Lampedusa e le altre tragedie nel Mediterraneo: approfondimenti. 1/ Eritrea Paese prigione. Nel mirino anche la Chiesa, di Paolo Lambruschi 2/ «I soldi, le violenze, gli scafisti. Vi racconto i viaggi della speranza dei miei connazionali eritrei». Intervista a una mediatrice culturale del ministero. «Pagano 2600 dollari per il viaggio, spesso vengono arrestati. Solo i più “fortunati” riescono a salire sui barconi», di Chiara Rizzo 3/ «È facile in questi momenti cercare di puntare il dito. Io piuttosto che puntare il dito, direi abbracciamoci, perché abbiamo bisogno l’uno accanto all’altro di sostenerci per non sentirci soli specialmente nel momento del dolore. Chi ha la ricetta in mano per la soluzione di tutto? Voi l’avete? Non mi pare!». Un’intervista al parroco di Lampedusa 4/ Chi sta dietro allo sporco traffico, di Paolo Lambruschi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /04 /2015 - 19:02 pm | Permalink
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1/ Eritrea Paese prigione. Nel mirino anche la Chiesa, di Paolo Lambruschi

Riprendiamo da Avvenire del 26/85/2011 un articolo scritto da Paolo Lambruschi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sul sud del mondo, vedi la sezione Condivisione e missioni. Per approfondimenti sulle persecuzioni, cfr. le sotto-sezioni La libertà religiosa e le persecuzioni delle minoranze e Immigrazione, accoglienza e integrazione, intercultura, nella sezione Carità, giustizia e annunzio.

Il Centro culturale Gli scritti (13/10/2011)

Giorni di festa per l’Eritrea, che celebra in diverse capitali occidentali il ventennale dell’indipendenza dall’Etiopia. Festa che stride con il dolore dei giovani rifugiati eritrei, generazione fuggita con un esodo cominciato nel 2001 per non sottostare alla coscrizione illimitata e alla dittatura del regime guidato da Isaias Afewerki.

Domattina i giovani rifugiati eritrei in Italia organizzeranno a Roma un sit in davanti alla rappresentanza del Paese africano. Oggi si protesta a Londra, capitale della dissidenza democratica. Dicono che dopo le tragedie del mare – basta ricordare i 330 profughi diretti a Lampedusa morti nel naufragio di un barcone il 22 marzo davanti alla Libia e i rapimenti di centinaia di persone da parte dei beduini nel Sinai – l’Eritrea è indipendente sì, ma non libera. La festa, per loro, offende la memoria dei morti durante la fuga.

Che cosa sta succedendo in Eritrea, paragonata dai rapporti internazionali sui diritti umani alla Corea del Nord? Da quando nel 2000 vige la "guerra fredda" con l’Etiopia, la Costituzione e le libertà civili sono state sospese dal governo, in carica dal 1993 senza essere stato eletto. Inoltre, dal 2003 molte ong sono state costrette a lasciare il Paese per non avere testimoni scomodi, mentre tutti i cittadini maggiorenni sono costretti alla leva a tempo indeterminato, che comincia con un duro addestramento in centri famigerati per soprusi e violenze, soprattutto contro le ragazze.

Le università sono state chiuse, chi non si arruola viene imprigionato, per chi diserta c’è la pena di morte. I militari sono impiegati per anni come manodopera a bassissimo costo in lavori forzati dal regime. Un incubo che riguarda 400mila persone, il 10% della popolazione e che ha portato decine di migliaia di giovani a migrare illegalmente in tutto il mondo. Unici a scampare la chiamata alle armi, i beduini Rashaida, minoranza che vive al confine col Sudan e fedele alleata del governo, coinvolta nei traffici di esseri umani.

L’Eritrea, poverissima e agli ultimi posti nelle classifiche Onu dello sviluppo, sta vivendo un dramma dimenticato e ignorato, che ricorda le dittature anni 70. Ma le urla del silenzio non riescono a raggiungere l’opinione pubblica occidentale. La cartina di tornasole dell’oppressione, oltre all’esodo dei giovani, è la situazione difficile delle Chiese cristiane. Il regime ha infatti imposto la leva forzata agli ortodossi, dopo aver imprigionato nel 2007 il Patriarca, e ora vorrebbe ampliarla ai religiosi cattolici con i quali, ha scritto il mensile dei gesuiti Popoli è in corso un braccio di ferro.

Da inizio anno il governo vuole arruolare nell’esercito i seminaristi e le suore appena  [consacrate]. Ora la pretesa si è estesa ai ministri di culto. Poiché il clero copto va sotto le armi – è la motivazione addotta dal regime a partito unico dell’Asmara –, anche i presbiteri cattolici non possono esimersi. Ma nell’esercito i sacerdoti non vanno in cura d’anime, dato che possedere una Bibbia può causare l’arresto, così come pregare in pubblico. Inoltre, non vi sono garanzie sulla durata della leva.

Intanto ai preti sotto i 50 anni e alle suore sotto i 45 è vietato lasciare il Paese. Il disegno della dittatura è chiaro, svuotare i seminari e controllare una comunità che rappresenta il 5% della popolazione, ma che è molto autorevole e svolge un ruolo educativo autonomo, oltre ad essere l’unica realtà di caratura internazionale.

L’ultimo capitolo della persecuzione si è aperto il 27 aprile quando 100 cattolici sono stati arrestati a Segheneity, centro di 20mila abitanti nella diocesi dell’Asmara. Il governo aveva intimato a nove giovani sacerdoti della città di presentarsi negli uffici dell’esercito. L’ultimatum ha suscitato l’indignazione dei fedeli, i quali hanno organizzato una marcia spontanea per le vie cittadine pregando dietro una croce.

Davanti alla sede dell’amministrazione civile del distretto, la polizia ha arrestato i partecipanti, perlopiù donne e anziani. La notizia è stata diffusa dalla diaspora, che a Seattle, negli Stati Uniti, ha organizzato una veglia di preghiera. Il 5 maggio sono stati liberati quasi tutti i dimostranti, ma restano in carcere sette docenti della scuola media diocesana.

Ufficialmente la Chiesa cattolica è riconosciuta dallo Stato insieme a quelle ortodossa e luterana e all’islam, ma la sua attività viene ostacolata e sorvegliata. Dallo scoppio del conflitto nella Libia di Gheddafi, alleato del regime, c’è stato nel Paese un inasprimento della repressione e la Chiesa si trova nel mirino. Non è la prima volta. Nel 1995 il governo di Afewerki tentò di nazionalizzare scuole, orfanotrofi e ospedali cattolici, ma persino la comunità islamica, il 50% della popolazione, si oppose. Ci riprovò invano nell’agosto 2007, dopo che non venne rinnovato il visto a 14 missionari stranieri – tra cui 4 italiani – che dovettero lasciare il Corno d’Africa. La comunità cattolica, guidata dal vescovo dell’Asmara, l’eparca Menghisteab Tesfamariam, continua a resistere.

L’alternativa è finire "statalizzati" come la Chiesa ortodossa, una delle più antiche presenze cristiane in Africa, istituita 1.600 anni fa. Nel 2006, ha subito la destituzione dell’84enne patriarca Antonios, tuttora agli arresti domiciliari per aver denunciato l’intromissione governativa. Nel 2007, il regime lo ha rimpiazzato con il vescovo Dioscoros.

Tutti i rapporti sulla libertà religiosa, compreso l’ultimo del dipartimento di Stato americano, quelli di Christian Solidarity Worldwide e di Human Rights Watch denunciano che l’Eritrea è il Paese con il maggior numero di prigionieri di coscienza, 40mila, e lo Stato africano con il maggior numero di cristiani, 3.000, perlopiù evangelici, incarcerati a causa della fede. Vengono rinchiusi in container arroventati nella depressione della Dancalia e torturati. Senza che dall’Occidente si levi una sola voce di protesta.

2/ «I soldi, le violenze, gli scafisti. Vi racconto i viaggi della speranza dei miei connazionali eritrei». Intervista a una mediatrice culturale del ministero. «Pagano 2600 dollari per il viaggio, spesso vengono arrestati. Solo i più “fortunati” riescono a salire sui barconi», di Chiara Rizzo

Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un’intervista di Chiara Rizzo a G.M., mediatrice culturale a Lampedusa pubblicata il 5/10/2013. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (13/10/2013)

I 100 compagni di viaggio dei sei migranti egiziani morti il 10 agosto sulle spiagge di Catania erano in gran parte eritrei. C’erano numerosi eritrei tra quei 76 che il giorno di Ferragosto furono salvati dai bagnanti nella spiaggia di Porto Palo. Erano eritrei i 13 clandestini morti sulle spiagge di Scicli (Rg) solo qualche giorno fa, proprio come eritrei sono le vittime che oggi piangiamo dopo la tragedia di Lampedusa.
Anche G. M. è eritrea, vive da molti anni in Italia, e lavora come mediatrice culturale per il ministero dell’Intero, nei vari centri della Sicilia. Ha accolto e ascoltato le testimonianze dei migranti di Scicli sopravvissuti, come di tutti gli altri che sono stati accolti dalla Sicilia: è il suo uno dei primi volti che i suoi connazionali incontrano dopo i tragici viaggi della speranza.

Che cosa le hanno raccontato del loro viaggio?

Mi hanno detto che erano 235, e che erano in maggioranza eritrei, salve qualche siriano. Mi hanno detto che erano partiti venerdì da Tripoli, e raccontato un viaggio che corrisponde alle testimonianze che ho ricevuto molte altre volte. Il viaggio lo hanno fatto con gli scafisti a bordo, poi, una volta che si sono avvicinati alle spiagge siciliane, la tragedia. Alcuni mi hanno detto che i trafficanti gli hanno intimato di buttarsi, ma uno per volta. Il mare era mosso e c’era corrente. Dopo è stato il caos. È difficile capire che cosa sia accaduto: molti mi hanno detto che non si volevano buttare, e allora gli scafisti hanno iniziato a picchiarli. Uno dei ragazzi eritrei, che è scappato una volta arrivato in spiaggia e col quale sono riuscita a parlare, mi ha detto che in realtà però non è andata così: forse qualcuno è caduto in acqua, e poi è scattato il panico, e che qualcuno a bordo con dei bastoni cercava di bloccare i compagni di viaggio per evitare che cadessero in acqua. Non posso dire chi abbia ragione.

Il loro viaggio, dice, assomiglia a quelli di tanti suoi connazionali. Cosa le raccontano? Da dove partono?

Partono dall’Eritrea, per lo più scappano per evitare il servizio militare, che è obbligatorio e può durare persino 20 anni. Lo fanno attraverso il Sudan: lì è facile incontrare un trafficante che ti aiuta. A quel punto viene chiesta una prima cifra variabile, per il viaggio in auto sino alla Libia, tra i 1000 ai 1600 dollari americani. Non ho mai sentito di persone che abbiano viaggiato a piedi o in altro modo, finora. Nei porti libici, invece, devono pagare una seconda tranche, fissata in 1.600 dollari per adulto, bambini esclusi, per il viaggio in mare sui barconi. Spesso questi soldi sono il frutto di una colletta di tutta la loro famiglia.

Giunti in Libia non hanno alcun problema, non devono superare alcun controllo?

Al contrario, sebbene al confine della Libia siano accolti dai referenti dei trafficanti, è facile che gli eritrei migranti finiscano in galera. Sono  pochi quelli che sono arrivati tranquillamente ai porti, e raccontano di essere fortunati. La maggioranza rimangono in carcere dai tre ai sei mesi e molte volte la polizia chiede loro delle tangenti per essere rilasciati. Sono cifre che variano, ovviamente, ma di solito si aggirano sui 500 dollari. Chi sta in carcere si trova in condizioni devastanti, non solo per l’igiene inesistente e per il cibo scarsissimo, ma anche per la violenza. Alcuni poi riescono scappare, altri vengono rilasciati dopo mesi. A quel punto, la direzione resta per tutti quella dei porti: di solito Tripoli.

Cosa le raccontano del viaggio in mare?

Nessuno ne parla. Credo vogliano dimenticare. Nel caso di Scicli, ho visto però persone molto scosse dopo il loro arrivo. Erano scioccati di scoprire che i loro i compagni di viaggio erano morti, piangevano mentre parlavano. Non hanno fatto in tempo a vedere chi si salvava o annegava, si buttavano in acqua e pensavano solo a nuotare il più velocemente possibile.

Le capita di sentire i loro racconti anche dopo la prima accoglienza? Cosa le raccontano dell’Italia, come si trovano qui?

In Italia, inizialmente, si sentono accolti, poi magari insorgono problemi. Ma oggi chi arriva sa già che in Italia non c’è lavoro, e molti mi dicono che vogliono scappare verso la Norvegia, Danimarca, Svezia o Germania.

3/ «È facile in questi momenti cercare di puntare il dito. Io piuttosto che puntare il dito, direi abbracciamoci, perché abbiamo bisogno l’uno accanto all’altro di sostenerci per non sentirci soli specialmente nel momento del dolore. Chi ha la ricetta in mano per la soluzione di tutto? Voi l’avete? Non mi pare!». Un’intervista al parroco di Lampedusa

Trascriviamo da Repubblica TV del 7/10/2013 un Video di Alessandro Puglia in cui viene intervistato il parroco di Lampedusa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (13/10/2013)

Io immagini ne ho tante di ragazzi, di volontari, di militari che con un senso grande di pietà hanno accompagnato, hanno salvato, hanno recuperato  e non ultimo anche la tragedia di questi giorni: il recupero delle salme con quel  grande senso di pietà di delicatezza, come se si trattasse di un proprio caro, di un proprio figlio, perché tante volte le scene che ho visto sono proprio queste.

Un senso di vergogna perché si doveva e credo che si poteva evitare. Sicuramente non è da additare a nessuno in questo momento come colpa perché probabilmente qualcosa non ha funzionato, non lo so cosa è successo di preciso. Non era mai successo prima. [...]

[La giornalista incalza chiedendo che si indichi un colpevole]

Su questo io non voglio entrare perché credo che non è il tempo per andare a capire questo, perché è troppo vicino a noi nel tempo questo dolore. Questo è il tempo del pianto, del dolore profondo, intimo direi. Poi ci sarà anche il momento a seguire di riflessione e si capirà meglio.

È facile in questi momenti cercare di puntare il dito. Io piuttosto che puntare il dito, direi abbracciamoci, perché abbiamo bisogno l’uno accanto all’altro di sostenerci per non sentirci soli specialmente nel momento del dolore.

[La giornalista incalza ancora. Il parroco risponde]

Chi ha la ricetta in mano per la soluzione di tutto? Voi l’avete? Non mi pare!

4/ Chi sta dietro allo sporco traffico, di Paolo Lambruschi

Riprendiamo da Avvenire del 20/4/2015 un articolo di Paolo Lambruschi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (20/4/2015)

L’ennesima strage del Mediterraneo, la più grande nella storia dei viaggi della speranza, ci mette di fronte ancora una volta a una realtà drammatica che l’opinione pubblica e i governi dell’Ue ostinatamente non vogliono accettare. Di fronte a noi, nel Sahel come nel Corno d’Africa nel Medioriente e nel Maghreb, è in atto quella che il Papa ha chiamato “terza guerra mondiale a pezzi”. Ce lo ricordano anche le ultime, orribili immagini della strage perpetrata su una spiaggia del Mediterraneo e nel deserto del Fezzan da due gruppi affiliati all’Is ai danni di migranti cristiani etiopi, catturati sulla rotta che porta al mare e all’Europa.

Anzitutto va considerata la spietata pulizia etnica che stanno compiendo i fanatici dello Stato islamico tra Iraq e Siria per istituire un califfato medievale dal Marocco all’Arabia saudita cacciando dal Medio oriente i kaffir, gli infedeli, mentre musulmani sciiti, ebrei e credenti di altre fedi vanno sterminati. Questo ha determinato un movimento crescente di profughi terrorizzati verso la Turchia, l’Egitto e la Libia. Dall’Africa occidentale le armate integraliste dell’Is e di Al Qaeda - probabilmente sul punto di fondersi - in Nigeria (Boko Haram), Mali (Alqm) spingono alla fuga altri perseguitati

Al resto, più a sud, ci pensano eterni conflitti irrisolti e la miseria a muovere masse di profughi. Nel Corno i punti caldi da cui partono costantemente profughi sono almeno tre. La Somalia, infestata dai miliziani di Al Shabab, che colpiscono anche in Kenya, l’Eritrea dominata da una dittatura di stampo nordcoreano che obbliga i giovani alla leva a vita, e la stessa Etiopia che reprime le minoranze etniche. Sulla rotta che porta alla Libia passano per il Sudan, altro Stato non certo democratico e tollerante. In questo fosco quadro il video di morte diffuso dall’Is sul massacro di 29 ostaggi etiopi cristiani in Libia va analizzato con cura perché rappresenta una brutta novità. 

Significa infatti che l’Is, già presente sulla costa orientale, è arrivato nel sud del Paese, al crocevia del traffico di esseri umani, e che quindi è in grado di controllarlo incassando, se già non lo fa, percentuali dei lauti proventi dei viaggi della morte. E che può colpire a piacimento profughi indifesi colpevoli solo di essere cristiani e di essere cittadini di Addis Abeba, che dal 2006 combatte Al Shabaab. Un messaggio che getta luci inquietanti sull’esodo in corso e che da qui all’estate potrebbe portare centinaia di migliaia di persone a passare dalla Libia.