Per non “balconear” la vita. Come parla Jorge Mario Bergoglio, di Jorge Milia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /09 /2013 - 14:49 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 30/8/2013 un articolo scritto da Jorge Milia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Adolescenti e giovani nella sezione Catechesi, scuola e famiglia.

Il Centro culturale Gli scritti (15/9/2013)

Anticipiamo — nella traduzione dallo spagnolo di Mariana Gabriela Janún — un articolo che sarà pubblicato venerdì 30  agosto in rete sul sito di Alver Metalli www.terredamerica.com .

Nel lunfardo — il gergo tipico della città di Buenos Aires, molto usato nel tango — il verbo balconear significa "stare a guardare dalla finestra" o dal balcone.  Come in italiano, descrive un atteggiamento di pura curiosità, dove non c’è partecipazione, come uno spettatore davanti al quale sta accadendo qualcosa che non lo riguarda, e quindi può permettersi di criticare sempre degli aspetti che non gli piacciono o  su cui non è d'accordo; lui, comunque, non si coinvolge mai, si tiene da parte.

Negli anni della nostra infanzia e adolescenza, quando il giovane insegnante  Bergoglio era nostro professore, la scuola dell'Immacolata Concezione di Santa Fe partecipava con altre scuole cattoliche alla processione del Corpus Christi assieme ai fedeli. Durante il lungo percorso che attraversava tutto il centro cittadino, era comune vedere molti balconeros: famiglie che con qualche immagine religiosa e un paio di candele sul balcone attiravano l'attenzione e si dedicavano a salutare i fedeli in processione e a pronunciare dei commenti. In certe zone, quasi ogni cento metri, c'erano una o due case con delle persone che si dedicavano alla stessa "pratica".

A me stupiva un po' perché i miei nonni materni, quelli che erano ancora vivi, anche se anziani e pieni di acciacchi camminavano con i membri della loro parrocchia e non avevano mai preso in considerazione l'idea di balconear.

Un giorno ne ho parlato con un prete della scuola, e questi mi ha dato una spiegazione molto semplice: «Sono vecchie che usano la fede allo stesso modo della tintura dei capelli. La fede non si vive dal balcone ma camminando». Una frase che sarebbe ritornata alla mia memoria nel 2010 facendo il Cammino di Santiago  che rimanda proprio a una Chiesa in cammino.

Quando Papa Francesco ha detto: «Non lasciate che siano gli altri i protagonisti del cambiamento, voi siete quelli che costruiscono il futuro», mi sono sentito giovane anch'io e ho pensato quanto era bello che quella gioventù piena di speranze oggi lo capisse e fra trenta o quarant'anni ricordasse le sue parole e facesse il bilancio dei risultati. Poi, quando ha insistito con i giovani invitandoli a non balconear, a tuffarsi nella vita come ha fatto Gesù,  ho provato una grande tenerezza e una profonda ammirazione per quell'amico al quale veniva fuori dal profondo dell'anima il suo porteño (la parlata infarcita di lunfardo tipica degli abitanti di Buenos Aires).

Per Papa Francesco — ed è difficile che ci sia qualcuno che non lo capisca — il cristiano è protagonista, non spettatore.

In poco tempo ci ha dimostrato che dall'unico balcone dal quale si può partecipare è dalla loggia di San Pietro alla quale si è affacciato una sera piovosa un Papa che veniva dalla fine del mondo e che ha salutato tutti quelli che lo aspettavano con un semplice «Buona sera», e ha conquistato il cuore del mondo chiedendo di pregare per lui.