1/ Il cranio che (forse) unifica le antiche specie di Homo (da Le Scienze on-line) 2/ L'evoluzione umana. Dati, problemi, interpretazioni, di Fiorenzo Facchini 3/ L’ominide di Dmanisi, in Georgia. «Discendiamo tutti da un’unica specie». Così cambia l’albero genealogico dell’uomo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /10 /2013 - 14:05 pm | Permalink
- Tag usati: , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

N.B. de Gli scritti (20/10/2013)
Riprendiamo sul nostro sito tre testi sull’origine dell’uomo. Il primo è un articolo redazionale pubblicato il 17/10/2013 dal sito della rivista Le Scienze. Il secondo riprende una relazione del prof. Fiorenzo Facchini, antropologo e sacerdote, che presenta lo status quaestionis fino ad oggi. Il terzo è una nota dell’ANSA così come è apparsa sul Corriere della sera del 18/10/2013. Per ulteriori approfondimenti, cfr. la sotto-sezione L'uomo e le sue origini nella sezione Scienza e fede.

Indice

1/ Il cranio che (forse) unifica le antiche specie di Homo (da Le Scienze on-line)

Riprendiamo dal sito di Le Scienze un articolo redazionale pubblicato il 17/10/2013 con la dicitura “Cortesia M. Ponce de León, Ch. Zollikofer/ University of Zurich, Switzerland/Science/AAAS”. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (20/10/2013)

Le caratteristiche che distinguevano Homo habilis, Homo rudolfensis e Homo erectus - le prime tre specie riconosciute del genere Homo - non sarebbero indicative di specie distinte, ma solo l'espressione delle variazioni individuali di membri di un'unica specie. È l'ipotesi formulata da un gruppo di antropologi del Museo Nazionale della Georgia a Tbilisi, del Museo antropologico di Zurigo e delle Università di Tel Aviv e Harvard dopo aver esaminato un cranio di Homo risalente a circa 1,8 milioni di anni fa, recentemente venuto alla luce a Dmanisi, in Georgia, dove sono stati scoperti anche i resti di altri quattro individui coevi.

I fossili appartengono ad antichi antenati dell'uomo dei primi del Pleistocene, di poco posteriori alla separazione del primo Homo da Australopithecus e alla sua fuoriuscita dall'Africa.

I crani ritrovati a Dmanisi – spiegano i ricercatori in un articolo a prima firma David Lordkipanidze pubblicato su “Science” – sono molto diversi uno dall'altro, tanto da far venire la tentazione di classificarli come specie diverse. Tuttavia, i reperti provengono tutti dalla stessa località, dallo stesso sito e dallo stesso istante geologico, il che rende verosimile la loro appartenenza a un'unica popolazione di una singola specie.

I cinque crani di Dmanisi. Sullo sfondo, il sito dove è avvenuto il ritrovamento. 
(Cortesia M. Ponce de León, Ch. Zollikofer/ University of Zurich, Switzerland/Science/AAAS)

I ricercatori hanno quindi proceduto a valutare i tassi di variazione fra le caratteristiche dei diversi individui, scoprendo che l'entità di queste variazioni non supera quella che si trova nelle popolazioni moderne della nostra specie, degli scimpanzé e dei bonobo.

D'altra parte, il cranio scoperto più di recente, indicato come Skull 5, combina differenti caratteristiche chiave - una piccola scatola cranica (di appena 546 centimetri cubi), una faccia allungata e denti grandi - che finora non erano state osservate tutte insieme in nessun fossile di Homo.

L'aspetto più interessante della scoperta è però che questa singolare miscela di tratti mostra punti di contatto con diversi altri fossili, tra cui quelli risalenti a circa 2,4 milioni di anni fa rinvenuti in Africa, e con altri scoperti in Asia e in Europa databili tra gli 1,8 e gli 1,2 milioni di anni fa. Ciò ha indotto Lordkipanidze e colleghi a effettuare un'analisi statistica simile a quella condotta sui fossili di Dmanisi anche sui dati relativi a reperti di H. erectus, H. rudolfensis, H. ergaster, rilevando così un modello di variazioni analogo a quello trovato per i resti di Dmanisi. Di conseguenza, osservano i ricercatori, “è ragionevole supporre che a quel tempo in Africa ci fosse una singola specie Homo. E poiché gli ominidi di Dmanisi sono così simili a quelli africani, possiamo anche ipotizzare che rappresentino tutti la stessa specie."

Le differenze morfologiche fra tutti questi antichi ominidi non sarebbero quindi altro che normali variazioni fra individui o fra piccole popolazioni locali che appartengono comunque alla stessa specie. In questa ottica H. ergaster, per esempio, il realtà sarebbe al massimo una sottospecie di H. erectus, ossia H. erectus ergaster, mentre gli antichi abitanti di Dmanisi andrebbero classificati come H. erectus ergaster georgicus.

L'articolo di "Science" è destinato a suscitare senz'altro ampi dibattiti nella comunità dei paleoantropologi, ed è comunque presto per affermare che si è realizzata una effettiva semplificazione nel complesso quadro dell'albero filogenetico dell'uomo moderno. Ma non c'è dubbio, come ha dichiarato Ian Tattersall, dell'American Museum of Natural History a New York, che Skull 5 sia "uno dei crani più importanti mai scoperti".

Un primo piano di Skull 5. 
(Cortesia Guram Bumbiashvili/Georgian National Museum/Science/AAAS)

2/ L'evoluzione umana. Dati, problemi, interpretazioni, di Fiorenzo Facchini

Riprendiamo dal sito http://www.bo.astro.it/~universo/webcorso/webuniverso/indexp.html il testo di una relazione di Fiorenzo Facchini, Ordinario di Antropologia nella Università di Bologna, tenuta in occasione del Convegno "L'Universo e l'origine della vita" (Bologna 2001). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (20/10/2013)

Introduzione

Le origini dell'uomo esercitano un fascino su tutti. Conoscere il nostro passato, a quando risale la presenza dell'uomo sulla terra, quali forme viventi l'abbiano preceduto o preparato, quale poteva essere il suo stile di vita sono domande che sorgono spontaneamente, per non parlare di quelle di tipo esistenziale che riguardano l'uomo di tutti i tempi: perché l'uomo? quale significato ha la sua presenza sulla Terra?. A queste ultime sono chiamate a rispondere la riflessione filosofica e le concezioni religiose dell'uomo. La scienza cerca risposte alle domande circa il come, il quando, quelle che rientrano nel suo orizzonte di osservazione.

L'idea che l'uomo non sia sempre stato quello che vediamo oggi e che non sia sfuggito a quel processo di evoluzione che apparenta le diverse forme viventi è largamente diffusa da quando Buffon, Lamarck, Darwin e altri ancora hanno suggerito la teoria della evoluzione biologica.

Anche se non sono documentati tutti i passaggi e non sono adeguatamente conosciuti i vari meccanismi con cui è avvenuta l'evoluzione, la teoria evolutiva si dimostra coerente con le diverse scoperte avvenute negli ultimi decenni nel campo della biochimica, della genetica molecolare, della paleontologia, per cui è una teoria scientificamente fondata ed è diventata chiave interpretativa della biologia moderna.

La spiegazione del processo evolutivo indicata da Darwin nella interazione tra selezione naturale e mutazioni, per cui è la selezione stessa "a creare" le nuove specie utilizzando le variazioni del genoma (cf. Dobzhansky, Mayr, Ayala, ecc.) non è esente da critiche. A livello microevolutivo i meccanismi con cui si forma la biodiversità sono conosciuti; la loro estensione alla macroevoluzione, alla formazione delle grandi linee evolutive, per spiegare cioè la complessità crescente a livello di organismi biologici non è ritenuta sufficiente da vari studiosi, nel senso che dovrebbero essere ricercati altri modelli evolutivi.

Ciò premesso, gli studi sulla evoluzione umana dispongono attualmente di una documentazione che offre un quadro complessivamente ricco di dati, difficilmente spiegabile senza il processo evolutivo, anche se restano aperti molti problemi e vi è spazio per interpretazioni diverse.

I Dati

I dati sono rappresentati essenzialmente dai fossili che sono venuti alla luce negli ultimi 150 anni. Essi forniscono una documentazione abbastanza ricca e destinata da accrescersi sulle forme di Primati che hanno preceduto la comparsa dell'uomo sulla Terra e sulle prime forme umane, certamente diverse da quelle che vediamo oggi. La paleoantropologia mette anche in evidenza, oltre ai resti scheletrici, le tracce lasciate dall'uomo nella sua attività e nella sua vita, cioè i segni della cultura che presentano uno sviluppo nel tempo. Il suo rapporto con la natura e la organizzazione della sua vita cambiano, si modificano nel tempo, nel senso che l'uomo si dimostra sempre più in grado di padroneggiare l'ambiente con il quale ha sempre dovuto competere, come ogni altra specie, ma in questa competizione ha potuto ricorrere non soltanto a vantaggi biologicamente possibili, ma agli accorgimenti della cultura.

Oltre ai dati paleontologici lo studio della evoluzione umana si avvale, soprattutto a livello di interpretazione filetica, anche di quelli che possono essere forniti dalla biologia molecolare, tratti dalle comparazioni tra uomo e Primati non umani, come pure dalle ricerche sulle popolazioni viventi.

Le fasi dell'evoluzione umana

Nell'evoluzione umana si riconoscono concordemente una fase preumana, preparatoria, e diverse fasi successive alla comparsa dell'uomo attraverso le quali si giunge all'umanità attuale.

La fase preparatoria è rappresentata dagli Australopiteci. Essa non segue uno sviluppo lineare, ma è caratterizzata da diverse linee, fra le quali una potrebbe avere portato alle prime forme umane o potrebbe essere connessa a un antenato comune a quella umana. Effettivamente le scoperte recenti indicano una complessità di forme di ominidi in prossimità e in concomitanza con quella che viene ritenuta la più antica forma umana. Ben nove specie di Australopiteci sono state segnalate, anche se alcune potrebbero corrispondere a dei generi dal punto di vista tassonomico. Alcune sono decisamente lontane, sul piano filetico, dall'uomo, altre meno. Alcune sono precedenti alla fase più antica umana (rappresentata da Homo habilis e Homo erectus), altre si accompagnano ad essa.

Le fasi che vengono identificate per il genere Homo sono le seguenti: Homo habilis, Homo erectus, Homo sapiens. Va però subito notato che la nomenclatura in uso, presa dalla sistematica biologica, più che un significato tassonomico (genere, specie) sta a indicare stadi morfologico - evolutivi, grossolanamente sovrapposti, come molti Autori moderni fanno rilevare (Jelinek, Coppens, ecc.).

1. Gli Australopiteci

La fase australopitecina è caratterizzata da Primati che avevano una capacità cranica nell'ordine delle Antropomorfe attuali, ma possedevano una struttura idonea al bipedismo, anche se ancora imperfetto, specialmente nelle forme più antiche. Questa struttura, certamente vantaggiosa in un ambiente aperto come quello che si formò nell'Africa orientale nel Miocene superiore e all'inizio del Pliocene, ha rappresentato il primo passo verso l'ominizzazione.

L'avvicinamento alla forma umana, oltre che dalla struttura bipede, è documentato dalla dentatura (assenza di diastema, riduzione dei canini) certamente in correlazione con una dieta diversa da quella forestale delle Antropomorfe. I reperti sono localizzati in Africa in un periodo che va dai 4-5 milioni di anni fa a poco più di un milione di anni fa. Ricordo l'Australopiteco africano, segnalato dal Dart nel 1925 nell'Africa australe (a Taung) e i successivi rinvenimenti nella stessa regione riferibili alla forma gracile, come quella di Taung (Plesiantropo; A. prometheus), e alla forma robusta (Paranthropus robustus, Paranthropus crassidens); i reperti robusti dell'Africa orientale (A. aethiopicus, A. boisei) di 2-3 milioni di anni fa. Altri Australopiteci più antichi (A. arcaici, di 3-3,5 milioni di anni fa) provengono dall'Etiopia e dalla Tanzania e dal Kenya. Sono la ben nota "Lucy" (A. afarensis), trovata nel 1974 ad Hadar, in Etiopia, e a Laetoli in Tanzania, dove sono state pure rinvenute impronte di Ominidi risalenti a 3,5 milioni di anni fa. Alle forme arcaiche vengono riferiti i recenti rinvenimenti di A. (o Ardipithecus ramidus) di 4,4 milioni di anni fa in Etiopia, di A. anamensis di 3,9-4 milioni di anni fa (Kenya), di Bahr-el-gazahl nel Chad di 3,2 milioni di anni fa e di A. afarense segnalato nel 1998 nel Sud Africa nella breccia calcarea di Sterkfontein risalente a 3,2-3,6 milioni di anni fa.

Figura 1. Località africane che hanno 
fornito resti di Australopitecine.

In una comune somiglianza di fondo, riconoscibile negli adattamenti al bipedismo, anche se associati a dimensioni cerebrali nell'ordine di un Panide [N.d.R. de Gli scritti: i panidi sono gli antenati delle attuali scimmie delle specie scimpanzé e bonobo], c'è da rilevare, nelle forme più antiche, una morfologia dell'apparato locomotore che denota buona capacità di arrampicamento e familiarità con l'ambiente arboreo, specialmente in A. afarense, in A. ramidus e anche nell'A. arcaico di Sterkfontein.

Figura 2. Resti scheletrici di "Lucy" 
(Astrulapithecus afarensis)

L'A. anamensis rivelerebbe invece una struttura più chiaramente orientata al bipedismo. Ad esso, più che alle altre forme arcaiche sarebbe da ricollegarsi secondo Senut la linea umana (Homo habilis e rudolfensis). Sembra dunque, secondo le recenti scoperte, che 3-5 milioni di anni fa vi fossero Australopiteci che praticavano sia il bipedismo che l'arrampicamento. Alcuni però sembrano più orientati verso il bipedismo, altri verso l'arrampicamento[1].

Le forme più antiche si sarebbero sviluppate nell'Africa orientale tra 4,5 e 3 milioni di anni fa. Esse si sarebbero diffuse non solo nelle regioni aperte a Est del Rift (come suggerisce Coppens), ma anche a Ovest, nel Chad, e si sarebbero spinte nel Sud Africa. Qui potrebbero avere dato origine sia ad Australopiteco africano che ad Australopiteco robusto, mentre a Est del Rift l'evoluzione della forma arcaica avrebbe portato ad A. aethiopicus e a A. boisei.

Figura 3. Australopithecus robustus e 
Astrolopithecus aethiopicus

Per l'epoca degli Australopiteci più recenti (2,5-2 milioni di anni fa) sono state segnalate anche pietre scheggiate, ma si ha l'impressione che non ci troviamo ancora di fronte a una lavorazione sistematica e progressiva della selce, quale si incomincia ad osservare con Homo habilis, per cui gli oggetti eventualmente manipolati non assumono il significato che hanno con l'uomo. Forse potrebbe parlarsi di una precultura. In ogni caso gli Australopiteci non vengono considerati di livello umano.

2. Homo habilis

A partire da 2,5-2 milioni di anni fa in Africa orientale e anche nell'Africa del Sud vissero accanto agli Australopiteci degli Ominidi che si distinguono da essi per una maggiore cerebralizzazione (secondo Tobias l'aumento della capacità cranica sarebbe di oltre il 40%) e per i segni di comportamento culturale che ci hanno lasciato. È la fase di Homo habilis, documentata da vari reperti in Tanzania, Etiopia, Kenya e nel Sud Africa. Il recente rinvenimento di un frammento di mandibola nel Malawi, riferibile a Homo habilis, di circa 2, 5 milioni di anni fa, potrebbe attestare una migrazione piuttosto antica dall'Africa orientale verso il Sud Africa.

La faccia appare meno prognata [N.d.R. de Gli scritti: prognata=con la mandibola sporgente in avanti], la statura intorno a 140-150 cm.

Figura 4. Homo habilis 1470 (Koobi Fora)

Come noto, la denominazione di Homo habilis è motivata da un certo sviluppo della capacità cranica (circa 650-680 cc in Homo habilis di Olduvai; 800 cc nella forma più cerebralizzata del Turkana denominata anche Homo rudolfensis), e dal fatto che insieme con i reperti sono stati trovati ciottoli lavorati, scheggiati lungo un margine di una o di entrambe le facce (chopper e chopping tools). Ci troviamo di fronte alla più antica lavorazione della pietra. Essa viene ritenuta intenzionale, espressione di un livello intellettivo che, secondo molti studiosi, corrisponde a quello dell'uomo. Inoltre con Homo habilis è attestata anche l'organizzazione del territorio: vengono identificate aree che corrispondono a capanne costruite e frequentate dall'uomo a scopo di abitazione o di lavorazione della selce e alla spartizione del cibo.

Un altro elemento di sicuro interesse è un certo sviluppo delle aree cerebrali del linguaggio articolato (area del Broca, per i muscoli della fonazione, e area del Wernicke, per la comprensione del linguaggio), che è stato desunto dal calco endocranico sul quale sono state identificate le relative impronte per l'emisfero sinistro. Sono questi diversi elementi che inducono molti Autori a ritenere che con Homo habilis sia stato raggiunto il livello umano.

Figura 5. Organi della fonazione nello scimpanzé e nell'uomo.

3. Homo erectus

In sostanziale continuità con Homo habilis va vista la fase di Homo erectus, i cui più antichi rappresentanti vengono riconosciuti in Ominidi dell'Africa orientale, vissuti intorno a 1,6 milioni di anni fa. La loro evoluzione porterà alle forme arcaiche di Homo sapiens, la cui presenza viene riconosciuta tra 200.000 e 100.000 anni fa, sempre nel territorio africano e, in seguito, negli altri continenti.

Il cranio di Homo erectus ha tratti anche più massicci e robusti rispetto a Homo habilis, specialmente nelle formazioni sopraorbitarie e nell'occipitale (presenza di torus), ma è più cerebralizzato (da 800 a 1100 cc). Inoltre è accompagnato da manifestazioni culturali più progredite (industrie bifacciali, oltre a quelle su ciottolo, industrie su scheggia e, in fase più avanzata, manufatti di lavorazione Levallois). Per le prime forme di Homo erectus dell'Africa è stata proposta da Wood (1992) la denominazione di Homo ergaster.

Dalla culla dell'Africa orientale, dove Homo erectus è documentato da vari ritrovamenti in Etiopia e in Kenya, specialmente intorno al Lago Turkana e in Tanzania, egli si è diffuso nel Sud Africa (Swartkrans, Saldanha, Rhodesia) e nell'Africa settentrionale (Atlantropo di Ternifine, Thomas, Salè, Sidi-abder-rhaman, Rabat).

Molto anticamente Homo erectus si è portato in Asia e in Europa. Per l'Asia i reperti più noti sono quelli di Giava, con i numerosi ritrovamenti di Pitecantropi avvenuti dal 1891 ai giorni nostri. Una parte della storia della paleontologia umana è legata alle scoperte dei Pitecantropi, che sono stati messi in luce in diversi strati (dal Pleistocene inferiore al Pleistocene superiore). Vi sono reperti di diversa morfologia, alcuni sicuramente non umani (Megantropo), altri umani, con qualche aspetto primitivo che richiama le forme di erectus africane, ma con caratteristiche anche proprie.

L'epoca a cui risalgono le forme più antiche è ancora controversa (1,9 o 1,2 milioni di anni fa). La connessione con le forme africane è fuori discussione; al momento è ritenuta molto antica. Se ad essi si aggiungono i reperti del Sinantropo, rinvenuti nella grotta di Chou-kou-tien, non lontano da Pechino, a partire dal 1929 (risalenti a un'epoca tra 450.000 e 230.000 anni fa), e quelli di altre località della Cina (Longtandong, Jinniushan, Yuanmou, Yiyuan, Yiunxian, ecc.) si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una evoluzione a carattere regionale, che ha seguito tappe e ritmi propri ed è sfociata nelle forme di Homo sapiens arcaico presenti nelle stesse regioni intorno a 200.000-100.000 anni fa.

Per l'Europa recenti scoperte ci portano ad epoche assai più antiche di quella a cui veniva fatto risalire Homo erectus, con la denominazione di Homo heidelbergensis, rappresentato dalla mandibola di Mauer, risalente a circa 600.000 anni fa. A Dmanisi, in Georgia, sono stati segnalati due crani e una mandibola risalenti a 1,6 milioni di anni fa. A Ceprano, nel Lazio, è stato scoperto un cranio di Homo erectus di 800.000 anni fa. Numerosi fossili umani trovati ad Atapuerca, in Spagna, attestano la presenza umana nella penisola iberica nella stessa epoca. Essi presenterebbero caratteristiche tali da differenziarli dall'erectus africano, pur derivando da esso, tanto che è stata proposta la denominazione di Homo antecessor. Queste forme potrebbero ritenersi antenati sia di Homo heidelbergensis e, attraverso di esso, dei Neandertaliani, sia della forma moderna europea.

Figura 6. Neandertaliano di "La Ferrassie" (Francia)

Ma, a parte le connessioni filetiche delle forme più antiche, la presenza di Homo erectus in Europa è ben documentata da numerosi reperti che si distribuiscono in varie località e in epoche diverse fino alle forme preneandertaliane di 100.000 anni fa (Tautavel, Bilzinsgleben, Petralona, Steinheim, Swanscombe, Montmaurin, Fontéchévade, Castel di Guido, ecc.).

La cultura di Homo erectus denota un sicuro livello umano. Le industrie litiche, sia quelle bifacciali che su scheggia, attestano una lavorazione intenzionale secondo un preciso progetto. Si può notare l'accuratezza con cui vengono ottenuti i manufatti acheuleani (Paleolitico inferiore), nei quali la lavorazione è estesa a entrambe le facce e ai margini con opportuni ritocchi. Si può cogliere, oltre alla funzionalità dello strumento, il concetto di simmetria che i costruttori di questa industria dovevano possedere. Vengono segnalati anche strumenti ricavati da ossa di animali. La lavorazione su scheggia dimostra un perfezionamento mediante la tecnica Levallois, con la quale veniva predeterminata sul nucleo la forma del manufatto che si voleva ottenere.

Con Homo erectus si ha anche la domesticazione del fuoco a partire da almeno mezzo milione di anni fa. Pare documentato il trattamento di crani per qualche rituale funerario, forse di antropofagia (ad esempio nel Sinantropo). L'organizzazione dello spazio abitato, sia all'aperto che in grotta, è bene attestata. L'economia, come in tutto il Paleolitico, si basa sulla caccia e sulla raccolta. La caccia ai grandi mammiferi doveva richiedere un'adeguata organizzazione (luoghi di monitoraggio, campi base).

4. Homo sapiens

Il passaggio delle forme di erectus a quelle di Homo sapiens non fu netto, ma graduale, tanto che alcuni reperti sono classificati tra gli erectus evoluti o tra i sapiens arcaici. Questo passaggio viene collocato tra i 200.000 e i 100.000 anni fa. Le forme più antiche di sapiens (Homo sapiens arcaico) non sono attualmente rappresentate. Tra queste vanno inclusi anche i Neandertaliani europei e del Vicino Oriente, vissuti tra 100.000 e 37.000 anni fa, i quali si sono estinti senza lasciare discendenza. Le radici dell'umanità attuale, o Homo sapiens sapiens (ben noto nei reperti del Paleolitico superiore europeo, quali Cro-Magnon, Chancelade, Combe Capelle, ecc.), vengono riconosciute in alcuni reperti di uomini vissuti intorno a 90.000 anni fa in Palestina, a loro volta derivanti da forme africane di Homo sapiens arcaico.

Lo sviluppo di Homo sapiens sapiens appare piuttosto rapido, quasi esplosivo: a partire da 35.000 anni fa esso è presente nei vari continenti, compresa l'America e l'Australia.

Figura 7. Cranio di Homo sapiens sapiens di Qafzeh (Israele).

È interessante osservare che in alcune regioni la forma moderna si ritrova accanto a quella neandertaliana: così in Israele tra i 90.000 e 40.000 anni fa e in alcune regioni europee intorno a 35.000 anni fa. Comunque l'affermarsi della forma moderna non viene interpretato da molti Autori in termini di evoluzione locale (almeno in senso generalizzato ed esteso a tutte le regioni della terra), ma viene riferito a diffusione da un centro africano.

La cultura della forma sapiens si presenta assai evoluta sia nelle industrie su pietra e anche su osso (specialmente nel Paleolitico superiore, queste ultime), sia nelle raffigurazioni dell'arte parietale e mobiliare, sia nelle pratiche funerarie di cui le più antiche inumazioni sono riconosciute a Skhul e Qafzeh, in Palestina, risalenti a 90.000 anni fa e con i Neandertaliani in Europa e nel Vicino Oriente.

Figura 8. Duplice sepoltura di una ragazza e di 
un bambino rinvenuta nella grotta di Qafzeh (Israele).

Problemi Aperti

Innanzi tutto vanno ricordati problemi riguardanti le modalità e i meccanismi evolutivi ancora non pienamente definiti neppure per la formazione delle altre specie. Il dibattito fra casualità e finalismo è sempre aperto. La posizione del darwinismo è nota. Ma la casualità del processo evolutivo suppone sempre delle cause e degli orientamenti o linee che di fatto vengono a formarsi. Sul piano strettamente scientifico vi sono studiosi che hanno ammesso un finalismo globale, senza escludere la casualità di eventi accidentali.

Non è necessario che ogni mutamento abbia un fine. Di fatto essi, o almeno alcuni di essi, hanno consentito o favorito il formarsi di direzioni privilegiate nella evoluzione. Alcuni studiosi invocano leggi o proprietà biologiche che ancora non conosciamo, se non molto vagamente, per spiegare fenomeni complessi (ad esempio, la morfogenesi, l'aumento della informazione genetica, il passaggio dalla microevoluzione alla macroevoluzione, la selezione che può realizzarsi sulla linea somatica oltre che su quella germinale, ecc.).

In ogni caso va notato che il problema del finalismo è filosofico e teologico prima che scientifico. Ganoczi (1997) ha osservato che mentre la teleonomia riconosce finalità particolari che si possono formare per processi evolutivi rispondenti a leggi di ordine fisico e chimico, anche non predicibili, "il discorso relativo a un fine ultimo della evoluzione non può assolutamente cadere nella sfera di competenza della scienza empirica". In ogni caso il finalismo dovrebbe essere visto come "a posteriori" non un "a priori".

Per quanto si riferisce propriamente all'uomo altri problemi si affacciano. Ad alcuni, come quelli relativi all'origine e alle connessioni della linea Homo con le Australopitecine, ho già accennato. Un altro grande interrogativo viene dalla rapidità del processo di cerebralizzazione, in forza del quale nel corso di poco più di due milioni di anni si è triplicato il volume dell'encefalo. Vengono invocati fattori di vario genere (genetici, nutrizionali con il cambiamento della dieta, culturali). In generale, nell'evoluzione umana, si ammettono rimaneggiamenti del genoma di una certa entità, che potrebbero riguardare l'apparato locomotore e l'encefalo. Ciò si accorderebbe con la teoria degli equilibri punteggiati, proposta da Gould e Eldredge, secondo la quale vi sarebbero stati momenti di rapide mutazioni seguiti da fasi di stasi evolutiva. In particolare, secondo Tobias (1983), un momento di rapida evoluzione si sarebbe avuto intorno a 2, 5 milioni di anni fa con la formazione di Australopithecus boisei, di Australopithecus robustus e Homo habilis dal ceppo di Australopithecus africanus. Dopo questo momento, l'evoluzione sarebbe andata avanti in modo graduale. Forse si potrebbe supporre un'accelerazione intorno ai 100.000 anni fa per il processo di cerebralizzazione, che ha portato alle caratteristiche dell'uomo moderno.

A questo particolare problema si riallaccia così quello più ampio dei modelli evolutivi. Si ammettono processi evolutivi graduali o anagenetici, ma anche momenti di cladogenesi che nella concezione evolutiva per salti (con fasi di rallentamento o di stasi e fasi di rapida speciazione) si fanno più evidenti. La loro individuazione resta però non facile.

Un altro problema è costituito dalle origini dell'uomo moderno (Homo sapiens sapiens).

Due teorie si fronteggiano. Secondo la teoria della sostituzione, la forma moderna si sarebbe formata in Africa, da dove si sarebbe diffusa negli altri continenti intorno a 150.000-100.000 anni fa, sostituendo le popolazioni locali (H. erectus, i Neandertaliani in Europa) ivi presenti. È la teoria della "sostituzione" (o "dell'arca di Noè"). Questa teoria, proposta da alcuni paleoantropologi, si accorda con evidenze offerte dalla biologia molecolare, e precisamente dallo studio del DNA mitocondriale, da cui emerge la maggiore antichità del ceppo africano moderno, che si sarebbe diffuso negli altri continenti intorno a 150.000 anni fa. Si parla così di "Eva africana". Ad analoghe conclusioni pare si è giunti con analisi del DNA del cromosoma Y, per cui alcuni parlano di "Adamo africano".

L'altra teoria, quella della continuità (detta anche "del candelabro") sostiene invece la derivazione della forma moderna da Homo erectus nelle diverse regioni da popolazioni locali. A ciò inducono a pensare il dato paleontologico e anche le continuità culturali, specialmente in alcune regioni, come il lontano Oriente, come pure certi ritrovamenti dell'Est europeo.

Figura 9. Tre Ipotesi su l'origine di Homo sapiens 
(da V. Barriel in Dossier Pour la science n.22)

Il problema è complesso e vanno evitate le semplificazioni eccessive. Per quanto riguarda l'Europa, si ammette la sostituzione dei Neandertaliani con forme provenienti dal Vicino Oriente. A sostegno di questa ipotesi vengono anche portate recenti analisi del DNA di reperti neandertaliani, che escluderebbero i Neandertaliani dall'ascendenza dell'uomo moderno. Se questo è vero, sembra però da evitarsi una interpretazione troppo rigida della derivazione africana con totale sostituzione delle forme preesistenti. Pare da ammettersi qualche mescolanza, a volte limitata, altre volte in maggiore misura, con le forme esistenti sul territorio. Ciò può essere detto soprattutto per alcune regioni sia asiatiche che europee. In particolare vengono segnalati nel Paleolitico superiore per l'Europa orientale (Predmosti, Mladec), per il Portogallo (bambino di Velho), per l'Est asiatico e per l'Australia reperti di forma moderna con qualche aspetto arcaico. Del resto gli ultimi Neandertaliani sono stati coevi con le forme moderne e sono vissuti in aree finitime.

Una teoria intermedia, che in qualche modo combina quelle precedenti, detta "teoria reticolare", ammette una continuità regionale ma con possibilità di flusso genico di popolazioni moderne.

Si può ritenere che dall'Africa siano partite diverse ondate di umanità nei periodi della preistoria. Inoltre debbono ammettersi cambiamenti microevolutivi locali in relazione ai diversi fattori, specialmente geografici.

Figura 10. Schema riassuntivo che illustra l'evoluzione 
delle popolazioni europee.
(Da S. Condemi in Nuova Secondaria, maggio 1999)

Un altro problema ancora irrisolto è rappresentato dalle origini del linguaggio articolato. L'importanza di questa forma di comunicazione non può essere discussa. È una caratteristica bioculturale specifica dell'uomo che entra nella sua stessa definizione. Poiché il linguaggio non fossilizza, occorre fare riferimento a caratteristiche morfologiche che attestino la sua presenza. Vi sono Autori, come Lieberman, che attribuiscono il linguaggio articolato soltanto alla forma moderna in base alla morfologia di parti scheletriche connesse con la formazione dei suoni. Del medesimo parere sono anche alcuni archeologi che sembrano basarsi sul presupposto che manchino fino alla forma moderna manifestazioni di chiaro significato simbolico, come le rappresentazioni dell'arte. Non mancano però altri studiosi che in base ad alcune evidenze di ordine anatomico riconoscono forme di linguaggio anche prima dell'uomo moderno. Così l'abbassamento della laringe, che sarebbe riconoscibile già in Homo erectus dalla conformazione della base cranica, rappresenterebbe una condizione per la formazione dei suoni. Ad analoghe conclusioni giungono Falk e Tobias dallo studio del calco endocranico di Homo habilis che rivela un certo sviluppo delle aree cerebrali dell'emisfero sinistro connesse con il linguaggio (area di Broca nella corteccia frontale e area del Wernicke nella corteccia temporo-parietale, la prima come area motoria, la seconda per la comprensione dei suoni). Se a queste osservazioni si aggiungono le evidenze archeologiche (tecnologie, organizzazione del territorio, vita sociale, ecc.) che attestano uno psichismo riflesso (come si vedrà più avanti) e forme di comunicazione adatte a una trasmissione delle conoscenze, vi sono buoni argomenti per suggerire che forme di comunicazione linguistica simbolica fossero presenti fin dalle prime forme umane.

Interpretazioni

1. L'identità biologica e culturale dell'uomo

Chi è l'uomo? È questa la domanda che si pone non soltanto lo scienziato o il filosofo, ma ogni uomo. E il problema della identità dell'uomo, per la quale si può cercare una risposta anche basandosi sul comportamento dell'uomo, su ciò che lo caratterizza sul piano fenomenologico. Nell'uomo all'elemento biologico, comune a tutti i viventi, si accompagna l'elemento comportamentale di natura diversa, cioè la cultura.

Lo studio dell'evoluzione umana e dell'uomo preistorico non è solo lo studio delle modificazioni fisiche, ma anche della cultura. Tra l'uomo e il mondo animale vi è una continuità biologica che giustifica l'appartenenza della specie umana all'ordine dei Primati dal punto di vista tassonomico. Tale continuità non esclude novità e peculiarità sul piano biologico, che appaiono e possono essere interpretate come discontinuità. Attualmente non vi sono altri Primati che praticano il bipedismo.

Lo sviluppo cerebrale umano, sia in senso quantitativo che qualitativo, è un fenomeno unico nel mondo dei viventi. Si ritiene che le differenze tra il genoma umano e quello dello scimpanzé siano dell'ordine del 5%, ma si tratta di vedere che cosa corrisponde a quel 5% sul piano biologico e comportamentale (le differenze sarebbero anche minori, nell'ordine dell' 1-2% se si fa riferimento alle proprietà biochimiche). Per quanto concerne i più antichi fossili umani, lo studio paleontologico mette in evidenza in Homo habilis alcuni elementi che fanno pensare a qualche discontinuità sul piano anche fisico (ad esempio l'aumento cerebrale del 40% rispetto agli Australopiteci). Ma non è facile parlare di discontinuità, non conoscendosi tutti i possibili passaggi intermedi. Mi sembra però che l'elemento di maggiore discontinuità sia rappresentato dal comportamento, cioè dalle attività che rivelano un'attitudine culturale e non sono riconducibili a fenomeni, proprietà o leggi di ordine biologico né a strutture biologiche. E quello che osserviamo con la cultura, la quale rientra in un campo extrabiologico.

Sul piano antropologico ritengo che due elementi caratterizzino la cultura: la progettualità e la simbolizzazione.

1. La progettualità significa la capacità di progettare, di agire intenzionalmente con certi comportamenti che tendono a raggiungere uno scopo che ci si prefigge. La progettualità rivela originalità, capacità innovative e creative, sia che si esprima nella lavorazione di una selce o nella costruzione di un riparo o nella manipolazione degli alimenti. È quello che avviene nella tecnologia, che può essere strumentale, abitativa, alimentare. La tecnica non è sconosciuta nel mondo animale. Pensiamo al castoro che costruisce le dighe, o all'ape che costruisce celle esagonali di altissima perfezione, o agli uccelli che costruiscono il nido. Ma in questi casi non ci sono innovazioni, non c'è un progresso. Si tratta di comportamenti che appaiono fissati dal DNA o dall'imprinting. Manca una intelligenza di tipo astrattivo, che ha la capacità di proiettarsi nel futuro, di progettare, di innovare, di conservare.

2. La simbolizzazione è un'altra caratteristica essenziale della cultura. La capacità simbolica consiste nell'attribuire a un segno, a un suono, a un oggetto un valore, un significato che va oltre il segno (ad esempio, un grido, come reazione a uno stimolo doloroso). Mediante la simbolizzazione vengono arricchite di valori le realizzazioni della tecnica. La progettualità si lega alla simbolizzazione. Infatti ciò che viene ottenuto, oltre a rispondere a un progetto, assume un valore di segno o richiamo a qualche utilizzazione o impiego. Lo strumento acquista un valore in quanto strumento, perché richiama la funzione alla quale è destinato. Si può parlare di simbolismo funzionale, perché lo strumento assume un significato nella sua oggettività, in quanto rimanda, nell'intenzione di chi lo costruisce e nella mente di chi lo osserva, a una utilizzazione o funzione particolare o generale (ad esempio il tagliare, il raschiare).

Inoltre vi sono espressioni di simbolismo che consentono di comunicare, di stabilire delle relazioni non soltanto con riferimento immediato a stati emotivi, ma anche a situazioni lontane nel tempo (memoria dell'evento e proiezione sul futuro). Esse si collocano nella sfera del sociale, della comunicazione interpersonale. Ciò si realizza sia nelle risposte a bisogni biologici, che vengono arricchite di nuovi significati (l'abito ha funzione protettiva e di richiamo o estetica; la mensa è un modo per soddisfare bisogni biologici, ma anche di comunicazione, ecc.), sia in modo del tutto peculiare mediante il linguaggio, la scrittura e altre forme di comunicazione che costituiscono i sistemi simbolici di comunicazione, caratteristici delle società umane. Mediante la parola si realizza una comunicazione in assenza delle cose a cui ci si riferisce, astraendo da ciò che cade immediatamente sotto i sensi. È così che avviene la comunicazione del proprio mondo interiore e delle proprie esperienze. La comunicazione simbolica mediante il linguaggio rappresenta l'ambiente in cui si stringono i rapporti sociali e si formano nuovi sistemi di comunicazione. Queste forme di comunicazione rientrano in un simbolismo sociale.

Infine vi è un simbolismo in cui la comunicazione riguarda l'interiorità della persona senza particolari relazioni a bisogni o eventi. Si può trascendere la dimensione biologica e il bisogno sociale, quando ci si porta nella sfera dell'arte, della religione e dell'etica. In questi casi si può parlare di simbolismo spirituale. Possono esserci anche espressioni che hanno qualche riferimento alla vita biologica e sociale, ma si ha indipendenza e trascendenza rispetto al bisogno biologico e sociale.

La simbolizzazione avvolge la vita dell'uomo. Ciò va detto sia per l'uomo attuale che per l'uomo del passato. Giustamente Deacon (1997) parla dell'uomo come "specie simbolica".

Progettualità e simbolizzazione vanno viste congiuntamente, come espressioni dell'intelligenza umana astrattiva e dello psichismo umano. Esse costituiscono il nucleo essenziale della cultura. Inoltre, proprio in quanto espressioni creative, possono svilupparsi ed accrescersi nelle loro realizzazioni, che vengono trasmesse nella società per via extraparentale. Se questa è la cultura, dobbiamo anche ritenere che si ha solo nell'uomo, e quindi è un linguaggio improprio quello che attribuisce agli animali una cultura, ritenendo cultura qualunque comportamento appreso, anche per imitazione o per apprendimento casuale, e non ereditato biologicamente.

Ciò che caratterizza la cultura è espressione di uno psichismo che è autocoscienza. Lo psichismo umano è anche percezione del tempo, non solo come memoria del passato (anche gli animali possono averla), ma come previsione e programmazione del futuro. La capacità previsionale è propria dell'uomo e porta alla conservazione e al miglioramento dei suoi prodotti. Essa significa apertura verso un futuro da conoscere e da costruire coscientemente e liberamente, anche predisponendo tecniche adeguate.

Questo atteggiamento interiore è rivelato dal comportamento, dai segni che ci fanno cogliere queste peculiarità dell'uomo, in una parola dalle manifestazioni culturali, in un approccio che potrebbe dirsi non filosofico, ma piuttosto fenomenologico o propriamente antropologico. Lo psichismo riflesso non fossilizza, ma se ne conservano le tracce, per l'uomo preistorico, come per l'uomo di oggi. E così che l'uomo si distingue dalle forme non umane, in cui non c'è progettualità né‚ simbolizzazione (anche se negli animali sono descritti atteggiamenti che simulano qualcosa di analogo).

2. Le origini dell'uomo e della cultura

Le origini della cultura come quelle dell'uomo sono avvolte in un certo mistero o oscurità. Quando nell'Ominide si manifesta la capacità di progetto e di simbolismo è segno che la scintilla dell'intelligenza si è accesa in lui. Ma quando ciò è avvenuto? Quando possiamo ritenere di trovarci di fronte a manifestazioni che lasciano intendere capacità di progetto e di simbolizzazione?

È il problema della individuazione della soglia umana, uno dei più ardui della paleoantropologia. Dobbiamo riconoscere che le origini dell'uomo e della cultura sono avvolte nell'oscurità più profonda. Teilhard de Chardin dice che l'uomo fa il suo ingresso sulla scena del mondo in punta di piedi. Quando lo vediamo è già una folla, senza dire che la documentazione che ci è pervenuta nelle sue fasi iniziali è certamente assai scarsa e frammentaria. Occorre fare riferimento ai reperti ossei e alle manifestazioni culturali.

Espressioni di cultura si trovano nella storia evolutiva dell'uomo non solo nelle fasi recenti con Homo sapiens che seppellisce i morti e affresca le pareti delle grotte, ma anche con Homo erectus e Homo habilis. Già sono state ricordate le manifestazioni culturali che accompagnano le forme umane più antiche. Esse sono costituite essenzialmente da industrie litiche, da testimonianze sul modo di vita che depongono per uno psichismo umano. L'uomo faber è anche sapiens, si rivela sapiens nell'essere faber, anche a partire dall'industria su ciottolo. Essa, nella sua varietà, rivela una progettualità e, indirettamente, anche una capacità astrattiva simbolica.

Quello che importa è il significato che lo strumento assume nell'immaginario del suo artefice, il quale non si accontenta dell'uso immediato, ma lo conserva e lo perfeziona. L'uomo tecnologico, costruttore di utensili, è anche inventore di simboli, symbolicus e loquens: la stessa tecnologia viene trasmessa mediante il linguaggio.

Figura 11.In alto. Bifacciali del giacimento di Castel di Guido, risalenti al Pleistocene medio
(da F.Facchini in Nuova Secondaria, maggio 1999).
In basso. Ca' Belvedere di Monte Poggiolo. Rimontaggio dallo strato 109 n. 1; schegge nn. 5,7 (str.107);
ciottoli scheggiati nn.2 (str. 107),3 (str.108),4,6, (str.103)
(da AA.VV., Il sito di Ca' Belvedere di Monte Poggiolo. In Quando Forlì non c'era, Abaco, Forli,1996)

Quello che convince di più sull'antichità della forma umana, oltre allo strumento in sé (non c'è un "usa e getta", come in alcuni Primati che utilizzano pietre o bastoni), è il contesto in cui si realizzano e vengono utilizzate le tecniche, è la continuità e il progresso che si osservano nelle industrie litiche e nella organizzazione del territorio, nelle forme che si susseguono da Homo habilis a Homo erectus e Homo sapiens.

Figura 11. Bifacciale in selce del periodo Acheuleano. 
Al centro un fossile bivalve (Norfolk, Inghilterra).

La cultura entra come elemento determinante nei processi di adattamento, modificando l'ambiente e mediante accorgimenti che adattano l'organismo all'ambiente. Sia la capacità progettuale che il simbolismo - nella tecnologia, come nella vita e nell'organizzazione sociale e nel linguaggio - rappresentano fattori di adattamento dell'ambiente all'uomo e dell'uomo all'ambiente. Mediante la cultura si allenta la selezione naturale, anche se continua ad operare.

Rispetto alle altre specie l'uomo va controcorrente, perché innesta altre strategie adattative ed evolutive, contrastando, in qualche misura, la stessa selezione naturale ai fini della sopravvivenza. Se l'uomo è sopravvissuto rispetto agli Australopiteci, che si sono estinti, è stato grazie alla cultura (Coppens).

Figura 12. Frammento di tibia di elefante con segni 
intenzionali trovata nel sito di Bilzinsgleben (Germania)

La cultura rappresenta l'ambiente della specie umana. L'uomo nasce, vive e cresce in una cultura. Realizza il suo rapporto con l'ambiente mediante la cultura. Essa rappresenta una vera specializzazione sul piano ecologico e caratterizza il rapporto trofico e funzionale della specie umana con l'habitat, cioè "la nicchia ecologica" della specie umana. In questo senso, emblematicamente, abbiamo proposto di definire la cultura "nicchia ecologica dell'uomo".

La cultura può essere vista anche come trascendimento evolutivo. L'idea si riallaccia al pensiero di Dobzhansky sulla linea della concezione di Teilhard de Chardin. Secondo l'Autore, è da ammettersi una discontinuità, un trascendimento evolutivo nel passaggio alla forma umana. Infatti le regole della società umana non sono più quelle biologiche, pur continuando le leggi di ordine biologico. Riteniamo che questa discontinuità sia da ricollegarsi essenzialmente alla cultura. Essa è stata preceduta, secondo Dobzhansky, da un primo trascendimento che si è avuto nel passaggio dal mondo inorganico alla struttura vivente. La singolarità dell'evento umano, proprio a motivo della cultura, viene riconosciuta anche da altri sostenitori del neodarwinismo, tra cui ricordo Ayala.

La cultura diventa rivelatrice dell'umano nell'uomo, di ciò che è specifico dell'uomo, e consiste nella sua attitudine alla cultura, resa possibile dallo psichismo riflesso, quali che siano le manifestazioni. Ciò può essere affermato sul piano fenomenologico. La spiegazione ultima di questo atteggiamento che esprime una discontinuità ontologica potrà essere ricercata in una visione filosofica dell'uomo aperta alla spiritualità.

3. Il posto dell'uomo nella natura

Nella concezione del darwinismo rigoroso, l'uomo, come ogni essere vivente che è determinato dalle piccole variazioni casuali delle specie, è un evento del tutto fortuito. L'uomo si trova detronizzato dalla sua posizione al vertice del creato. Una visione fondata unicamente sulla casualità e sulla necessità, escludendo altri approcci scientifici e filosofici al fenomeno evolutivo, diventa una concezione totalizzante e mitica della evoluzione, che pretende di spiegare tutta la realtà, nel suo esistere e nel suo divenire, in termini unicamente meccanicistici. L'uomo viene visto come una delle tante specie del mondo animale in competizione con le altre o con l'ambiente nella lotta per l'esistenza. Ebbene questa riduzione dell'uomo a una delle tante specie, casualmente formatasi, male si accorda con la storia evolutiva che evidenzia nella linea umana una particolare direzione evolutiva, come sostenuto da molti studiosi e suggerito dal Principio antropico.

Se si guarda agli ultimi milioni di anni si vede che nell'evoluzione dei Primati si delinea una direzione evolutiva, caratterizzata da una maggiore complessità nella cerebralizzazione - come ha osservato Teilhard de Chardin - e culminante nella forma umana. Ha osservato Jean Piveteau (1983): "Se non si può affermare che il suo evento era inevitabile, esso è strettamente legato al movimento evolutivo, al suo sviluppo, alle sue caratteristiche. Non si può dire che questo movimento sia la causa dell'uomo, ma questi appare proprio come la sua conseguenza naturale". Tutto si svolge come se l'uomo rappresenti il punto culminante di tutta l'evoluzione cosmica e biologica.

Nota ancora a questo proposito il Piveteau in un'altra successiva opera (1996): "L'uomo aveva creduto un tempo di essere il centro del mondo; poi gli sembrò di non avere nessuna misura con la natura, trovandosi sperduto in un angolo dell'universo. La paleontologia gli restituisce, in una nuova forma, una preminenza in cui non credeva più ...".

Infine un'ultima osservazione. Non è solo la paleontologia che restituisce all'uomo una sua peculiarità nel mondo dei viventi, ma anche l'ecologia, in quanto essa chiama in causa la sua responsabilità in ordine a tutto l'ecosistema. La natura e le funzioni dell'essere umano differiscono da quelle di ogni altra specie per aspetti che non si legano direttamente al DNA. La cultura rappresenta la vera specializzazione dell'uomo e non è paragonabile a particolari organi con significato adattativo, quali si osservano nel mondo animale (ad esempio le pinne nei pesci o la proboscide dell'elefante), come qualcuno ha ritenuto. Con la cultura ci si trasferisce su un altro piano. Con l'uomo si è innescata nella storia dei viventi una modalità del tutto nuova, rappresentata dall'autocoscienza e dalla cultura. Di qui le sue responsabilità in ordine all'ambiente e al suo futuro.
La paleontologia, come anche l'ecologia, ricollocano l'uomo in una posizione unica nella natura.

Letture e internet

Letture

*J.F. Ayala, "Biological Evolution: an introduction", in An evolving dialogue: scientific, historical, philosophical and theological perspectives on evolution, James B., Miller Editor, Washington, 1998, pp.10-53;

*J.F. Ayala, Evolution and the uniqueness of humankind, Origins . CNS documentary service, Feb.1998, pp. 567-574;

*J.F. Ayala, "Evolution and rationality: Natural Selection, Teleology and Novelty", in Scienza e conoscenza. Verso un nuovo umanesimo, (a cura di F.Facchini), Ed. Compositori, Bologna, 2000;

Y.  Coppens, Ominoidi, Ominidi, Uomini, Jaca Book, Milano, 1988;

Y. Coppens, Pre-amboli.I primi passi dell'uomo, Jaca Book, Milano, 1990;

Y. Coppens, Le genou de Lucie, Odile Jacob, Paris, 1999;

T.W. Deacon, The symbolic species. The co-evolution of language and the human brain, Penguin Books, 1998;

Th. Dobzhansky, Le domande supreme della biologia, De Donato, Bari, 1969;

*D. Falk, Cerebral cortices of east African early Hominids, in Science, 222, 1983, pp. 1072-1074;

F. Facchini, Il cammino dell'evoluzione umana, Jaca Book, Milano, 1985 (II edizione);

F. Facchini, Evoluzione umana e cultura, Ed.La Scuola, Brescia, 1999;

F. Facchini, Premesse per una Paleoantropologia culturale, Jaca Book, Milano, 1991;

*F. Facchini , "Il simbolismo nell'uomo preistorico. Aspetti ermeneutici e manifestazioni", in Rivista di Scienze Preistoriche, 1998, XLIX, pp. 651-671;

*F. Facchini, "Le origini dell'uomo: vedute scientifiche attuali e istanze teologiche", in Rivista di Teologia dell'Evangelizzazione, IV, 7, 2000, pp. 127-145;

A. Ganoczi, Teologia della natura, Queriniana, Brescia, 1997;

*P. Lieberman, "On the evolution of human syntactic hability. Its preadaptive bases motor control and speech", in Journal of human evolution, 14, pp. 668-675;

*J. Piveteau, Origine et destinée de l'homme, Masson, Paris, 1983;

J. Piveteau , La comparsa dell'uomo, Jaca Book, Milano, 1994;

*Ph. Tobias, "Recenti sviluppi nella conoscenza dell'evoluzione degli Ominidi con particolare riferimento all'encefalo e al linguaggio", in L'Evoluzione dei Primati a cura di C. Chagas, Jaca Book, Milano, 1987 (tr. da "Recent advances in the evolution of Primates", Città del Vaticano, 1983);

*Ph. Tobias, "The brain of Homo habilis: a new level of organisation in cerebral evolution", in Journal of Human Evolution, 1988, pp. 741-761;

*J. Jelinek,"Was Homo erectus already Homo sapiens?", in Le processus de l'hominisation, 85-90, Ed CNRS, 1981;

*B. Senut, "Les bipédies des Hominidés: origine et significations adaptatives, systématiques et phylogénétiques", in The first human and their cultural manifestations (Ed. by F.Facchini), Coll. VII and VIII, XIII Int. Congr. UISPP, Abaco, Forlì, 1996;

*B. Senut, D. Gommery, "Le bipedie degli Ominidi", in Nuova Secondaria, 15 maggio, 1999, 26-30.

Per un aggiornamento sull'evoluzione umana si rimanda anche al fascicolo "L'evoluzione umana" di Nuova Secondaria, 15 maggio 1999, curato da F. Facchini con contributi di Senut, Gommery, Condemi, Malgosa, pp. 21-39.

I volumi contrassegnati da asterisco costituiscono letture di approfondimento.

Internet

http://www.unibo.it/housing/musuni/antropol/antropol.htm

  • Sito del Museo di Antropologia dell'Università di Bologna

http://www.unife.it/notes/ipoggiol.htm

  • Pagina dedicata a Ca' Belvedere di Monte Poggiolo

http://www.unipv.it/webbio/anitmuse.htm

  • Musei antropologici italiani in rete

http://home.worldnet.fr/~clist/Anthro

  • Propone una lista di siti dedicati alla antropologia, in lingua inglese

Note al testo

[1] Nei mesi scorsi sono stati segnalati da Pickford e Senut alcuni reperti (frammenti di mandibola, omero, femore) ritrovati nel Kenya e risalenti a 6 milioni di anni fa, che rivelano qualche tendenza verso il bipedismo. Si tratterebbe di una linea diversa da quella degli Australopiteci conosciuti e potrebbe avere portato al gen. Homo (cf. Science, 23 feb., 2001).

3/ L’ominide di Dmanisi, in Georgia. «Discendiamo tutti da un’unica specie». Così cambia l’albero genealogico dell’uomo

Riprendiamo dal Corriere della sera del 18/10/2013 un testo che riprende una nota ANSA. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (20/10/2013)

L’albero genealogico dell’uomo potrebbe essere rivisto, perfino riscritto, dopo la scoperta dei resti dell’ominide di Dmanisi, in Georgia, nel quale si riconoscono, come in un «collage», caratteristiche diverse finora mai osservate tutte insieme nei fossili di un nostro antenato.

Se finora si pensava che dopo la divergenza dagli Australopiteci e la comparsa del genere Homo (circa 2,5 milioni di anni fa), si fossero succedute tante specie diverse, tutte estinte tranne Homo sapiens, oggi ci si rende conto che non è in questo modo che deve essere letta la documentazione fossile: in realtà vi sarebbe stata una sola specie nelle prime fasi del percorso evolutivo dell’uomo. Anche se «sono necessari ulteriori studi per confermare l’ipotesi, in base alla nostra scoperta quelle che finora erano considerate specie diverse sarebbero invece gruppi con caratteristiche morfologiche simili», scrivono i paleontologi del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, autori della scoperta.

Prima della scoperta dell’ominide di Dmanisi si pensava che la più antica specie del genere Homo fosse l’Homo rudolfensis, vissuto tra 2,4 e 1,9 milioni di anni fa. La specie successiva sarebbe stata l’Homo habilis da cui si sarebbe evoluto l’Homo ergaster, comparso circa 1,8 milioni di anni fa. Discendente dall’Homo ergaster sarebbe stato l’Homo erectus, presto diffuso anche un Eurasia. Contemporaneo alle ultime fasi dell’Homo erectus sarebbe stato (in Europa) l’Homo heidelbergensis, da cui sarebbero discesi i Neanderthal, vissuti tra 300.000 e 30.000 mila anni fa in Europa, Vicino e Medio Oriente e Asia occidentale. L’uomo anatomicamente moderno, ossia l’Homo sapiens, è comparso invece in Africa intorno a 200.000 anni fa e, circa 40.000 anni fa ha fatto il suo ingresso in Europa.

Ma adesso la scoperta del nuovo ominide spazza via questo complesso ‘cespuglio’ genealogico. «Alla luce delle nuove scoperte - spiega il paleontologo Lorenzo Rook, dell’università di Firenze - sembra che tutte le differenze morfologiche notate in questi ominidi sarebbero in realtà l’evidenza della normale variabilità biologica all’interno di una singola specie, dovuta ad adattamenti ambientali o alla semplice variabilità genetica». Sono proprio i resti dei cinque individui scoperti nel sito di Dmanisi, aggiunge, un esempio (eccezionale ed unico nella documentazione fossile) di un piccolo campione della stessa popolazione con un’alta variabilità. «Anche se non tutti gli esperti sono d’accordo con questa nuova ipotesi, e c’è chi pensa addirittura che nello stesso sito di Dmanisi vi siano fossili di specie diverse, la scoperta - sottolinea Rook - ci spinge a cambiare il modo in cui è stata interpretata l’evoluzione umana finora» (Ansa).