Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603), Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006, traduzione e cura di Alessandra Chiricosta. Una recensione di Giuseppe Tanzella-Nitti ed una breve nota di A.L.

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /09 /2013 - 14:52 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito Documentazione interdisciplinare di scienza e fede una recensione di Giuseppe Tanzella-Nitti al volume Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603), Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (15/9/2013)

1/ Recensione di Giuseppe Tanzella-Nitti a Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603), Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006, traduzione e cura di Alessandra Chiricosta

La figura di Matteo Ricci (1552-1610), astronomo e matematico, missionario gesuita in Cina e responsabile della prima reale evangelizzazione di quelle terre, possiede una statura scientifica, morale e spirituale di primo livello. La conoscenza delle sue opere e della sua straordinaria attività di inculturazione, rimasta per molto tempo confinata entro una ristretta cerchia di specialisti, va emergendo progressivamente negli ultimi anni. Allo scienziato missionario sono state recentemente dedicate mostre e ricostruzioni storiche e il suo operato, rimasto in ombra a motivo di contrasti e incomprensioni presentatisi nei rapporti con Roma a causa della carica innovativa di alcune prassi di evangelizzazione da lui adottate (la cosiddetta “questione dei riti” sorta alla metà del ‘600), torna oggi ad essere valorizzato da più parti. La sua personalità e il suo lavoro vengono così sempre più frequentemente proposti come modello di inculturazione anche per i nostri tempi.

La traduzione italiana dall’originale cinese dell’opera Il vero significato del Signore del Cielo è frutto di un lavoro accurato, ordinato e assai ben presentato da Alessandra Chiricosta, studiosa di culture dell’Estremo Oriente e del Sud Est asiatico, alla quale si deve il merito di una precisa contestualizzazione filologica e culturale dello scritto di Ricci che fa apprezzare al lettore tutto lo sforzo e la profondità profuse dal missionario gesuita nel produrre, nella lingua dei suoi interlocutori, un’opera che potesse spiegare la fede monoteista ebraico-cristiana e il compimento che in essa hanno le legittime aspirazione religiose di tutti i popoli.

Matteo Ricci scrive Il vero significato del Signore del Cielo, nel 1603, a 20 anni circa dal suo ingresso in Cina, dopo essersi già fatto apprezzare per la sua competenza di matematico e di astronomo – discipline che aveva studiato al Collegio Romano sotto la guida di Cristoforo Clavio – e aver già tentato di entrare nei circoli culturali dei dignitari di quelle Terre, prima assumendo le vesti dei bonzi buddisti, tipiche di ogni religioso, anche straniero, che avesse un qualche messaggio spirituale da trasmettere, e poi, finalmente, assumendo lo shi, la tonaca del letterato.

Per lunghi anni si dedica a studiare gli scritti di Budda, di Confucio e dei maggiori autori appartenenti al contesto culturale e spirituale cinese, familiarizzandosi con il linguaggio, gli schemi filosofici soggiacenti e le dottrine. Forte dell’acquisizione di tale impegnativo background e grazie alla fama acquisita nei circoli vicini all’Imperatore per i suoi meriti scientifici, Ricci intraprende la redazione di un’opera la quale, sotto forma di dialogo fra un letterato cinese (il suo interlocutore ideale) e un letterato occidentale (lo stesso Ricci), gli consentisse di spiegare al mondo culturale cinese la fede ebraico-cristiana nell’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Lavoro, questo, che richiederà al Ricci un notevole sforzo filologico per scegliere, al nominare Dio e a parlare di quanto connesso con la vita morale cristiana, termini e figure che risultassero comprensibili ai suoi ascoltatori, perché mutuate dal, o vicine al loro contesto linguistico e culturale.

L’opera prende nome, appunto, dal nome scelto dal Ricci, Tian zhu per indicare Dio, i cui elementi erano disponibili nella cultura cinese come risultato di una lenta maturazione che aveva condotto a spersonalizzare (positivamente) il culto degli antenati, facendo migrare il culto di Shang di, figura di Signore dell’Alto, ancora simile al capostipite di tutti gli antenati, verso il culto del cielo, Tian, di cui Ricci annuncia adesso la personalità del suo Signore, appunto il “Signore del Cielo”.

L’esposizione di Ricci, che assomiglia più ad un Dialogo patristico che a un catechismo, prende dunque avvio dal riconoscimento di un Dio creatore, dal quale tutto ha origine e tutto dipende, che egli va gradatamente arricchendo di attributi filosofici che traducano in categorie confuciano-cinesi quanto egli ha appreso dai suoi studi aristotelico-scolastici (l’opzione per Confucio e il rifiuto di Budda qui ricorda, con le dovute differenze, l’opzione in favore del Logos a spese del mythos operata in Occidente).

L’itinerario tracciato da Ricci in questo libro non potrà sfociare nell’annuncio del Dio Trinità e del sacrificio redentore di Gesù Cristo, sebbene nelle pagine finali spiegherà al suo interlocutore che “il Signore del Cielo è venuto a visitarci”, lui in persona, per aiutarci a meglio dirigerci verso di Lui. L’incompletezza di tale itinerario potrebbe far subito pensare, a nostro avviso erroneamente, ad un appiattimento della fede sul contenuto del de Deo Uno, suggerendo un giudizio di superficialità o di opportunismo nei confronti dell’evangelizzatore-scienziato. Non siamo dello stesso parere. L’opera va invece considerata come un primo passo necessario, l’unico forse disponibile in quel momento e in quel contesto, per porre le fondamenta ad un discorso completo che il Ricci avrebbe certamente svolto durante il suo ministero in luoghi e situazioni adeguate, e che sarebbe probabilmente maturato in altre opere se non fosse sopraggiunta prematura la sua morte.

Per tutto questo, a distanza di quattro secoli, l’opera e la strategia di Matteo Ricci non cessano di offrire anche oggi preziosi suggerimenti, sia di ordine pastorale che di ordine teologico. Proviamo ad evidenziarne qualcuno. In primo luogo va subito segnalata la scelta della sua competenza di matematico e di astronomo, subito dopo affiancata da quella di letterato, come “porta” per entrare nel dialogo interreligioso e interculturale. Non si tratta certo di un uso strumentale della scienza, ma del fatto che la scienza, quale strada per attingere alla Verità, può favorire il parlare di una Verità che, anche dal versante multi-culturale, ammette molte strade per essere scalata. Ricci non avrebbe potuto evangelizzare la cultura cinese del suo tempo se non fosse stato, anche lui, un vero uomo di scienza e di cultura.

Va qui ricordato anche lo sforzo da lui profuso – apprendimento della lingua e del contesto spirituale-culturale in cui si muoveva e la coltivazione mai cessata delle scienze matematiche – che non può non essere di esempio (ma forse anche di sana provocazione) per molti evangelizzatori del nostro tempo.

In secondo luogo fa certamente riflettere la scelta di Ricci di procedere prendendo avvio da un riconoscimento di Dio Creatore come base per ogni discorso su Dio comprensibile ai suoi interlocutori. Ciò che vogliamo qui rilevare non è il possibile conflitto con il compito, indubitabile, di evangelizzare Cristo, e Cristo crocifisso, ma semplicemente mostrare che questa scelta, in quel contesto, risultava la più naturale, lasciando che ognuno operi, se lo desidera, paralleli con luoghi e contesti culturali che potrebbero esistere anche oggi.

Infine va messo in luce lo stile sobrio, immediato, ricco di buon senso e di spunti tratti da una sapienza largamente (ma anche profondamente) intesa e condivisa, impiegato da Ricci per spiegare ciò che ai suoi interlocutori poteva risultare difficile o apparentemente lontano dai loro schemi mentali. Rappresenta un piccolo gioiello, in proposito, la difesa del celibato cattolico operata da Ricci nell’ultimo capitolo del suo libro, mediante la quale egli cerca di superare, con successo, l’idea radicata nella cultura cinese, secondo la quale rinunciare a formare un proprio nucleo familiare e alla procreazione veniva visto come un grave attentato contro la pietas verso i genitori e la famiglia. Le argomentazioni lì esposte, semplici e di facile comprensione, potrebbero essere ancor oggi sostenute in contesti simili.

La tomba di Matteo Ricci, sepolto a Beijing, è ancora oggi rispettata e venerata dai cinesi che lo considerano uno dei grandi personaggi della loro cultura, come testimonia la sua presenza nell’altare commemorativo dei “grandi della Cina” costruito a Pechino alla fine del secondo millennio.

2/ Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603). Breve nota di A.L.

Ne Il vero significato del “Signore del Cielo” Matteo Ricci usa come equivalenti, per parlare di Dio, i termini cinesi Shang Di (Sovrano dell’alto, Di=sovrano/signore, Shang=altezze), Tian Di (Signore dell’alto, Tian=cielo) e Tian Zhu (Signore del cielo, Zhu=signore). La sua opera non è tesa tanto alla scelta del termine adatto, quanto piuttosto ad una purificazione del significato del termine stesso.

Proprio in relazione alla visione di Dio appaiono evidenti nel testo i motivi della critica al buddhismo ed al taoismo. Ad essi egli preferisce il sistema confuciano come base della sua argomentazione. Delle due religioni Ricci contesta la dottrina del “nulla”, l’idea dei fenomeni del mondo come un’unità organica indistinta, l’incapacità di segnare chiaramente la differenza fra l’uomo e gli altri animali.

Nel secondo capitolo in particolare Ricci, tramite il dialogo portato avanti dal “letterato occidentale” che lo rappresenta, spiega che ciò che esiste non può derivare dal nulla, come pretenderebbero il buddhismo ed il taoismo. Egli invita a non odiare i buddhisti ed i taoisti, ma li contesta perché non fanno fare un solo passo avanti nel comprendere come possano esistere il mondo in cui viviamo.

Del confucianesimo, egli valorizza, invece, l’affermazione che deve esserci un unico principio, poiché non è possibile che esistano contemporaneamente due principi originari. Il suo discorso tende a mostrare come questo principio deve avere quelle caratteristiche di bontà, di intelligenza, di libertà che ha l’uomo, anche se all’ennesima potenza, altrimenti non si comprenderebbe come una realtà inferiore possa generarne una superiore a sé. In questo senso il Signore del cielo è ben superiore al cielo stesso e non può essere assolutamente identificato con esso.

Inoltre il “letterato occidentale” si trova a condividere l’importanza che il confucianesimo attribuisce alla vita pubblica degli uomini ed al loro impegno nella storia. Il sistema confuciano riflette sull’importanza dell’autorità che struttura le diverse relazioni sociali e Ricci vuole mostrare come l’intero cosmo abbia un’autorità che la presiede.

Emerge dal testo come, nel desiderio di “inculturare” la fede – come si direbbe oggi – Ricci operi un preciso discernimento dei diversi aspetti della mentalità cinese dell’epoca, privilegiandone alcuni aspetti e criticandone altri, sempre mostrando come il cristianesimo sia quella luce che porta a compimento i germi di bene presenti in quella cultura, altrimenti destinati a non fiorire pienamente.  

Il discorso di Ricci parte, quindi, da una riflessione sul Dio Creatore (tema importantissimo per chiarire il significato della vita umana e della libertà divina) e motiva l’esigenza di Dio per l’uomo anche a partire dal bisogno umano di vivere bene e di condurre una vita che troverà una ricompensa nel cielo – si potrebbe dire una fondazione della necessità di Dio per una via etica, quasi alla maniera kantiana.

Bellissime sono le battute finali del dialogo, nelle quali il “letterato cinese” domanda come mai questo Signore del cielo non sia disceso su questa terra, vedendo il male nel quale si dibattano gli uomini e la loro incapacità di giungere alla verità. Il “letterato occidentale” risponde che aveva il desiderio di sentirsi rivolgere questa domanda e non osava porla lui stesso.

Ed a quel punto spiega che veramente il Signore del Cielo è disceso 1603 anni or sono, nell’anno Geng-shen nel secondo anno successivo alla scelta, da parte dell’imperatore Ai della dinastia Han, del nome imperiale Yuan-Shou, decidendo di farsi carne in una donna casta: il suo nome fu Gesù.

3/ Alcuni brani da Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603), Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006, traduzione e cura di Alessandra Chiricosta

N.B. de Gli scritti. Le note fra parentesi quadre sono nostre

[nn. 1-4. Nell’Introduzione all’opera, Matteo Ricci si sofferma sull’importanza dell’unicità, come afferma in particolare il sistema confuciano che si basa sulle Cinque Relazioni Umane] pp. 67-68

1. Tutte le dottrine riguardanti la pace mondiale e il giusto governo di un paese sono incentrate sul principio di unicità. Quindi gli uomini virtuosi e saggi hanno sempre consigliato ai ministri di essere savi, il ché significa non avere un secondo (signore nella loro mente).Tra le Cinque Relazioni Umane, la più importante è quella che riguarda il re, e il primo dei Tre Legami nelle Relazioni Umane è quello tra il re e i suoi ministri. Un uomo giusto deve comprendere ciò e comportarsi di conseguenza.

2. Nei tempi antichi, quando un grande numero di eroi, che si combattevano reciprocamente in un'era di anarchia, rendeva (il paese) disunito, e quando era ancora incerto chi sarebbe dovuto essere il giusto regnante, ogni uomo giusto esaminava attentamente chi avrebbe potuto essere il signore legittimo, e moriva per lui. Questa decisione era irrevocabile.

3. Ogni stato o paese ha il suo signore; è dunque possibile che solo l'universo non abbia signore? Un paese deve essere unito sotto un solo signore; è possibile che l'universo abbia due signori? Quindi un uomo superiore non può disconoscere la fonte dell'universo e l'artefice di tutte le creature, e non innalzare la mente a Lui.

4. Invece, ci furono alcune persone che giunsero a ribellarsi e a commettere ogni sorta di peccati. Non si accontentarono di impadronirsi di ogni (gloria) nel mondo degli uomini, ma osarono tentare di usurpare il posto del Signore del Cielo e di porsi al di sopra di Lui. Ma il desiderio di queste persone risultò impossibile da soddisfare, poiché il cielo era troppo in alto perché loro ne raggiungessero la sommità. Quindi proclamarono dottrine false e malvagie, e mentirono alla gente comune per far sparire ogni traccia del Signore del Cielo. Promisero anche di dare felicità e benefici affinché il popolo li rispettasse e li venerasse. Mentirono a se stessi e così il popolo mentì al Sovrano dall’Alto.

[nn. 10-11. Sempre nell’Introduzione all’opera, Ricci sottolinea l’importanza della fiducia nella provvidenza di Dio che vede e ascolta, al fine di incoraggiare i buoni e spingere al timore i cattivi] p. 70

10. Quindi essi non sanno che, sebbene la Provvidenza Celeste non abbia corpo, è come un Grande Occhio che vede tutto; è come un Grande Orecchio che ascolta ogni cosa; ed è anche come un paio di Grandi Piedi che raggiunge ogni luogo. Per un buon figlio è come la protezione del proprio genitore; per uno cattivo è come il potere autoritario di una guardia o di un ministro di giustizia.

11. Tutti gli uomini che agiscono bene credono che debba esistere Colui che è Onorato Sopra Ogni Cosa, che governa il mondo. Se Colui che si Onora non esistesse, o se esistesse e non intervenisse nelle faccende umane, non significherebbe ciò chiudere il cancello del ben operare e aprire la strada del comportamento malvagio?

[nn. 16ss. Il I capitolo si intitola Dibattito sulla creazione del cielo, della terra e di tutte le cose da parte del Signore del cielo, e su come Lui eserciti la sua autorità su di esse e le sostenga. Il dialogo inizia con il “letterato cinese” che afferma quanto sia importante la perfezione del sé, cioè quanto sia importante vivere una vita bella e buona e conforme a verità. Ma l’uomo non sa dove condurrà alla fine della vita questa perfezione del sé] pp. 75-76

16. Il letterato cinese afferma: Lo studio della perfezione del sé è un obbiettivo che tutti gli uomini considerano di importanza suprema. Chiunque non desideri mostrare ingratitudine per la vita che gli è stata donata, ed essere classificato alla stregua di un animale, deve sforzarsi al massimo. Solo grazie a questo esercizio assiduo un uomo può essere considerato Nobile: altrimenti, sebbene possa avere altre doti, sarà comunque un uomo da poco: la virtù è la vera felicità e la vera ricchezza; la fortuna priva di virtù non è una reale fortuna, ma ha le sue fondamenta nella sventura.

17. Quando un uomo viaggia lungo una strada, è legato ad essa perché vuole raggiungere la sua destinazione; quindi, la ragione per mantenere la strada in buono stato risiede non nella strada in sé, ma nel punto di arrivo a cui la strada conduce. Ora, dove ci conduce la Via della perfezione del sé? Sebbene sia chiaro dove ci conduca in questo mondo, non si sa dove ci condurrà dopo la morte.

18. Ho sentito che lei, signore, ha viaggiato attraverso il mondo, che insegna alla gente i decreti del Signore del Cielo, e che incoraggia le persone a fare del bene. Vorrei, dunque, ricevere i suoi insegnamenti.

[nn. 65-76 Il II capitolo si intitola Spiegazioni delle errate teorie umane riguardo al Signore del cielo. Ricci , in questo capitolo, esclude la possibilità che le cose possano venire dal “nulla” o dalla “vacuità”, come affermano il buddhismo e il taoismo. A queste due dottrine egli preferisce comunque il confucianesimo che, pur non riuscendo a risolvere il problema del perché esista l’universo, non confonde le carte affermando che il nulla è l’origine di tutto. Non si dimentica, però, di ricordare al suo amico che non si debbono odiare buddhisti e taoisti, sebbene insegnino dottrine erronee.] pp. 97-102

65. Il letterato cinese afferma: La sua profonda dottrina soddisfa le orecchie e inebria la mente. Ci ho pensato tutta la notte e quasi mi dimenticavo di andare a dormire. Ora vorrei chiederle maggiori chiarimenti, nella speranza che i dubbi che permangono nella mia mente possano essere dissipati completamente.

66. Nella nostra Cina sono presenti tre religioni, ciascuna con il suo insegnamento. Lao Zi dice: «Le cose si producono dal nulla, e fa del "nulla" la Via. Il Buddha pensa che «il mondo visibile emerge dalla vacuità», e fa della "vacuità" il fine. I confuciani dicono «Nel trasformarsi dello Yi risiede il Fondamento Supremo» e quindi fanno dell'"esistenza" il principio base e della "sincerità" l'oggetto dello studio della perfezione del sé. Mi chiedo chi, dal suo riverito punto di vista, sia nel giusto.

67. Il letterato occidentale afferma: Il "nulla" di cui parla Lao Zi e la "vacuità", pensata dal Buddha, sono in totale disaccordo con la dottrina che riguarda il Signore del Cielo; ed è quindi chiaro che non meritano apprezzamento. Quando si giunge all'''esistenza'' e "sincerità" confuciane, invece, sebbene io non abbia ascoltato una spiegazione completa del significato di queste parole, sembrerebbe di essere vicini alla verità.

68. Il letterato cinese dice: Anche gli uomini più importanti del mio paese rifiutano con veemenza il Buddhismo e il Daoismo, e nutrono un odio profondo nei confronti di questi.

69. Il letterato occidentale dice: È meglio rifiutare che odiare; ed è meglio, ancora, farlo attraverso un chiaro ragionamento piuttosto che rifiutarli utilizzando mere parole; poiché anche i daoisti e i buddhisti sono creati dal nostro Padre, il Signore del Cielo, e quindi siamo tutti fratelli. Ad esempio, se il mio fratello minore impazzisse e cadesse a terra, dovrei io, come fratello maggiore, avere pietà di lui od odiarlo? La cosa più importante risiede nell'utilizzo della ragione, per spiegare la verità e rendere chiare le cose.

70. Ho letto un gran numero di libri di confuciani e ho notato che non cessano di esprimere astio contro il Buddhismo e il Daoismo. Sono condannati in quanto barbari, e la reazione ad essi è descritta come un attacco all'eresia; ciononostante, non ho mai visto nessuno esporre i loro errori utilizzando principi fondamentali. Da ciò si è prodotto che se l'uno dice che l'altro è in torto, l'altro sostiene che è il suo oppositore ad essere in errore, così si sono attaccati l'un l'altro, nessuno dei due disposto a cedere, per mille e cinquecento anni; e non sono ancora in grado di riconciliare i propri punti di vista. Se fossero in grado di argomentare le proprie posizioni l'un l'altro, in maniera razionale, sarebbero naturalmente capaci di distinguere il vero dal falso; e le tre scuole sarebbero in grado di ritornare all'unica e giusta Via. C'è un proverbio occidentale che recita: "Una corda spessa può legare le corna di un bue, e il discorso razionale può assoggettare la mente umana". In passato, negli stati confinanti con la mia umile nazione, non c'erano solo tre religioni, ma centinaia di migliaia di scuole di pensiero eterodosse; poiché i nostri studiosi hanno chiarito, in seguito, la verità, con l'aiuto di un ragionamento corretto e hanno influenzato le persone per mezzo di buone opere, ora questi stati seguono la religione del Signore del Cielo.

71. Il letterato cinese dice: C'è solo una dottrina ortodossa; come possono essercene varie? In ogni caso, gli insegnamenti del Buddhismo e del Daoismo non sono privi di fondamento. Tutte le cose, dicono, sono prima vacue, poi sono attualizzate; all'inizio non esistono, ed è solo in seguito che giungono all'esistenza. Così, sembra che loro considerino la "vacuità" e il "nulla" come la fonte di ogni cosa.

72. Il letterato occidentale dice: Se si desidera ottenere un'esaustiva comprensione, bisogna iniziare a gettare le fondamenta di conoscenze elementari. Coloro che vivono sotto il cielo danno valore al reale e all'esistente e disdegnano il non-esistente. Quando si giunge a parlare della fonte di ogni fenomeno, si tratta chiaramente di ciò, il cui valore oltrepassa ogni paragone. Come, quindi, possono essere impiegate parole spregevoli come "vacuità" e "nulla" per rappresentarlo? Inoltre, non si può dare ad altri ciò che non si possiede. Questo è un principio ovvio. Ciò che si definisce ora "vacuità" o "nulla" non possiede assolutamente niente in sé. Come può quindi dare natura e forma a qualcos'altro e, di conseguenza, determinarne la venuta all'esistenza? Una cosa deve esistere autenticamente prima di poter dire che esista. Ciò che non esiste autenticamente, non esiste. Se la fonte di ogni cosa non fosse reale o non esistesse, allora, di conseguenza, le cose prodotte da essa non esisterebbero anch'esse. Anche i più santi tra gli uomini sulla terra non sono in grado di rendere qualcosa vivente. Come possono cose che sono essenzialmente nulla o vacue utilizzare la propria vacuità, o nullità, affinché tutte le cose giungano all'essere e continuino nella propria esistenza? Se osserviamo le cose nei termini delle loro cause, dobbiamo concludere che, fintanto che queste cause vengano chiamate "vacuità" e "nulla", non potranno essere la causa agente, formale, materiale e finale delle cose; e fintanto che sarà così, di che utilità saranno per le cose?

73. Il letterato cinese afferma: Avendo ascoltato i suoi insegnamenti, li trovo inquestionabilmente corretti e appropriati; ma forse c'è del vero nell'affermare che le cose prima non siano e che solo dopo giungano ad essere?

74. Il letterato occidentale dice: Si può affermare che le cose che hanno un inizio, prima non ci siano, e solo in seguito giungano all'esistenza. Non discuteremo allora delle cose che non hanno un inizio. Le cose che sono senza un principio sono sempre esistite. Come potrebbe esserci un tempo in cui fossero state non esistenti? Di alcune cose singole si può dire che inizialmente non erano, e solo successivamente sono giunte all'esistenza. Ma non si possono ammettere così ampie generalizzazioni. Ad esempio, prima che una persona sia nata, i suoi genitori esistevano; e così è per ogni altra cosa al mondo. All'inizio, quando non una singola cosa esisteva, allora, necessariamente, doveva esserci un Signore del Cielo che servisse come fonte di tutte le cose.

75. Il letterato cinese dice: Tutte le persone possiedono una mente capace di distinguere il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso. Chiunque non sia in grado di comprendere questa verità, che lei ha appena esposto, è come una persona che abbia perduto le proprie radici mentali. Nessuno vorrebbe più ascoltare alcuna delle sue assurdità. Se la vacuità e il nulla non sono né uomini né spiriti, sono prive di mente, consapevolezza e intelletto, mancano di umanità e rettitudine, e di ogni cosa degna di essere definita buona, allora la vacuità e il nulla non possono essere paragonate neanche alla più piccola e umile pianta. Chiamarle la radice di tutti i fenomeni è veramente cosa perversa. Ma la vacuità e il nulla di cui ho sentito parlare non sono delle reali vacuità e nulla; sono, più che altro, la mancanza di forma e suono dello spirito. Che differenza, dunque, intercorre tra queste e il Signore del Cielo?

76. Il letterato occidentale dice: Questo è un modo molto sconveniente di parlare; per cortesia, non equipari tali termini al Signore del Cielo. Il Suo spirito ha una natura, ingegno e virtù. Supera altamente tutto ciò che possiede forma, e la Sua ragione è la più completa. Come si può definirLo nulla e vacuità perché è senza forma? La moralità implicita nelle Cinque Virtù è anch'essa priva di forma e suono, ma chi direbbe di essa che è nulla? La differenza tra qualcosa che non ha forma e il nulla è grande come quella tra cielo e terra. Se la teoria del nulla viene insegnata, non solo non riuscirà ad illuminare il genere umano, ma lo fuorvierà di molto.

[nn. 102ss. Sempre nel II capitolo, Ricci mostra come negli stessi fondanti la cultura cinese ci sono come delle intuizioni dell’esistenza di un unico Signore del cielo, del Dio unico e personale.] pp. 112-119

102. Il letterato occidentale dice: Nonostante quello che lei ha detto, la dottrina riguardante il fatto che il Cielo ela Terra siano le due cose più onorate, non è affatto semplice da spiegare, poiché ciò che è sommamente degno di onore è unico e incomparabile. Se parliamo di "cielo" e "terra" ci stiamo riferendo a due cose.

103. Colui che è chiamato Signore del Cielo, nel mio modesto paese, è colui che è detto Shang di in Cina. Non è, in ogni caso, lo stesso raffigurato nelle immagini daoiste come l'Imperatore di Giada, che è descritto come il Signore Supremo del Padiglione Nero del Cielo, perché questi non è altro che un recluso nel monte Wudang. Dal momento che si tratta di un uomo, come avrebbe potuto essere il Sovrano di cielo e terra?

104. Il Nostro Signore del Cielo è il Sovrano dall'Alto menzionato nei testi canonici: citando Confucio, la Dottrina del Mezzo dice: «Le cerimonie di sacrificio al Cielo ed alla Terra intendono prestare culto al Signore dall'Alto». Zhu Xi commenta che il non menzionare il Sovrano della Terra sia dovuta alla necessità di brevità. A mio modesto parere, ciò che Chung-ni intendeva dire è che ciò che è unico non può essere descritto dualisticamente. Come si sarebbe potuto prendere in considerazione meramente la brevità dell'espressione?

105.  Uno degli inni ai sovrani Zhou recita così:

Il braccio del re Wu era pieno di forza;
Irresistibile il suo ardore.
Grandemente illustri erano Cheng e Gang,
Governato dal Signore dall'Alto.

In un altro inno leggiamo:

Come sono belli il grano e l'orzo,
il cui prodotto lieto noi riceviamo!
Il Sovrano dall'Alto, luminoso e glorioso.

Ne L’inno ai sovrani Shang c'è questo passaggio:

E la saggezza e la virtù [di Tang] aumentano quotidianamente.
Risplendente è stata l'influenza del suo carattere per lungo tempo,
e il Sovrano dall'Alto l'ha indicato
a modello per le nove regioni.

Nelle Odi Maggiori leggiamo:

Questo re Wen, con attenzione e reverenza,
serviva intelligentemente il Signore dall'Alto.

Il Classico dei Mutamenti dice:

Il Sovrano proviene da Chen ad Est.

Le parole "Sovrano" e "Imperatore" non denotano il cielo materiale. Poiché il cielo azzurro abbraccia le otto direzioni, come può emergere da una sola?

107.  Nel Libro dei Riti è detto:

Quando tutti i punti sono disposti come si conviene, il Signore dall'Alto accetterà il sacrificio.

E continua:

Il figlio del Cielo stesso ara il terreno per il riso con cui riempire il vaso, e il miglio nero da cui distillare lo spirito da mischiare alle erbe fragranti, e per le offerte al Signore dall'Alto.

108.  Nel Giuramento di Tang è scritto:

Il re di Xia è un criminale, e, poiché io temo il Sovrano dall'Alto, non oso far altro che punirlo.

È anche detto:

Il grande Signore dall'Alto ha conferito anche alle persone inferiori un senso morale, in conformità del quale mostrerà la loro natura invariabilmente giusta. Ma provvedere alla serenità, perché perseguano sulla strada indicata, questo è il compito del sovrano.

Ne "Lo Scrigno bordato di metallo" del Classico della Storia il Duca di Zhou dice:

E inoltre è stato incaricato nella sala del Sovrano per estendere il suo aiuto ai quattro angoli dell'impero...

Il fatto che il Sovrano dall'Alto abbia la sua dimora, rende chiaro che chi parla non si stia riferendo al cielo fisico. Quindi, avendo sfogliato un gran numero di testi antichi, è abbastanza chiaro per me che il Sovrano dall'Alto e il Signore del Cielo siano differenti solo nel nome.

109. Il letterato cinese dice: L'amore dell'uomo per il passato non si concretizza in altro che in un'attrazione per gli oggetti e i libri dei tempi andati. Nessuno ha indagato i principi dei tempi antichi, come lei ha fatto, per fornire un insegnamento metodico, ideato per condurre gli uomini indietro, verso la Via del passato. Ma c'è ancora qualcosa che non comprendo. Nei testi antichi, il Cielo è frequentemente considerato come qualcosa degno di onore; Zhu Xi commenta che il termine "Sovrano" deve essere compreso come "Cielo", e il termine "Cielo" come "principio". Fornendo spiegazioni ancora più dettagliate, Cheng Yi afferma: «Quando pensiamo in termini di forma, noi parliamo del cielo; quando pensiamo nei termini di esercitare il controllo sulle cose, parliamo di "Sovrano" o "Signore", e quando pensiamo nei termini della natura, parliamo di qian». È possibile, dunque, parlare di servire Cielo e Terra con reverenza?

110. Il letterato occidentale dice: Se si pensa più profondamente alla questione e si spiega il Sovrano dall'Alto nei termini di Cielo, allora si dovrebbe fare come lei suggerisce, poiché Cielo, di fondo, significa "il Grande Uno". Il principio non può esercitare il controllo su tutte le cose, per le ragioni che ho addotto ieri. Il termine Sovrano dall'Alto è molto chiaro e non necessita di esposizioni ulteriori, ancora di meno di una fuorviante esplicazione. Il cielo azzurro, che possiede forma, si compone di nove livelli, dal superiore all'inferiore. Come, dunque, può essere la stessa cosa di Colui che è unico e supremamente onorato? Quando ci interroghiamo sul Signore dall'Alto troviamo che Egli è senza forma; come, dunque, può essere chiamato con un nome che indica qualcosa dotata di forma? Il cielo è circolare e limitato a nove livelli. Comunque si guardi, ad Est o Ovest, si osserva che il cielo non ha testa né stomaco; né mani né piedi. Non è forse risibile il dire che condivide il corpo vivente della divinità? Se tutte le creature spirituali sono prive di forma, come potrebbe il Signore del Cielo, che è da onorare sommamente ed è senza pari, possederne una? Asserire ciò non è solo non comprendere la natura dell'esistenza umana, ma anche essere ignoranti di astronomia e della natura di tutti i fenomeni.

111. Se il cielo superiore, o la volta celeste, non possono essere riverite, quanto meno lo dovrà essere la terra sottostante, che è calpestata dagli uomini e ricettacolo di sporcizia? Quindi, solo il vero e unico Signore del Cielo, che ha creato tutte le cose, e che produce e preserva il genere umano, può essere riverito. Non c'è una cosa creata nell'universo che non viva per il sostentamento dell'essere umano; noi dobbiamo, perciò, ringraziare il grazioso Signore del Cielo e della terra e di tutta la creazione, e servirLo con reverenza e con la più grande sincerità. Come potremmo abbandonare questo Signore, che èla Fonte Suprema di tutto il creato, e servire, invece, le cose create, che ci sono state date per il nostro uso e consumo?

112. Il letterato cinese dice: Se ciò che lei dice corrisponde al vero, allora stiamo ancora in uno stato di confusione mentale. Quando la maggioranza delle persone volge lo sguardo a vedere il cielo, pensano solo ad adorarlo.

113. Il letterato occidentale dice: Le persone differiscono tra di loro, alcune sono assennate, altre folli. Sebbene la Cina sia un grande paese, tuttavia, non ospita solo uomini saggi, ma, inevitabilmente, anche uomini stupidi, che considerano ciò che possono vedere con i loro occhi come esistente, e ciò che non possono vedere con i loro occhi come non esistente. Per questa ragione, pensano di dover servire il cielo e la terra fisici, e sono ignari del fatto che ci sia un Signore del Cielo e della Terra. Quando i viaggiatori giungono, da fuori, alle vie di Chang An e vedono l'imponente e splendido Palazzo reale, chinano il capo a terra e dicono: «Chino il capo a terra per riverire il mio imperatore». Ma chi ora riverisce il cielo e la terra, onora il palazzo al posto dell'imperatore! Le persone intelligenti sono in grado di comprendere le cose nascoste tramite la deduzione; così, quando osservano l'altezza dei cieli e l'ampiezza della terra, capiscono che c'è un Signore del Cielo dentro di loro, che esercita un controllo su di loro; e rispettosamente innalzano le menti, e giungono al Signore del Cielo, che è privo di forma, per riverirlo. Come si può pensare che il cielo azzurro sia degno di adorazione?

114. Quando gli uomini superiori parlano di cielo e terra, stanno solo utilizzando delle figure retoriche. Ad esempio, gli ufficiali in carica nelle prefetture e nei distretti chiamano loro stessi col nome della prefettura e del distretto che controllano. Il prefetto di Nanzhang è chiamato Prefettura di Nanzhang, e il magistrato del distretto di Nanzhang è chiamato Distretto di Nanzhang. Sulla base di questa analogia, il Signore del Cielo e della Terra è talvolta chiamato "Cielo e Terra". Questo non è un riferimento al cielo e alla terra dotati di forma, ma al Signore della Creazione. Temendo che le persone fraintendessero il vero Signore del Cielo, ho parlato di lui direttamente come il Signore del Cielo, e ho quindi trovato necessario chiarire questo punto.

115. Il letterato cinese dice: Oh, Insegnante perspicace, nel suo discorso sull'origine delle cose non ha solo raggiunto la verità, ma anche chiarificato la terminologia. Da ciò si può evincere che, nel suo stimato paese, le discussioni sui principi delle cose non sono discorsi superflui e superficiali, ma, piuttosto, aprono il cuore degli stolti, liberandoli dal dubbio. Lei si è applicato in uno studio e con una fede profonda alla questione e ai principi relativi al Signore del Cielo. Mi vergogno del fatto che noi confuciani non siamo stati in grado di vedere chiaramente le questioni importanti della vita. Abbiamo investigato dettagliatamente altre cose, e non siamo stati attenti a quegli insegnamenti che riguardano il fine della nostra vita. I nostri genitori ci hanno dato le varie parti del nostro corpo, e noi dobbiamo, per questo, esercitare la pietà filiale verso di loro. Il nostro sovrano e i ministri ci danno la terra, il posto in cui vivere, gli alberi e gli animali, grazie ai quali possiamo praticare la pietà filiale verso i nostri avi, e istruire e crescere i nostri figli. Dobbiamo quindi onorare anche loro. Ma quanto più dovremmo onorare il Signore del Cielo, che è il Grande Padre e la Grande Madre, il Grande Sovrano, la Causa Prima dei primi antenati, l'Uno da cui tutti i sovrani derivano il proprio mandato e il Creatore e Sostentatore di tutte le cose? Come si potrebbe cadere in errore di fronte a Lui, o dimenticarLo? I suoi insegnamenti non possono essere compresi pienamente tutti in una volta, e vorrei, quindi, ascoltare il resto un altro giorno.

116. Il letterato occidentale dice: Ciò che lei cerca, signore, non è il profitto, ma solo la vera Via. La pietà del nostro grande Padre proteggerà sicuramente questo individuo che indicala Via, cosicché possa trasmettere il suo insegnamento, e il discepolo, in modo che possa riceverlo. Se ha altre domande, signore, non oserò far altro che risponderle.

[n. 574-575 Al termine dell’VIII capitolo, Un sommario degli usi occidentali, una discussione sul significato e la storia del celibato tra il clero e una spiegazione per la quale il Signore del cielo è nato in occidente, Ricci fa porre al “letterato cinese” la domanda sul perché il Signore del cielo sia rimasto nascosto, pur vedendo gli uomini nell’ignoranza] p. 306

574. Ma ho adesso ricevuto istruzioni da lei in numerose occasioni, e perciò considero il Signore del Cielo come onnipresente e onnisciente. Poiché è il padre compassionevole del genere umano, come può sopportare di permetterci di vivere nell'oscurità per così lungo tempo, non conoscendo il grande padre, che è la nostra fonte, e vagando avanti e indietro per questa strada dell'esistenza umana. Perché non scende Egli stesso sulla terra a guidare personalmente le masse che hanno perduto la via, in modo che le persone di tutte le nazioni siano in grado di riconoscere il vero Padre e, quindi, sapere che non ci sono altri dei. Non sarebbe la cosa più diretta da fare?

575. Il letterato occidentale dice: Ho sperato a lungo che mi ponesse una domanda simile. Se gli studiosi della Via in Cina avessero spesso posto questa domanda, avrebbero già ricevuto la risposta. Mi lasci spiegare come possano essere corretti i disordini nel mondo. Per cortesia, ascolti attentamente.

[n. 580 E finalmente risponde che il Signore del cielo stesso è disceso per amore, per compassione, per non lasciare gli uomini lontani dalla verità. Indica poi la data dell’Incarnazione secondo il calendario cinese] p. 308

580. Quindi, agì con grande compassione, scendendo Egli stesso in questo mondo per salvarlo, sperimentando ogni cosa. Milleseicentotre anni or sono, nell'anno Geng-shen nel secondo anno successivo alla scelta, da parte dell'Imperatore Ai della dinastia Han, del nome imperiale di Yuan-Shou, nel terzo giorno successivo al solstizio d'inverno, scelse una donna casta, che non aveva mai conosciuto uomo, per divenire Sua madre, si incarnò nel suo ventre e nacque. Il Suo nome fu Gesù, che significa "colui che salva il mondo". Stabilì il suo insegnamento e predicò per trentatré anni in Occidente. Quindi riascese al Cielo. Queste sono le azioni concrete del Signore del Cielo.

[n. 584 Ricci non dimentica di affermare che l’uomo non potrebbe salvarsi da solo e non potrebbe conoscere da solo il Signore del cielo se questi non si chinasse sull’umanità] p. 309

584. Il letterato occidentale dice: Si può istruire gli uomini riguardo agli eventi umani del passato e del presente, senza essere un santo. Chiunque desideri ottenere un nom e per se stesso, può farlo, semplicemente decidendolo fermamente e lavorando duramente. Ma la forza dell'uomo è forse sufficiente quando l'obbiettivo che si sceglie, invece, è di istruire le persone in ciò che concerne il Sovrano dall'Alto, in cose che devono ancora accadere, e nell'annunciare la Via? Solo il Signore del Cielo può farlo. Un medico è in grado di curare le persone usando la medicina, i confuciani si dedicano a preservare l'ordine nel mondo attraverso l'utilizzo di premi e punizioni. Queste sono cose che possono essere fatte con lo sforzo umano, e non possono essere usate come prove di santità.

4/ Prefazione di Matteo Ricci alla 3ª ed. del suo Mappamondo Universale (Pechino 1602)

Prefazione dell'Autore, in Matteo Ricci, Il mappamondo cinese del P. Matteo Ricci S.I. conservato presso la Biblioteca Vaticana , commentato tradotto e annotato dal P. Pasquale M. D'Elia S.I., Con XXX tavole geografiche e 16 illustrazioni fuori testo, 3a. edizione, Pechino 1602, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1938.

Un tempo io credetti che la sapienza consistesse in una molteplice esperienza, e quindi difatti non rinunciai a una distanza [anche] di dieci mila li [unità di misura cinese] per andare ad interrogare uomini savi e visitare paesi celebri. Ma quanto è lunga la vita di un uomo? Certo è che [solo] dopo molti anni si acquista una scienza completa, fondata sopra una vasta osservazione; ma [allora] ecco che subito uno diventa molto vecchio, e il tempo manca di servirsi di questa scienza. Non è questo una cosa dolorosa?

Ecco perché faccio gran conto delle carte [geografiche] e della storia: la storia per fissare [queste osservazioni] e le carte per tramandare [il ricordo ai posteri].

Quando gli Antichi hanno consegnato in iscritto le osservazioni di coloro che erano andati nelle quattro direzioni del mondo, i posteri, vedendole, possono, anche restando seduti, far diminuire la loro ignoranza ed aumentare la loro sapienza.

Oh! Quanto grandi sono i meriti delle carte e della storia!

Il mio umile regno, benché piccolo, pure ha sempre creduto molto alla storia ed ha avuto piacere a sentir parlare dei costumi e dei luoghi celebri dei vari paesi. Ecco perché non solo vi sono gli Annali particolari del mio regno, ma esistono inoltre gli Annali dei vari paesi del mondo, e finanche la carta dei nove cieli, e i mappamondi.

Io Matteo, indegnamente presso di ammirazione, mentre ancora mi trovavo in agguato in un paese marittimo, per l'Impero del Fiore di Mezzo, la rinomanza della cui famosa dottrina si estendeva a dieci mila li, viaggiando in una nave, arrivai dal Occidente, e nel 1582 partii pel Kwangtung. I letterati del Kwangtung mi pregarono di fare la carta di tutti i regni per i quali io ero passato, per tramandare intatto il ricordo [ai posteri]. In quel tempo io, Matteo, non possedevo perfettamente la lingua cinese, e perciò, benché [la stampa] della carta fosse stata fatta con l'aiuto delle carte e dei libri che avevo portato con me, e con gli appunti e le investigazioni che avevo accumulato durante vari anni, pure come mai la traduzione fattane dall'Incaricato degli stranieri sarebbe stata scevra da ogni errore?

Nel 1600, dopo il mio arrivo a Nanchino, ricevutone invito da Uzuohae[1] ne feci per lui una nuova edizione.

Arrivato nella capitale nel 1601, molti illustri signori che già avevano visto questa carta, non disprezzarono un viaggiatore [come me] e si degnarono di trattarmi bene.

Il signor Licezao [Li Chih-tsao][2] addetto al Ministero [dei Lavori Pubblici], il quale già prima si era consacrato allo studio della geografia ed aveva da se stesso composto un libro per gli alunni, si interessò molto a questa carta e pensò che la [perfetta] corrispondenza tra i gradi della terra e le orbite del cielo è una legge che nessuna generazione cambierà mai.

Dopo un anno intero di esame, approfondito, minuzioso, diligente e ininterrotto [della mia carta], disgustato dalla piccolezza della carta da lui stampata prima, la quale non arrivava nemmeno a un decimo della carta modello che io avevo portato dall'Occidente, concepì il disegno di rifarla e di amplificarla. Io dissi: “Sarebbe una felicità per tutti questi paesi di essere conosciuti in Cina per mezzo di Lei. Oserei non verificare di nuovo, con più diligenza ancora, [la carta, per preparare una nuova edizione]?”.

Allora studiai di nuovo la carta originale della mia umile patria e gli Annali, corressi gli errori dell'anticha traduzione e le inesattezze dei numeri dei gradi, e vi aggiunsi centinaia di nomi di regni, la descrizione dei cui costumi e prodotti inserii nei vuoti lasciati dal foglio. Benché non assolutamente compiuta, pure [questa nuova edizione] è un po' migliore dell'antica.

Però è difficile capire a prima vista perché la terra, che ha difatti la forma di una palla, su questa carta sia rappresentata sopra una superficie piana. Per questo, anche secondo i metodi della umile patria, ho fatto inoltre la carta dei due emisferi, di cui uno contiene tutto ciò che è al nord dell'equatore, e l'altro tutto ciò che ne è al sud, mentre i due poli occupano il centro del cerchio, affinché la veduta simultanea [di essi] faccia capire un po' più facilmente a che cosa somiglia la vera forma della terra.

Tutto l'insieme forma sei quadri di gran paravento e può essere considerato come uno strumento per viaggiare, [pur] restando sdraiato nel proprio gabinetto di studio. Eh! Percorrere tutti i regni, senza nemmeno uscire della sala, non deve essere di poca utilità per l'esperienza!

Tempo fa, sentii dire che solo l'uomo superiore sa leggere il grande libro del cielo e della terra e che perciò è perfetto. Chi conosce il cielo e la terra, può provare che Colui che governa il cielo e la terra è assolutamente buono, assolutamente grande e assolutamente uno. Gli ignoranti rigettano il Cielo (= Dio), ma la scienza che non risale all'Imperatore del Cielo (= Dio) come alla [prima] causa, non è per niente scienza. La bontà consiste a purificare e ad amputare i cattivi germi, per desiderio di arrivare a Colui che è assolutamente buono. Perciò chi neglige le cose di poca importanza, si affretta ad occuparsi delle grandi e diminuisce la moltitudine [delle ansietà] per far ritorno a Colui che è assolutamente uno, è quasi arrivato alla scienza.

Io, Matteo, così poco intelligente, nel tradurre questa carta del cielo e della terra, non oso dire: “ecco di che acquistare esperienza!” Ciascuno dovrà acquistarla da se stesso.

Offro indegnamente questa carta a tutti coloro che, insieme con me, sono coperti dalla cappa dello [stesso] cielo e appoggiano i piedi sulla [stessa] terra.

Rispettosamente composto dall'Europeo Matteo Ricci, il 17 agosto dell'anno 1602.

Note al testo

[1] Mandarino integerrimo, allora segretario di 2ª classe al Ministero degli Uffici Civili a Nanchino. Nel suo prefazio alla seconda ed. scrisse: «Questo Sacerdote [Ricci] è modesto e non domanda niente; egli trova il suo piacere a praticare la virtù e a onorare il Cielo (= Dio), facendo mattina e sera il proposito di evitare pensieri, atti e parole inconsiderate» (cit. in Matteo Ricci, Il mappamondo cinese , p. 55, nota 2).

[2] Dott. Licezao [Li Chih-tsao] (1564-1630). Fa visita a Ricci a Pechino nel gennaio del 1601 e rimane stupito del Theatrum Orbis di Ortelio. Fra i migliori amici e collaboratori del Ricci, fu battezzato nel 1610 con il nome di Leone. Presidente del consiglio degli esami dei Licenziati, dopo il battesimo dedicò il resto della vita a espandere la fede cristiana.