Heidegger, Jünger e Schmitt. La filosofia all’ombra della svastica, di Edoardo Castagna (con interventi di Lorenzo Ornaghi e Salvatore Natoli)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /10 /2013 - 14:25 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 22/9/2013 un articolo e due brevi interviste di Edoardo Castagna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (27/10/2013)

1/ Heidegger, Jünger e Schmitt La filosofia all’ombra della svastica, di Edoardo Castagna

Come fiumi carsici del dibattito culturale, ci sono alcuni temi, figure, momenti che periodicamente riaffiorano e tornano a occupare il centro del proscenio. Perché investono problemi sempre attuali, e sempre irrisolti. Come il rapporto tra intellettuali e potere. Per questo il nesso tra il pensiero – specie nei suoi nomi più grandi – e i totalitarismi della prima metà del Novecento ha, da questo punto di vista, un valore paradigmatico, che continua a interrogare le coscienze degli storici del pensiero e delle idee.

L’ultimo assalto su questo fronte è venuto nelle settimane scorse dalle colonne di “Le Monde”, con l’intervento di Jean-Pierre Faye Le nazisme des intellectuels. Il filosofo francese, autore fra l’altro di Linguaggi totalitari (edito in Italia da Spirali), porta assieme sul banco degli imputati Martin Heidegger, Ernst Jünger e Carl Schmitt, che definisce un «triumvirato», un «trittico di nomi che disegna un tempio d’accettazione per l’ideologia propagata dalla furia hitleriana».

I capi d’accusa in realtà sono noti e da tempo dibattuti. Il sostegno di Heidegger al nascente regime nazista è comprovato da quella che davanti al tribunale della storia è la prova a suo carico più schiacciante, il discorso Appello agli studenti tedeschi che pronunciò nel 1933 da rettore dell’Università di Friburgo: «Non teoremi e idee – disse – siano le regole del vostro vivere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge».

Al coinvolgimento del filosofo con il regime sono stati dedicati numerosi studi; fondamentali quelli di Victor Farías Heidegger e il nazismo (Bollati Boringhieri) e L’eredità di Heidegger (Medusa). Faye però inscrive, nel suo j’accuse, questo coinvolgimento in una consapevole e orchestrata presa di posizione comune con Jünger e Schmitt, richiamando sia le consonanze contenutistiche dei loro scritti, sia i frequenti contatti personali tra i tre.

«Mobilitazione totale, Stato totale, sterminio totale: queste tre formule descrivono l’Europa in stato di guerra. Jünger, Carl Schmitt, Heidegger esprimono in questi termini la realtà più pericolosa e lo stesso crescente terrore politico». “Mobilitazione totale” è espressione jüngeriana, “Stato totale” schmittiana, “sterminio totale” heideggeriana: Faye le isola e le connette immediatamente al lessico politico del tempo, rimarcando le evidenti simmetrie con il linguaggio hitleriano.

Heidegger e Schmitt furono anche regolarmente iscritti al Partito nazista (non Jünger, che anzi rifiutò la proposta di Goebbels di presiedere l’Unione nazista degli scrittori) dal 1934: un appoggio concreto quindi alla nascita del regime, al quale tuttavia non fecero seguito azioni particolarmente rilevanti negli anni successivi.

La responsabilità che Faye addossa loro è quella di aver «contribuito al linguaggio del Reich» e, nel farlo, rimarca alcune oggettive corrispondenze. Se può apparire eccessiva la sua riduzione della complessa figura di Carl Schmitt, peraltro teorico del diritto e non propriamente filosofo, a «ideologo dello Stato totale», certe sue espressioni sono in effetti d’impatto: ricordando una conferenza di Schmitt del 1932, Faye osserva che «culmina con l’esigenza di fondare “lo Stato totale” – uno Stato che deve essere “totale nel senso della qualità e dell’energia”... Uno Stato che si attribuisce “i mezzi della potenza”... Così lo Stato totale è definito da Schmitt in opposizione allo Stato “quantitativo totale”, quello che si ritrova gonfio di imprese nazionalizzate... Al contrario, “lo Stato totale in questo senso è uno Stato forte... È totale nel senso della qualità dell’energia, così come lo Stato fascista si definisce Stato totalitario”».

La seduzione del totalitarismo, nell’Europa lacerata del primo dopoguerra, in Heidegger è declinata secondo le categorie dell’Essere: così Hitler diventa colui che «ritorna all’essenza dell’Essere». Con qualche distinguo teoretico: quella che viene presentata come la «filosofia del nazionalsocialismo non ha nulla a che vedere con la verità interna e la grandezza di questo movimento», scrive Heidegger nel 1935, per poi argomentare: «Il vero e unico Führer indica nel suo essere il dominio dei semidei».

Ma il termine che più di tutti turba lo studioso del linguaggio Faye è quello, tanto frequente nella filosofia almeno a partire da Derrida e apparentemente tanto neutro, di “decostruzione”. È parola heideggeriana (Abbau), usata nel 1955 un occasione di una festa di compleanno di Jünger, alla quale parteciparono sia Heidegger sia Schmitt. Riletta alla luce degli scritti nazistoidi dei tre, questa decostruzione smette di essere l’esercizio ermeneutico derridiano, e assume la luce sinistra dei lager nazisti.

2/ Lorenzo Ornaghi. «I tre cervelli dell’ideologia? Il loro pensiero fu più ampio»

«Le espressioni isolate da Faye sembrano corrispondere pienamente, o in qualche caso addirittura anticipare, i contenuti dell’ideologia nazista. E certo ci furono legami fra i tre pensatori. Ma ho difficoltà a considerarli così stretti e sistematici da far pensare quasi ai tre cervelli dell’ideologia nazista». Lorenzo Ornaghi, presidente dell’Aseri ed già rettore della Cattolica e ministro dei Beni culturali, smorza subito la vis polemica di Faye. «C’è anche un dato su cui riflettere: la lontananza di Carl Schmitt dalla filosofia. Schmitt era giurista: è quindi difficile pensare a un rapporto sistematico, sul piano filosofico. D’altra parte la questione va posta in generale: sarebbe un errore madornale, per esempio, sostenere che lo Stato bolscevico proviene tutto dalla teoria di Marx. È relativamente semplice individuare consonanze con l’ideologia dominante, o anche alcune anticipazioni, in quei pochi pensatori che poi passano il vaglio della storia; ma un legame particolarmente stretto tra Heidegger, Jünger e Schmitt tenderei a escluderlo».

Faye cita infatti soprattutto Heidegger…

«Che aveva una posizione istituzionale nel regime, con il rettorato. Che poi anche Schmitt fosse vicino al nazismo è testimoniato dai mesi di prigionia che subì dopo la guerra da parte degli Alleati. Sicuramente forme di connivenza ci sono state; quello che non accolgo è un rapporto meccanico o automatico, determinato, tra un pensiero e una realtà politica e storica, che è sempre enormemente più complessa».

Il pensiero di Schmitt viene declinato alla luce del concetto di “Stato totale”: ma quanto esso è storicamente riconducibile alla forma statuale nazista?

«Lo Stato nazista può rientrarvi, ma Schmitt pensa allo Stato totale come derivazione di alcuni elementi dello Stato moderno. Dentro lo Stato totale ci sta anche quello bolscevico, ed è per Schmitt il tentativo estremo dello Stato di sfuggire al declino. Schmitt coglie la crisi, secondo lui fatale, dello ius publicum europaeum. La figura dello Stato totale non è imperniata sul nazismo; può trovare qualche elemento, anche rilevante, di consonanza, ma è certamente più ampia. Credo che Schmitt si ritenesse, forse in maniera un po’ superba, indipendente dalle vicende politiche. Che è poi l’atteggiamento tipico dell’intellettuale del Novecento».

È comunque possibile individuare un retroterra filosofico al sistema di potere nazista, oltre i singoli contributi?

«Può essere utile e forse anche suggestivo, ma molto difficile trovare un rapporto automatico o comunque deterministico tra i grandi pensatori e le ideologie, e quindi i regimi. Per capire la genesi di un regime politico, soprattutto se totalitario, è importante lavorare su gruppi più larghi di intellettuali, che di solito ne precedono l’avvento. Se si dovessero cercare anticipazioni o retroterra del nazismo, bisognerebbe scavare tra nomi che ormai conoscono in pochi, perché non sono passati alla storia: gli studiosi che si occupano di psicologia della massa nel tardo Ottocento, i sociologi che cominciano a teorizzare il grande spazio, e quindi anche la necessità di una nazione a cercarsi confini più larghi. Elaborazioni – che in questo sembrano davvero anticipare l’ideologia nazista – anche geopolitiche. Ma si tratta di una serie di pensatori, non di nomi singoli». (E.C.)

3/ Salvatore Natoli. «Colpevoli d’omissione: sono stati ciechi davanti all’orrore»

«Faye riprende un’obiezione che ha cinquant’anni!». Il filosofo Salvatore Natoli conferma l’esistenza di «un retroterra tutto sommato comune fra i tre: ma nel senso, spesso dimenticato, che i totalitarismi sono maturati e si sono impiantati dentro una crisi».

«La grande crisi, sia politica sia sociale, di fine Ottocento-inizio Novecento. Crisi del sistema parlamentare, perché non ci fu adeguata risposta all’avvento delle masse. Si constatò la verità dell’espressione di Marx: “Tutto ciò che era solido, si è dissolto nell’aria”. Nell’Ottocento il capitalismo aveva sconvolto radicalmente la struttura sociale, marginalizzando le comunità naturali con la perdita di patria, terra, memoria. Ci fu una debolezza della politica – basti pensare a Weimar.

Una grande scomposizione sulla quale s’innestò la Grande guerra, con forte partecipazione del popolo. Da qui la “nazionalizzazione delle masse”, secondo l’espressione di George L. Mosse. Cominciarono ad apparire i Nemici Assoluti: il capitalismo per i comunisti, gli ebrei per i nazisti».

E come reagirono gli intellettuali?

«A fronte della crisi sociale, ambientale, politica, le nuove ideologie divennero modelli sintetici, valori attorno a cui coagulare la gente. I filosofi s’inscrissero in questa dimensione valoriale e, a fronte degli aspetti dissociativi del capitalismo, vollero riformare, ricercare comunità. Così Heidegger, che aveva sempre usato con parsimonia il termine “spirito” – lo rileva Derrida – per evitare che lo si confondesse con l’anima e con lo spiritualismo cristiano, quando fa il discorso di rettorato parla invece proprio di “spirito germanico”. L’abbaglio fu ritenere che i fascismi ridessero sintesi alla dispersione: e quindi le nozioni di memoria, heimat, tradizione. Un paradosso: un’ideologia di ripresa del passato, però giocata sulla conquista del futuro».

E dagli intellettuali non ci si sarebbe dovuto attendere, se non la denuncia di questo paradosso, almeno il riconoscimento degli aspetti più grossolani e semplificatori di questi regimi?

«Ce ne furono: Husserl ne La crisi del pensiero europeo riflette su questa crisi, ne guarda la matrice e problematizza le soluzioni velleitarie, pericolose. Ma molte intelligenze filosofiche – per ingenuità, per superficialità, per la convinzione che la crisi andasse affrontata – furono in qualche modo irretite. Essere e tempo sostanzialmente è nella dimensione dell’impersonale, della chiacchiera: il Dasein per diventare autentico deve scegliere. E la decisione deve avere un valore epocale, finale. L’errore di Heidegger, Jünger e Schmitt si può comprendere solo nel contesto di crisi in cui vivono. Questo non li giustifica, c’è sempre una cecità: ma spiega. Infatti Heidegger si espone durante la fase del rettorato, poi è sempre meno in primo piano… Certo, non diventa un avversario. Possiamo dire che il loro peccato fu di omissione, ma comprensibile nel contesto. L’idea di totale, l’idea di spirituale, sono figure che, rispetto alla crisi, invogliano a cercare una sintesi. È un fenomeno abbastanza ricorrente: basti accostare Uno, nessuno e centomila e l’adesione di Pirandello al fascismo. Cioè una maschera che dà unità alla frammentazione». (E.C.)