Le dieci lettere del vescovo che aiutò Galilei. In un volume l’intensa corrispondenza fra lo scienziato e monsignor Pietro Dini, di Susanna Faviani

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /12 /2013 - 14:21 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 12/9/2013 un articolo scritto da Susanna Faviani. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (8/12/2013)

Galileo Galilei aveva contatti con l’allora arcivescovo di Fermo, monsignor Pietro Dini, persona illuminata che sperava di convincere della validità delle sue teorie scientifiche, considerate sovversive. Lo testimonia un fitto scambio epistolare fra i due. Che cosa scrisse Galileo al vescovo Dini? Come gli rispose il presule? Nel volume di Antonio Giannetti e Settimio Virgili Personaggi piceni vengono ricordati alcuni personaggi minori. Settimio Virgili è l’autore del capitolo “Le lettere copernicane di Galileo Galilei a monsignor Pietro Dini, arcivescovo di Fermo dal 1621 al 1625”. Dini, preparato sul piano scientifico, era amico del cardinal Bellarmino del Sant’Uffizio.

Nell’aprile del 1611 fu invitato da Galileo nei giardini del Quirinale, per una di­mostrazione scientifica relativa all’osservazione delle macchie solari. Il numero degli invitati era ristretto.

All’epoca i rapporti fra Galileo e la Curia erano ottimi e nulla fu messo in discussione dello scienziato pisano, relativamente alle prime sue pubblicazioni come La bilancetta o Il trattato della gravità dei solidi. I guai iniziarono quando abbracciò la tesi eliocentrica di Copernico. Sentendosi minacciato, lo scienziato tra il 1613 ed il 1615 scrisse le quattro lettere “copernicane”: una all’amico Benedetto Castelli, due a Pietro Dini (all’epoca referendario apostolico), una alla granduchessa Cristina di Lorena.

Nella prima lettera a Dini, del 16 febbraio 1615, Galileo si lamenta per le parole del domenicano Tommaso Caccini, che aveva puntato il dito «contro l’arte diabolica della matematica e i matematici fautori d’eresie, che avrebbero dovuto essere banditi da ogni Stato cristiano». Galileo si discolpa, difende le sue teorie, asserendo che un’interpretazione troppo letterale delle Scritture può essere fuorviante: «Quanto perniciosa cosa sarebbe l’asserire come dottrina risoluta nelle Sacre Scritture alcuna proposizione della quale una volta si potesse avere dimo­strazione del contrario».

È aspro con i domenicani, ribadendo che «l’efficacia delle mie ragioni è molto più zelante verso la Chiesa e la dignità delle Sacre Scritture, piuttosto che l’atteggiamento dei miei persecutori». Difende Copernico e chiede infine a Dini di perorare la sua causa presso il matematico gesuita Griemberger affinché ne parli a Bellarmino.

Dini risponde a Galileo con ben dieci lettere: da una parte gli dà ragione, dall’altra lo esorta alla prudenza. Orga­nizza l’incontro tra Grienberger e Bellarmino e rassicura più volte quest’ultimo sulla fede di Galileo. Nella sua seconda lettera a Dini lo scienziato confronta la teoria geocentrica con quella eliocentrica rispondendo alle osservazioni di Bellarmino e ribadisce la sua ubbidienza alla Chiesa, ma anche le sue affermazioni.

Il presule gli risponde con l’ultima delle sue dieci lettere, datata 16 maggio 1615, invitandolo alla prudenza e alla cautela. Ma Galileo replica restando fermo nei suoi convincimenti. A questo punto lo scambio epistolare si interrompe: Dini sapeva che la situazione stava prendendo una brutta piega e volle evitare di compromettersi personalmente.