresa, où il approfondit les secrets de la vie spirituelle, Ignace « vit avec les yeux intérieurs » et, plus précisément, pendant la première « vision », il vit la Trinité, le cœur de l’amour présent en Dieu, au point d’en pleurer, dans la deuxième « vision », il contempla la création – « il lui fut donné de voir en son entendement, avec grande joie spirituelle, comment Dieu avait créé le monde » -, dans la troisième « vision », il contempla « comme notre Seigneur était dans le Sacrement de l’Autel », dans la quatrième « vision » au contraire « l’humanité du Christ et la figure de Marie », dans la cinquième, la signification de l’existence entière.

De la contemplation du « mystère » de Dieu, le désir de se mettre au service pour l’annoncer ne peut pas ne pas naître, selon Ignace. Pour lui, la vocation n’est pas tellement l’attente d’un appel hypothétique mais plutôt le fait de se demander quoi faire pour Celui qui nous a aimés et que nous aimons, comme un jeune homme amoureux prêt à tout pour être près de la femme qu’il aime et qui n’attend pas mais se propose.

Et, sans aucun doute, tout appel dans le sens biblique du terme est tel par amour pour les non-appelés. La foi chrétienne rejette la théorie de la double prédestination puisqu’elle sait qui a été choisi et élu, elle n’est pas contre les autres, au contraire, elle est à leur service. En particulier, Ignace était convaincu que l’œuvre éducative était l’un des services de charité les plus importants que le monde attendait. Comme le dit l’un des premiers éducateurs missionnaires jésuites, Juan Bonifacio « former les enfants signifie renouveler le monde ! ».

VI/ SAINT LOUIS DE GONZAGUE

1/ Saint Louis de Gonzague et Rome

Dans l’église Saint-Ignace à Rome, construite en l’honneur du Saint Fondateur de la Compagnie de Jésus, nous trouvons les corps de trois saints jésuites unis entre eux non seulement parce qu’ils ont vécu, au moins pendant une période de leur vie, dans le même lieu, le Collège Romain bassin de culture de la Rome du XVI siècle mais aussi pour la relation qu’ils ont eu entre eux de façon différente.

Il s’agit de Saint Louis de Gonzague, Saint Jean Berchmans et Saint Robert Bellarmin. Les deux premiers, jeunes étudiants jésuites (c’est-à-dire des étudiants qui faisaient le premiers pas de leur formation dans l’Ordre voulu par Saint Ignace), le troisième, grand homme de culture et de spiritualité. Mais si nous devons trouver la figure centrale dans cette interaction particulière, nous devons choisir justement le jeune Louis, mort à seulement 23 ans alors qu’il aidait les pestiférés de Rome. Un point de raccord particulier. Si Saint Robert a partagé une partie de chemin avec le jeune Louis à partir du moment de son arrivée au Collège Romain comme étudiant (1587) jusqu’à sa mort (1591), Saint Jean l’a plutôt admiré et vénéré comme un exemple et un modèle en subissant malheureusement le même sort, à savoir la mort à seulement 22 ans. Saint Jean avait l’habitude d’organiser des rencontres de prière en l’honneur de Louis de Gonzague, qui n’était pas encore béatifié, aidé par un contexte qui le vénérait déjà comme un saint. Ce sera justement Robert Bellarmin qui soutiendra cette instance car il le connut et l’apprécia.

2/ Saint Robert Bellarmin et Saint Louis de Gonzague, maîtres de foi

Bellarmin fut son père spirituel et confesseur pendant toute la permanence de Louis de Gonzague à Rome. Les deux eurent une influence réciproque et Saint Robert, même s’il était le père spirituel, fut fortement marqué par la spiritualité profonde de son jeune élève à tel point qu’il indiqua dans son testament qu’il souhaitait être enterré juste à côté de son jeune élève. Le rapport qui existait entre les deux saints, malgré les différences d’âge et de rôles, fut également caractérisé par une amitié intime et une profonde communication. Les Bollandistes, écrivains des Acta Sanctorum, disent que “personne ne le connut mieux et personne n’apporta de témoignage aussi infatigable de mots et de faits pour sa sanctification. Personne ne vénéra sa mémoire avec tant d’affection tendre comme le dernier de ses confesseurs”. La grandeur de la direction spirituelle de Saint Robert fut de reconnaitre chez le jeune Louis tous les éléments de la sainteté grâce à une connaissance intime et profonde du jeune homme, en arrivant même à partager avec lui des moments d’intense spiritualité. Nous ne savons pas grand-chose de la façon dont Saint Robert conseillait Saint Louis. Quelques témoignages peuvent en revanche nous faire comprendre de petits éléments. Les sources sont la biographie de Saint Louis écrite par Virgile Cepari, camarade d’études de Saint Louis de Gonzague et le matériel recueilli par les Bollandistes, en particulier une intervention de Saint Robert Bellarmin sur Saint Louis prononcé en 1608 dans l’église de l’Annunziata du Collège Romain, le lieu où fut ensuite construite aujourd’hui l’église Saint Ignace.

De la part de Saint Robert, on retrouve une attention globale envers la personne. Bien sûr la prière, la participation à la Messe mais aussi la vie quotidienne, la façon de se comporter. Saint Robert, en guidant Saint Louis, a toujours en tête une multitude de considérations, comme s’il voulait dire qu’il n’existe pas de vraie spiritualité si elle n’inclut pas la totalité de la personne. Saint Robert se présente comme un homme d’écoute, de grande écoute, c’est-à-dire qu’il incluait dans son rôle cette caractéristique de réciprocité qui semble se proposer comme modèle de direction spirituelle : ce n’est pas seulement le directeur qui a quelque chose à enseigner au jeune mais le jeune, grâce à l’écoute attentive, enseigne à son tour au père spirituel.

La focalisation de la vie plus purement spirituelle autour de deux foyers, la prière et l’Eucharistie. Dans son discours en l’honneur de Saint Louis et rapporté par les Bollandistes, Saint Robert affirme que Saint Louis était capable de rester concentré dans la prière pendant l’heure entière de méditation (la durée quotidienne de prière établie par la Compagnie) sans aucune distraction. Il rappelle aussi la préparation de Saint Louis avant de recevoir la Sainte Communion dominicale : « La Sainte Communion est vraiment la grande preuve de notre foi car comment un homme peut croire de tout son cœur que le Seigneur de la Gloire est vraiment présent dans le Saint Sacrement et aller vers lui avec un cœur froid et dissipé ? » rappelait encore Saint Robert.

L’accompagnement de Saint Robert était donc un accompagnement sage capable de recueillir et de mettre ensemble les différents aspects de la personnalité de Saint Louis et se présente aujourd’hui encore comme un exemple magistral de direction spirituelle.

VII/ SAINT GASPARD DEL BUFALO

1/ Saint Gaspard del Bufalo et Rome

Rome, 6 janvier 1789, Epiphanie. Les Lumières est un feu dévorant dans la Rome papale qui lit Voltaire et « Il Caffè » de Verri à l’ombre de la Coupole de Saint-Pierre. Le romantisme avec tout son vide est déjà aux portes alors que de célèbres noms du grand tour peuplent les ruines éternelles de la Grande Capitale. A Campo Vaccino, la zone des forums, des troupeaux broutent, des voleurs et des prostituées remplissent les ruelles qui bordent la vieille curie, Sant’Adriano al Foro. Une Rome en crise d’identité, encore ignare des mouvements révolutionnaires français qui marqueront l’histoire du monde et de l’Eglise.

Dans cette Rome, riche et pauvre, vulgaire et raffinée, cultivée et bigote, vit Gaspard del Bufalo. Rome, 6 janvier 1786. Il nait dans le quartier Monti derrière l’église San Martino où il recevra le baptême le 7 janvier, à l’ombre des grosses tours médiévales des Capocci. Il grandit dans le quartier Pigna, le cœur de Rome, derrière une porte de service des cuisines du Palais Altieri, entre via del Plebiscito et piazza del Gesù. Protégé par cette Eglise, le Jésus, faite de haut murs rouges et avec une façade blanche en travertin, vide depuis environ dix ans désormais, depuis la suppression de la Compagnie de Jésus en 1773. Derrière les façades blanches d’une Rome noble et décadente, se cache un dédale de rue, de ruelles, de cours, de lieux humides et malsains mais riches en chaleur et en humanité, un ensemble qui alimente et fortifie la foi de notre Saint. C’est cette humanité fière qui forme l’imaginaire spirituel, qui trempe l’âme sensible et délicate du jeune Gaspard qui choisira de consacrer sa vie au Seigneur dans l’obéissance inconditionnelle à l’Eglise et dans l’assistance aux derniers.

Il termine ainsi ses études au Collège Romain, en portant la soutane en 1798 pour commencer à organiser des œuvres d’assistance spirituelle et matérielle en faveur des gens dans le besoin. Ordonné prêtre le 31 juillet 1808, il contribue à la renaissance de l’Œuvre de Santa Galla dont il devint directeur en 1806. Il intensifie l’apostolat à Rome en fondant le premier oratoire à Santa Maria in Vincis et à Campo Vaccino. Entre 1809 et 1810, après l’occupation de Rome par les troupes françaises de Napoléon Bonaparte, Gaspard del Bufalo – fidèle au Pape Pie VII et à l’Eglise romaine – refuse de prêter serment d’allégeance à l’Empereur : « Je ne dois pas, je ne peux pas, je ne veux pas » crie-t-il laconiquement. Il subit donc le même sort que son Souverain Pontife et est obligé d’exiler d’abord à Plaisance puis emprisonné à Bologne, Imola et Lugo.

Le Pape Jean XXIII disait de lui : « Quand Saint Gaspard del Bufalo fonda votre Congrégation en 1815, mon prédécesseur Pie VII lui demanda d’aller là où personne d’autre ne serait allé… par exemple, il lui demanda d’envoyer des missionnaires pour évangéliser les “bandits” qui sévissaient à l’époque entre Rome et Naples. Convaincu du fait que la demande du Pape était un ordre de Christ, votre Fondateur n’hésita pas à obéir même si de nombreuses personne l’accusèrent d’être trop innovateur. En jetant ses filets dans les eaux profondes et dangereuses, il fit une pêche surprenante ».

2/ Saint Gaspard del Bufalo, maître de foi

On retrouve deux aspects fondamentaux dans la vie de Gaspard del Bufalo :

La dévotion au Très Précieux Sang

La dévotion au Très Précieux Sang nait chez Gaspard tout d’abord grâce au rapport qui le lie à sa ville. La ville des martyres, des Apôtres Pierre et Paul mais surtout la ville des reliques de la passion, conservées dans les Basiliques de Sainte-Croix et Santa Prassede. Giovanni Merlini, son intime collaborateur témoigne de la dévotion de Gaspard au Très Précieux Sang : « ce Sang divin est toujours offert pendant la Sainte Messe, il s’applique dans les sacrements, c’est le prix de la santé et enfin l’attestation de l’amour d’un Dieu devenu homme ». Le Sang du Christ est pour Gaspard del Bufalo le centre de la foi « parce que toute la foi dans ses gloires se ramifie dans cette dévotion » et il représente le signe spirituel de l’amour de Dieu pour l’homme. Symbole du sacrifice, de la disponibilité de Dieu envers ses créatures. Plus que souligner la valeur du sacrifice du Sang, Gaspard vit la dimension rédemptrice qui ne laisse pas l’homme cloué sur la croix de sa condition mais l’ouvre à la plénitude de la résurrection.

En plein climat révolutionnaire, sa foi et sa spiritualité se présentent donc comme une théologie de l’espoir, capable de fortifier celui qui marche avec lui, capable de rendre crédible son aide, son assistance. Des caractéristiques qui concrétisent l’aspect apostolique de Gaspard dans un horizon d’immense mysticisme.

La missionarité

C’est de cet univers spirituel que vient la foi comme horizon pastoral, la réponse à une exigence concrète de l’homme. C’est cette anxiété missionnaire qui a fait de Gaspard le plus grand prédicateur missionnaire du XIX siècle. Pour Saint Gaspard, la mission signifie imiter la disponibilité de Dieu pour l’homme. Le prêtre, et le chrétien en général, doit répondre avec curiosité, cohérence et entêtement à sa mission : annoncer l’amour de Dieu. Ce besoin d’annoncer Dieu se base surtout sur l’exemple, qui rend crédible sa prédication et, en second lieu, sur le Mot et les mots. « Il voulait mille langues » expliquent les sources, en parlant de son zèle apostolique, qui pousse Gaspard à prédiquer sans cesse de Comacchio à la Campanie. Des mots et des œuvres en une alliance mystique, c’est la valeur spirituelle la plus haute de notre Saint.

VIII/ SAINTE THERESE DE LISIEUX

1/ Sainte Thérèse de Lisieux et Rome

Thérèse se rendit en pèlerinage à Rome en novembre 1887, à l’âge de 14 ans. Avec son père, monsieur Martin, et sa sœur Céline, elle partit le 4 novembre pour visiter Paris puis la Suisse et pour arriver enfin en Italie : Milan, Venise, Padoue, Bologne, Rome (dix jours), Naples, Pompéi, Assise. Thérèse écrira plus tard: « ces beautés… répandues à profusion ont fait de bien à mon âme ! Comme elles l'ont élevée vers Celui qui s'est plu à jeter de pareils chefs-d’œuvre sur une terre d'exil qui ne doit durer qu'un jour ! ».

Un pèlerinage à Rome était à l’époque un événement. Thérèse était adolescente et ce fut le seul grand voyage de sa vie.

Elle rapportera ses impressions, ses sensations et ses nouvelles intentions dans la prière parce qu’elle lui permit de connaitre ultérieurement les hommes, les prêtres et surtout elle-même, avant d’entrer pour toujours en clôture : « Ah ! Quel voyage que celui-là !... j'ai compris ma vocation en Italie, ce n'était pas aller chercher trop loin une si utile connaissance ».

Elle rapporta quelques reliques avec elle. En visitant les catacombes de Saint-Calixte et le Colisée, elle recueillit la terre « empourprée du sang des premiers chrétiens » qu’elle ramena chez elle précieusement renfermée dans des sachets de toile. Voici ses réflexions après sa visite au Colisée : « Mon cœur battait bien fort lorsque mes lèvres s'approchèrent de la poussière empourprée du sang des premiers chrétiens, je demandai la grâce d'être aussi martyre pour Jésus et je sentis au fond du cœur que ma prière était exaucée ».

Elle alla en pèlerinage à la Basilique de Sainte-Croix-de-Jérusalem et à la Basilique Sant’Agnese. En racontant sa visite à Sainte-Croix, elle décrit sa volonté et son besoin d’avoir un contact physique avec les traces du passage sensible du Fils de Dieu sur Terre : « Il fallait toujours que je trouve le moyen de toucher à tout : de couler mon petit doigt dans un des jours du reliquaire et je pus toucher au clou qui fut baigné du sang de Jésus ».

Puis elle alla à Saint-Pierre pour l’audience pontificale, dimanche 20 novembre, en présence du Pape Léon XIII. Un journal français, L’univers, dans la colonne de la correspondance romaine, reportait cette scène : « Parmi les pèlerins se trouvait une jeune fille de quinze ans qui a demandé au Saint Père d’entrer tout de suite au couvent pour devenir religieuse. Sa Sainteté l’a encouragée à attendre ».

C’était le but du voyage : elle voulait obtenir le droit d’entrer au Carmel avant l’âge canonique nécessaire. Thérèse était une très jeune postulante et, selon le témoignage de sa sœur Céline, l’audience avec le Pape fut un « fiasco » parce que Léon XIII ne lui accorda pas de dérogation. Mais Thérèse était patiente : « Je dors mais mon cœur veille » (Ct 5,2) est le verset qui lui rappellera de « s’abandonner » totalement à la Providence parce que si Jésus semblait ne rien faire pour l’aider à entrer dans les ordres, son cœur ne cessait de veiller sur elle avec amour. Sa patience et son attente pacifique furent finalement primées. Le premier janvier de l’année suivante, la réponse positive de l’évêque arriva et son entrée au Carmel fut fixée pour le 9 avril 1888. Thérèse avait quinze ans.

« Quand Jésus m’aura déposée sur le rivage béni du Carmel je veux me donner tout entière à lui. Oh non, je ne craindrai pas ses coups, car, même dans les souffrances les plus amères, on sent toujours que c’est sa douce main qui frappe, je l’ai bien senti à Rome au moment même où j’aurais cru que la terre aurait pu manquer sous mes pas… La vie passe si vite que vraiment il vaut mieux avoir une très belle couronne et un peu de mal que d’en avoir une ordinaire sans mal ».

A Rome, Thérèse demeura, comme le rappelle une plaque, à via Capo Le Case 56, dans le quartier de la Place d’Espagne qui était à l’époque le quartier des français. Au cours de sa permanence dans cette résidence, elle allait prier à l’Eglise de la Trinité des Monts, à l’intérieur du couvent des sœurs de la Société du Sacré Cœur de l’époque, dans la chapelle de la Mater Admirabilis dont la fresque a été réalisée en 1844. Il est possible de se rendre dans ce lieu pour prier mais il faut demander préalablement l’autorisation parce qu’elle n’est généralement pas ouverte au public.

2/ Sainte Thérèse de Lisieux, maîtresse de foi

Jean-Paul II a voulu Thérèse de Lisieux comme «docteur de l’Eglise» parce qu’elle enseigne ce qu’est l’enfance spirituelle et comment interpréter existentiellement l’expression évangélique «si vous ne devenez pas comme les enfants, vous n’entrerez pas dans le règne des cieux».

Il est stupéfiant de voir comment la petite Thérèse, la sainte de « l’enfance spirituelle », décrit d’un côté la nécessité de sortir de l’enfance pour pouvoir vraiment aimer le Seigneur. « Enfance spirituelle » ne signifie pas, dans son message, l’innocence présumée de l’enfance (comme une évaluation superficielle de l’expression pourrait laisser entendre) ou encore la nostalgie d’un retour aux premières années de vie comme modèle – ces années-là, elle les considère comme l’âge de l’hypersensibilité et l’attachement exagéré à soi-même.

En décrivant la Grâce de Noël qu’elle reçut en 1886, la grâce de la « conversion », elle en parle comme le moment de la sortie de l’enfance. Nous pouvons lire ici le texte magnifique écrit par Thérèse qui décrit ce moment :

« Si le Ciel me comblait de grâces, ce n'était pas parce que je les méritais, j'étais encore bien imparfaite ; j'avais, il est vrai, un grand désir de pratiquer la vertu, mais je m'y prenais d'une drôle de façon, en voici un exemple : … l'entrée de Marie au Carmel, il m'arrivait quelquefois pour faire plaisir au Bon Dieu d'essayer de faire le lit, ou bien d'aller en l'absence de Céline rentrer le soir ses pots de fleurs ; comme je l'ai dit, c'était pour le Bon Dieu tout seul que je faisais ces choses, ainsi je n'aurais pas dû attendre le merci des créatures. Hélas ! Il en était tout autrement, si Céline avait le malheur de n'avoir pas l'air d'être heureuse et surprise de mes petits services, je n'étais pas contente et le lui prouvais par mes larmes... J'étais vraiment insupportable par ma trop grande sensibilité, ainsi, s'il m'arrivait de faire involontairement une petite peine à une personne que j'aimais, au lieu de prendre le dessus et de ne pas pleurer,…je pleurais comme une Madeleine et lorsque je commençais à me consoler de la chose en elle-même, je pleurais d'avoir pleuré…

Je ne sais comment je me berçais de la douce pensée d'entrer au Carmel, étant encore dans les langes de l'enfance!... Il fallut que le Bon Dieu fasse un petit miracle pour me faire grandir en un moment et ce miracle il le fit au jour inoubliable de Noël…

Ce fut le 25 décembre 1886 que je reçus la grâce de sortir de l'enfance, en un mot la grâce de ma complète conversion. Nous revenions de la messe de minuit où j'avais eu le bonheur de recevoir le Dieu fort et puissant. En arrivant aux Buissonnets je me réjouissais d'aller prendre mes souliers dans la cheminée, cet antique usage nous avait causé tant de joie pendant notre enfance que Céline voulait continuer à me traiter comme un bébé puisque j'étais la plus petite de la famille... Papa aimait à voir mon bonheur, à entendre mes cris de joie en tirant chaque surprise des souliers enchantés, et la gaîté de mon Roi chéri augmentait beaucoup mon bonheur, mais Jésus voulant me montrer que je devais me défaire des défauts de l'enfance m'en retira aussi les innocentes joies, il permit que Papa fatigué de la messe de minuit éprouvât de l'ennui en voyant mes souliers dans la cheminée et qu'il dît ces paroles qui me percèrent le cœur : 'Enfin, heureusement que c'est la dernière année !...' Je montais alors l'escalier pour aller défaire mon chapeau, Céline connaissant ma sensibilité et voyant des larmes briller dans mes yeux eut aussi bien envie d'en verser, car elle m'aimait beaucoup et comprenait mon chagrin : 'Ô Thérèse ! me dit-elle, ne descends pas, cela te ferait trop de peine de regarder tout de suite dans tes souliers. Mais Thérèse n'était plus la même, Jésus avait changé son cœur ! Refoulant mes larmes, je descendis rapidement l'escalier et comprimant les battements de mon cœur, je pris mes souliers et les posant devant Papa, je tirai joyeusement tous les objets, ayant l'air heureuse comme une reine. Papa riait, il était aussi redevenu joyeux et Céline croyait rêver !... la petite Thérèse avait retrouvé la force d'âme qu'elle avait perdue à 4 ans et demi (l’âge qu’elle avait à la mort de sa mère) et c'était pour toujours... En cette nuit de lumière commença la troisième période de ma vie, la plus belle de toutes, la plus remplie des grâces du Ciel... Je sentis en un mot la charité entrer dans mon cœur, le besoin de m'oublier pour faire plaisir et depuis lors je fus heureuse ! ».

S’il faut sortir d’une vision infantile, il faut, pour Thérèse, être enfant : mais elle sait que « l’enfance spirituelle » signifie simplement être des enfants dans les bras du Père. Etre des enfants signifie avoir confiance en la providence de Dieu qui n’abandonne jamais. La foi est la confiance totale en la miséricorde que Dieu a pour Thérèse, qu’elle veuille de petites ou de grandes choses. Thérèse eut l’envie d’être martyre comme celle d’étudier la théologie mais elle découvrit que la perfection ne se résumait pas à cela comme elle l’écrivit à Sœur Marie du Sacré Cœur : « Comment pouvez-vous me demander s’il vous est possible d’aimer le bon Dieu comme je l’aime ?... Mes désirs de martyre ne sont rien, ce ne sont pas eux qui me donne la confiance illimité que je sens en mon cœur. Ce sont, à vrai dire, les richesses spirituelles qui rendent injustes (Lc 16, 11), lorsqu’on s’y repose avec complaisance et que l’on croit qu’ils sont quelque chose de grand... Ce qui lui plait, c’est de me voir aimer ma petitesse et ma pauvreté, c’est l’espérance aveugle que j’ai en sa miséricorde. Voilà mon seul trésor, Marraine chérie, pourquoi ce trésor ne serait pas le vôtre?».

Et dans ses Manuscrits, elle écrit:

« Vraiment je suis loin d'être une sainte, rien que cela en est une preuve ; je devrais au lieu de me réjouir de ma sécheresse, l'attribuer à mon peu de ferveur et de fidélité, je devrais me désoler de dormir (depuis sept ans) pendant mes oraisons et mes actions de grâces ; eh bien, je ne me désole pas... je pense que les petits enfants plaisent autant à leurs parents lorsqu'ils dorment que lorsqu'ils sont éveillés, je pense que pour faire des opérations, les médecins endorment leurs malades. Enfin je pense que : "Le Seigneur voit notre fragilité, qu'Il se souvient que nous ne sommes que poussière" ».

Comme l’a écrit l’exégète J. Jeremias: « ‘redevenir enfant’ signifie apprendre à nouveau à dire ‘abbà’».

Pour cette raison, à la fin Thérèse choisit la charité et seulement elle : « Considérant le corps mystique de l'Eglise, je ne m'étais reconnue dans aucun des membres décrits par St. Paul, ou plutôt je voulais me reconnaître en tous... La charité me donna la clé de ma vocation. Je compris que si l'Eglise avait un corps, composé de différents membres, le plus nécessaire, le plus noble de tous ne lui manquait pas; je compris que l'Eglise avait un Cœur, et que ce Cœur était brûlant d'Amour. Je compris que l'Amour seul faisait agir les membres de l'Eglise, et que si l'Amour venait à s'éteindre, les Apôtres n'annonceraient plus l'Evangile, les Martyrs refuseraient de verser leur sang... Je compris que l'Amour renfermait toutes les vocations, que l'Amour était tout, qu'il embrassait tous les temps et tous les lieux...; en un mot, qu'il est éternel !... O Jésus, mon amour... ma vocation, enfin je l'ai trouvée, ma vocation, c'est l'amour !... Oui, j'ai trouvé ma place dans l'Eglise et cette place, O mon Dieu, c'est vous qui me l'avez donnée... dans le Cœur de l'Eglise, ma Mère, je serai l'Amour... ainsi, je serai tout... ainsi mon rêve sera réalisé».

D/ ESPAÑOL

I / SAN AGUSTÍN

1/ San Agustín y Roma

Agustín llegó a Roma desde Cartago, actualmente Túnez, en el año 383, cuando tenía unos 29 años, para hacer carrera como rétor. Abandonó África porque, como él mismo escribió, sus estudiantes no tenía ningún respeto por la disciplina ni por los enseñantes, por tanto la escuela no lograba ser formativa: esperaba encontrar una atmósfera diferente en la capital.

En la urbe, en cambio, encontró un problema escolar diverso. Los estudiantes, en proximidad de fin de año, se retiraban y pasaban a un nuevo enseñante para evitar pagar las remuneraciones del docente que los había acompañado durante el año lectivo.

Que la situación cultural de Roma fuera de baja calidad es también testimoniado por un historiador, Ammiano Marcellino: él recuerda como en Roma las bibliotecas parecían “cerradas como las tumbas” y refiere el hecho que, en los momentos de recesión económica, se prefería despedir a “los enseñantes de las artes liberales” y retener a 3000 bailarinas para las propias diversiones - la situación no es muy diferente a cuanto hoy ocurre con respecto a los balances de las TV nacionales y, generalmente, de los gastos para actividades culturales, ¡donde el entretenimiento es el patrón!

Las Confesiones cuentan la fuerza de seducción que todavía tenían los juegos del circo, cuando refieren que Alipio, justamente el amigo que Agustín en Cartagena había alejado del atractivo de los juegos de los gladiadores, cuando llegó a Roma poco antes de su maestro se dejó nuevamente arrastrar por la ebriedad de los espectáculos cruentos del Coliseo. En Roma, en fin, Agustín fue a buscar los favores del senador Símaco - opositor de San Ambrosio - para hacerse trasladar a Milán como profesor de retórica, porque la urbe no le permitía aquella promoción profesional que se esperaba.

Agustín volvió nuevamente a Roma a treinta y tres años aproximadamente, en el 387, pocos meses después de su bautismo, en el camino de regreso hacia África. Tenía que embarcarse con sus amigos, convertidos todos al cristianismo, para retirarse a vida monástica en Tagaste. Pero los puertos estaban bloqueados por el usurpador Máximo que se había revelado al emperador Teodosio.

En espera de partir, Agustín habitó por muchos meses en Ostia, donde murió su madre Mónica. Cuando muere la madre, Agustín se trasladó desde Ostia a la urbe hasta la mitad del 388, cuando finalmente pudo embarcarse y alcanzar de nuevo Cartago y luego Tagaste. En este segundo período romano Agustín, ya plenamente cristiano, visitó seguramente las grandes basílicas que ya existían desde los tiempos de Constantino: San Juan en Letrán, Santa Cruz en Jerusalén y San Pedro - pero no hay dudas que ya las había visitado los meses de su primera permanencia en Roma. Se lo puede imaginar mientras pasea por las calles de la Roma imperial, primero junto a Símaco y de los maniqueos, luego con los cristianos de Roma. Visitando las excavaciones de Ostia antigua, en fin, se puede imaginar el último diálogo entre Agustín y su madre: el cuerpo de Mónica ahora descansa en la iglesia de San Agustín, cerca de plaza Navona.

2 / San Agustín maestro de fe

En Roma el padre espiritual de Agustín, el sacerdote Simpliciano, fue testigo de la conversión del filósofo pagano Mario Victorino. Contándonos el episodio, en las Confesiones, Agustín subraya como la profesión del Símbolo de la fe era realizada públicamente por los catecúmenos y como Victorino - tal como le sucedería luego a él mismo - descubrió que convertirse en cristianos, si no fuera abjurar ciertamente a la inteligencia de los eruditos, pero era, al mismo tiempo, elegir entrar en la sabiduría de los simples, en aquella fe que toda la Iglesia profesaba y que era la verdad de los eruditos y la de los ignorantes: «[Victorino] poseía una vasta doctrina y experiencia en todas las disciplinas liberales, había leído y meditado un número extraordinario de filósofos, fue maestro de muchos nobles senadores... Hasta aquella edad había venerado los ídolos y participado en los sacrificios sacrílegos, por los cuales casi toda la nobleza romana de entonces estaba obsesionada, en delirio por el hijo lactante de Osiris y por monstruos divinos de cualquier género y por Anubi, el perro divino que ladra.... Sin embargo no se avergonzó de hacerse niño de tu Cristo y más bien infante de tu fuente bautismal, de someter el cuello al yugo de la humildad, de bajar la frente a la deshonra de la cruz.

¡Oh Señor!... ¿de qué manera te has introducido en aquel corazón? Según Simpliciano, leía la Sagrada Escritura, y devoraba y estudiaba con la máxima diligencia todos los textos cristianos. Decía a Simpliciano, no en público, pero en gran secreto y confidencialmente: “Tienes que saber que soy ya cristiano”. El otro le replicaba: “No lo creo ni te consideraré en el número de los cristianos hasta que no te habré visto en la iglesia de Cristo”. Él preguntó entonces sonriendo: “¿Son pues los muros que hacen los cristianos?”. Y a menudo afirmaba de ser ya cristiano y Simpliciano siempre le replicaba de aquel modo y él siempre repetía esa frase graciosa sobre los muros de la iglesia. En realidad tenía miedo de disgustar a sus amigos.... Pero cuando de las cartas plena de deseo sacó una firme resolución, tuvo miedo de ser renegado por Cristo delante de los ángeles santos, si se hubiera avergonzado de reconocerlo delante de los hombres y se sintió culpable de un grave delito porque se avergonzaba de los sagrados misterios de tu humilde Verbo, mientras no se avergonzaba de los sacrilegios de demonios soberbios, que había con soberbia aceptado e imitado. Se avergonzó entonces de su verdadero error y se ruborizó de la verdad y, al improviso y de sorpresa le dijo al amigo: “Vamos a la iglesia, quiero convertirme en cristiano”. Simpliciano, colmo de alegría, lo acompañó sin dudar. Allí fue instruido sobre los primeros misterios...

En fin llegó el momento de la profesión de fe. En Roma quien se acerca a tu gracia profesa una fórmula fija aprendida de memoria desde un lugar elevado, delante de la masa de los fieles. Pero los sacerdotes propusieron a Victorino pronunciar su profesión en forma privada, licencia que se usaba conceder a quien se pensaba que fuera demasiado tímido o emotivo. Pero Victorino prefirió profesar su salvación frente a la santa asamblea. Cuando era rétor no enseñaba la salvación, sin embargo había profesado públicamente la retórica; pues mucho menos tuvo que avergonzarse de tu manso rebaño.... Así, cuando subió a recitar la fórmula, todos los presentes afirmaron fragorosamente su nombre en señal de aprobación, haciendo eco un a los otros, según como lo conocían.... Resonó pues de boca en boca en la alegría general un grito compuesto: “Victorino, Victorino”. Y como enseguida gritaron alegres al verlo, tan rápidamente se callaron para escucharlo. Él recitó su profesión de la verdadera fe con una seguridad extraordinaria. Todos hubieran querido llevárselo dentro del propio corazón y cada uno de verdad se lo llevó con las manos deseosas del amor y de alegría».

En la narración de la muerte de la madre Mónica, como también en la Carta a Proba, matrona que vivió en la zona ahora ocupada por la escalinata de Trinidad de los Montes antes de huir en África a la llegada de los bárbaros, así como en muchos otros escritos, Agustín testimonia que la fe cristiana es verdadera alegría, porque no existe alegría que no toque el corazón, y que tal alegría es gracia reciba como don y no conquista humana, como escribe en el Comentario a Juan:

«“Nadie puede venir a mí, si no lo atrae el Padre” (Jn 6,44). No pienses ser atraído contra tu voluntad: el alma es atraída también por el amor. Ni tenemos que temer de ser criticados por quienes están a pesar las palabras, pero son completamente incapaces de comprender las cosas divinas. Ellos podrían objetarnos: ¿Cómo puedo admitir que mi fe es un acto libre, si soy arrastrado? Contesto: No tenemos que maravillarnos de sentir una fuerza de atracción sobre la voluntad. También el placer tiene una fuerza de atracción.

¿Qué significa ser atraídos por el placer? “Pon tu alegría en el Señor, él te dará lo que ansió tu corazón” (Sal 36,4). Existe pues una cierta delicia del corazón, por la cual él goza de aquel pan celeste. El poeta Virgilio pudo afirmar: Cada uno está atraído por el propio placer. No entonces por la necesidad, sino por el placer, no por la constricción, sino por la diversión. Cuanto más nosotros podemos decir que es atraído por Cristo el hombre que encuentra su delicia en la verdad, en la beatitud, en la justicia, en la vida eterna, puesto que justamente Cristo es todo esto. ¿Si los sentidos del cuerpo tienen sus placeres, por qué el alma no podría tenidos? [...]

Dame alguien que amas, y entenderás lo que estoy diciendo. Dame alguien que arda de deseo, alguien que tenga hambre, que se sienta peregrino y sediento en este desierto, alguien que suspire en la fuente de la patria eterna, dame alguien que experimente dentro de sí todo esto y él entenderá mi afirmación. Si, en cambio, hablo a un corazón frío e insensible, no podrá comprender lo que digo.

Tú muestras a una oveja una ramita verde y te seguirá. Tú muestras a un niño algunas nueces, y él es atraído y allá corre donde se siente atraído: es atraído por el amor, es atraído sin padecer constricción física; es atraído por el vínculo que liga el corazón. Si, pues, estas delicias y placeres terrenales, presentados a quienes las aman, ejercen sobre ellos un fuerte atractivo - porque siempre queda que cada uno es atraído por el propio placer - ¿cómo no será capaz de atraernos Cristo, que nos es revelado por el Padre?».

II / SAN FRANCISCO DE ASÍS

1 / San Francisco y Roma

Francisco fue varias veces en peregrinación a Roma. Ya en el 1206, todavía laico, fue a rezar a la tumba de Pedro, buscando su vocación, dejó sobre su tumba una abundante oferta y se puso luego a pedir limosna a la entrada de la basílica. Allí regresó en el 1209 con sus primeros compañeros cuando obtuvo del papa Inocencio II la aprobación oral de su regla, que luego fue confirmada en forma escrita en el 1223 por Inocencio III. El papa habitaba en aquel periodo en San Juan en Letrán y Francisco lo encontró cerca del Sancta Sanctorum – seguramente que subió muchas veces de rodillas la Escalera Santa - o cerca de la misma basílica y del anexo claustro que conserva todavía hoy las formas medievales. Estuvo en Roma en el 1215 para encontrar a San Domingo, quizás cerca de Santa Sabina, en el período del Concilio Lateranense IV y numerosas otras veces por diferentes asuntos. Romana era "fraile" Jacopa de' Settesoli, a quien pide dulces en punto de muerte. Cuando venía a Roma residía en el lugar que ahora es la Iglesia de San Francisco a Ripa, que conserva todavía la casa del Santo.

Como dijo Benedicto XVI, «viene espontánea aquí una reflexión: Francisco habría podido también no ir a ver al Papa. Muchos grupos y movimientos religiosos se formaron en aquella época, y algunos de ellos se contrapusieron a la Iglesia como institución, o por lo menos no buscaron su aprobación. Indudablemente una actitud polémica hacia la Jerarquía le habría proporcionado a Francisco no pocos seguidores. En cambio él pensó enseguida en poner su camino y el de sus compañeros en las manos del Obispo de Roma, el Sucesor de Pedro. Este hecho revela su auténtico espíritu eclesial. El pequeño “nosotros” que había iniciado con sus primeros frailes lo concibió desde el principio dentro del grande “nosotros” de la Iglesia una y universal. Y el Papa lo reconoció y apreció. También el Papa, en efecto, por su parte, habría podido no aprobar el proyecto de vida de Francisco. Más bien, podemos imaginar que, entre los colaboradores de Inocencio III, alguien lo haya aconsejado en tal sentido, a lo mejor temiendo que aquellos grupito de frailes se pareciera a otras agregaciones heréticas y pauperistas del tiempo. En cambio el Romano Pontífice, bien informado por el Obispo de Asís y por el Cardenal Giovanni di San Paolo, supo discernir la iniciativa del Espíritu Santo y acogió, bendijo y animó la naciente comunidad de los "frailes menores"» (del discurso de Benedicto XVI en la audiencia a los miembros de la familia franciscana participantes al “Capítulo de las Esteras”, el 18 de abril de 2009).

2 / San Francisco de Asís maestro de fe

Todo en Francisco está iluminado por la fe.

Su vida resplandece de la fe en el Creador, que le hizo escribir los versos del Cántico de las criaturas, donde se alaba con las palabras:

Altísimo y omnipotente buen Señor,
tuyas son las alabanzas, la gloria y el honor y toda bendición.
A ti sólo, Altísimo, te convienen
y ningún hombre es digno de nombrarte.
Alabado seas, mi Señor, en todas tus criaturas.

En sus versos trasluce con evidencia no sólo el amor por la naturaleza, sino mucho más profundamente por la "creación" de Dios. Del sol, por ejemplo, dice:

Y es bello… de Ti, Altísimo, lleva significación.

Francisco no era vegetariano y también en el apreciar la comida resplandece en él la alabanza de la creación. El Pobrecillo quiso también comentar palabra por palabra el Padre nuestro por la inmensa veneración que tenía por esta oración, en el deseo que todos pudieran amarla.

La fe de Francisco está, igualmente dirigida a Jesús, Hijo de Dios: «llevaba siempre en el corazón a Jesús. Jesús en sus labios, Jesús en oídos, Jesús en los ojos, Jesús en las manos, Jesús en todos los otros miembros… Aún más, encontrándose muchas veces en viaje y meditando o cantando Jesús, se olvidaba de estar en viaje y se detenía para invitar a todas las criaturas a alabar a Jesús» (1 Cel, II, 9, 115).

Estaba seguro que era Jesús quien lo conducía en su camino, no tanto haciéndolo pasar del placer al deber, cuanto mostrándole una alegría más agradable y dulce, si bien fatigosa:

«El Señor me dio de esta manera, a mi el hermano Francisco, el comenzar a hacer penitencia; en efecto, cómo estaba en pecados, me parecía muy amargo ver leprosos;

y el Señor mismo me condujo en medio de ellos, y practiqué con ellos la misericordia. Y, al separarme de los mismos, aquello que me parecía amargo, se me tornó en dulzura de alma y del cuerpo» (del Testamento)

Por amor de Cristo quiso asumir para él y para los suyos la pobreza como carisma, para asemejarse en esto a su Señor. Pero supo al mismo tiempo que este no era el único carisma de la Iglesia: fundó por ello la tercera Orden franciscana en la cual los laicos podían vivir el Evangelio conservando sin embargo sus propiedades y el uso de los bienes.

Vivió abandonado al Espíritu Santo que hace presente Cristo en la Iglesia. Enseñó, en efecto, que no existe fe en Cristo que no sea al mismo tiempo fe en los Sacramentos de la Iglesia y en la guía amable de Dios en el tiempo: «Y el Señor me dio una fe tal en las iglesias que oraba y decía así sencillamente: Te adoramos, Señor Jesucristo, en todas tus iglesias que hay en el mundo entero y te bendecimos, porque por tu santa cruz redimiste al mundo. Después de esto, el Señor me dio, y me sigue dando una fe tan grande en los sacerdotes que viven según la forma de la santa Iglesia Romana, por causa su orden que si me perseguirían, quiero recurrir a ellos. Y si tuviese tanta sabiduría como la que tuvo Salomón v me encontrase con algunos pobrecillos sacerdotes de este siglo en las parroquias en que habitan no quiero predicar contra su voluntad. Y a estos sacerdotes y a todos los otros quiero temer,

temer, amar y honrar como a señores míos. Y no quiero en ellos considerar el pecado, porque miro en ellos al Hijo de Dios y son mis señores. Y lo hago por qué: porque en este siglo nada veo corporalmente del mismo altísimo Hijo de Dios sino su santísimo cuerpo y santísima sangre, que sólo ellos consagran y sólo ellos administran a otros...Y debemos también honrar y tener en veneración a todos los teólogos y a los que nos anuncian las palabra divina, como también a quienes nos administran el espíritu y la vida» (del Testamento).

Conoció también la “noche del Espíritu” en el don misterioso de las Estigmas y la plena conformación a Cristo crucificado, conociendo también la incomprensión, la enfermedad y la soledad.

III / SANTA CATALINA DE SIENA

1 / Santa Catalina de Siena y Roma

Catalina de Siena fue a Roma por la última y decisiva vez en su vida, en noviembre del 1378, convocada personalmente por el papa Urbano VI. Permaneció casi un año y medio, y aquí murió, el 29 de abril del 1380, a la edad de 33 años, pronunciando las mismas últimas palabras de su Amado Esposo Crucificado: «Padre, en tus manos encomiendo mi espíritu» (Lc 23,46).

Roma y el papado vivían una escisión interna profunda y peligrosa. La elección lícita y válida del papa Urbano VI en abril de aquel año, dejó descontentos una fronda de cardenales franceses que retirados en Fondi, en septiembre del mismo año, había elegido a un anti-papa, Clemente VII, detractando al pontífice y amenazando con marchar a Roma para tomar posesión militarmente del solio papal. El mismo pueblo romano estaba en agitación, agotado por las continuas guerras civiles, la pobreza y las dominaciones extranjeras. Dos papas significaba también escisión en Europa: detrás de los disidentes franceses y de Clemente VII estaba el apoyo de Francia, de Juana de Nápoles, de Savoia, del Piamonte, del ducado del Monferrato, de Escocia; con el papa legítimo en cambio se alinearon el emperador Venceslao, Baviera, Luxemburgo, Magonza, Inglaterra, las Flandes, Luis de Hungría y Polonia.

Urbano VI llamó Catalina a Roma para que reuniera y compactara las fuerzas fieles al papa, y para recibir él mismo sostén, ya que estaba demasiado asustado. Las crónicas refieren la misma impresión del pontífice después de un largo discurso de la pequeña mujer de Siena en su presencia y de todo el nuevo consistorio: «Vean, mis hermanos, como nos hacemos despreciables a los ojos de Dios cuando nos dejamos asustar. Esta pobre mujercita nos hace vergüenza, y yo la llamo así no por ella, sino por la debilidad de su sexo, que habría podido asustarla aunque nosotros hubiéramos estado llenos de valor: ¡y en cambio es ella que da coraje a nosotros! ¿No es este un argumento de confusión para nosotros?» (Legenda Maïor, 334).

Catalina era una mujer con autoridad y poder sólo por la sabiduría y el vigor de su palabra. Tuvo un rol decisivo con el anterior papa, Gregorio XI, exhortándolo impetuosamente a regresar a Roma del exilio en Aviñón (« ¡Venid, venid, venid!», Carta 206) y a ser "viril" en la fidelidad a la Sangre del Señor Crucificado. Durante el pontificado de Urbano VI trabajó con todo su ser para mantener la Iglesia unida y para recordarle al nuevo papa su rol de “dulce Cristo en tierra” - son realmente extraordinarias, por pasión y vehemencia, las cartas que escribió a los dos papas.

Dirá de ella misma, en esta última fase de su vida: «ustedes verían una fallecida en San Pedro, y entro de nuevo a trabajar en la barquilla de la santa Iglesia. Allí permanezco así, hasta la hora de las vísperas… sin ninguna comida… si Dios quiere sin una gota de agua, con muchos dulces tormentos corporales que yo nunca llevaría… tanto que por muy poco no perdí mi vida» (Carta 373). Cada día el mismo recorrido para ir a rezar en la Basílica Apostólica: desde la actual plaza Santa Chiara, cerca del Panteón y la Basílica de Santa María sopra Minerva, en la via papalis (la actual calle del Governo Vecchio), hasta San Pedro. Se arrastraba exhausta, ayudada por los comerciantes de la zona y amiga de los pobres de la calle. «¡Sangre, Sangre, Sangre!» gritaba frecuentemente. La Sangre del unigénito Cordero de Dios degollado; la Sangre derramada en la Cruz; la Sangre que ella deseaba derramar como mártir de Cristo. Catalina sentía sobre sí misma el peso de toda la Iglesia y todo el pecado que la infectaba. Lo llevaba con una fuerza extraordinaria. Algunos de sus discípulos la vieron como si luchara con enemigos invisibles (para ellos) que la agredían. Murió sin poseer nada, y con una muy numerosa compañía de hijos espirituales que la lloraban. Su cuerpo, durante los tres días que fue expuesto antes de la sepultura, realizó numerosos milagros y gracias. Está enterrada en Roma, en la Basílica de Santa María sopra Minerva, donde su padre espiritual y biógrafo, el beato Raimondo da Capua o.p., fue prior ilustre durante años. En la zona del Seminario francés de Santa Chiara está la casa donde ella vivió y murió, visitable ahora al interior del Palacio Santa Chiara. Las paredes de aquella residencia fueron trasladadas, en cambio, a Santa María sopra Minerva. En la basílica de San Pedro todavía es visible, si bien en una disposición diferente de los tiempos de Catalina, el mosaico con la barquilla de San Pedro realizada por Giotto, en el pórtico de acceso a la Basílica.

2 / Santa Catalina de Siena maestra de fe

Toda su vida y su vocación parecen estar marcadas e incluidas bajo una clara dirección: la unidad y la paz de la Iglesia («¡Paz, Paz, Paz!» le escribía a Gregorio XI, Carta. 196). A la edad de 6 años tuvo su primera experiencia mística: Cristo glorioso se le aparece vestido como el Sumo Pontífice, con la tiara y el pastoral. Al final de su vida va una vez más a Roma para trabajar por la "barquilla" de la Iglesia y para evitar otros cismas.

La historia de Catalina es un hecho humano y espiritual único y extraordinario, donde se funden todos los opuestos paradojales de la vida cristiana: ignorancia y sabiduría, debilidad y fuerza, contemplación y acción, humildad y gloria. Vivió en su casa paterna, en Siena hasta los 20 años, desconocida por todos y junto a su numerosa familia. Aquí aprendió a conocer a su Amado Señor que "frecuentaba" en intensas visiones y oraciones. Fortificó su ánimo con las enseñanzas que recibió directamente del Maestro, con las continuas luchas físicas contra los demonios que la perseguían, con las incomprensiones y las humillaciones de los parientes inicialmente hostiles a sus elecciones ya tan precozmente definitivas por el Señor; vivió la penitencia y la mortificación del cuerpo; fue generosa con los pobres; consiguió entrar en la Tercera Orden dominicana. Inició a tener experiencias místicas decisivas y a la edad de 20 años celebró sus bodas místicas con su Amado. Después de estos años de intensa formación inició la vida pública: «amar a Dios y al prójimo», este es el mandamiento más importante. Así comenzó a ocuparse de los pobres en Siena y a viajar por la Toscana e Italia central. Fue maestra espiritual, era sabia y fuerte, a pesar de no haber recibido nunca instrucción escolar y de su cuerpo frágil. Inició una intensa actividad de embajadora de paz entre las ciudades en guerra. Dictó cartas ardientes dirigidas a condes, príncipes, reyes y reinas. Mientras tanto seguía viviendo experiencias místicas únicas, entre las cuales el intercambio de su corazón, en un modo casi "físico", con aquel del Señor resucitado.

En el 1378 estaba al límite de sus fuerzas. Su cuerpo estaba reducido a sólo huesos. No comía nada, sólo el amado Cuerpo Eucarístico de su Señor. Estaba agotada por la lucha interior y por los continuos éxtasis, que en el octubre del 1378 la secuestraban frecuentemente, pero permitiéndole dictar una obra maestra de doctrina, espiritualidad y mística como es su Diálogo de la Divina Providencia: el "libro" que escribió en coloquio directo con el Eterno Padre.

Dos preguntas pueden colocarse en el centro de toda su espiritualidad, preguntas que serán eternamente válidas porque fueron puestas y pronunciarais por Dios mismo en una visión: «¿Sabes, hijita, quién eres tú y quién soy yo? ¡Si supieras estas dos cosas, serás bienaventurada!». Entre estas vías la historia existencial y espiritual de Catalina se coloca y se desarrolla, en un crescendo de pasión y acción que sólo una mujer “loca de amor” por su Señor pudo sostener. «Tú eres la que no es; yo, en cambio, Él que soy. Si tuvieres en el alma este conocimiento, el enemigo no podrá engañarte y evitarás todas sus insidias; no consentirás nunca a alguna cosa contraria a mis mandamientos, y adquirirás sin dificultad cada gracia, cada verdad y cada iluminación» (Legenda Maïor, 92).

IV / SAN FELIPE NERI

1 / San Felipe Neri y Roma

Felipe llegó a Roma como laico, en el 1534 cuando tenía 19 años, para ser preceptor de los dos hijos de Galeotto Caccia en una residencia que aún hoy existe a la izquierda de la iglesia de San Eustaquio.

En el 1548 fundó, en la iglesia de la Santísima Trinidad de los Peregrinos, la Archicofradía de los Peregrinos y los convalecientes, con la finalidad de acoger a los peregrinos y servir a los enfermos. Nobles y mujeres aristocráticas, como también simple gente del pueblo, se unieron a San Felipe en esta obra.

Andaba en peregrinación por su cuenta a las catacumbas de San Sebastián - en el 1544 el Espíritu Santo le dilató su corazón mientras rezaba en aquel lugar - y a las que se llamarán sucesivamente las "siete Iglesias" para rezar y arraigar su fe en el testimonio de los santos y de los mártires, pidiendo a Dios que le revele su misión.

Padre Persiano Rosa, su padre espiritual, que reside en aquella época en San Jerónimo de la Caridad, lo guía en su camino de laico y luego para ser sacerdote. Felipe en aquellos años frecuenta las lecciones de la universidad La Sapienza y a Santa María sopra Minerva. En el 1551 fue primero ordenado diácono en la Basílica de San Juan en Letrán y luego sacerdote en la iglesia de Santo Tomás en Parione.

Desde el 1551 y por treinta dos años, Felipe Neri ya sacerdote es huésped de la iglesia de San Jerónimo de la Caridad. Encuentra, en efecto, congenial aquel espíritu: acepta la vida común del clero, viviendo en la misma comunidad en la cual vive su padre espiritual, junto a otros sacerdotes. San Jerónimo era un centro poco frecuentado, pero con la llegada de Felipe se convertirá en una meta preferida para los peregrinos.

En el 1564, Felipe se convierte en el rector de la iglesia de San Juan Bautista de los Florentinos. Aquí continuó su apostolado. En el 1575 Gregorio XIII confió a Felipe la antigua iglesia de Santa María en Vallicella, en ruinas y casi destruida. Descartada la idea de restaurarla, Felipe y los padres optaron por su demolición y reconstrucción: por ello la iglesia también lleva el nombre de Iglesia Nueva. La fe y la tenacidad de Felipe lograron superar la gran cantidad de dificultades que surgieron y él afirmó que la Virgen le había asegurado que la nueva iglesia habría surgido antes de su muerte.

En fin, Felipe aceptó transferirse en el 1583 y en el convento de Santa María en Vallicella vivió los últimos años de su vida. Las habitaciones custodian sus recuerdos más queridos. Mientras tanto fue erigido el anexo oratorio que luego fue completado por Borromini entre el 1638 y el 1640.

En el oratorio se realizaban los encuentros de los padres filipinos basados en una educación a la fe cristiana, a través del conocimiento y la meditación de las vidas de los santos alternadas con oraciones y cantos. El conocido compositor Giovanni Animuccia, amigo de Felipe Neri, ejecutaba sus Laudes. Caravaggio realizó para la iglesia la famosa Deposición.

Desde la Iglesia Nueva parte aún hoy la peregrinación a las siete iglesias que Felipe inició en el 1552, extendiendo a todos aquel itinerario que muchas veces había realizado solo.

2 / San Felipe Neri maestro de fe

Felipe vivió de fe y a la fe llevó la Roma de su tiempo. A menudo decía «que no se buscara otro que Christo, diciendo a menudo: Quien quiere otro que no sea Christo no sabe lo que quiere, y quien quiere otro que no sea Christo no sabe lo que pide. También decía: Vanitas vanitatum et omnia vanitas, si non Christo.... Además decía que era muy útil y necesario este desapego de las cosas terrenales para servir a Dios, que si hubieras tenido diez personas realmente desapegadas y que no quisieran otra cosa que Christo, le bastaba el ánimo de convertir todo el mundo».

Esta fe quería que fuera expresada en los Laudes que componía y los hacía poner en música por sus discípulos:

«Si el alma tiene de Dios el ser perfecto,
siendo, como es, creada en un instante,
y con medio de tanta razón
¿cómo la tiene que vencer el mortal objeto?

En ella hay esperanza, deseo, gozo y despecho
la hacen mucho de sí misma errante,
sí que no vea, e incluso lo tiene siempre delante,
quien la podría hacer gozar sólo con el aspecto.

Cómo pueden las partes ser rebeldes
¿a la parte mejor, ni permitir?
¿Y aquella tiene que servir, comandar aquella?

Cuál prisión la detiene, que de allí
pueda partir, y al fin con el pie calcar las estrellas;
y vivir siempre en Dios, y a sí misma morir?»

Cuando era laico se nutría con la oración, la caridad hacia los pobres y los peregrinos, la confesión, la visita a los lugares donde vivieron los santos. Cuando era sacerdote amaba repetir que se tenía que morir sobre tres maderas: la del altar, la del confesionario y la de la silla del oratorio, donde hacía sus sermones. Esta fe era para él fuente constante de alegría, ya que la alegría manifiesta la certeza de la presencia de Dios: «quería que las personas estuvieran alegre diciendo que no le gustaba que estuvieran preocupadas y melancólicas, porque hacía mal al espíritu, y por ello siempre ese bendito Padre, todavía en sus gravísimas enfermedades, estaba con el rostro jovial y alegre, y que era más fácil guiar en el camino del espíritu a las personas alegres que a las melancólicas».

Realizó esta búsqueda personal del Señor con una sociabilidad abierta y acogedora. Propuso así una transmisión de la fe que pasaba de corazón a corazón - no hay que olvidar que el oratorio filipino no fue pensado para los niños, como imagina la versión popular televisiva, sino para los jóvenes y los adultos: en el secreto de la confesión y la dirección espiritual, como también en el calor del diálogo, él encontraba cara a cara a los romanos de su época. Pero al mismo tiempo él fue realmente el apóstol de Roma, haciendo participar a toda la ciudad. Cuando quiso partir misionero a Indias, tocado por el testimonio de los primeros jesuitas, acogió la palabra de su confesor en las Tres Fuentes que le dijo: «Felipe, tus Indias están en Roma» - palabras que expresan la conciencia de la urgencia del anuncio de Cristo en las tierras de antigua evangelización. Y Felipe amaba repetir: «Quien hace el bien en Roma hace bien en todo el mundo». Efectivamente, él no se alejó más de Roma, dándose completamente por la ciudad y transmitió esto a sus discípulos invitándolos a la stabilitas loci que caracteriza también hoy el Oratorio - un sacerdote filipino permanece toda su vida en la comunidad donde entró. Y tampoco se preocupó de cuestiones que superasen el horizonte de la ciudad - excepto cuando trabajó para el perdón del rey de Francia, Enrique IV - como tampoco habló de reforma de la Iglesia, porque se preocupó más bien de realizarla.

En el anuncio de la fe quiso valorizar cada aspecto de la vida. Tenía muchos libros y los leía, así como quiso que la fe fuera expresada en música. Por obediencia le pidió a su discípulo Cesare Baronio, que inspiró probablemente también a Caravaggio y Galilei, de estudiar historia de la Iglesia para utilizarla como vía de catequesis y predicación. Lo empujaba en esta dirección, probablemente, también el deseo de reconstruir una visión positiva del camino de la Iglesia en los siglos ya que algunas corrientes protestantes en cambio querían destruirla: pero era mucho más determinante la conciencia, experimentada en los años de las peregrinaciones solitarias, que la fe se corrobora en el encuentro con la gran tradición eclesial.

V / SAN IGNACIO DE LOYOLA

1 / San Ignacio de Loyola y Roma

San Ignacio de Loyola llegó a Roma por la segunda vez siguiendo la calle Cassia en el noviembre del 1537, junto a dos compañeros - él amaba llamarlos los “amigos del Señor”. Ignacio se convirtió en el 1521, a la edad de 30 años, después de haber sido herido en la batalla de Pamplona. Siguió buscando al Señor en Manresa (Cataluña), donde comenzó a escribir los Ejercicios espirituales. En el 1523 fue a Roma por primera vez para continuar luego su peregrinaje hacia la Tierra Santa, regresando luego a España y a París por los estudios. En Venecia fue ordenado sacerdote en el 1537.

En el mismo año, en su segundo y definitivo viaje, poco antes de llegar a Roma, en La Storta, tuvo una visión: el peregrino - así Ignacio amaba llamarse - vio que «Dios Padre lo ponía con Cristo su Hijo de modo tal que no pudiera más dudar que ningún modo que Dios Padre lo ponía con su Hijo».

Ignacio y sus compañeros habitaron en distintas viviendas romanas hasta trasladarse en el 1542 a Santa María de la Strada, una iglesita que surgía a la derecha de la actual Iglesia del Jesús. Todavía se pueden visitar las llamadas "pequeñas habitaciones" de aquella residencia. Se desplazaron así hacia el centro de la ciudad, para ser una presencia viva en el corazón de esta.

En el 1538 Ignacio y los compañeros se ofrecieron al papa para la misión y la primera tarea que él les confió fue la catequesis de los niños de las escuelas de Roma.

Sucesivamente se prodigó por la constitución del Colegio Romano que luego se convertirá en un famoso centro de estudios de alta calidad y recibió el encargo de seguir a los catecúmenos que se preparaban al Bautismo en Roma.

Electo primer Superior general, se retira en oración a San Pedro en Montorio y acepta definitivamente la elección en la Capilla del Crucifijo en San Pablo afuera de las Murallas.

Después que se enfermó en el 1556, vivió por algunos meses en una residencia sobre la Colina Aventino para luego regresar a Santa a María de la Strada donde muere en el mismo año.

Su cuerpo está custodiado en la Iglesia del Jesús.

2 / San Ignacio de Loyola maestro de fe

Ignacio descubrió en su búsqueda personal y luego enseñó que es importante «preparar y disponer el alma a liberarse de todas las afecciones desordenadas y, después de haberlas eliminado, buscar y encontrar la voluntad de Dios en la organización de la propia vida en orden a la salvación del alma». Él era consciente que a menudo, el hombre no sabe lo que quiere y se entrega todo por una realidad que no le da la felicidad y la salvación. Para "discernir" - término muy importante en el lenguaje ignaciano - hace falta purificar y ordenar el corazón del hombre, para que pueda creer y amar.

No se trata, en cambio, de reprimir el corazón, más bien de hacer emerger, dar peso e importancia a lo que realmente cuenta. Ignacio comprendió desde el momento de su conversión que la fe es portadora de alegría, de una alegría que no es efímera y más bien tiene el poder de durar: «Mientras leía [en convalecencia después de haber sido herido en Pamplona] la vida de Cristo nuestro Señor y de los santos, pensaba dentro de sí y así se interrogaba: “¿Y si hiciera también yo lo que hizo San Francisco?; ¿y si imitara el ejemplo de Santo Domingo?”. Estas consideraciones también duraban bastante tiempo alternándose con las de carácter mundano. Pero entre las primeras y las segundas había una diferencia. Cuando pensaba en las cosas del mundo, sentía un gran placer; enseguida después cuando, cansado, las abandonaba, se sentía triste y árido. En cambio cuando imaginaba tener que compartir las austeridades que había visto poner en práctica por los santos, entonces no sólo probaba placer mientras los pensaba, sino que la alegría continuaba también después».

Ignacio pudo así enseñar que el hombre «está creado para alabar, venerar y servir Dios nuestro Señor, y así alcanzar la salvación; las otras realidades de este mundo son creadas para el hombre y para ayudarlo a conseguir el fin para el cual fue creado». Si no llega a la alabanza de Dios se pierde a sí mismo y pierde todo, si no se pone en relación con Dios, pierde su belleza.

Por ello se le solicita al hombre, al inicio de los Ejercicios espirituales (I semana) que tome conciencia del pecado que es esta distorsión de la misma vida: sólo la conciencia del pecado revela la misericordia de Dios.

Pero el hombre no tiene que ver sólo el pecado: con la memoria y la "sensibilidad" puede, en cambio, aprender a ver y a gustar la belleza de Cristo y de la vida espiritual que nace con Él. En Manresa, donde profundizó los secretos de la vida espiritual, Ignacio «vio con los ojos interiores» y, precisamente, en la primera «visión» vio la Trinidad, el corazón del amor presente en Dios, hasta llorar mucho tiempo por ello, en la segunda «visión» contempló la creación - «se le representó en el intelecto, acompañado por una gran alegría espiritual, el modo con el cual Dios había creado el mundo» -, en la tercera «visión» contempló «como nuestro Señor estaba en el Sacramento del altar», en la cuarta «visión» en cambio «la humanidad de Cristo y la figura de María», en la quinta, el significado de toda la existencia.

De la contemplación del «misterio» de Dios no puede no nacer – enseña Ignacio - el deseo de ponerse al servicio para anunciarlo. La vocación, para Ignacio, no es tanto la espera de una hipotética llamada, es más bien preguntarse qué hacer por Quién nos ha amado y que nosotros amamos, como un joven enamorado, que hace de todo para estar cerca de su amada y no espera, al contrario, se propone.

Y, ciertamente, cada llamada en sentido bíblico es tal por amor de los no-llamados. La fe cristiana rechaza la teoría de la doble predestinación, porque sabe que quien es elegido y electo, lo es no contra los demás, al contrario, al servicio de ellos. En particular Ignacio estaba convencido que la obra educativa era uno de los servicios de caridad más alto que el mundo esperaba. Como dijo uno de los primeros educadores misioneros jesuitas, Juan Bonifacio, «¡formar a los niños significa renovar el mundo!».

VI / SAN LUIS GONZAGA

1 / San Luis Gonzaga y Roma

En la iglesia de San Ignacio en Roma, construida en honor del Santo fundador de la Compañía de Jesús, se encuentran los cuerpos de tres santos jesuitas unidos entre ellos no solamente por haber vivido, al menos por un período de su vida, en el mismo lugar, el Colegio Romano cuna de la cultura de la Roma del siglo XVI, sino también por la relación que de distinto modo han tenido entre ellos.

Se trata de San Luis Gonzaga, San Juan Berchmans y San Roberto Bellarmino. Los primeros dos, jóvenes escolásticos jesuitas (es decir estudiantes que daban los primeros pasos de su formación en el orden querido por San Ignacio) el tercero, gran hombre de cultura y espiritualidad. Pero si tenemos que encontrar la figura central en esta particular interacción la individualizamos justamente en el joven Luis, muerto a sólo 23 años mientras asistía los apestados de Roma. Un punto de conexión particular. Si San Roberto compartió un tramo de camino con el joven Luis desde su llegada al Colegio Romano como estudiante (1587) hasta la muerte (1591), San Juan más bien lo admiró y veneró como ejemplo y modelo padeciendo lamentablemente la misma suerte de morir joven, a sólo 22 años. San Juan frecuentemente organizaba encuentros de oración justamente en honor de Luis Gonzaga, que en aquel tiempo todavía no había sido beatificado, ayudado por un contexto que ya, de hecho, lo veneraba como santo. Será el mismo Bellarmino a hacerse defensor de esta instancia habiéndolo conocido y estimado.

2 / San Roberto Bellarmino y San Luis Gonzaga maestros de fe

Bellarmino fue su padre espiritual y confesor durante todo el período que Luis Gonzaga estuvo en Roma. Los dos tuvieron un influjo recíproco y San Roberto, si bien era el padre espiritual, fue marcado fuertemente por la espiritualidad difundida por el joven alumno a tal punto de indicar en su testamento su lugar de sepultura justamente cerca de la tumba del joven alumno. La relación que existía entre los dos santos, a pesar de la diferencia de edad y de los roles, estaba también caracterizada por una íntima amistad y profunda comunicación. Los Bolandistas, compiladores de las Acta Sanctorum, dicen que "nadie lo conoció mejor, así nadie llevó un incansable testimonio sea de palabras que de hechos por su santidad como la suya, y nadie veneró su memoria con tanto afecto como el último de sus confesores". La grandeza de la dirección espiritual de San Roberto fue la de reconocer en el joven Luis todos los elementos de la santidad debido justamente a un conocimiento íntimo y profundo del joven, llegando también a compartir con él momentos de intensidad espiritual. No sabemos muchísimo del modo en el que San Roberto aconsejaba a San Luis. Algunos testimonios, en cambio, pueden hacernos comprender pequeños elementos. Las fuentes son la biografía de San Luis escrita por Virgilio Cepari, compañero de estudios de San Luis Gonzaga, y el material recogido por los Bolandistas, en particular una intervención de San Roberto Bellarmino sobre San Luis pronunciado en el 1608 en la iglesia de la Anunciada del Colegio Romano, lugar donde luego fue construida la actual iglesia de San Ignacio.

Resulta, por parte de San Roberto, una atención global hacia la persona. Seguramente la oración, la participación a la Misa, pero también la vida cotidiana, el modo de comportarse. San Roberto, en el conducir a San Luis, tiene siempre presiente una multiplicidad de consideraciones, hasta decir que no existe verdadera espiritualidad si no implica la totalidad de la persona. San Roberto se presenta como un hombre de escucha, de gran escucha, es decir asumiendo en su tarea aquella característica de reciprocidad que parece que se propone como modelo de dirección espiritual: no es solamente el director que tiene algo para enseñar al joven que dirige, también el joven, por la escucha atenta, enseña al padre espiritual.

Indudablemente, el enfoque de la vida más especificadamente espiritual alrededor de dos fuegos, la oración y la Eucaristía. Refiere San Roberto en su discurso en honor a San Luis recogido por los Bolandistas que San Luis era capaz de permanecer concentrado en la oración durante toda la hora de meditación (el tiempo cotidiano de oración establecido por la praxis de la Compañía) sin ninguna distracción. Así como recuerda la preparación remota de San Luis en recibir la Santa Comunión dominical: «La Santa Comunión es realmente la gran prueba de nuestra fe ya que ¿cómo uno puede creer de todo corazón que el Señor de la gloria esté realmente presente en el Santísimo Sacramento e ir hacia él con un corazón frío y disipado?» recordaba todavía San Roberto.

Entonces, el acompañamiento de San Roberto era un acompañamiento sabio, capaz de descubrir y unir los distintos aspectos de la personalidad de San Luis y se presenta todavía hoy como un ejemplo magistral de dirección espiritual.

VII / SAN GASPAR DEL BÚFALO

1 / San Gaspar del Búfalo y Roma

Roma, el 6 de enero de 1786, solemnidad de la Epifanía. El iluminismo es un fuego devorante en la Roma papalino, que a la sombra de la cúpula lee Voltaire y "El Café" de Verri. El romanticismo con toda su vacuidad está ya a la puerta, mientras que célebres nombres del grand tour abarrotaban las ruinas eternas de la Gran Capital. En Campo Vaccino, la zona de los foros, rebaños pastan y acampan, ladrones y prostitutas colman las callejuelas escarpadas que costean la vieja curia, San Adriano al Foro. Una Roma en crisis de identidad, todavía ignorante de los movimientos revolucionarios más allá de los Alpes que marcarán la historia del mundo y de la Iglesia.

En esta Roma, rica y pobre, vulgar y elegante, culta y santurrona, vive Gaspar del Búfalo. Roma, el 6 de enero de 1786. Nace en el barrio Monti, detrás de la iglesia de San Martín, donde el 7 de enero recibirá el bautismo, a la sombra de las macizas torres medievales de los Capocci. Crece en el barrio Pigna, en el corazón de Roma, en una puerta de servicio de las cocinas del Palacio Altieri, entre la calle del Plebiscito y plaza del Jesús. Protegido por aquella Iglesia, el Jesús, con altos muros rojos y blanca fachada de travertino, que desde al menos unos diez años está vacía de los pasos de la Compañía de Jesús, suprimida en el 1773. Detrás de las blancas fachadas de una Roma noble y decadente, se esconde un intricado laberinto de calles, callejuelas, patios, lugares húmedos y malsanos pero cargados de calor y humanidad, un vientre que alimenta y fortifica la fe de nuestro Santo. Es esta humanidad orgullosa a formar el imaginario espiritual, a forjar el ánimo sensible y delicado del joven Gaspar, que elegirá consagrar su vida al Señor en la obediencia incondicional hacia la Iglesia y en la asistencia de los últimos.

Completa así los estudios en el Colegio Romano, vistiendo el hábito talar en el 1798 para iniciar a organizar obras de asistencia espiritual y material a favor de los más necesitados. Ordenado sacerdote el 31 de julio de 1808, contribuye al renacimiento de la obra de Santa Galla, de la cual será luego director en el 1806. Intensifica el apostolado en Roma fundando el primer oratorio en Santa María in Vincis y en Campo Vaccino. Entre el 1809 y 1810, después de la ocupación de Roma por parte de las tropas francesas de Napoleón Bonaparte, Gaspar del Búfalo - fiel al papa Pío VII y a la Iglesia romana - rechaza prestar juramento de fidelidad al emperador: "No debo, no puede, no quiero" - grita lacónicamente. Así sigue la suerte de su pontífice, y lo obligan a exiliar primero a Piacenza y luego prisionero en Bolonia, Ímola y Lugo.

De él dijo el papa Juan XXIII: «Cuando San Gaspar del Búfalo fundó vuestra Congregación en el 1815, mi predecesor Pío VII le pidió ir donde ninguno otro habría ido... por ejemplo le pidió enviar misioneros para evangelizar a los "bandidos" que en aquel tiempo azotaban la zona entre Roma y Nápoles. Confiando en el hecho que el pedido del Papa fuera un orden de Cristo, vuestro Fundador no titubeó en obedecer, si bien el resultado fue que muchos lo acusaron de ser demasiado innovador. Echando sus redes en las aguas profundas y peligrosas, realizó una pesca sorprendente».

2 / San Gaspar del Búfalo maestro de fe

Son dos los aspectos fundamentales de la vida de fe de Gaspar del Búfalo:

La devoción por la Preciosa Sangre

La devoción por la Preciosa Sangre nace en Gaspar antes que nada por el íntimo vínculo que lo une a su ciudad. La ciudad de los mártires, de los Apóstoles Pedro y Pablo, pero sobre todo la ciudad de las reliquias de la pasión, conservadas en las Basílicas de la Santa Cruz y Santa Práxedes. Sobre la devoción de Gaspar por la Preciosa Sangre así testimonia Giovanni Merlini, su íntimo colaborador: "esta divina Sangre se ofrece constantemente en la Misa, esta se aplica a los sacramentos, esta es el precio de la salud y, por último, el atestado del amor de un Dios hecho hombre". La Sangre de Cristo es para Gaspar del Búfalo el centro de la fe, "porque toda la fe en sus glorias se difunde a partir de esta devoción", y es el signo espiritual del amor de Dios hacia el hombre. Símbolo del sacrificio, de la disponibilidad de Dios con respecto a sus criaturas. Más que subrayar el valor sacrifical de la Sangre, Gaspar vive la dimensión redentora, que no deja al hombre clavado en la cruz de su condición, más bien lo abre a la plenitud de la resurrección.

En pleno clima revolucionario, su fe y su espiritualidad se presentan como una teología de la esperanza, capaz de fortificar quien caminaba con él, capaz de hacer creíble su ayuda, su asistencia, la dulzura de su rasgo. Características que atraen la concreción apostólica de Gaspar hacia un horizonte de intenso misticismo.

La misionaridad

De este universo espiritual nace la fe como horizonte pastoral, respuesta a una exigencia concreta del hombre. Es esta ansiedad misionera que hizo de Gaspar el más gran predicador misionero en el 800. La misión es para San Gaspar imitación de la disponibilidad de Dios hacia el hombre. El sacerdote y el cristiano en general, tiene que responder con generosidad, coherencia y obstinación a su misión: anunciar el amor de Dios. Esta necesidad del anuncio se basa ante todo en el ejemplo, que hace creíble su predicación, y en segundo lugar en la Palabra y las palabras. "Quería mil idiomas" glosan las fuentes, hablando de su celo apostólico, que empuja a Gaspar a predicar incansablemente desde Comacchio hasta la Campaña. Palabras y obras en una mística unión, esta es la característica espiritual más alta de nuestro Santo.

VIII / SANTA TERESA DE LISIEUX

1 / Santa Teresa de Lisieux y Roma

Teresa fue a Roma en peregrinaje en el noviembre del 1887, a la edad de 14 años. Con el padre, el Sr. Martin, y la hermana Celine, partió el 4 de noviembre para visitar París luego Suiza y en fin Italia: Milán, Venecia, Padua, Bolonia, Roma (diez días) Nápoles, Pompeya y Asís. Más tarde Teresa escribió: «¡Estas bellezas... profusas tan abundantemente han hecho mucho bien a mi alma! ¡Cómo la han levantado hacia Él que se ha complacido en prodigar muchas obras maestras en una tierra de exilio destinada a durar sólo uno día!».

Un peregrinaje a Roma era en aquel periodo un acontecimiento. Teresa era adolescente y éste fue el único grande viaje de su vida.

Llevó consigo impresiones, sensaciones y nuevas intenciones en la oración, porque le permitió conocer ulteriormente a los hombres, los sacerdotes y sobre todo a ella misma, antes de entrar para siempre en clausura: «¡Ah, que bonito viaje fue aquel!... he comprendido mi vocación en Italia y no ha sido ir demasiado lejos por un conocimiento tan útil».

Del peregrinaje trajo algunas reliquias. Visitando las catacumbas de San Calixto y el Coliseo, recogió la tierra "enrojecida por la sangre de los primeros cristianos" que llevó a su casa preciosamente guardada en bolsitas de tela. Estas son sus reflexiones después de visitar el Coliseo: «El corazón me latía muy fuerte en el momento que mis labios se acercaron al polvo enrojecido por la sangre de los primeros cristianos: pedí la gracia de ser también yo mártir de Jesús y sentí en el fondo del corazón que mi oración había sido escuchada».

Fue como peregrina a la basílica de la Santa Cruz en Jerusalén y a la basílica de Santa Agnes. Ella misma describe, contando sobre la visita a la basílica de la Santa Cruz, su deseo-necesidad de tener un contacto físico con las huellas del pasaje sensible del Hijo de Dios encarnado: «Era siempre necesario que yo encontrase el modo de tocar todo: poner mi dedito en una de las aberturas del relicario que contenía el clavo que fue mojado por la sangre de Jesús».

Y luego a San Pedro para la audiencia pontificia, domingo 20 de noviembre, con la presencia del papa León XIII. Un periódico francés, L’univers, en la columna de la correspondencia romana, refirió esta crónica: «Entre los peregrinos se encontraba una joven de quince años que pidió permiso al Santo Padre para entrar enseguida en convento para hacerse religiosa. Su Santidad la invitó a tener paciencia».

Esta era la finalidad del viaje: obtener el permiso del pontífice para entrar en el Carmelo antes de la edad canónica exigida. Teresa era una postulante muy joven y, según el testimonio de la hermana Celine, la audiencia con el papa fue un "fracaso", ya que León XIII no le concedió anticipar los tiempos. Teresa fue paciente: «Yo dormía, pero mi corazón estaba despierto» (Cant 5,2) es el versículo que le recordará de "abandonarse" totalmente a la Providencia, porque si Jesús parecía que no hacía nada para que entrara en el Carmelo, Su corazón sin embargo no dejaba de vigilar sobre ella con amor.

Su paciencia y su espera pacífica por fin fueron premiadas. El primero de enero del año siguiente llegó la respuesta positiva del obispo y su entrada en el Carmelo fue fijada para el 9 de abril de 1888. Teresa tenía quince años.

«Cuando Jesús me habrá puesto en la orilla bendita del Carmelo, quiero donarme toda entera a Él. Sus golpes no me darán miedo porque, también cuando los sufrimientos son más amargos, siempre se siente que es su dulce mano que golpea. Lo experimenté bien en Roma en el momento que todo me habría hecho creer que la tierra estaba por desaparecer bajo mis pies.... La vida pasa tan rápido que realmente vale más tener una corona bellísima y un poco de sufrimiento, que tener una vida ordinaria sin sufrimiento».

En Roma Teresa vivió, como recuerda una lápida, en la calle Capo Le Case 56, en la zona de plaza de España, en aquellos tiempos barrio de los franceses. En los días de su permanencia en aquella residencia iba a rezar a la Iglesia de la Santísima Trinidad de los Montes, al interno del entonces convento de las hermanas de la Sociedad del Sagrado Corazón, en la capilla Mater Admirabilis, pintada en el 1844. Es posible ir a este lugar para rezar, pero es necesario solicitar antes la autorización, ya que habitualmente no está abierta al público.

2 / Santa Teresa de Lisieux maestra de fe

Juan Pablo II quiso que Teresa de Lisieux sea "doctora de la Iglesia" porque ella enseña qué es la infancia espiritual y cómo interpretar existencialmente la expresión evangélica «si no llegan a ser como niños, nunca entrarán en el Reino de los Cielos».

Es sorprendente como la pequeña Teresa, la santa de la "infancia espiritual", describe, por un lado, la necesidad de salir de la infancia para poder realmente amar al Señor. “Infancia espiritual" no significa, en su mensaje, presunta inocencia de la edad infantil (como una valoración superficial que la expresión podría hacer pensar) o nostalgia de un regreso a los primeros años de la vida comprendida como modelo tout court - estos años ella los ve como edad de hipersensibilidad y excesivo apego a sí mismo.

Cuando describir la gracia que recibe en la Navidad del 1886, la gracia de la "conversión", habla de éste como del momento de la salida de la infancia. Podemos leer aquí el texto estupendo escrito por la misma Teresa que describe este momento:

«¡Si el Cielo me colmaba de gracias, no era porque yo las mereciera, todavía era muy imperfecta! Tenía un gran deseo, es cierto, de practicar la virtud, pero lo hacía en un modo gracioso, he aquí un ejemplo: ... después que María entró en el Carmelo, me sucedió a veces, para dar placer al buen Dios, de rehacerme la cama, o bien, en ausencia de Celine, poner dentro, a la noche, sus plantas: como dije, era sólo por el buen Dios que hacía aquellas cosas, por lo tanto no tendría que esperar el gracias de las criaturas. ¡Ay de mí! Las cosas iban de otra manera; si por desgracia Celine no tenía un aspecto feliz y se asombraba por mis trabajitos, no estaba contenta, y se lo hacía sentir con mis lágrimas. Era realmente insoportable por mi sensibilidad excesiva. Así, si me sucedía que involuntariamente daba un poco de pena a alguien que amaba, en lugar de dominarme y no llorar,... lloraba como una Magdalena, y cuando comenzaba a consolarme por el hecho en sí, lloraba por haber llorado...

¡No sé cómo yo me podía mecer en el pensamiento amado de entrarle en el Carmelo, encontrándome todavía en las fases de la infancia! Fue necesario que el buen Dios hiciera un pequeño milagro para hacerme crecer en un momento, y este milagro se realizó en el día inolvidable de Navidad; en aquella noche luminosa que alumbra las delicias de la Santa Trinidad, Jesús, el Niño pequeño y dulce de una hora, transformó la noche de mi alma en torrentes de luz...

Fue el 25 de diciembre de 1886 que recibí la gracia de salir de la infancia, en una palabra la gracia de mi conversión completa. Volvimos de la Misa de medianoche durante la cual tuve la felicidad de recibir el Dios fuerte y potente. Llegando a Buissonnets me alegré de buscar mis zapatos en la chimenea (N.d.T colmados de regalos), esta antigua costumbre nos había dado muchas alegrías en nuestra infancia, que Celine quería seguir tratándome como a una chiquita, siendo yo la más pequeña de la familia...

A Papá le gustaba ver mi felicidad, oír mis gritos de alegría mientras sacaba sorpresas y sorpresas de los "zapatos encantados" y la alegría de mi Rey querido (N.d.T con la expresión "mi Rey" Teresa designaba a su papá) aumentaba mucho mi alegría pero Jesús, queriéndome enseñar que tenía que liberarme de los defectos de la infancia, me sacó también las alegrías inocentes de ella; permitió que Papá, cansado de la Misa de medianoche, probase un sentido de aburrimiento viendo mis zapatos en la chimenea, y dijera de las palabras que me hirieron el corazón: "Bien, que suerte que es el último año!... ". Yo subía en aquel momento la escalera para sacarme el sombrero, Celine, conociendo mi sensibilidad y viendo las lágrimas en mis ojos, también ella tuvo ganas de llorar, porque me amaba mucho, y comprendía mi pena. "¡Ay Teresa! - dijo - no bajes, te daría demasiada pena mirar enseguida tus zapatos". ¡Pero Teresa ya no era la misma, Jesús le había cambiado el corazón! Reprimiendo las lágrimas, bajé rápidamente la escalera, y comprimiendo los latidos tomé los zapatos, los puse delante de Papá, y tiré afuera alegremente todos los objetos, con el aire beato de una reina. ¡Papá reía, estaba de nuevo alegre también él, y Celine creí de soñar! ¡Por suerte fue una dulce realidad, la pequeña Teresa había encontrado nuevamente la fuerza de ánimo que había perdido a cuatro años y medio (N.d.T cuando murió la madre), y desde ahora en adelante la habría conservado para siempre!

¡En aquella noche de luz empezó el tercer período de mi vida, más lindo que los otros, más colmo de gracias del Cielo.... Sentí que la caridad me entraba en el corazón, con la necesidad de olvidarme de mi misma para dar alegría a los otros, y desde entonces fui feliz!»

Es necesario salir de una visión infantil de la vida, para Teresa, pero también es cierto que es necesario ser niños: pero ella sabe que la "infancia espiritual" es ser sencillamente hijos en los brazos del Padre. Ser niños es confiar en la providencia de Dios que nunca abandona. La fe es la total confianza en la misericordia que Dios tiene por Teresa, que ella desee cosas pequeñas o grandes. Teresa tuvo el deseo de martirio como también el de estudiar teología, pero descubrió que la perfección no consistía en éste, como escribe a la hermana María del Sagrado Corazón: «¿Cómo puede preguntarme si puede amar al buen Dios como yo?... mis deseos de martirio no son nada y no es de aquí que nace aquella confianza ilimitada que siento en el corazón. A decir la verdad, son justamente riquezas espirituales que hacen injustos cuando un se apoya a ellas con complacencia y se cree que es algo grande.... Lo que le gusta a él es verme amar mi pequeñez y mi pobreza, es la esperanza ciega que tengo en su misericordia. He aquí mi único tesoro, madrina querida. ¿Por qué este tesoro no podría ser también el suyo?».

En sus Diarios escribe:

«Estoy realmente lejos de ser una santa, sólo esto me es ya la prueba; en lugar de alegrarme por mi aridez, debería atribuirla a mi poco fervor y fidelidad, debería sentirme desolada porque duermo (desde hace 7 años) durante mis oraciones y mis agradecimientos, y bien, no me siento desolada... pienso que a los padres les gustan sus niños pequeños cuando duermen o cuando están despiertos; pienso que para hacer operaciones, los médicos adormentan a los enfermos. En fin pienso que "el Señor ve nuestra fragilidad, y se acuerda que nosotros somos sólo polvo"».

Como ha escrito el exegeta J. Jeremías: «'volverse de nuevo niño’ significa aprender a decir de nuevo 'abbà'».

Por ello Teresa, al final, eligió la caridad y sólo ella: «Considerando el cuerpo místico de la Iglesia, no me encontraba en ninguno de los miembros que san Pablo describía, o mejor, quería verme en todos. La caridad me ofreció la piedra angular de mi vocación. Comprendí que la Iglesia tiene un cuerpo compuesto de varios miembros, pero que en este cuerpo no puede faltar el miembro necesario y más noble. Comprendí que la Iglesia tiene un corazón, un corazón quemado por el amor. Entendí que sólo el amor empuja a la acción los miembros de la Iglesia y que, apagado este amor, los apóstoles ya no habrían anunciado el Evangelio, los mártires ya no habrían versado su sangre. Comprendí y conocí que el amor abraza en sí a todas las vocaciones, que el amor es todo, que se extiende a todos los tiempos y a todos los lugares, en una palabra, que el amor es eterno. Entonces con suma alegría y éxtasis del ánimo grité: ¡Oh Jesús!, mi amor, encontré finalmente mi vocación. Mi vocación es el amor. Sí, encontré mi lugar en la Iglesia, y este lugar me lo has dado tú, ¡oh mi Dios!. En el corazón de la Iglesia, mi madre, yo seré el amor y en tal modo seré todo y mi deseo se traducirá en realidad».

E/ POLSKI

I/ŚWIĘTY AUGUSTYN

1/Święty Augustyn w Rzymie

Augustyn przybył do Rzymu z Kartaginy (dzisiejsza Tunezja), w roku 383, mając około 29 lat i zamierzał zrobić karierę jako retor. Zostawił Afrykę ponieważ, jak to sam napisał, jego studenci nie mieli żadnego szacunku dla dyscypliny i dla nauczycieli, i przez to szkoła nie mogła stać się miejscem formacji. W związku z tym Augustyn miał nadzieję na znalezienia innej, lepszej atmosfery w stolicy.

W Rzymie natomiast napotkał zupełnie inny problem dotyczący szkół: gdy nadchodził koniec roku, studenci wybierali sobie nowego nauczyciela, aby nie płacić temu, który był z nimi przez cały rok.

O tym, że kultura rzymska była w tym okresie w fazie schyłkowej, możemy przeczytać u historyka, Ammiana Marcellinusa. Wspomina on, że w ówczesnym Rzymie biblioteki wydawały się „zamknięte jak groby” i wspomina również, iż w momentach kryzysu ekonomicznego zwalniało się nauczycieli sztuk wyzwolonych (łac. artes liberales), a utrzymywało się 3000 tancerek dla własnych przyjemności. Sytuacja ta nie wydaje się odbiegać od dzisiejszej logiki przeznaczania pieniędzy w stacjach telewizyjnych na te programy, które maja największą oglądalność.

Wyznania Augustyna opisują również siłę, z jaką rozrywka cyrkowa oddziaływała na ludzi. Przyjaciel Augustyna, Alipiusz, ocalony od zgubnego zafascynowania potyczkami gladiatorów w cyrku kartagińskim, gdy tylko przyjechał do Rzymu, znów pozwolił się wciągnąć w upajający nastrój przedstawień w Koloseum. Sam Augustyn, natomiast, zmuszony był do szukania wsparcia w osobie senatora Symmachusa – przeciwnika Św. Ambrożego – aby przenieść się do Mediolanu jako profesor retoryki, gdyż nie pozwalał mu na taki rozwój naukowy, jakiego oczekiwał.

Augustyn wrócił znowu do Rzymu w wieku lat 33 (w 387 roku), kilka miesięcy po swoim chrzcie, będąc w drodze do Afryki, gdzie, wraz z przyjaciółmi, którzy zostali chrześcijanami, chciał prowadzić życie monastyczne w Tagaście. Jednak porty zostały zablokowane w tym czasie przez uzurpatora Maksyma, który się zbuntował przeciw imperatorowi Teodozjuszowi.

W oczekiwaniu na wypłyniecie, Augustyn zamieszkał na kilka miesięcy w Ostii wraz ze swoją matką, która podczas tego pobytu zmarła. Po tym wydarzeniu Augustyn przeniósł się do Rzymu, gdzie został aż do końca 388 roku, kiedy to mógł wreszcie zaokrętować się na statek do Kartaginy i powrócić w końcu do Tagasty.

Podczas tego drugiego pobytu w Rzymie Augustyn, który był już chrześcijaninem w pełnym tego słowa znaczeniu, z całą pewnością widział wielkie bazyliki miasta, które istniały tam już od czasów Konstantyna: Bazylikę Św. Jana na Lateranie, Bazylikę Krzyża Świętego i Bazylikę Św. Piotra. Możemy sobie wyobrazić, jak przechadzał się ulicami Rzymu w towarzystwie Symmachusa bądź manichejczyków czy też, po nawróceniu, rzymskich chrześcijan. Wizytując wykopaliska archeologiczne w Ostii starożytnej, możemy sobie również wyobrazić jego ostatnie dialogi z matką; ciało św. Moniki spoczywa po dziś dzień w kościele św. Augustyna w pobliżu Piazza Navona.

2/Święty Augustyn nauczyciel wiary

W Rzymie ojciec duchowny Augustyna, prezbiter Symplicjan, był świadkiem nawrócenia pogańskiego filozofa, Gajusza Mariusza Wiktoryna. Opisując to wydarzenie w Wyznaniach, Augustyn podkreśla, że wyznawanie Symbolu wiary było dokonywane publicznie przez katechumenów. Podobnie jak Wiktoryn – i tak jak następnie stało się to z nim samym – Augustyn odkrył, iż bycie chrześcijaninem z pewnością nie było wyparciem się inteligencji uczonych, niemniej jednak było równocześnie świadomym wyborem, wejściem w mądrość ludzi prostych, w tejże wierze, którą Kościół wyznawał a która była prawdą tak dla uczonych, jak i dla ignorantów. «Stary Wiktoryn był człowiekiem niepospolicie uczonym. Znał do głębi wszystkie sztuki wyzwolone. Ileż dzieł filozoficznych przestudiował, ocenił i skomentował. Był nauczycielem wielu znakomitych senatorów; […] Aż do starości Wiktoryn był czcicielem bożków. Uczestniczył w świętokradczych obrzędach, które gorliwie odprawiała wówczas większość arystokracji rzymskiej, a także lud, składając hołd potwornym bożyszczom z przeróżnych stron świata, nawet Anubisowi szczekającemu jak pies […] A na starość nie powstydził się zostać sługą Chrystusa Twego, dziecięciem czerpiącym życie z Twoich zdrojów; poddał kark pod Twoje jarzmo, pochylił czoło przed hańbą Krzyża.

O Panie, […] jakżeś Ty zdołał do tego serca trafić? Symplicjan opowiadał mi, że Wiktoryn zarówno Pismo Święte, jak i inne księgi chrześcijańskie pilnie czytał i rozważał. I nieraz mówił do Symplicjana, jeszcze nie publicznie, ale prywatnie, na osobności: "Wiedz, że już ze mnie chrześcijanin". A na to Symplicjan: "Nie uwierzę w to ani cię nie uznam za chrześcijanina, póki cię nie zobaczę w kościele Chrystusa". A tamten śmiał się z przyjaciela, mówiąc: "Więc to mury czynią ludzi chrześcijanami?" Często powtarzał, że już jest chrześcijaninem. Symplicjan na to odpowiadał, a wtedy Wiktoryn nieraz przywoływał ów żart o murach. Tak naprawdę to on jeszcze bał się narazić swoim przyjaciołom, […] Wreszcie jednak dzięki usilnej lekturze nabył prawdziwej powagi i uląkł się, że Chrystus się go zaprze wobec aniołów świętych, gdyby on się uląkł przyznać do Niego wobec ludzi. Wydał się sam sobie winien wielkiej zbrodni: że wstydzi się pokornych tajemnic Słowa Twego, a nie wstydzi się świętokradczych obrzędów pysznych demonów, które w pysze przejął od innych. Odepchnął więc od siebie marność i zawstydzony zwrócił oczy ku prawdzie. Jak opowiadał Symplicjan, bez żadnych wstępów, zupełnie niespodziewanie rzekł do niego: "Chodźmy do kościoła, chcę być chrześcijaninem". Symplicjan, nie posiadając się z radości, zaraz z nim poszedł. W kościele najpierw pouczono Wiktoryna o podstawowych tajemnicach naszej wiary, [...]

Nadeszła wreszcie pora wyznania wiary. W Rzymie ludzie, którzy mają wejść w zasięg Twojej łaski, zazwyczaj składają je w przepisanej formule, której się wyuczają na pamięć, a potem z podwyższenia wypowiadają ją wobec licznie zgromadzonych wiernych. Prezbiterzy, jak opowiadał mi Symplicjan, proponowali Wiktorynowi, aby złożył wyznanie wiary prywatnie, jak według zwyczaju pozwalano niektórym ludziom, jeśli publiczna ceremonia mogłaby im się wydać kłopotliwa. Lecz Wiktoryn swemu ocaleniu w wierze wolał dać świadectwo wobec całej rzeszy wiernych. Nie było przecież niczego zbawiennego w retoryce; a retorykę głosił niegdyś publicznie! O ileż mniej powinien teraz się wahać przed wyznaniem Słowa Twego wobec Twojej łagodnej owczarni, […] Kiedy wszedł na podwyższenie, jakaż radość ogarnęła wszystkich, którzy go znali! […] Jeden drugiemu w podnieceniu szeptał jego imię i leciało ono półgłosem z ust do ust przez całą rzeszę: "Wiktoryn! Wiktoryn!" Niebawem buchnął gwar, wiwatowali na jego cześć, a potem nagle zamilkli, aby go uważnie wysłuchać. Z cudowną ufnością wyznał prawdziwą wiarę. Nie było tam człowieka, który by go nie chciał chwycić w ramiona i przycisnąć do serca. Te ręce, które go objęły, to była miłość ich i rozradowanie.»

W opowiadaniu o śmierci swojej matki Moniki, tak jak i w innych swoich pismach (np. w Liście do Próby, rzymskiej matrony, która żyła w okolicy dzisiejszych Schodów hiszpańskich w Rzymie, zanim nie uciekła do Afryki jeszcze przed przybyciem barbarzyńców), Augustyn zaświadcza, iż wiara chrześcijańska jest prawdziwą radością, ponieważ nie istnieje radość, która nie dotknęłaby serca, a taka radość jest otrzymaną łaską, a nie zdobyczą ludzką, jak pisze w Komentarzu do Ewangelii św. Jana:

"Nikt nie może przyjść do Mnie, jeśli go nie pociągnie Ojciec" (J 6,44). Nie myśl, że pociągany jesteś przemocą; także miłość pociąga duszę. I nie powinniśmy się obawiać, że opierając się na tym zdaniu Ewangelii, ci, którzy dociekają słów, ale bardzo dalecy są od rozumienia spraw Bożych, sprzeciwią się nam i powiedzą: "Jak mogę wierzyć z własnej woli, skoro jestem pociągany?" Odpowiadam: "Pociąga cię nie tylko wola, pociąga cię także przyjemność". Co to znaczy być pociągniętym przez przyjemność? "Raduj się w Panu, a On spełni pragnienia twego serca" (Ps 31,4). Istnieje jakaś przyjemność serca, której pożywieniem jest chleb niebieski. Jeśli poeta Wergiliusz mógł powiedzieć: "Każdego pociąga jego własna przyjemność", nie konieczność, ale przyjemność, nie obowiązek, ale rozkosz, o ileż bardziej możemy powiedzieć, że do Chrystusa pociągany jest ten, kto znajduje przyjemność w prawdzie, świętości, sprawiedliwości, życiu wiecznym, jako że wszystkim tym jest właśnie Chrystus. Jeśli zmysły ciała mają swe przyjemności, to czyż dusza nie może mieć swoich? […]

Przyprowadź mi takiego, co kocha, a zrozumie, o czym mówię. Przyprowadź takiego, co pragnie, takiego, co czuje głód, co pielgrzymuje, co spragniony jest na tej pustyni i wzdycha do źródła wiekuistej ojczyzny; takiego mi przyprowadź, a zrozumie moje słowa, gdy bowiem przemawiam do człowieka o zimnym sercu, nie pojmie, o czym mówię.

Pokazujesz zieloną gałązkę owcy, i pociągasz ją; ukazujesz orzechy dziecku, i jest pociągnięte; biegnie tam, dokąd jest pociągane; pociągane miłością, pociągane nie przemocą, ale więzami serca, jeśli zatem przyjemności i radości ziemskie pociągają tych, którzy je miłują, jako że prawdziwe są słowa: ,,Każdego pociąga jego własna przyjemność", to czyż Chrystus, którego Ojciec objawił, nie potrafiłby pociągnąć?»

II/ŚWIĘTY FRANCISZEK Z ASYŻU

1/Święty Franciszek w Rzymie

Franciszek wielokrotnie pielgrzymował do Rzymu. Już w 1206 roku, będąc jeszcze w stanie świeckim, przybył, aby modlić się na grobie św. Piotra, szukając swojego powołania. Następnie zostawił bogaty dar i, wyszedłszy z Bazyliki, zaczął żebrać u jej bram. Kolejny raz powrócił do Rzymu w 1209 roku, wraz ze swoimi pierwszymi uczniami i otrzymał od papieża Innocentego III potwierdzenie ustne dla swojej reguły, która to została następnie potwierdzona pisemnie przez papieża Honoriusza III w 1223 roku. Papież rezydował ówcześnie przy Bazylice św. Jana na Lateranie – w pobliżu Sancta Sanctorum – i z pewnością Franciszek, przebywając w Rzymie, wszedł po Schodach Świętych na klęczkach, jak również nawiedził pobliską Bazylikę i pobliskie krużganki, które zachowały częściowo swoje średniowieczne kształty aż do dziś. W 1215 roku, w czasie Soboru Laterańskiego IV, Franciszek był w Rzymie, spotykając się ze św. Dominikiem, najprawdopodobniej przy kościele św. Sabiny. Przebywając w Wiecznym Mieście nasz Święty mieszkał w miejscu, w którym znajduje się dziś kościół pod wezwaniem San Francesco a Ripa. Rzymianką była również Jakubina de' Settesoli, która św. Franciszek poprosił, tuż przed śmiercią, o słodycze rzymskie.

Jak powiedział Benedykt XVI: «Przychodzi mi teraz na myśl pewna refleksja: Franciszek nie musiał udawać się do papieża. W tamtej epoce tworzyły się liczne grupy i ruchy religijne, niektóre z nich były w opozycji do Kościoła jako instytucji, lub przynajmniej nie starały się o aprobatę z jego strony. Z pewnością postawa polemiczna wobec hierarchii przysporzyłaby Franciszkowi niejednego zwolennika. Ale on od razu postanowił złożyć drogę swoją i swoich towarzyszy w ręce Biskupa Rzymu, Następcy św. Piotra. Ten fakt pokazuje jego autentycznie eklezjalnego ducha. Franciszek od początku pojmował tamto niewielkie "my", które narodziło się, kiedy dołączyli do niego pierwsi bracia, w perspektywie wielkiego "my" jednego, powszechnego Kościoła. I papież to dostrzegł i docenił. Również papież w istocie nie musiał zaaprobować propozycji sposobu życia, przedstawionej przez Franciszka. Możemy sobie nawet wyobrazić, że wśród jego współpracowników byli tacy, którzy mu to odradzali - choćby z obawy, że owa gromadka braci upodobni się do istniejących wówczas ruchów heretyckich i antykościelnych ruchów ubogich. Ale Biskup Rzymu, dobrze poinformowany przez biskupa Asyżu i kardynała Jana z opactwa św. Pawła, potrafił dostrzec w tym wszystkim inicjatywę Ducha Świętego. Przyjął, pobłogosławił i wsparł rodzącą się wspólnotę "Braci Mniejszych".» (z Przemówienia Benedykta XVI do Franciszkanów, uczestników „Capitolo delle Suoie, 18 kwiecień 2009).

2/Święty Franciszek z Asyżu, nauczyciel wiary

Wszystko we Franciszku było oświecone przez wiarę.

Jego życie odzwierciedla wiarę w Stwórcę, który pozwolił mu napisać Pieśń słoneczną (zwana tez Pochwałą stworzeń).

Najwyższy, wszechmocny i dobry Panie,
Twoje są uwielbienie, chwała, cześć i wszelkie błogosławieństwo.
Tylko Tobie, o Najwyższy, one przynależą,
I żaden śmiertelnik nie jest godzien wymieniać Twojego imienia.
Pochwalony bądź, mój Panie, ze wszystkimi Twymi stworzeniami, […].

Poprzez wersy Pieśni przebija nie tyle miłość do natury, ile bardziej głęboka miłość do „stworzenia” uczynionego przez Boga. O bracie-słońcu, na przykład, pisze:

Jakże on piękny […] O Tobie, o Najwyższy, daje nam wyobrażenie.

Franciszek nie był wegetarianinem i również w docenieniu pożywienia widać jego pochwale dla stworzenia. Biedaczyna komentował również, słowo po słowie, modlitwę Ojcze nasz, ze względu na ogromna cześć, którą dla niej miał. Pragnął on, by była ukochaną przez wszystkich modlitwa.

Wiara Franciszka jest zwrócona również do Jezusa, Syna Bożego: «Jezusa nosił w sercu. Jezusa na ustach, Jezusa w uszach, Jezusa w oczach. Jezusa na rekach. Jezusa w całym ciele. […] Po wielokroć, gdy szedł drogą, rozmyślając i śpiewając o Jezusie, zapominał o podróży i wszystkie żywioły zapraszał do pochwały Jezusa» (Tomasz Celano, 1 Cel.,II,9, 5 i 7,115: Źródła, 115).

I z pewnością to właśnie Jezus prowadził go w tej podróży, nie tyle pozwalając mu przejść od przyjemności do obowiązku, ale co więcej, ukazując mu radość o wiele słodszą i przyjemniejszą, jakkolwiek pełną wyrzeczeń:

«Mnie bratu Franciszkowi, Pan tak dał rozpocząć życie pokuty: gdy byłem w grzechach widok trędowatych wydawał mi się bardzo przykry. I Pan sam wprowadził mnie między nich i okazywałem im miłosierdzie. I kiedy odchodziłem od nich to, co wydawało mi się gorzkie, zamieniło mi się w słodycz duszy i ciała, potem nie czekając długo porzuciłem świat» (Z Testamentu św. Franciszka z Asyżu).

Z miłości do Chrystusa chciał przyjąć na siebie i na swoich uczniów biedę jako charyzmat, aby upodobnić się do Pana. Rozumiał jednocześnie, że nie jest to jedyny charyzmat Kościoła i dlatego ufundował Trzeci Zakon Franciszkański, w którym świeccy mogą żyć Ewangelią, zachowując możliwość posiadania i używania dóbr.

Franciszek żył w totalnym oddaniu się Duchowi Świętemu, który sprawia, że Chrystus jest obecny w Kościele. Biedaczyna uczył, że nie istnieje wiara w Chrystusa, która nie byłaby jednocześnie wiara w Sakramenty Kościoła i w Boże przewodnictwo pełne miłości: «A Pan dał mi w kościołach taką wiarę, że tak po prostu modliłem się i mówiłem: Wielbimy Cię, Panie Jezu Chryste, we wszystkich kościołach Twoich, które są na całym świecie i błogosławimy Tobie, że przez święty krzyż Twój odkupiłeś świat." Potem dał mi Pan i daje tak wielkie zaufanie do kapłanów, którzy żyją według zasad świętego Kościoła Rzymskiego ze względu na ich godność kapłańską, że chociaż prześladowaliby mnie, chcę się do nich zwracać. I chociaż miałbym tak wielką mądrość jak Salomon, a spotkałbym bardzo biednych kapłanów tego świata, nie chcę wbrew ich woli nauczać w parafiach, w których oni przebywają. I tych, i wszystkich innych chcę się bać, kochać i szanować jako moich panów. I nie chcę dopatrywać się w nich grzechu, ponieważ rozpoznaję w nich Syna Bożego i są moimi panami. I postępuję tak, ponieważ na tym świecie nie widzę niczego wzrokiem cielesnym z Najwyższego Syna Bożego, tylko Jego Najświętsze Ciało i Najświętszą Krew, które oni przyjmują i oni tylko innym udzielają. I pragnę aby te najświętsze tajemnice były ponad wszystko czczone, uwielbiane i umieszczane w godnych miejscach. Gdzie tylko znajdę w miejscach nieodpowiednich napisane najświętsze imiona i słowa Jego, pragnę je zbierać i proszę, aby je zbierano i składano w odpowiednim miejscu. I wszystkich teologów i tych, którzy nam podają najświętsze słowa Boże, powinniśmy szanować i czcić jako tych, którzy dają nam ducha i życie» (Z Testamentu św. Franciszka z Asyżu).

Franciszek poznał także „noc Ducha” w niewytłumaczalnym darze stygmatów i w pełnym zjednoczeniu z Chrystusem Ukrzyżowanym, doświadczając jednocześnie niezrozumienia, choroby i samotności.

III/ŚWIĘTA KATARZYNA ZE SIENY

1/Święta Katarzyna Sieneńska w Rzymie

Święta Katarzyna Sieneńska przybyła do Rzymu wezwana osobiście przez papieża Urbana VI w listopadzie 1378 roku. Mieszkała w mieście ponad rok i tu też zmarła 29 kwietnia 1380 roku, mając 33 lata. Ostatnie słowa, jakie wypowiedziała, to cytat z Ewangelii: „Ojcze, w Twoje ręce powierzam ducha mojego” (Łk 23,46).

W tamtym czasie Rzym i papiestwo przeżywały głęboki i niebezpieczny rozłam wewnętrzny. Prawomocny i ważny wybór Papieża Urbana VI na Stolicę Piotrowa wzbudził niezadowolenie wśród kardynałów francuskich, którzy wyjechali do Fondi i wybrali antypapieża Klemensa VII, grożąc jednocześnie marszem na Rzym, aby militarnie rozwiązać problem. Lud rzymski był wzburzony nie tylko z powodu zagrożenia wojną, ale również bieda i obcym panowaniem. Dwóch papieży oznaczało również rozłam w całej Europie: za kardynałami francuskimi stała Francja, Joanna z Neapolu, dynastia sabaudzka, Szkocja; za papieżem Urbanem, natomiast, Bawaria, Luksemburg, Moguncja, Ludwik Węgierski i Polska.

Urban VI wezwał Katarzynę do Rzymu aby zjednoczyła siły wierne papieżowi oraz by wesprzeć go na duchu, gdyż obawiał się o wynik tej konfrontacji. Kroniki odnotowały wrażenie, jakie na papieżu wywarło wystąpienie tej drobnej kobiety ze Sieny przed kardynałami zgromadzonymi wraz z nim na konsystorzu: «Widzicie, bracia moi, jak nikczemnymi stajemy się w oczach Boga, gdy pozwalamy się zastraszyć. Ta biedna kobietka nas zawstydza, a ja ją tak nazwałem nie dla niej samej, ale ze względu na słabość płci, która mogłaby ją napawać strachem, nawet jeśli my bylibyśmy pełni śmiałości. Mimo to, jednak, to właśnie ona daje nam odwagę! Czyż nie to właśnie jest powodem zamieszania wśród nas?» (Legenda Maior, 334).

Katarzyna była kobietą autorytatywną i mocną dzięki mądrości i sile swoich slow. Pełniła decydującą rolę przy poprzedniku Urbana VI, Grzegorzu XI, ponaglając go nieustannie do powrotu do Rzymu z niewoli awiniońskiej («Przyjeżdżajcie, przyjeżdżajcie, przyjeżdżajcie», Lett. 206) oraz zachęcając, by wiernie trwał przy Krwi Pana Ukrzyżowanego. Po wyborze Urbana VI pracowała nieustannie nad zachowaniem jedności Kościoła i nad przypominaniem papieżowi o jego urzędzie „słodkiego Chrystusa na ziemi” - zaświadcza o tym liczna korespondencja.

W ostatniej fazie swojego życia pisała o sobie: «zobaczylibyście umarłą, która idzie do świętego Piotra i znów wchodzę do pracy w łodzi Kościoła. Tam, podczas gdy zbliżała się godzina nieszporów, znajdowałam się tak... bez jakiegokolwiek jedzenia... jak również bez kropli nawet wody, z tyloma słodkimi udręczeniami cielesnymi, ile tylko mogłabym znieść... tak, że ledwo żyje», (Lett. 373).

Katarzyna codziennie przemierzała jednakową drogę, aby modlić się w Bazylice św. Piotra: z dzisiejszego Placu św. Klary niedaleko Panteonu i Bazyliki Santa Maria sopra Minerva, następnie wzdłuż drogi papieskiej (dziś via del Governo Vecchio), aż do Bazyliki. Wycieńczona i wsparta na ramionach lokalnych handlarzy i biedaków, szła ulicami krzycząc: «Krew! Krew! Krew!» - Krew Pierworodnego Baranka Bożego, Krew przelana na Krzyżu, Krew, którą święta ze Sieny pragnęła przelać jako męczennica Chrystusa. Katarzyna czuła na sobie ciężar całego Kościoła wraz z grzechem, którym został On zarażony. Ciężar był przeogromny. Niektórzy z jej przyjaciół widzieli ją, jak walczyła z niewidzialnymi (dla nich) wrogami, którzy ją atakowali. Zmarła nie mając nic swojego oprócz wielkiej rzeszy swych duchowych naśladowców, którzy po niej płakali. Jej ciało zostało wystawione dla wiernych przez trzy dni i liczne są świadectwa cudów i łask doznanych przez tych, którzy przyszli oddać jej cześć. Katarzyna została pochowana w Bazylice Santa Maria sopra Minerva. Z czasów świętej sieneńskiej w Bazylice św. Piotra, a dokładniej w portyku, jest widoczna, choć w innym miejscu niż pierwotnie, mozaika z łodzią św. Piotra zrealizowana przez Giotta.

2/Święta Katarzyna Sieneńska, nauczycielka wiary

Wydaje się, iż całe życie św. Katarzyny jest naznaczone przez ciągłe poszukiwanie jedności i pokoju Kościoła («Pokój! Pokój! Pokój!» pisała w Liście do Grzegorza XI, Lett. 196). W wieku 6 lat otrzymała swoje pierwsze doświadczenie mistyczne: Chrystus chwalebny ukazał jej się w szatach papieskich, z tiarą i pastorałem. Od tej pory cale jej życie było nastawione na Rzym i na prace dla „łodzi” Kościoła, zapobiegając dalszym schizmom.

Dzieje Katarzyny mają bardzo ludzki i, jednocześnie, bardzo duchowy charakter. Mieszają się w nich przeciwieństwa i paradoksy tak często obecne w życiu chrześcijańskim: ignorancja i mądrość, słabość i siła, kontemplacja i działanie, pokora i chwała. Wraz ze swoja liczna rodzina żyła w Sienie do 20 roku życia. To tam nauczyła się rozpoznawać swojego „Ukochanego Pana”, z którym spotykała się w swoich częstych wizjach i modlitwach. Umocniła swą duszę dzięki nauczaniom, które otrzymywała bezpośrednio od Mistrza, walcząc fizycznie z ciągłymi atakami demonów, którzy ją prześladowali. Była często niezrozumiana i upokarzana przez bliskich, którzy początkowo wrogo się odnosili do jej radykalnych wyborów związanych z Chrystusem. Jej życie to ciągła pokuta i umartwienie ciała, szczodrość dla biednych. Pozwolono jej wstąpić do Trzeciego Zakonu Dominikańskiego. Widzenia mistyczne stawały się coraz częstsze i bardziej intensywne, tak że w wieku lat 20 dostąpiła zaszczytu zaślubin mistycznych ze swym Ukochanym. Po tym wydarzeniu rozpoczęły się lata intensywnej formacji oraz działalności publicznej: kochać Boga i bliźniego – to jest przykazanie najważniejsze. Zaczęła zajmować się ubogimi ze Sieny oraz podróżować po Toskanii i po centralnych Włoszech. Była nauczycielką duchową, mądrą i silną, i to pomimo tego, iż nie otrzymała żadnego wykształcenia, a jej postura była bardzo delikatna. Katarzyna rozpoczęła również działalność pojednawczą pomiędzy miastami włoskimi, które ze sobą walczyły. Dyktowała pełne zapału listy do szlachciców, książąt oraz królów. W międzyczasie doświadczała wielu przeżyć mistycznych, na przykład wymiany swojego serca na Serce Zmartwychwstałego Pana.

W 1378 roku była już u kresu swych sił. Jedynym posiłkiem był Chrystus eucharystyczny. Była wycieńczona nieustanną walką wewnętrzną oraz ekstazami, które od miesiąca października 1378 roku porywały ją często, pozwalając jej jednak na podyktowanie znakomitego dzieła tak pod względem doktrynalnym, jak i duchowym, które opatrzyła tytułem: Dialog o Bożej Opatrzności. Dzieło to zostało napisane w wyniku bezpośredniej rozmowy z Odwiecznym Ojcem.

Są generalnie dwa pytania, które możemy postawić w centrum całej duchowości Katarzyny Sieneńskiej, a które to pytania pozostają ponadczasowo ważne i, dodajmy, zostały wypowiedziane w czasie rozmowy przez Boga samego: «Czy wiesz córko, kim ty jesteś i kim jestem Ja? Kiedy te dwie rzeczy poznasz, będziesz szczęśliwa». Na tej płaszczyźnie dzieje egzystencjalne i duchowe św. Katarzyny odnajdują się i rozwijają w ciągłej relacji do pasji i do akcji, które tylko kobieta „szalona z miłości” do swojego Pana mogla znieść. «Otóż ty jesteś tą, która nie jest. Ja zaś jestem tym, który jest. Jeśli będziesz mieć taka wiedzę w twej duszy, wróg nie będzie mógł cie nigdy oszukać i wyjdziesz cało ze wszystkich jego pułapek. Nigdy nie pozwolisz na jakąkolwiek rzecz przeciwną moim przykazaniom, zdobędziesz bez przeszkód każdą łaskę, poznasz każdą prawdę i dojdziesz do światła» (Legenda Maior, 92).

VI/ŚWIĘTY FILIP NEREUSZ

1/Święty Filip w Rzymie

Filip przybył do Rzymu jako świecki człowiek w 1534 roku, kiedy miał 19 lat, aby uczyć dwóch synów Galetto Caccia w rezydencji, która istnieje do dziś po lewej stronie kościoła Sant'Eustachio.

W 1548 roku założył Arcybractwo Pielgrzymów oraz powracających do zdrowia przy kościele Najświętszej Trójcy, w celu opieki nad tymi, którzy przybywają do Rzymu oraz nad chorymi. Duża liczba ludzi różnych stanów przyłączyła się do tego dzieła.

Chodził samotnie na pielgrzymkę do katakumb św. Sebastiana. W tymże właśnie miejscu, w 1544 roku, Duch Święty, podczas modlitwy, zasugerował mu w sercu, aby pielgrzymował do siedmiu rzymskich kościołów, modląc się, ugruntowując swą wiarę i prosząc Boga o odnalezienie drogi swojego powołania.

Ksiądz Persiano Rosa, który rezydował wówczas w kościele San Girolamo i był ojcem duchownym Filipa, prowadził go w okresie jego świeckiego życia oraz potem, gdy już otrzymał świecenia kapłańskie. Filip pobierał nauki na Uniwersytecie La Sapienza oraz Santa Maria Sopra Minerva. W 1551 roku otrzymał świecenia diakonatu w Bazylice św. Jana na Lateranie, a następnie prezbiteratu w kościele San Tommaso in Parione. Od tego momentu przez ponad 32 lata Filip Nereusz przebywał w kościele San Girolamo della Carità. Uznał również za bardzo wartościowe życie wspólnotowe księży, a szczególnie możliwość zamieszkania pod jednym dachem razem ze swoim ojcem duchownym. Kościół San Girolamo był miejscem mało uczęszczanym przez Rzymian, ale wraz z pojawieniem się nowego księdza, staje się celem licznych odwiedzin.

W 1564 roku Filip zostaje mianowany rektorem kościoła San Giovanni Battista dei Fiorentini, gdzie kontynuuje swój apostolat. W 1575 roku Grzegorz XIII powierza mu antyczny kościół Santa Maria in Vallicella, który jest w opłakanym stanie. Miejsce to nie nadaje się już nawet do remontu i Filip wraz ze swoja wspólnotą postanawiają kościół rozebrać i postawić nowy: stad tez nazwa kościoła, którą Rzymianie używają aż do dziś: la Chiesa Nuova (Nowy Kościół). Liczne przeszkody przy budowie kościoła Nereusz przezwycięża wiarą i wytrwałością. Potwierdza nawet, że Matka Boża zapewniła go, iż kościół powstanie jeszcze przed jego śmiercią.

Przenosi się do nowego kościoła i konwentu w 1583 roku i tam też spędza swoje ostatnie lata. Miejsce to przypomina mu najpiękniejsze momenty z jego życia. Obok kościoła powstaje w tym czasie oratorium, dokończone przez Borrominiego pomiędzy 1638 a 1640 rokiem.

W oratorium ojcowie filipini prowadzili edukację młodzieży skoncentrowaną na wierze chrześcijańskiej, a szczególnie na poznaniu życia świętych oraz na modlitwie i śpiewie. Znaczącym kompozytorem był Giovanni Animuccia, przyjaciel Filipa, który wykonywał w tymże kościele swoje utwory, a Caravaggio namalował swój słynny obraz Deposizione (Złożenie do Grobu – dziś do obejrzenia w Muzeum Watykańskim).

Po dziś dzień wyrusza z La Chiesa Nuova pielgrzymka do siedmiu kościołów, którą św. Filip zapoczątkował (a właściwie odnowił dawny zwyczaj) w 1552 roku, zapraszając do niej wszystkich ludzi.

2/Święty Filip Nereusz, nauczyciel wiary

Filip żył wiarą i wiarę głosił na ulicach Rzymu. Często mówił, «żeby nie szukać niczego innego, jak samego tylko Chrystusa i powtarzał: kto chce czegoś innego, niż Chrystusa samego, nie wie, czego chce, a kto chce czegoś innego, niż Chrystusa samego, nie wie, o co prosi.» Mówił jeszcze: «Vanitas vanitatum et omnia vanitas [Marność nad marnościami i wszystko marność], jeśli nie Chrystus...» Dodawał jeszcze, że byłoby bardzo pożyteczne i konieczne oderwanie się od rzeczy ziemskich, aby służyć Bogu, bo jeśliby Bóg miał 10 osób, które naprawdę oderwały się od rzeczy ziemskich i nie chciałyby nic i nikogo innego, jak tylko Chrystusa, to wystarczyłyby Mu one, aby nawrócić cały świat.

Tą wiarę chciał właśnie wyrazić poprzez „Laudi”, które komponował i wykonywał wraz ze swoimi uczniami:

«Bóg przecież już dał duszy doskonałość,
stworzył ją bowiem w jednej chwili,
i zaledwie rozum mu służył
do tego czynu.
dlaczego bogowie tylko z umarłym
dążą do jej zwyciężenia?

Ponieważ nadzieja, tęsknota, radość i złośliwość
uprowadzają ją od niej samej
i ona już nie widzi tego –
a przecież on zawsze tam jest -,
który jednym tylko spojrzeniem dałby jej zbawienie.

Jak części tak buntowniczo mogą być w sporze,
nie podporządkowywać się najlepszej części,
żeby ona służyła im, którzy podobni bogom rozkazują?

Jakież więzienie trzyma duszę, aby moja umiłowana
nie uciekła, u gwiazd możesz szukać swojego zbawienia
i, umarłszy dla siebie,
niech na wieki w Bogu pozostaje?»

Jako świecki żywił swoją wiarę modlitwą, miłością do ubogich i pielgrzymów, spowiedzią, pielgrzymkami do miejsc, w kótrych żyli święci. Jako kapłan kochał powtarzać, że należy umrzeć na trzech deskach: tej ołtarzowej, tej konfesjonałowej i tej w oratorium, z której wypowiadał swoje kazania. Wiara była dla niego źródłem nieustanne radości, ponieważ radość okazuje pewność Bożej obecności: «Chciał, aby osoby były radosne i mówił, że nie lubi kiedy są przepełnione melancholią i zanurzone w myślach, ponieważ to powoduje znaczne szkody dla ducha. Dlatego też błogosławiony Ojciec [Filip Nereusz], będąc w ciężkiej chorobie, zawsze zachowywał twarz pogodną i radosną, gdyż łatwiej prowadzi się drogami ducha osoby radosne, niż te melancholijne.

Filip potrafił żyć tym poszukiwaniem Pana w sposób bardzo przyjazny, otwarty na drugiego człowieka, nie izolując się od ludzi. W ten sposób przekazywał wiarę od serca do serca. Nie możemy również zapomnieć o tym, iż oratorium nie było miejscem spotkań dla dzieci, jak zwykliśmy o tym myśleć, ale dla młodych i dorosłych osób. Tam praktykowano przewodnictwo duchowe i celebrowano Sakrament Pokuty, jak również toczono dyskusje i stwarzano możliwość spotkań różnych grup społecznych. Kiedy Filip Nereusz, zafascynowany opowiadaniami pierwszych jezuitów o pracy w Indiach, postanowił wyjechać na misje, jego spowiednik w Opactwie Tre Fontane powiedział mu: «Filipie, twoje Indie są w Rzymie» - słowa te wyrażają świadomość wielkiej potrzeby głoszenia Chrystusa na tej ziemi, która, wydawałoby się, już od wieków uznawana była za w pełni chrześcijańską i zewangelizowaną. Filip lubił powtarzać: «Kto wykonuje dobrze swoją prace w Rzymie, wykuje ją dobrze na całym świecie». I rzeczywiście, nigdy nie wyjechał już więcej z Rzymu, dając siebie całego dla tego miasta i przekazują swoim uczniom sugestię “stabilitas loci”, czyli stałego przebywania w jednym miejscu, które charakteryzuje po dziś dzień Oratorium – każdy ksiądz filipińczyk pozostaje do końca życia w tej wspólnocie, do której wstąpił. Św. Filip nie zajmował sprawami, które wychodziłyby poza horyzont miasta, w którym się znajdował, z jednym wyjątkiem – kiedy pracował nad przebaczeniem Króla Francji Henryka IV. Filip nie rozmawiał nigdy o reformie Kościoła ani jej nie komentował, ponieważ zajęty był jej wprowadzaniem.

W głoszeniu wiary chciał dowartościować każdy aspekt życia. Posiadał i czytał wiele książek, jak również używał muzyki do przekazu wiary. Pod posłuszeństwem nakazał swojemu uczniowi, Cezare Baronio, który to prawdopodobnie zainspirował takich malarzy jak Caravaggio czy Galilei, aby ten studiował historię Kościoła, by móc ją następnie użyć do katechezy i przepowiadania. Do takich studiów popychała go również konieczność obrony Kościoła przed zarzutami tych, którzy w minionych wiekach widzieli tylko czarne karty historii zapisane przez Kościół. Filip poszukiwał pozytywnej drogi przebytej przez Kościół na przestrzeni wieków, będąc jednocześnie przekonanym, że, jak podpowiadało mu doświadczenie nabyte w wielu samotnych pielgrzymkach, wiara utwierdza się w spotkaniu z wielką tradycją kościelną.

V/ŚWIĘTY IGNACY LOYOLA

1/Święty Ignacy Loyola w Rzymie

Święty Ignacy Loyola przybył do Rzymu po raz drugi w swym życiu w roku 1537, wchodząc do miasta od strony Via Cassia (północno-zachodnia część Rzymu), wraz ze swoimi dwoma towarzyszami, których lubił nazywać „przyjaciółmi Pana”. Ignacy nawrócił się w 1521 roku, w wieku 30 lat, po tym, jak został ranny w bitwie pod Pampeluną. Następnie kontynuował swoje poszukiwania Pana w Manresie (Katalonia), gdzie rozpoczął pisanie swoich „Ćwiczeń duchowych”. W 1523 roku udał się do Rzymu po raz pierwszy, aby kontynuować potem swoją pielgrzymkę do Ziemi Świętej, z której powrócił do Hiszpanii, a następnie do Paryża, gdzie kontynuował swe studia. W Wenecji otrzymał święcenia kapłańskie w 1537 roku.

W tymże samym roku, podczas swojej drugiej i definitywnej podróży, tuż przed wejściem do Rzymu, w La Storta, miał wizję: pielgrzym (tak Ignacy lubił nazywać samego siebie) ujrzał, że «Bóg Ojciec przyłączył go do swego Syna Jezusa Chrystusa, że nie odważyłby się nigdy wątpić o tym, że Bóg Ojciec przyłączył go do Swego Syna. »

Ignacy i jego towarzysze przebywali w różnych miejscach Rzymu, aż do czasu, kiedy w 1542 zamieszkali przy małym kościółku Santa Maria della Strada, który wznosił się nieopodal dzisiejszego koscioła Il Gesù. Do dziś są jeszcze widoczne tzw. pokoiki tej pozostałe po tym miejscu. W ten sposób Ignacy i jego towarzysze przenieśli się w pobliże centrum miasta. Jednak już w 1538 roku Ignacy wraz z towarzyszami pozostawili się do dyspozycji papieża, który powierzył im, jako pierwsze zadanie, katechezę dzieci w szkołach rzymskich.

Następnie Towarzystwo Jezusowe rozpoczęło prace nad powołaniem Collegio Romano (Kolegium Rzymskiego), które stanie się z czasem słynnym centrum studiów wysokiej jakości i otrzymało zadanie nauczania katechumenów, którzy przygotowywali się do chrztu w Rzymie.

Gdy został wybrany pierwszym Prepozytem generalnym, Ignacy poszedł pomodlić się do kościoła San Pietro in Montorio, żeby zaakceptować ostatecznie wybór w kaplicy Ukrzyżowanego w Bazylice San Paolo fuori le Mura.

W 1556 roku ciężko zachorował. Przez kilka miesięcy żył w rezydencji na wzgórzu awentyńskim, zdołał jeszcze powrócić do kościołka Santa Maria della Strada, w którym zmarł tegoż samego roku. Jego ciało znajduje się w Kościele Il Gesù.

2/Święty Ignacy Loyola nauczyciel wiary

Ignacy odkrył w swych osobistych poszukiwaniach to, czego nauczał potem jako rzecz ogromnie ważną: «przygotować i zadysponować swoja dusze tak, aby była wolna od wszystkich, nieuporządkowanych przywiązań. Następnie, już po wyeliminowaniu tych przywiązań, należy szukać i znaleźć wolę Boga poprzez organizowanie swojego życia i podporządkowywaniu go zbawieniu duszy». Ignacy był świadom, ze człowiek często nie jest w stanie rozpoznać tego, czego pragnie i dlatego tez przeznacza swe siły na te rzeczywistości, które nie dają mu ani szczęścia, ani zbawienia. Aby „rozeznać” (to termin bardzo istotny dla języka ignacjańskiego), należy oczyścić i uporządkować serce człowieka tak, aby mogło ono wierzyć i kochać.

Mówiąc o rozeznaniu nie ma na myśli zduszenia serca, ale wydobycie i podkreślenie tego, co naprawdę się liczy. Ignacy zrozumiał już od czasu swojego nawrócenia, że wiara niesie ze sobą radość, która nie jest efemeryczną, lecz trwałą rzeczywistością: «Gdy czytał [w czasie rehabilitacji po odniesionych ranach w bitwie pod Pampeluna] życiorys Chrystusa, Pana naszego i świętych Pańskich, rozmyślał i pytał samego siebie: „A jeśli zrobiłbym to samo, co św. Franciszek, albo naśladowałbym św. Dominika?” Te rozważania trwały bardzo długo, na przemian z tymi o charakterze światowym, ale między nimi była jedna różnica. Kiedy myślał o rzeczach światowych, ogarniała go ogromna przyjemność, która to, natychmiast gdy tylko się zmęczył, opuszczała go, a on sam odczuwał smutek i pustkę. Gdy natomiast wyobrażał sobie, że musi praktykować surowość, którą żyli święci, wtedy nie tylko odczuwał przyjemość, ale również i radość, która trwała nawet wtedy, gdy myśl już przeminęła».

Ignacy mógł dzięki temu nauczać, że człowiek «jest stworzony, aby chwalić, czcić i służyć Bogu, naszemu Panu, i w ten sposób osiągnąć zbawienie. Inne rzeczywistości tego świata są stworzone po to, aby pomóc człowiekowi w osiągnięciu tego celu, dla którego został stworzony». Jeśli człowiek nie chwali Boga, traci samego siebie, a każda rzecz, która nie jest w relacji z Bogiem, traci swoje piękno. To właśnie z tego powodu, na początku Ćwiczeń Duchowych (1 tydzień), prosi się uczestników o uświadomienie sobie grzechu i jego zniekształcającego wpływu na życie: tylko świadome przyznanie się do grzechu jest w stanie objawić miłosierdzie Boga.

Człowiek jednak nie powinien widzieć samego tylko grzechu: dzięki pamięci i wrażliwości może nauczyć się widzieć i kosztować piękno Chrystusa oraz życia duchowego, które w Nim się rodzi. W Manresie, gdzie zgłębiał sekrety życia duchowego po swym nawróceniu, Ignacy «zobaczył swym wzrokiem wewnętrznym» (a, dokładniej, w swoim pierwszym widzeniu) Trójcę Świętą, serce miłości obecne w Bogu, tak że płakał długo z tego powodu. W drugiej wizji kontemplował stworzenie - «ujrzał w duchu, wraz z towarzyszącą temu doświadczeniu radością duchową, sposób, w jaki Bóg stworzył świat». W trzeciej wizji kontemplował to, «jak Pan nasz jest obecny w Najświętszym Sakramencie Ołtarza», a w czwartym widzeniu ujrzał «człowieczeństwo Chrystusa i figurę Maryi». Piąta wizja pozwoliła Ignacemu kontemplować «znaczenie całej egzystencji».

Z kontemplacji tajemnicy Boga musi narodzić się – naucza Ignacy – pragnienie oddania się w służbę nauczania. Powołanie jest dla Ignacego nie tyle oczekiwaniem na jakieś hipotetyczne wezwanie, ile ustawicznym pytaniem się, co mogę zrobić dla Tego, który mnie ukochał i którego ja kocham. Tak, jak mężczyzna zakochany czyni wszystko, aby być blisko swojej ukochanej i tylko nie pyta, ale proponuje, wychodzi z inicjatywą.

I z pewnością każde wezwanie w sensie biblijnym jest takie z powodu miłości do tych, którzy nie są wezwani. Wiara chrześcijańska odrzuca teorię o podwójnej predestynacji, ponieważ wie, że kto został wybrany i przeznaczony, jest takowym nie przeciw innym, ale właśnie po to, aby innym służyć. W sposób szczególny Ignacy przekonał się, że dzieło nauczania było jednym z rodzajów służby miłości; i to jednym z większych, których świat oczekiwał. Jak powiedział jeden z pierwszych nauczycieli, misjonarz i jezuita, Juan Bonifacio, «formować dzieci znaczy odnawiać świat!»

VI/ŚWIĘTY ALOJZY GONZAGA

1/Święty Alojzy Gonzaga w Rzymie

W kościele świętego Ignacego Loyoli w Rzymie, który został powierzony wstawiennictwu fundatorowi Towarzystwa Jezusowego, spoczywają ciała trzech świętych jezuitów, połączonych czymś o wiele istotniejszym, niż tylko tym, że żyli mniej więcej w jednym czasie i w tym samym miejscu, Kolegium Rzymskim – kuźni kultury rzymskiej XVI wieku.

Mowa tu o św. Alojzym Gonzadze, św. Janie Berchmansie i św. Robercie Bellarminie. Pierwszych dwóch to młodzi jeszcze uczniowie jezuiccy, trzeci to człowiek wielkiej kultury i ducha. Jeśli mielibyśmy znaleźć centralną figurę tej szczególnej relacji pomiędzy młodymi ludźmi, to z pewnością byłby to młodziutki Alojzy, który zmarł mając lat 23, pomagając zakażonym ludziom w Rzymie, w czasie zarazy. Święty Robert dzielił z młodym Alojzym 4 lata wspólnego życia pod dachem Kolegium rzymskiego (od 1587 do 1591), natomiast święty Jan był wiernym naśladowcom Alojzego, podziwiającym przykład i model życia, dzieląc niestety ten sam koniec życia (śmierć w wieku 22 lat z powodu zarazy). Św. Jan zwykł był organizować spotkania modlitewne ku czci Alojzego Gonzagi, który wówczas nie był jeszcze beatyfikowany, jednak powszechne było przekonanie wśród ludzi co do jego świętości. Następnie to właśnie Bellarmin stał się kolejnym głosicielem świętości Alojzego, znając i ceniąc sobie tego młodego człowieka.

2/Święci Robert Bellarmin i Alojzy Gonzaga nauczyciele wiary

Bellarmin był ojcem duchownym i spowiednikiem Alojzego przez cały czas jego pobytu w Rzymie. Alojzy miał wpływ na Roberta do tego stopnia, że Bellarmin w swoim testamencie zaznaczył, aby pochować go obok swojego młodziutkiego ucznia duchowego. Wieź, która łączyła obydwu, pomimo różnicy wieku i ról, które pełnili, charakteryzowała się również bardzo głębokim i szczerym uczuciem przyjaźni. Bollandyści, czyli ci, którzy zajmowali się składem Acta Sanctorum, napisali, że „nikt nie znał go [Alojzego] lepiej, tak że nikt nie mógł przekazać lepszego świadectwa dotyczącego zarówno słów, jak i czynów jego świętości, i nikt nie uczcił jego pamięci z tak wielki oddaniem, jak ostatni z jego spowiedników”. Wielkość kierownictwa duchowego św. Roberta polegała na tym, że rozpoznał on w młodym Alojzym wszystkie elementy świętości z powodu osobistej i głębokiej znajomości młodego ucznia, potrafiąc dzielić wraz z nim momenty o olbrzymiej intensywności duchowej. Nie mamy zbyt wielu informacji o tym, jak Bellarmin prowadził kierownictwo duchowe Alojzego. Niektóre świadectwa jednak pozwalają nam zrozumieć pewne aspekty. Źródłem dla ich poznania jest biografia św. Alojzego napisana przez Wergiliusza Cepari, towarzysza studiów św. Alojzego Gonzagi oraz materiały zgromadzone przez Bollandystów, a w szczególności pewne świadectwo św. Roberta Bellarmina z 1608 roku dotyczące św. Alojzego, które zostało wypowiedziane w kościele dell'Annunziata (w tym miejscu powstał później kościół św. Ignacego) Kolegium Rzymskiego, a następnie spisane. Ten ostatni dokument ukazuje niesamowitą uwagę, z jaka św. Robert podchodził do osoby pozostającej u niego na kierownictwie duchowym.

Z pewnością modlitwa, udział w Mszy Świętej jak również udział w codziennych zajęciach oraz sposób zachowania – oto elementy na które zwracał uwagę św. Robert w kierownictwie duchowym. Był on zawsze uważny na wielowymiarowość osoby, tak jakby chciał nam okazać, ze nie istnieje kierownictwo duchowe, które nie rozważałoby całości osoby. Św. Robert jawi się jako człowiek, który słucha, ale wchodzi również w pewna wzajemną interakcję, ukazując nam następujący model kierownictwa duchowego: nie tylko osoba kierownika duchowego ma coś do powiedzenia młodemu uczniowi, lecz także, słuchając uważnie, młody człowiek może nauczyć czegoś ojca duchownego.

Niewątpliwie jednak należy skupić uwagę życia duchowego na dwóch zasadniczych punktach: Eucharystia i modlitwa. Św. Robert, w przywoływanym już świadectwie mówił, że Gonzaga potrafił pozostać skoncentrowany na modlitwie ponad godzinę (jest to czas, jaki był ustanowiony i praktykowany codziennie przez Towarzystwo) bez jakiegokolwiek roztargnienia. Przypomina również to, jak Alojzy przygotowywał się do niedzielnej Komunii Świętej: «Komunia Święta jest naprawdę wielka próbą naszej wiary, ponieważ jak to jest możliwe, że człowiek może uwierzyć całym sercem, iż Pan jest obecny w Najświętszym Sakramencie, a mimo to może przyjść do niego z sercem zimnym i pełnym rozproszeń?

Towarzyszenie duchowe św. Roberta było więc towarzyszeniem bardzo mądrym i zdolnym do dostrzeżenia różnych aspektów osobowości św. Alojzego, jawiąc się dziś jako przykład kierownictwa duchowego.

VII/ŚWIĘTY KASPER DE BUFALO

1/Święty Kasper de Bufalo w Rzymie

Rzym, 6 stycznia 1786 roku, Uroczystość Objawienia Pańskiego. Oświecenie jest jak ogień, który pożera papieski Rzym. W cieniu kopuły czyta się powszechnie Woltera. Romantyzm wraz ze swoją próżnością jest u bram, podczas gdy wielcy tego świata przybywają, aby propagować nowe idee. Powszechnym jest doświadczenie moralnego zepsucia: szerząca się prostytucja, rozboje, upadek obyczajów wśród kleru. Rzym doświadcza kryzysu własnej tożsamości, nie znając jeszcze rewolucyjnych przesłanek, które naznaczą wkrótce historię świata i Kościoła.

W takim właśnie Rzymie, gdzie spotykają się ze sobą bogactwo i bieda, wulgarność i wyrafinowanie, kultura i pospolitość, żyje Kasper de Bufalo. Urodził się niedaleko kościoła św. Marcina (rejon Monti), w którym to został ochrzczony. Dorastał w mieszkaniu przeznaczonym dla służących w rejonie Pigna, w samym sercu Rzymu, tuz obok kościoła Il Gesù, który pozostawał pusty po rozwiązaniu Towarzystwa Jezusowego w 1773 roku. W wąskich, rzymskich uliczkach pozostało jednak dużo ludzi o prostej i oddanej wierze, i to wśród nich wychował się Kasper, który powierzył swe życie bezwarunkowemu posłuszeństwu Kościołowi oraz misji wśród biednych.

Kasper kończy studia w Kolegium Rzymskim, przywdziewając białą sutannę w 1798 roku i rozpoczynając jednocześnie organizację dzieł miłosierdzia oraz opieki duchowej na rzecz najbardziej potrzebujących. Otrzymał świecenia kapłańskie 31 lipca 1808 roku. Miał udział w odnowieniu Dzieła św. Gala, którego zostaje dyrektorem w 1806 roku. Prowadzi intensywny apostolat w Rzymie, zakładając oratorium przy kościele Santa Maria in Vincis. W latach 1809-1810, po zajęciu Rzymu przez wojska francuskie Napoleona Bonapartego, Kasper de Buffalo – będąc wiernym papieżowi Piusowi VII i Kościołowi rzymskiemu – odmawia złożenia ślubowania na wierność Cesarzowi: „Nie muszę, nie mogę, nie chce”, miał wykrzyczeć lakonicznie. Podziela więc los papieża i zostaje zesłany: najpierw do Piacenzy, a następnie do Bolonii, Imola, Lugo. O nim bł. Jan Paweł II powiedział: «Gdy w 1815 roku św. Kasper de Bufalo ufundował Waszą Kongregacje, mój poprzednik Pius VII poprosił go, aby poszedł tam, gdzie nikt nie chciał iść... na przykład, poprosił go, aby wysłał misjonarzy do ewangelizowania „bandytów”, którzy opanowali wtedy większość miejsc między Rzymem a Neapolem. I oni wyruszyli będąc posłuszni papieżowi, gdyż widzieli w tej misji polecenie samego Chrystusa. Wasz założyciel nie wahał się być posłusznym, nawet jeśli wielu oskarżyło go o to, że jest zbyt wielkim innowatorem. Rzucając sieci w głębokie i niebezpieczne wody, otrzymał zaskakujący połów».

2/więty Kasper de Bufalo nauczyciel wiary

Są dwa fundamentalne aspekty życia wiary księdza de Bufalo: oddanie Przenajświętszej Krwi i Misyjność.

Oddanie Przenajświętszej Krwi narodziło się u Kaspra przede wszystkim w relacji, która łączyła go z jego miastem. To miasto męczenników, miasto Apostołów Piotra i Pawła, ale również miasto relikwii Męki Chrystusa, jak choćby Bazylika Św. Krzyża. O czci i kulcie jakim otaczał Przenajświętszą Krew tak pisał bliski współpracownik Kaspra, Giovanni Merlini: „ta Boska Krew jest ciągle ofiarowana podczas Mszy Świętych, aplikuje się ja w Sakramentach, to jest cena zbawienia i, w końcu, świadectwo miłości Boga, który stal się człowiekiem”. Krew Chrystusa jest dla Kaspra centrum wiary, ponieważ cała wiara rozgałęzia się z niej, stając się znakiem miłości Boga do człowieka. Symbol ofiary, dyspozycyjności Boga w obliczu grzeszności stworzenia. To nie tylko podkreślenie wartości ofiary Krwi, ale również jej mocy odkupieńczej, która nie pozostawia człowieka przybitego do krzyża jego uwarunkowań życiowych, ale go otwiera na pełnię Zmartwychwstania.

W czasach rewolucyjnych, wiara i duchowość św. Kaspra były wiedz teologia nadziei, zdolna do umocnienia tych, którzy z nim szli oraz do uwiarygodnienia jego pomocy czy duchowej opieki. Ten aspekt przenosi konkretne czyny apostolskie Kaspra na poziom intensywnej mistyki.

Z tej mistyki, z tego wielkiego skarbca duchownego wypływa wiara, która realizuje się w działalności pastoralnej, odpowiadając na konkretne potrzeby człowieka. Ten niepokój misyjny uczynił ze św. Kaspra jednego z większych kaznodziejów misyjnych XIX wieku. Misyjność jest bowiem dla Kaspra naśladowaniem oddania się Boga do dyspozycji człowieka. Kaplan, jak każdy chrześcijanin, musi odpowiedzieć ze szczodrością, uporem i oddaniem na zadanie, które otrzymał: głosić miłość Boga. Ta konieczność głoszenia bazuje przede wszystkim na przykładzie, który sprawia, że głoszenie jest wiarygodne, a dopiero na drugim miejscu są wypowiedziane słowa. Źródła mówią o Kasprze, że chciał używać „tysięcy języków” w swoim zapale apostolskim. Słowa i dzieła miłosierdzia połączone mistyką charakteryzują naszego świętego.

VIII/ŚWIĘTA TERESA Z LISIEUX

1/Święta Teresa z Lisieux w Rzymie

Teresa udała się na pielgrzymkę do Rzymu w listopadzie 1887 roku, w wieku 14 lat. Razem z ojcem Marcinem i z siostra Celina wyruszyła 4 listopada do Paryża, aby następnie przez Szwajcarię przybyć do Włoch, a szczególnie do takich miejsc jak: Mediolan, Wenecja, Padwa, Bolonia, Rzym, Neapol, Pompeje, Asyż. Jak sama napisała później: «Wszystkie te piękności [...] obficie rozsiane sprawiły wiele dobra mej duszy! Jakże bardzo ją podniosły do Tego, który uczynił wszystkie te wspaniale dzieła na ziemi wygnania, która trwać będzie dzień jeden!»

Pielgrzymka do Rzymu była więc wydarzeniem dla młodej dziewczyny, dla której była to z reszta jedyna wielka podróż życia. Będzie z niej czerpać wiele wzruszeń, intencji modlitwy, impresji i uczuć, które pozwoliły poznać jej dogłębnie ludzi, księży oraz, przede wszystkim, siebie samą, zanim wstąpiła do zakonu klauzurowego: «Och, co to była za piękna podróż! Odkryłam moje powołanie we Włoszech i bynajmniej nie jest to wcale daleko, jeśli pod uwagę weźmiemy użyteczność tego odkrycia».

Z pielgrzymki przyniosła ze sobą niektóre relikwie. Będąc w katakumbach św. Kaliksta i w Koloseum, zabrała ziemię „przesiąkniętą krwią pierwszych chrześcijan”, którą zawiozła do domu zawiniętą w materiale. Zachowało się jej świadectwo o wizycie w Koloseum: «serce biło mi mocno w momencie, w którym moje usta zbliżyły się do ziemi nasączonej krwią pierwszych chrześcijan: poprosiłam o łaskę, abym mogła również i ja umrzeć dla Chrystusa i poczułam w sercu, że moja modlitwa została wysłuchana».

Tereska poszła też do Bazyliki Krzyża Świętego oraz do św. Agnieszki. Opisuje swoja wizytę u Świętego Krzyża, przywołując swoje pragnienie-potrzebę, aby fizycznie dotknąć jakikolwiek ślad Syna Bożego Wcielonego: «zawsze się tak składało, że mogłam dotknąć wszystko, włożyć mój palec w jakąś dziurkę w relikwiarzu, który zawierał gwoźdź z Krzyża Chrystusa»

Bedac na audiencji papieskiej 20 listopada, jak opisuje dziennikarz francuski, «miedzy pielgrzymami znajdowała się dziewczyna w wieku 15 lat, która zapytała Ojca Świętego, prosząc tym samym o pozwolenie, czy nie mogłaby zostać przyjęta do klasztoru, aby zostać siostra zakonna. Jego Świątobliwość zachęcił ją, aby była cierpliwa».

To był cel jej podróży: otrzymać od Ojca Świętego pozwolenie do wstąpienia do Zakonu Sióstr Karmelitanek przed osiągnięciem wieku kanonicznego. Tereska była młodziutką postulantką i, według świadectwa jej siostry, Celiny, audiencja u Papieża była fiaskiem, ponieważ Leon XIII nie pozwolił jej wstąpić wcześniej do zakonu. Tereska jednak była bardzo cierpliwa: «śpię, ale moje serce czuwa (Pnp 5,2) jest wersetem, który przywołuje w pamięci; to totalne powierzenie się Opatrzności, ponieważ, jeśli wydawałoby się, że Jezus nie robi nic, aby jej pomóc w wejściu do Karmelu, to Jego Serce jednak nie przestawało czuwać nad nią z miłością.

Jej cierpliwość i oczekiwanie pełne pokoju zostały w końcu nagrodzone. 1 stycznia następnego roku nadeszła pozytywna odpowiedź od biskupa i jej wstąpienie do klasztoru zostało wyznaczone na dzień 9 kwietnia 1888. Miała wtedy 15 lat.

«Kiedy Jezus złożył mnie na błogosławionym brzegu Karmelu, chcę mu się cala oddać. Jego uderzenia nie są mi straszne, ponieważ, im bardziej gorzkie są cierpienia, tym bardziej odczuwa się Jego słodką rękę, która uderza. Doświadczyłam tego bardzo dobrze w Rzymie w momencie, w którym sprawił, że byłabym zdolna uwierzyć, iż ziemia zniknie spod moich nóg... Życie mija tak szybko, że naprawdę lepiej jest mieć najpiękniejszą koronę cierpiąc przy tym trochę, niż mieć koronę zwyczajną, nie cierpiąc wcale».

W Rzymie Tereska mieszkała przy Via Capa Le Case 56 (okolica Schodów Hiszpańskich), o czym przypomina nam kamienna tablica. Często chodziła na modlitwę do kościoła SS. Trinità dei Monti.

2/Święta Teresa z Lisieux nauczycielka wiary

Bł. Jan Paweł II nadal jej tytuł Doktora Kościoła, ponieważ naucza nas ona, czym jest dziecięctwo duchowe i jak interpretować egzystencjalni wyrażenie ewangeliczne: «jeśli nie staniecie się jak dzieci, nie wejdziecie do królestwa niebieskiego» (Mt 18,3).

Jest niesamowite to, jak mała Tereska z jednej strony opisuje konieczność pozbycia się infantylności, aby móc naprawdę umiłować Pana, a z drugiej strony wyjaśnia, na czym polega prawdziwe dziecięctwo duchowe. W tych wyjaśnieniach zaznacza, aby nie mylić dziecięctwa duchowego z infantylną i często źle pojętą niewinnością dziecięcą, rodzajem nostalgii za minionymi latami beztroskiego dzieciństwa.

Opisując łaskę nawrócenia w Boże Narodzenie 1886 roku opisuje ją właśnie jako moment wyjścia z infantylizmu:

«Nie wiem, jak mogłam się łudzić słodką myślą o wstąpieniu do Karmelu, będąc równocześnie jeszcze w dziecinnych powijakach!... Dobry Bóg musiał sprawić mały cud, bym w jednej chwili dojrzała; uczynił go w niezapomnianym dniu Bożego Narodzenia. Tej nocy promiennej, która jaśniała doskonałościami Trójcy Przenajświętszej, Jezus, słodkie małe Dzieciątko, w jednej chwili zmienił noc mojej duszy w strumienie światła... Tej nocy, w której z miłości ku mnie sam stał się słabym i cierpiącym, mnie uczynił silną i odważną, przyodziawszy w swą własną zbroję, i od tej błogosławionej nocy nie uległam już w żadnej walce, ale przeciwnie, szłam ze zwycięstwa w zwycięstwo, rozpoczynając - rzec można - "bieg olbrzyma"!... Źródło moich łez wyschło i odtąd rzadko i z trudem się otwierało. Tak to wypełniły się słowa, które mi kiedyś powiedziano: "Tak wiele płaczesz w dzieciństwie, że zabraknie ci łez na później!..."

Dniem, w którym otrzymałam łaskę dojrzałości, czyli mego całkowitego nawrócenia, był 25 grudnia 1886 roku. - Wróciliśmy właśnie z Pasterki, podczas której miałam szczęście przyjąć Boga siły i mocy. W drodze powrotnej do Buissonnets cieszyłam się, że pójdę zabrać moje buciki z kominka; ów stary zwyczaj sprawiał nam w dzieciństwie tak wielką radość, że Celina chciała mnie nadal traktować jak małe bobo, ponieważ byłam najmłodszą w rodzinie... Tatuś lubił patrzeć na moją radość, słuchać wesołych okrzyków towarzyszących wyciąganiu coraz to nowych niespodzianek z zaczarowanych bucików, radość zaś mego Króla potęgowała moje szczęście. Jezus chciał mi jednak pokazać, że wyzwalając mnie z dziecinnych słabostek, odbierze mi również te niewinne radości. On to dopuścił, że Tatuś będąc zmęczony po powrocie z Pasterki, okazał znudzenie na widok moich bucików stojących na kominku i wyrzekł słowa, które mnie bardzo zabolały: "Całe szczęście, że w tym roku będzie to wreszcie po raz ostatni!..." Szłam właśnie na górę, by zdjąć kapelusz. Celina, która znała moją wrażliwość, spostrzegłszy łzy w moich oczach, sama była bliska płaczu, ponieważ kochając mnie bardzo, zdawała sobie sprawę, jak mi było przykro. "Tereso - zwróciła się do mnie - nie schodź, będzie ci za trudno teraz oglądać buciki". Tymczasem Teresa już nie była ta sama; Jezus przemienił jej serce! Tłumiąc łzy, zbiegłam ze schodów i powstrzymując bicie serca, wzięłam moje buciki stawiając je przed Tatusiem, po czym "wyciągałam radośnie całą zawartość, promieniując szczęściem jak królowa. Tatuś śmiał się i zdawał się być zadowolony, a Celina myślała, że to sen!... Na szczęście była to słodka rzeczywistość; Teresa odzyskała na zawsze moc duszy, którą utraciła w wieku lat czterech i pół!...

Od tej nocy pełnej światła rozpoczął się trzeci okres mego życia, najpiękniejszy spośród wszystkich, najbardziej obfitujący w łaski Nieba!... Jezus, zadowalając się moją dobrą wolą, której mi nigdy nie brakowało, w jednej chwili dokonał dzieła, jakiemu nie mogłam sprostać przez dziesięć lat. Mogłam Mu wyznać podobnie jak apostołowie: "Panie, łowiłam całą noc i nic nie uchwyciłam" Jeszcze bardziej litościwy dla mnie niż dla swoich uczniów, Jezus sam ujął sieć, zarzucił ją i wyciągnął napełnioną rybami... On uczynił ze mnie rybaka dusz; uczułam wielkie pragnienie, by pracować nad nawróceniem grzeszników pragnienie tak żywe jak nigdy dotąd... ». (Św. Teresa od Dzieciątka Jezus (Teresa Martin), Dzieje Duszy)

Dziecięctwo duchowe polega, według św. Tereski, na bezgranicznym zaufaniu i totalnym oddaniu się swojemu Stwórcy, szczególnie w przeciwnych okolicznościach i doświadczeniach życia, oraz na wyzbyciu się emocjonalnego i infantylnego podejścia do rzeczywistości. Idąc ta drogą św. Tereska będzie mogła wyznać:

«Nareszcie znalazłam odpoczynek... Zgłębiając tajemnice Mistycznego Ciała Kościoła, nie rozpoznawałam siebie w żadnym z jego członków, wymienionych przez św. Pawła; a raczej chciałam odnaleźć się we wszystkich... Miłość dała mi klucz do mego powołania. Zrozumiałam, że skoro Kościół jest ciałem złożonym z różnych członków, to nie brak mu najbardziej niezbędnego, najszlachetniejszego ze wszystkich. Zrozumiałam, że Kościół posiada Serce i że to Serce PŁONIE MIŁOŚCIĄ, że jedynie Miłość pobudza członki Kościoła do działania i gdyby przypadkiem zabrakło Miłości, Apostołowie przestaliby głosić Ewangelię, Męczennicy nie chcieliby przelewać krwi swojej... Zrozumiałam, że MIŁOŚĆ ZAMYKA W SOBIE WSZYSTKIE POWOŁANIA, ZE MIŁOŚĆ JEST WSZYSTKIM, OBEJMUJE WSZYSTKIE CZASY I WSZYSTKIE MIEJSCA... JEDNYM SŁOWEM - JEST WIECZNA!...

Zatem, uniesiona szałem radości, zawołałam: O Jezu, Miłości moja... nareszcie znalazłam moje powołanie, MOIM POWOŁANIEM JEST MIŁOŚĆ!...

Tak, znalazłam swoje miejsce w Kościele, a to miejsce, mój Boże, Ty sam mi ofiarowałeś... W Sercu Kościoła, mojej Matki, będę Miłością... w ten sposób będę wszystkim i moje marzenie zostanie spełnione!!!... (Św. Teresa od Dzieciątka Jezus (Teresa Martin), Dzieje Duszy)