La teocrazia del Tibet buddista. Dal mito alla storia (articoli di Simonetta Cossu, Mario Rimini, Andrea B. Nardi, Marco Del Corona)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /09 /2013 - 14:48 pm | Permalink
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Riprendiamo da Liberazione del 5/8/2009 un articolo di Simonetta Cossu, da l’Occidentale del 17 Marzo 2008 un articolo di Mario Rimini, da l’Occidentale del 6 Gennaio 2009 un articolo di Andrea B. Nardi, da Il corriere della sera/La lettura del 1/4/2013 un articolo di Marco Del Corona. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (8/9/2013)

N.B. de Gli scritti. Presentiamo sul nostro sito alcuni articoli di diverso orientamento sulla storia del Tibet. La loro presenza sul sito non significa che i redattori de Gli scritti condividono ogni passaggio degli stessi, ma certo il loro contenuto stimola all’approfondimento ed alla discussione.

1/ Tra i monasteri buddisti di Lhasa dove scoppiò la rivolta del monaci, di Simonetta Cossu (da Liberazione del 5/8/2009)

Lhasa (Tibet)

A differenza di tanti altri contenziosi internazionali, sono pochi coloro che non sanno dove sia il Tibet e cosa lo ha sconquassato per anni. Come giornalista poter visitare la città di Lhasa è stata una emozione, ed ha alimentato la curiosità di conoscere e capire quella grande regione ricca di storia. Partiamo dal dire che quando il funzionario di ambasciata mi chiese se soffrivo di mal di montagna, ho sogghignato e ho risposto superficialmente di no.

Ma atterrando a Lhasa ho capito di cosa stesse parlando. Lhasa, che in tibetano significa “trono di Dio”, è situata a 3650 m di altitudine nella valle del Kyi Chu. Il che significa che d’estate l’ossigeno è presente solo in percentuale del 65%, mentre in inverno può scendere al 50%. Il Tibet quindi è una regione che toglie il fiato, non solo per la sua bellezza, ma nel senso letterale del termine.

Il Tibet è una delle cinque regioni autonome della Cina, (le altre quattro sono Guangx, Mongolia interna, Ningxia, Xinjiang). La loro ragione di esistere è determinata dal fatto che i loro territori racchiudono minoranze etniche e che la costituzione cinese garantisce a queste maggiori diritti. Le regioni autonome dispongono della figura del presidente (le province regolari hanno dei governatori) che deve appartenere ad un gruppo etnico definito dalla regione autonoma (tibetano, uiguro ecc.).

Altra peculiarità del Tibet è che nonostante sia la seconda per grandezza è decisamente la meno popolata.
In Tibet vivono 2,81 milioni di persone, e stando ai dati cinesi il 92% è di etnia tibetana. Tra le esenzioni previste dal governo centrale è permesso ai tibetani di avere più figli, a differenza dei cinesi di etnia Han. Questo diritto avrebbe, sempre secondo fonti cinesi, portato ad un incremento della popolazione, aiutata anche dal miglioramento delle condizioni sanitarie e sociali (l’aspettativa di vita oggi è di 67 anni rispetto a quella del 1959 che era di 35).

La presenza cinese comunque a Lhasa è abbastanza visibile, molti negozi e piccole imprese sono gestite da questi neo immigrati arrivati per far fortuna. Dal 1959, data della fuga dal Tibet del XIV Dalai Lama, lo scontro tra il governo in esilio e il potere centrale è uno dei nodi più spinosi con cui la Cina si deve confrontare. Il Tibet ha una storia millenaria, ricca e densa che è difficile riassumere.

I cinesi affermano che il Tibet è sempre stato parte del loro impero. Mentre una parte dei tibetani invece rivendica un’indipendenza che, affermano, affonda la legittimità nella Storia.

Spulciando la storia del Tibet si scopre che nel tredicesimo secolo, l’imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l’imperatore della Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ironia della storia quindi vuole che il primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito cinese.

In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei, cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti o da loro altri cortigiani.

Senza dilungarci troppo, i tibetani di fatto hanno conosciuto secoli di alterne vicende, con periodi di indipendenza e periodi di sottomissione ai potentati del tempo, ad esempio fu dominata dai mongoli di Gengis Khan, sempre, però, mantenendo una quasi completa autonomia amministrativa. La storia del Tibet è costellata da guerre assurde, da superstizioni, da violenze, (come la tortura “Ling chi” – la morte dei mille tagli (i tagli sono tutti piccoli, ma alla fine la persona muore dissanguata) – decretata ai reciproci oppositori politici, da trame regali, colpi di stato, intrighi, e dalla spontanea sottomissione per secoli alla Mongolia e poi alla Cina pur di conservare il potere dei monasteri sulle popolazioni tibetane. Una storia non diversa da quella che ha attraversato l’occidente. Per lungo tempo in Tibet, e parliamo degli anni precedenti all’occupazione cinese, vi era una vera e propria teocrazia governata da leggi barbare e sorretta da un rigido sistema feudale di servitù della gleba.

Nel 1950 l’Esercito di liberazione popolare, facente capo alla Repubblica Popolare Cinese guidata da Mao Zedong, invase il Tibet, adducendo, come motivazioni verso l’esterno, il fatto che il Tibet con la Cina, 39 anni prima, erano un unico stato. Nel 1956 il Governo cinese costituì il Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet. Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) presiedeva il comitato, ma si rese conto che gli altri appartenenti erano molto dipendenti dalle decisioni del governo centrale. Nel 1957 scoppiò una rivolta nel Tibet orientale che si estese a Lhasa nel 1959. Nello stesso anno l’Esercito di liberazione popolare schiacciò la rivolta e indusse il Dalai Lama alla fuga e il 17 marzo lasciò il Palazzo del Norbulingka travestito da soldato e scappò in India dove costituì il Governo tibetano in esilio.

Da allora ad oggi lo scontro tra il Dalai Lama in esilio e Pechino ha costellato la storia più recente. Sono stati almeno nove gli incontri tra i rappresentanti del XIV Dalai Lama e quelli del governo cinese nel tentativo di trovare una soluzione, ma le posizioni restano distanti.

Le autorità cinesi riconoscono l’autorità religiosa del Dalai Lama, e ammettono anche la sua influenza in quanto è riconosciuto dai buddisti come la reincarnazione del Buddha. La loro opposizione è al Dalai Lama come leader politico. Negli incontri che abbiamo avuto con i rappresentanti del governo tibetano la loro posizione è netta: la porta è sempre aperta per il Dalai Lama e si dicono pronti a discutere del futuro della sua persona, ma non ci sono margini di trattativa per quanto riguarda ogni discussione di autonomia o indipendenza regionale. L’integrità territoriale è per la Cina una delle questioni che non possono essere messe in discussione ne dal Dalai Lama, ma neanche dai partners europei o occidentali. È questo il vero nodo che Pechino contesta ai sostenitori del Dalai Lama e che hanno più volte portato Pechino a condannare con durezza i riconoscimenti, anche solo informali, concessi al leader religioso in esilio.

Un problema serio si porrà quando l’attuale Dalai Lama morirà. Il Dalai Lama era ed è attualmente venerato come manifestazione del Buddha della Compassione Chenresig. La reincarnazione è da sempre lo strumento della successione: quando un Dalai Lama muore, le sue funzioni vengono ereditate da un Reggente, che guida la ricerca della sua reincarnazione tramite le premonizioni, i responsi degli oracoli ed i segni divini.

Il potenziale candidato viene sottoposto ad una serie di prove atte a ricordare la vita precedente. Se l’esito risulta positivo egli è riconosciuto come reincarnazione del suo predecessore. Il diritto di nominare il futuro Dalai Lama spettava ai soli lama tibetani. Ma Pechino non intende riconoscere questa formalità e pretende di avere il potere di nomina del successore. Il primo passo da parte dei cinesi in questa direzione è stato compiuto nel 1995 quando rapirono la supposta reincarnazione del decimo Panchen Lama. Il Panchen Lama è la seconda autorità spirituale del Tibet, sottoposta solo a quella del Dalai Lama, determinante per il ritrovamento della reincarnazione del Buddha della Compassione, il quale a sua volta è determinante nel ritrovamento della sua.

Il potenziale undicesimo Panchen Lama fu identificato dall’attuale Dalai Lama nella persona di Gedhun Choekyi. Dal 1995 non si hanno più notizie né del Panchen Lama, né della sua famiglia, che ufficialmente sono posti sotto la “tutela protettiva” del governo di Pechino che sempre in quella data nominò un nuovo Panchem Lama che oggi risiede nella capitale. Nel settembre 2007, la Cina ha affermato che tutti gli alti monaci tibetani dovranno essere nominati dal suo governo e che, in futuro, questi dovranno eleggere il 15° Dalai Lama, sotto la supervisione del loro Panchen Lama.

Il vero problema è che l’unico titolare che non è mai stato ascoltato, da una parte e dall’altra, è il popolo tibetano. Impossibile in quattro giorni di visita capire cosa e quale siano i sentimenti di questa popolazione rispetto all’intera questione. Quello che ci resta nella memoria sono i magnifici templi buddisti, dove decine di fedeli, poveri, ricchi e stranieri, si recano a rendere omaggio ai diversi Buddha.

Un rito che colpisce perché compiuto con vera devozione. Le statue dei grandi Buddha sono ricoperti di doni e di soldi. Piccole banconote dal valore infinitesimale, circa 5 centesimi di euro, che vengono infilate nelle pieghe, nelle bacheche di queste statue e sono destinate al sostentamento dei monaci che vivono nel monastero. L’altra cosa che colpisce è la totale assenza di ogni riferimento all’attuale Dalai Lama. Nessuno lo cita, nessuna delle guide ne parla. E come se la figura del papa scomparisse da San Pietro.

Oggi in Tibet ci sono oltre 1700 luoghi di culto e 46 mila monaci che vivono nei monasteri e si sostengono con le donazioni dei fedeli e di un piccolo giro di vendite di oggetti di culto o turistici. Il governo riconosce ai più poveri e agli anziani un sussidio per vivere. Molti parlano solo tibetano, e qualcuno anche l’inglese.
Quanto accaduto lo scorso anno non ha lasciato segni tangibili nelle strade di Lhasa affollate di mercanti e turisti, ma ha sicuramente lasciato un segno nelle autorità locali.

La protesta nel marzo del 2008 alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino ha riacceso i riflettori mediatici sulla questione. Quando a Lhasa esplose la rivolta il governo cinese scelse la censura impedendo a giornalisti e a chiunque altro di recarsi nella regione per raccontare quello che stava accadendo. Risultato è che ancora oggi non si sa veramente cosa accadde: quanti furono uccisi o arrestati, se la protesta avesse coinvolto la popolazione locale.

Oggi la responsabile dell’Informazione del governo locale lo ammette senza reticenze: «Sbagliammo a impedire ai mezzi di informazione di raccontare quanto stava accadendo. Adesso lo sappiamo, ma dagli errori si può imparare molto». Ma il vizio è difficile da perdere. Alla richiesta di informazioni su quanti monaci furono arrestati e dove sono finiti la risposta è stata laconica: «Hanno violato la legge e sono stati puniti». Va registrato però che la lezione tibetana sta modificando, almeno in parte, l’atteggiamento del governo centrale. Nella recente rivolta nella regione autonomo dello Xinjiang Pechino ha optato per una forma di apertura permettendo anche ai media cinesi di riportare quanto stava accadendo e ai giornalisti stranieri di recarsi sul posto.

La questione politica tibetana resta in ogni caso aperta e non si vedono soluzioni diplomatiche all’orizzonte. Una cosa invece appare chiara, il Tibet di oggi è una regione che assomiglia sempre di più alla Cina moderna dove predominano le parole d’ordine dell’impero: crescita, sviluppo e apertura. E dove l’indipendenza appare più una utopia che una reale soluzione possibile.

2/ Il vero Tibet non è quello che immagina l’Occidente, di Mario Rimini (l’Occidentale del 17 Marzo 2008)

Il Tibet, un giorno, forse sarà libero. Ma quel giorno, si accorgerà di aver perduto la simpatia, il sostegno e l'ammirazione di tante belle anime nostrane. Perché i tibetani, finalmente liberi, avranno sottratto loro un'idea, una fantasia. Un paese dei balocchi che vive nei sogni annoiati di un Occidente orfano di miti. Il Tibet è stato, senza dubbio, l'ennesimo capitolo nella storia della politica di potenza delle nazioni. Vittima delle ambizioni, e della forza, di uno scomodo vicino.

Ma l'occupazione cinese del Tibet almeno un regalo, al buddismo lamaista, l'ha fatto. Espropriandolo di terra e di potere, ne ha permesso la trasformazione in quel formidabile prodotto mediatico e culturale che da decenni continua a conquistare i cuori, e le menti, di molti ispirati neofiti occidentali.

Dicono che sia una religione solare e tollerante, che illumina e pacifica. Dicono anzi che non sia quasi neanche una religione, piuttosto una eterea filosofia. In Australia, ad esempio, il buddismo è molto popolare. È in qualche modo un prodotto ideale per questo paese intriso di modernità laica - un po' new age, un po' figlio dei fiori. Un paese in cui i matrimoni si celebrano in spiaggia, magari con canti anglicani, officiante buddista, salmi ebraici e qualche canzone contemporanea di accompagnamento. Le cerimonie vengono fuori benissimo,tra panorami mozzafiato, uccellini in volo e un senso di bontà e semplicità che ti pervade. La stessa sensazione che si ha capitando a una lezione di qualche lama venuto da lontano. Soltanto pochi in sala capiscono quello che leggono, ma la melodia della meditazione è irresistibile. E ognuno torna a casa con la sua perla di saggezza quotidiana, che illuminerà il cammino - almeno fino alla porta d'ingresso.

Il successo del buddismo nell'Occidente post-religioso sta tutto in questa apparente mancanza di coercizione, di dogmi, di quella pesantezza ontologica che le religioni del Libro faticano a scrollarsi di dosso. E così non solo il buddismo è amato da moltitudini di sognatori e persone di buona volontà. Il Tibet, la sua sorte sotto la dominazione cinese, è uno dei leitmoiv di qualsiasi pacifismo, la quintessenza della lotta contro l'oppressione dei popoli e della politica delle buone intenzioni. Non è un caso che le prime manifestazioni anticinesi in risposta alla repressione in Tibet siano andate in scena a Sydney, che ospita una folta comunità di adepti del buddismo tibetano, e si sia propagata poi ad altre piazze occidentali. E ben venga, la condanna della violenza e della sopraffazione.

Ma se il giogo straniero non è mai un bene, e il Tibet ha sofferto sotto quello cinese, non si perda nemmeno di vista la realtà. Una domanda, pertanto, è necessario porsela. Siamo sicuri che il buddismo tibetano sia questo miracolo di tolleranza, giustizia sociale e illuminazione che la sua versione ad usum delle masse occidentali, orfane di ispirazione, sembra incarnare? Il buddismo da salotto nostrano sembra crederlo.

Ma a far rispondere la storia, ci sarebbe di che scuotere il capo. Perché il buddismo tibetano è stato molto più che una sommessa e serafica riflessione sulla bellezza del mondo. È stato, prima di tutto, sistema di oppressione, strumento di potere, pretesto di dominazione. Come ogni religione che sia stata potere temporale.

Non lasciamoci ingannare dalla nostra stessa ingenuità. Fino all'invasione cinese, il Tibet è rimasto un relitto di feudalesimo in cui la religione era il cemento di una colossale ingiustizia sociale. Prima di esser prigionieri dei cinesi, i tibetani erano schiavi dei loro monasteri. Monasteri che allora possedevano la terra, le anime, e anche le persone. Il regime tibetano non era diverso da una qualunque teocrazia assolutista, fondata sulla superstizione e sulla prevaricazione motivata dalla fede. Lontana, lontanissima dalla filosofia pret-a-porter dei salotti bene delle nostre capitali radical-chic.

Il problema, certo, è in quei paesaggi, nell'infinita solitudine, nell'unicità di quella terra, che congiurano nel rendere irresistibilmente attraente il miraggio del Tibet che fu. È l'immagine romantica di un mondo a parte, intessuto di tradizioni millenarie, di isolamento e differenza. Troppo lusinghiera per non innamorarsene. Ma la passione per il Tibet tradizionale, che vive di un intreccio di mito e leggerezza, di fantasia e suggestioni orientalistiche, ha poco a che vedere, ammettiamolo, con i diritti umani. È puro esotismo. E oscilla perennemente fra ragione e pretesto, fra lucidità e abbaglio.

La ragione sta con la protesta contro la violenza e la sopraffazione, come in questi giorni. Il pretesto, invece, si esprime in molti modi. Nelle anime belle che deplorano la costruzione di un treno che collega Lhasa al resto del mondo. Nei nostalgici appassionati che si stracciano le vesti e gridano al sacrilegio se i cinesi costruiscono case, strade, commerci. Non si spiega, tutto ciò, con la ragione. Ci vuole il mito, per venirne a capo. Continuiamo a guardare al Tibet come a una vecchia pellicola in bianco e nero che ci commuove, e ci intriga. E vorremmo conservarlo così com'è, costi quel che costi. Anche sulla pelle dei tibetani.

Poco importa che la pellicola sia popolata da schiavi e padroni, da caste e miseria. Per noi, annoiati dalla nostra libertà, va benissimo così. La verità è che non sappiamo cosa pensino e vogliano, oggi, i giovani tibetani. Se preferiscano il commercio alla servitù tradizionale, l'educazione alla superstizione, il giogo cinese alla teocrazia. Prima di invocare una libertà che non vorremmo per noi stessi, legata al rimpianto di una cultura sociale e politica claustrofobica e feudale, faremmo bene a guardare oltre la cortina mitologica dietro cui abbiamo rinchiuso il Tibet per poterlo amare. 

Detestare la Cina, d'altronde, è invece troppo facile. Prima impero comunista, poi minacciosa superpotenza economica. In qualunque reincarnazione, la Cina intimorisce e instilla diffidenza. Alle Olimpiadi, tuttavia, questa Cina è ansiosa di presentarsi al mondo in una veste nuova. È la prima vera occasione in cui questo grande e complesso paese, dopo anni di cambiamenti tumultuosi e colossali, si veste a festa per fare il proprio "ingresso in società" sul nuovo palcoscenico globale. È un evento su cui ha investito energie gigantesche. E sarebbe un grave errore chiuderle la porta in faccia, per inseguire la chimera del Tibet d'antan. Boicottare le Olimpiadi non salverà il Tibet, ma in compenso ci perderà la Cina.

E la questione del Tibet è d'altronde più complessa, antica e controversa della favola in bianco e nero della terra dei giusti senza pecca, stuprata dai soldati del male, che spopola nei salotti occidentali. La Cina, di certo, il Tibet non lo ha "liberato". Ma non si confonda neppure la libertà dei tibetani con la vecchia teocrazia dei lama. Che la Cina, pur con tutte le sue colpe, ha avuto almeno il piccolo merito di abolire.   

3/ Il passato dimenticato del Tibet tra feudalesimo e teocrazia, di Andrea B. Nardi (da l’Occidentale del 6 Gennaio 2009)

Il Tibet è il paradiso perduto per antonomasia. La nazione dei monaci vittime della repressione cinese ma anche l’erede di una teocrazia fondata sulla servitù della gleba. Una terra ricca di contraddizioni che vanno districate meglio.

Quanti di coloro che si riempiono la bocca e le braccia agitando la bandiera del Tibet hanno un’idea seria della storia di questo paese? Nessuno, c’è da scommetterci. Il mito del Tibet in Occidente si perde nei secoli passati come una favola bella. Utopia orientale di pace e saggezza, alimentata dalla scarsità di resoconti odeporici veritieri resi a loro volta impossibili dalla difficoltà di giungere colà.

Se all’animo di chiunque appare consolatorio immaginare un luogo – un non-luogo – idilliaco abitato da monaci intenti esclusivamente a esercizi spirituali avulsi da ogni pratica mondana, depositari di antiche sapienze, la realtà è ben diversa, come sempre purtroppo accade. E il fatto che tale paese sia così impervio e lontano da qualsiasi altra nazione civile non fa che alimentarne il fascino remoto. Che poi si sia giustapposto l’ideale religioso buddista alla storicità concreta delle genti tibetane nei secoli, rende ancora più ridicolo l’assunto – come se immaginando la carità cristiana dei Vangeli se ne deducesse la totale pietas e misericordia del mondo occidentale nella sua storia.

In Tibet non sono vissuti e non vivono santi pacifici custodi di elevati e pii segreti. In Tibet vivono e hanno vissuto uomini in carne e ossa reduci da un passato per nulla edificante, le cui semplici vesti da monaci non possono nascondere tragedie e misfatti al pari di qualsiasi cronaca storica di un popolo.

Che oggi ci si accapigli in strada, mostrando indignazione in pubblico per difendere le pretese tibetane verso la crudelissima Cina, rientra in quel moderno gioco delle parti in cui apparire impegnati intellettualmente ed eticamente significa poter sventolare una qualsiasi bandiera di un qualsiasi gruppo che si dichiari oppresso, senza minimamente curarsi di approfondirne le eventuali ragioni, torti e responsabilità. Ciò che conta è seguire la moda radical-chic di crearsi sempre un nemico facile e ben identificabile. Lo fece la bella Jane Fonda negli Anni Settanta facendosi fotografare con i Vietcong, salvo poi chiedere scusa al popolo americano vent’anni e centinaia di migliaia di esecuzioni vietnamite dopo; lo fecero i liberal occidentali inneggiando al premio Nobel per la pace Arafat, salvo poi scoprire che lo stesso fu l’unico vero impedimento alla pace in Palestina per biechi interessi personali; lo fanno ancora oggi i giovani con la faccia del Che stampata su magliette e bandierine, senza immaginare di portare così a spasso l’effigie di un assassino isterico, esautorato dallo stesso Castro per manifesta incapacità a fare qualsiasi cosa che non fosse ordinare fucilazioni. Così è il mondo.

Per questo motivo – benché motivati da un’indigestione di violenta opulenza e masochismo consumistico occidentale alla disperata ricerca di un paradiso alternativo – sarebbe ingeneroso sia attribuire infiniti pregi morali e ultraterreni ai monaci tibetani, sia considerarne soltanto le vergogne storiche normalmente presenti in qualunque processo nazionale. Allora, evitando di urlare a squarciagola “Free Tibet!”, cosa che i tibetani per primi non vogliono assolutamente (al massimo un’autonomia amministrativa; e allora tutto questo caos per una misera autonomia, si dirà: ebbene sì!), sarebbe utile leggere il libro di Pietro Angelini, Tibet – Mito e Storia, per andare al di là delle farneticazioni new age da bolsi attori hollywoodiani che individuano in questi atteggiamenti la soluzione alle contraddizioni del nostro mondo occidentale.

In verità ben altre contraddizioni albergano in questo popolo di monaci, dedito fin dall’antichità meno alla religiosità che allo sfruttamento dei contadini, in un approccio feudale sopravvissuto a tutt’oggi, dove a fronte di una esigua minoranza dedita alla speculazione mistica esiste una percentuale del 30 per cento di monaci rispetto alla popolazione tibetana che vive della propria condizione privilegiata e poco ammirevole. Formidabile, quindi, questo recente libro che è un racconto d’avventura sotto la veste di saggio magico, un modo nuovo d’analizzare momenti di storia e di socialità attraverso una narrazione personalissima, fascinosa, incantata, ma al contempo strettamente scientifica nelle sue conclusioni.

Incontriamo così lungo la storia del Tibet, le guerre assurde combattute dai monaci, le loro superstizioni, le violenze, la tortura “Ling chi” – la morte dei mille tagli (i tagli sono tutti piccoli, ma alla fine la persona muore) – decretata ai reciproci oppositori politici, le trame regali, i colpi di stato, gli intrighi, la spontanea sottomissione per secoli alla Mongolia e poi alla Cina pur di conservare il potere dei monasteri sulle popolazioni tibetane. E soprattutto il rifiuto di avvicinarsi a una modernità democratica.

Troppo spesso ostaggio dei miti che l’Occidente ha messo in vendita nei supermercati del nuovo materialismo spirituale, il Tibet viene descritto come un paradiso perduto. Un luogo popolato da saggi monaci non-violenti, vittime inermi di un “genocidio” da parte dei cinesi che sembrano incarnare tutto il male possibile. Secondo una visione opposta, fino agli anni Cinquanta era invece una specie di Stato canaglia, una teocrazia fanatica e integralista governata da leggi barbare e sorretta da un rigido sistema feudale di servitù della gleba. Ma i due punti di vista sono ugualmente fuorvianti, perché eludono la complessità delle vicende storiche che cinquant’anni fa hanno determinato l’esilio del Dalai Lama e la nascita della questione tibetana.

Il libro di Angelini racconta il Paese delle Nevi dai primi miti agli ultimi tragici avvenimenti, le radici del conflitto coi cinesi, così come la vera storia del Tibet. Un resoconto fuori dal coro – sorretto da un’impressionante documentazione – sulle vicende passate e le prospettive future di una cultura unica al mondo e di un popolo sull’orlo dell’estinzione.

4/ Se anche i buddhisti sono cattivi, di Marco Del Corona (da Il corriere della sera/La lettura 1/4/2013)

Del sangue e della cenere di Meiktila la Birmania non aveva bisogno, come non servivano il sangue e la cenere sparsi all’inizio dell’estate scorsa nel suo Stato occidentale del Rakhine. Assalti, roghi, massacri. Dispute scaturite da crimini gravi o futili motivi e diventate una minaccia per la tenuta di un Paese che si mostra al mondo voglioso di democrazia, aperture e riconoscimenti. Pogrom, per usare una parola d’altri luoghi e altri contesti: qui però devoti buddhisti aggrediscono musulmani. Una quindicina di monaci avrebbero incendiato la casa di una famiglia islamica, ha riportato anche la Bbc. I linciaggi stanno lacerando, oltre a una Birmania dove l’etnia principale costituisce i due terzi della popolazione, anche la visione di una religione universalmente percepita come pacifica, ingenuamente distante dall’idea stessa di conflitto. Invece no. Le notizie da Meiktila ma anche da zone non lontane da Rangoon, e oltre, mettono in crisi la rassicurante classificazione delle religioni in «buone» e «cattive». Il Buddha sorridente rischia di ritrovarsi in cattiva compagnia, insieme con i fanatici della jihad armata. Un Buddha talebanizzato suo malgrado.

IL CASO BIRMANO

Le religioni sono fatte dagli uomini. E uomini sono i monaci che in Birmania protestano contro la sola ipotesi che ai rohingya (etnia musulmana del Rakhine che il governo relega alla condizione di apolidi) vengano concessi alcuni diritti. Altrove nelle pagode si ascoltano sermoni ostili ai musulmani, presenti da secoli in un Paese che apparteneva alla Corona britannica come l’India, India da dove l’amministrazione coloniale pescava quadri e personale per la Birmania. A pronunciare certe parole è lo stesso clero che nel 2007 e in altre occasioni aveva marciato in faccia alle baionette dell’esercito, chiedendo democrazia in nome di Aung San Suu Kyi. Le religioni, peraltro, non abitano il cielo ma la terra, e in Birmania il mosaico di minoranze, che non necessariamente condividono il credo buddhista della maggioranza bamar, prova una diffidenza verso il potere centrale nutrita da antiche discriminazioni e dalle efferatezze di mezzo secolo di giunte militari.

TIBET, SRI LANKA E OLTRE

La sorpresa davanti ai monaci buddhisti che incitano a regolamenti di conti poco misericordiosi non è che una metamorfosi dell’eterno orientalismo, visione dell’Asia (e dell’altro) attraverso aspettative e stereotipi (nostri). Come se dai buddhisti, da chi ha così sete di Nirvana, non ci potessimo aspettare nulla di brutto: non che un bonzo uccidesse nel 1959 Solomon Bandaranaike, primo ministro dello Sri Lanka; non che i lama a Lhasa o in qualche contea tibetana scagliassero pietre contro i soldati cinesi nelle periodiche fiammate d’irredentismo ed esasperazione. Stiamo ancora a quanto scriveva un qualunque capitano che col suo mercantile solcasse le acque del Sudest asiatico negli anni Trenta del secolo scorso, un Alexander Hamilton qualsiasi: i buddhisti «considerano che siano buone tutte le religioni che insegnano a essere buoni» (“A New Account of the East Indies”, 1930). Ovvero un esempio di tolleranza ed ecumenismo assassinati a Meiktila. La storia del buddhismo è piena di esempi che contraddicono la lettura orientalista di una religiosità univocamente placida, e quindi puntata verso una rappresentazione dei fedeli come «buoni selvaggi». Non occorre essere eruditi per scovare, dal Giappone al Tibet, profili di monaci guerrieri vuoti di sé — come l’Illuminato insegna — eppure ben armati. Perché, in fondo, la meta finale del buddhista trascende il bene e il male che si possono compiere con la spada. E se, come annotava lo studioso Trevor Ling, «non esistono prove nette che in Paesi dove il buddhismo sia religione di Stato le guerre vengano considerate attività non-buddhiste» (“Buddhism, Imperialism and War”, 1979), l’armamentario di pratiche e liturgie è persino tornato utile ai soggetti più improbabili: chi assisteva ai seminari rivoluzionari di Pol Pot, il leader dei khmer rossi responsabile dello sterminio di 1.700.000 cambogiani fra il 1975 e il ’79, li riconosceva molto simili per toni e struttura agli insegnamenti ascoltati nelle pagode. In un contesto meno cruento — la Birmania britannica degli anni Venti — il percorso verso l’indipendenza concepito dall’ideologo U Ottama (un monaco, non a caso) veniva assimilato, nel procedere a stadi, proprio alla via che conduce all’illuminazione.

CONTRADDIZIONI

Universo contraddittorio, il buddhismo (o meglio: i buddhismi). Metabolizza i comportamenti che contraddicono la nostra visione di una fede serena, senza spigoli. Il Dalai Lama, la cui causa venne vanamente difesa da guerriglieri sostenuti dalla Cia nel Tibet occupato da Mao Zedong, oggi tenta di dissuadere i suoi connazionali dalle auto-immolazioni per protesta contro la Cina, atti la cui giustificazione impegna i dotti buddhisti in acrobatiche disquisizioni teologiche e morali. Proprio il Tibet, per secoli una teocrazia feudale, offre solidi argomenti a chi sostenga che di per sé essere buddhisti non significa essere buoni: una posizione entusiasticamente abbracciata dalla Cina nel rivendicare la «giusta liberazione» di una regione tuttora non domata.

L’INNOCENZA DELL’ILLUMINATO

Lassù sull’altopiano la sovrapposizione fra Stato e religione si è mostrata in tutta la sua ingombrante presenza. Le monarchie asiatiche tradizionalmente hanno cooptato il clero per assicurarsi le sue competenze, che si trattasse di stilare documenti, fornire consigli, guidare ambasciate, insegnare: un meccanismo di interdipendenza destinato a produrre religiosi spesso collaborazionisti e amministrazioni bigotte e compiacenti. E a generare un sistema in cui nazione, purezza etnica e fede coincidono. Eppure, a ben guardare, i pogrom dei buddhisti birmani contro i musulmani parlano alle nostre aspettative pigre, alle nostre facili letture. Se i monaci e i loro fedeli che pochi anni fa protestavano a Rangoon contro i generali sono gli stessi che giustificano l’assalto alle moschee e ai bazar nella valle dell’Irrawaddy, i colpevoli sono gli uomini. E Buddha è innocente.