Tre, cinque, quattro: la triade Parola-Liturgia-Carità, gli ambiti di Verona e/o il CCC, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /10 /2013 - 14:32 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito uno studio di Andrea Lonardo: il testo è un ampliamento di un articolo con lo stesso titolo apparso in G. Benzi - P. Dal Toso - U. Montisci (edd.), Dodici ceste piene... (Mc 6,43). Catechesi e formazione cristiana degli adulti, Elledici, Torino, 2013, pp. 46-55. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (27/10/2013)

Indice

1/ Apologia della sintesi

Non è scontato affermare che le “sintesi” sono utili. C’è chi sostiene, infatti, che utilizzandole si perde vitalità nella comunicazione: solo uno stile narrativo sarebbe adeguato ad una catechesi degli adulti.

Eppure proprio l’adulto è tale solo perché ha maturato uno sguardo di sintesi, perché sa come orientarsi e consigliare, perché ha faticosamente raggiunto un’armonia. È evidente agli occhi di tutti che la capacità di fare sintesi, di essere semplici nel vortice della complessità, è al cuore di ogni vera maturità[1].

Si diffida della sintesi talvolta perché la si contrappone alla vivacità ed alla passione, ma questo vale solo ad uno sguardo superficiale. Nella storia la trasmissione della cultura ha sempre utilizzato la capacità di schematizzare unitamente a quella di appassionare. Ad esempio la Divina Commedia, l’opera italiana più grande, unisce una visione dell’intero universo - nel quale tutto trova una sua precisa collocazione - all’amore per ogni dettaglio “carnale”: essa si imprime nella mente e nel cuore. Il lettore percepisce l’ordine del poema, ma allo stesso tempo ne esce con un “animo ferito”. Bolzoni ha descritto la poetica dantesca come portatrice di una “memoria appassionata, cioè di una visione retrospettiva di sintesi, che è al contempo appassionante e non algida[2].

Questo bisogno dell’uomo di “fare sintesi”, di possedere una visione del mondo, senza perderne la vivezza, mostra che si tocca qui un aspetto essenziale. Senza un ordine l’esistenza è semplicemente confusa: è questo il dramma del post-moderno. Gli Orientamenti Educare alla vita buona del Vangelo lo sottolineano: «La formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità. La mentalità odierna, segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscenza e quello delle emozioni, tende a relegare gli affetti e le relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi»[3].

Non è adeguata, insomma, per gli adulti una catechesi senza sintesi, solo che esse debbono essere «sorgive come l’acqua, semplici come il pane, chiare come la luce, potenti come la vita»[4].

2/ Parola-Liturgia-Carità o ambiti? Alla ricerca di una sintesi fra fede e vita

Il Convegno di Verona, proponendo i cinque ambiti di vita alla riflessione ecclesiale, ha aperto una questione importante, mostrando che non è sufficiente “pensare” l’orizzonte semplicemente a partire dalla triade Parola-Liturgia-Carità che si era pian piano imposta nei decenni precedenti[5]. Sì è così generato un duplice guadagno; da un lato si sono aperte nuove prospettive, dall’altro è divenuto necessario riprendere in mano con maggiore consapevolezza gli schemi a cui si era abituati.

È utile provare subito, con due diversi approcci, ad illuminare la relazione che esiste tra il trinomio ed i cinque ambiti, prima di considerarli singolarmente.

2.1/ La differenza fra opzione fondamentale e scelta di uno stato di vita

In primo luogo è illuminante in proposito la distinzione che esiste tra le due grandi categorie di scelte che l’uomo compie nella sua vita.

C’è una scelta che i teologi chiamano “opzione fondamentale” perché orienta tutta l’esistenza - ad esempio la scelta di credere o di rifiutare la fede.

Ci sono, però, anche scelte che deliberano un indirizzo dell’intera vita ad un livello diverso della precedente, quando si matura la decisione di uno “stato di vita”, per giungere al matrimonio o al sacerdozio - le scelte di questa categoria vengono talvolta chiamate “opzioni vitali”[6].

L’opzione fondamentale e quella vitale sono di ordine diverso, ma chiaramente correlate. Bisogna essere credenti per celebrare le nozze in Chiesa, ma non basta essere credenti per affidare la propria vita a Dio: bisogna anche decidere se essere celibi o sposi.

La triade Parola-Liturgia-Carità riporta continuamente la catechesi alla scelta “fondamentale” che il credente compie, mentre i cinque ambiti la riportano alle scelte “vitali” che caratterizzano ulteriormente la vita.

Certamente le scelte “fondamentali” sono, per definizione, più importanti e fondative, ma esse non raggiungono i frutti che il Signore desidera se non si concretizzano in scelte vocazionali concrete. Esse sono così correlate che mancanze in uno dei due orizzonti avrà conseguenze decisive anche nell’altro. Questo è particolarmente vero in un tempo caratterizzato da una frattura fra fede e vita. L’adulto, spesso, non è in grado di vivere il Vangelo proprio lì dove è chiamato a scelte quotidiane e decisive: negli affetti, nella cultura, nella politica, nell’educazione dei figli, ecc.

Per questo una catechesi degli adulti avrà bisogno, da un lato, di radicarsi sempre maggiormente nell’ascolto della Parola di Dio e, dall’altro, di accompagnare le persone a comprendere la bontà della dottrina sociale della Chiesa (solo per fare un esempio). Se l’adulto non si ponesse in ascolto del Dio che parla, non potrebbe nutrire la sua fede, ma se non avesse gli strumenti per interpretare il mondo professionale in cui è chiamato ad operare, parimenti vivrebbe una schizofrenia fra fede e vita.

2.2/ La “grande speranza” e le “piccole speranze”

Una seconda immagine può arricchire il legame già individuato. Benedetto XVI ha spiegato nella Spe salvi che quando ci si riferisce alla speranza essa porta solo il nome di Dio. È ciò che egli ha chiamato la “grande speranza”: senza Dio, in fondo, non esiste speranza alcuna, perché qualsiasi gesto dell’uomo sarebbe altrimenti destinato al nulla, all’abisso della morte. Solo perché Dio è Dio, ha veramente senso vivere ed amare.

Ma, d’altro canto - afferma la Spe salvi - esistono anche le “piccole speranze”: generare un bambino, amare una donna, scrivere un libro, fare catechesi. La fede non le spegne, ma anzi le esalta ed anche in questo consiste la straordinaria bellezza del cristianesimo. Chi ha la “grande speranza” si impegna ancor di più per la cultura, la scienza, la famiglia...

Papa Francesco nella Lumen fidei ha ripreso una terminologia analoga (Lumen fidei 3). Esiste una unica luce, che illumina l’intera esistenza ed il corso dell’intera storia: la luce di Dio. Ma esistono anche tante luci che illuminano aspetti più particolari dell’esistenza: la fede non solo non le disprezza, ma anzi manifesta la sua bellezza proprio indirizzandole alla pienezza.

La triade Parola-Liturgia-Carità riporta direttamente alla “grande speranza” ed all’“unica luce”, mentre i cinque ambiti ricordano che queste debbono animare le “piccole speranze” e le “diverse luci” per essere autentiche. Senza la “grande speranza”  e l’“unica luce” la catechesi smetterebbe di essere teologale, senza le “piccole speranze” e le “diverse luci” la catechesi diverrebbe alienazione e fuga dalla vita.

3/ Approfondire la triade Parola-Liturgia-Carità 

La riscoperta degli ambiti di vita in catechesi non ha come scopo l’eliminazione della triade Parola-Liturgia-Carità, poiché essa appartiene ai “compiti” eterni della Chiesa. Anzi proprio quella triade si protende già, di per se stessa, verso i cinque ambiti, di modo che si tratta piuttosto di esaltarela Parola,la Liturgia ela Carità, per porli in risalto. Vale la pena analizzare, anche se brevemente, come la triade guarda sempre in prospettiva ai cinque ambiti.

3.1/ Parola

Innanzitutto la Parola.Perché un adulto maturi in prospettiva di una testimonianza negli ambiti di vita ha bisogno di una catechesi che lo aiuti a frequentare la Scrittura. La tradizione ebraica chiede ad ogni fedele di giungere a scrivere con le proprie mani un rotolo del Sefer Torah, cioè del Pentateuco[7]. La nostra catechesi deve far sì che ogni adulto legga un brano del Nuovo Testamento o della Bibbia ogni giorno della sua vita. È la Sacra Scrittura stessa che non cessa mai di parlare di affetti, di malattie, di questioni sociali, di genitori e di figli, di festività e lavoro[8].

Ma solo se si colloca la Scrittura nella prospettiva conciliare che vede la Parola di Dio come eccedente la Scrittura stessa, poiché è la Chiesa a trasmettere la Parola di Dio completa che è Cristo stesso, l’adulto potrà non essere più infantile nella fede.

Nelle conferenze sulla catechesi di Lione e Parigi[9], Ratzinger dichiarò che la causa più profonda della crisi della catechesi consisteva nel fatto che l’interpretazione storica della Scrittura e la fede della Chiesa venivano talvolta talmente separate da apparire irriducibili l’una all’altra.

In effetti, se l’adulto non matura la convinzione che la fede della Chiesa non solo non lo allontana dalla verità, ma anzi è la vera interpretazione della Scrittura, si troverà esitante, come “fanciullo in balìa delle onde, trasportato qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (cfr. Ef 4,14), incapace di articolare la sua testimonianza, senza alcun fondamento solido su cui poggiare la propria fede.

L’adulto è chiamato, invece, a mostrare che «i Simboli [della fede] non sono un’aggiunta alla Scrittura, ma il filo conduttore attraverso di essa [...], sono per così dire il filo di Arianna, che permette di percorrere il Labirinto e ne fa conoscere la pianta. Conseguentemente, non sono neppure la spiegazione che viene dall’esterno ed è riferita ai punti oscuri. Loro compito è, invece, rimandare alla figura che brilla di luce propria, dar risalto a quella figura, in modo da far risplendere la chiarezza intrinseca della Scrittura»[10].

È l’esperienza della Chiesa che, nel dogma, ha individuato i punti più importanti della rivelazione, i nodi più originali della novità cristiana e li ha sintetizzati nelle formule di fede. La Chiesa, con i suoi dogmi, «difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori»[11].

Insomma una catechesi degli adulti dovrà fornire le coordinate per comprendere il perenne valore di ciò che è essenziale nella fede per poterlo annunciare. Si dovrà rivolgere, pertanto, oltre che alla Scrittura, non solo al Simbolo di fede, ma anche ad autori che hanno mostrato la Weltanschauung - “visione del mondo” - tipica del cristianesimo, come Guardini[12] e Ratzinger-Benedetto XVI.

3.2/ Liturgia

Anche la Liturgia ha una dinamica propria che la conduce verso gli ambiti di vita, innanzitutto invitando alla festa. La Liturgia libera innanzitutto la catechesi dal rischio dell’intellettualismo cui la sola Parola potrebbe condurla. Se certamente un adulto ha bisogno di comprendere, egli ha soprattutto bisogno di fare “esperienza” di Dio.

L’odierna insistenza sulla dimensione “esperienziale” della catechesi deve condurre a riscoprire che tale “esperienza” non solo raggiunge il suo culmen nell’azione liturgica, ma ha in essa anche la sua fons. Non si giunge mai alla liturgia pienamente preparati, altrimenti essa non donerebbe il senso della festa, che nasce solo da un dono immeritato. Ogni volta che la liturgia è posta in ombra la catechesi cessa immediatamente di essere “esperienziale”, impedisce una reale esperienza di Dio e si allontana dal vissuto della gente, dalla vita reale ed ordinaria del popolo di Dio.

Solo la Liturgia consegna all’uomo la Parola vivente, Gesù Cristo. Anzi, da questo punto di vista, essa è più efficace della stessa Scrittura, perché questa non ha il potere di darci il corpo stesso di Cristo vivente! Ha scritto Betti: «Una cosa è raccontare l’istituzione e la celebrazione dell’eucarestia; altra cosa è celebrarla e parteciparne. Il racconto rimane sul piano storico e nozionale; la celebrazione ne dà esperienza spirituale e conferisce la grazia che salva»[13]. La comunione reale con Cristo trasfigura poi tutti gli ambiti di vita del credente.

La Liturgiaricorda in particolare alla catechesi degli adulti che l’uomo non incontra Dio solo con la mente e con il cuore, ma che ha comunione con Lui per ritus et preces: l’uomo è salvato attraverso l’azione liturgica e non prima di essa[14].

Ma, in questa maniera, è già gettato il ponte verso l’ambito della Festa, che dà senso al Lavoro. Proporre agli adulti di ritrovare il senso ed i ritmi della festa, vuol dire camminare con loro nello scoprire che non si fa festa, se non esiste un motivo per gioire, se non esiste una salvezza da celebrare, un evento che rende nuova la vita.

La Liturgia ricorda alla catechesi anche la dimensione “popolare” della fede. Per essere cristiani non è necessario far parte di gruppi stabili di incontro, perché la Chiesa nasce intorno all’eucarestia ed è la comunità eucaristica ad essere garante dell’ecclesialità. Si è credenti adulti proprio in una vita cristiana che ha i suoi perni nella celebrazione domenicale e negli ambiti di vita - famiglia e lavoro innanzitutto - e non perché si esercita un particolare ministero intraecclesiale.

3.3/ Carità

Appartiene alla missione della Chiesa riconoscere che l’adulto è già inserito pienamente nel “dramma” dell’amore. Egli è cristiano come sposo e genitore, con il lavoro con cui costruisce la città degli uomini. La carità non si dispiega solo nell’attenzione ai più piccoli, ma informa di sé ogni ambito di vita.

Certamente la cura della fragilità ha un suo specifico campo d’azione, sia perché la debolezza arriverà a toccare anche chi si sente forte, sia perché il Signore si nasconde nei poveri che pone sul cammino di ogni uomo. Ma la grazia trasforma tutto in carità, come ricorda anche la tradizione delle opere di misericordia spirituale. Se la visione della carità proposta dalla catechesi conserva tutto il suo valore ecco che non potranno rimanere escluse da essa le attenzioni alla vocazione, alla cultura, agli affetti, alla vita pubblica, all’educazione.

La prassi pastorale ha talvolta teso a identificare in Francesco d’Assisi il modello tout court del credente, mentre egli comprese ben presto che la sua vita non era “il” vangelo, bensì un carisma all’interno della Chiesa. La compresenza dei diversi carismi degli adulti ricorda che la carità si esplica in ogni ambito, non rinnegando mai dimensioni come quella politica, economica o culturale[15].

La carità non è allora innanzitutto un ambito di azione della Chiesa, bensì è prima ancora una dimensione fondante della sua vita e, proprio per questo, le dà pienamente forma. Solo se l’educazione è “carità” allora si può perdere la vita per essa, solo se la “cultura” è carità si può faticare per essa, solo se il matrimonio è “carità”, allora si può lasciare tutto per esso.

4/ Il detto e il non detto di Parola-Liturgia-Carità

In sintesi è possibile affermare che la triade non presenta tre ambiti della pastorale, né tantomeno della catechesi, bensì tre “compiti” della missione della Chiesa che sono amplissimi. L’annuncio della Parola non è da identificare con la catechesi piuttosto che con la nuova evangelizzazione, con l’arte sacra più che con i nuovi media, e così via. Non è in questione un ambito, quanto una finalità: che il Figlio di Dio sia conosciuto integralmente e da tutti. Lo stesso dicasi per la celebrazione che riguarda la comunione del creato intero con Dio attraverso l’azione liturgica dei sette Sacramenti, ma anche il modo in cui la liturgia plasma il tempo e lo spazio del mondo e così via. L’amore, dal canto suo, conferisce forma a tutta la vita della Chiesa.

La triade Parola-Liturgia-Carità tralascia di determinare il modo in cui quei tre compiti debbono essere realizzati nella concretezza storica della vita: altre “schematizzazioni” saranno necessarie per questo. Nondimeno il triplice compito esprime la robusta struttura della Chiesa dalla quale non è lecito allontanarsi per nessuna ragione.

5/ Il percorso inverso: i cinque ambiti

Qui si rivelano preziosi i cinque “ambiti”. Essi ricordano che non è sufficiente annunziare il Vangelo, celebrare e servire, ma che questo deve assumere le forme concrete di un’esistenza personale e sociale plasmata dal Vangelo. È vero che senza l’annuncio, la celebrazione ed il servizio non nasce una vita cristiana, ma è anche vero che non si diviene cristiani adulti se non si costruisce una famiglia, se non si arreda una casa, se non si percorre un itinerario di studi, se non si accetta un lavoro, non si diviene cittadini partecipi e così via.

Questo che è vero di ogni credente, è ancor più costitutivo del laico. Giovanni Taulero affermava che nella Chiesa esistono coloro - i “laici” appunto - che vanno a Dio «in mezzo alle cose e con le cose»[16]. Di questo si occupano gli “ambiti”.

La riflessione sfociata nel Convegno di Verona nasce dalla constatazione che in questo periodo storico è necessaria una rinnovata attenzione a questo andare verso Dio coinvolgendo persone e cose dell’esistenza quotidiana.

I cinque “ambiti”, più che indicare aree di intervento, affermano che la novità cristiana deve illuminare, attraverso queste dimensioni, la vita umana. D’altro canto è evidente il disorientamento che esiste oggi nel Paese in merito a ciò che i cinque “ambiti” schematizzano.

Come educare all’affettività? Perché l’assoluta “libertà” in questo campo non genera famiglie più salde? Cosa rispondere a chi ritiene che il termine “famiglia” vada allargato a comprendere qualsiasi tipo di relazione?

Come trovare il senso della sofferenza, consci che solo tale risposta permette poi di comprendere la “dignità” della persona debole? Perché le persone fragili non sono un peso, ma hanno un dono da portare fin dal loro concepimento?

Chi aiuta a comprendere che non esiste festa senza motivo di gioia, in modo che la festa sia non l’oblio del tempo del lavoro, ma piuttosto la scoperta delle ragioni per cui vale la pena lavorare? E che il lavoro ha quindi una dignità che lo contraddistingue?

Come accompagnare la famiglia e la scuola a ritrovare il senso dell’autorità per sostenere regole e comandamenti, per illuminare con adeguati “sì” e “no” le nuove generazioni? Come mostrare che la cultura non è solo metodo, ma soprattutto contenuto e che si apprende un metodo esattamente studiando un contenuto appassionante? Come presentare allora i “classici”, i punti di riferimento di ogni vera formazione?

Come mostrare il peculiare ruolo dei credenti nella compagine pubblica, rifuggendo dal duplice rischio dell’integralismo e dell’irrilevanza del Vangelo nell’agone pubblico?

Tali questioni non possono vedere la catechesi assente. Se l’annuncio, la celebrazione e il servizio danno le coordinate fondamentali della missione della Chiesa, i cinque “ambiti” ne mostrano l’incidenza concreta negli orientamenti vitali dell’esistenza degli adulti.

Gli itinerari di catechesi degli adulti vengono allora illuminati da questa prospettiva. Un adulto avrà bisogno da un lato di conoscere il Vangelo di Giovanni, di scoprire come nella Samaritana, nel cieco nato, in Lazzaro, si manifesti il bisogno di Dio presente in ogni uomo - dimensioni “fondamentali” - ma ha poi bisogno anche di comprendere tramite la   Dei Verbum la rivelazione stessa di Dio. Ed avrà poi bisogno di orientarsi nelle questioni pubbliche tramite la dottrina sociale della Chiesa, leggendo Gaudium et spes e Caritas in veritate, e così via.

Se la questione dei contenuti è decisiva, è rilevante anche quella delle “esperienze” che li accompagnano. Ben diverso è che sia catechista di adulti un single, oppure una coppia di persone sposate che possa testimoniare della bellezza dell’amore fra l’uomo e la donna. Molto cambia se si valorizzano i ruoli professionali delle persone o se si prescinde da essi. Alquanto diverso è se, mentre si riflette sull’educazione, si sostengono progetti di collaborazione fra genitori, scuola e comunità ecclesiale.

Questa prospettiva di fondo, a sua volta, implica la centralità della questione del discernimento. Parlare di discernimento implica la consapevolezza che nella condizione attuale dell’uomo sono presenti il bene e il male, il desiderio della relazione con Dio ed il rifiuto di essa, la tensione alla relazione con i fratelli e la fuga da essa. Non si dà allora mai un puro rifiuto di ciò che nasce dall’esperienza umana, ma nemmeno un’accoglienza senza riserve. Un netto rifiuto indicherebbe la sfiducia nell’opera del Dio creatore, una pura accoglienza implicherebbe che nell’uomo non esiste alcun peccato.

Non solo: la venuta di Cristo indica l’esistenza di una pienezza che può essere solo donata e non raggiunta dalle sole forze dell’uomo. All’accoglienza ed al rifiuto, deve ulteriormente essere aggiunta la categoria del compimento. Solo in Cristo fiorisce pienamente la vita umana, fatta di fragilità, affetti, responsabilità e festa: come mostrare questo? Accoglienza, rifiuto, compimento: ecco il triplice compito che consegue alla catechesi degli adulti[17].

6/ Il valore relativo del trinomio e dei cinque ambiti

La triade ed i cinque ambiti non debbono allora essere opposti, bensì necessitano l’uno dell’altro.

È stato detto giustamente che la triade sottolinea il versante ecclesiologico, mentre i cinque ambiti quello antropologico[18]. Questa accentuazione non nega ovviamente che il trinomio abbia valenza anche per l’identità personale del credente e che i cinque ambiti abbiano anche implicazioni ecclesiologiche.

7/ Lo schema quadripartito del Catechismo della Chiesa Cattolica

È importante, però, domandarsi ancora se esista uno “schema” proprio della catechesi, ulteriore rispetto alla triade ed ai cinque ambiti.

Lo schema che la tradizione ci consegna in merito è la quadripartizione elaborata dalla Chiesa nel corso dei secoli e che si ritrova oggi nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Essa deriva dal catecumenato della Chiesa antica che iniziò a celebrare la traditio e la redditio del Simbolo e del Padre nostro, a verificare la conversione dei catecumeni ed a celebrare la liturgia con loro, prima condividendola Liturgia della Parola, poi introducendoli definitivamente nei “sacri misteri”.

Tale struttura corrisponde alle dinamiche della vita dell’adulto. Infatti, chi diviene credente impara a credere ciò che crede la Chiesa (il Credo), riceve nella liturgia la grazia di essere figlio di Dio (i Sacramenti), vive la vita nuova del Vangelo (i Comandamenti), prega Dio perché abilitato al dialogo con Lui (il Pater).

In questa quadripartizione - che non è ecclesiologica, ma insiste piuttosto sulla struttura formativa della catechesi - la triade Parola-Liturgia-Carità è presente ed anzi ampliata già con la quarta parte sul Padre nostro.

D’altro canto anche i cinque ambiti vi sono implicitamente compresi. Fare riferimento ai Comandamenti implica immediatamente che il compito della Carità è allargato alla questione affettiva, come a quella educativa, sociale, e così via. Anche da questo punto di vista, al suo livello che è quello catechetico, la quadripartizione si rivela preziosa.

Il CCC ha, inoltre, il grande merito di avere premesso alla quadripartizione tradizionale la novità della riflessione conciliare: la rivelazione secondo la   Dei Verbum prima del Credo[19], il valore della liturgia secondo la Sacrosanctum Concilium prima dei Sacramenti, l’identità dell’uomo immagine di Dio secondo la Gaudium et spes prima dei Comandamenti, invitando così ad una ricezione del Concilio in catechesi[20]

Deve essere notato che nella quadripartizione non è questione semplicemente dei contenuti fondamentali della fede, ma insieme ed in modo indissolubile con essi, delle dimensioni dell’esistenza cristiana e, quindi, delle strutture portanti dell’esperienza cristiana che la catechesi stessa intende proporre. La catechesi conduce alla fede, alla celebrazione, alla conversione, alla preghiera personale e, conseguentemente, si sostanzia di momenti formativi, di momenti celebrativi, di condivisione esistenziale, di maturazione spirituale. La quadripartizione ovviamente è in un dialogo continuo con l’esposizione della storia della salvezza, proprio perché Scrittura e Credo hanno bisogno l’una dell’altro.

In Lumen fidei 37-46, papa Francesco si è soffermato proprio su queste quattro dimensioni come costitutive di ogni esperienza di fede, di quella della persona matura, così come di quella di chi si avvicina alla fede per la prima volta.

Il compito che attende la pastorale è allora non quello di opporre le quattro dimensioni caratterizzanti la catechesi, la triade Parola-Liturgia-Carità ed i cinque ambiti, bensì di valorizzarli insieme.

Note al testo

[1] Cfr. P. Sequeri, L’oro e la paglia, Milano, 1989.

[2] L. Bolzoni, Dante o della memoria appassionata, disponibile on-line sul sito www.gliscritti.it.

[3] Educare alla vita buona del Vangelo, 13.

[4] C.M. Martini, Educare nella postmodernità, Brescia, 2010, pp. 153-154. È evidente che la sintesi cristiana è diversa da quella proposta da un sistema come quello hegeliano: il Credo, ad esempio, è piuttosto simile all’armonia sintetica di un corpo, nel quale tutto è connesso ed articolato.

[5] Sull’emergere della  triade, cfr. F.G. Brambilla, La pastorale della chiesa in Italia tra annuncio, celebrazione, carità e ambiti di vita della persona (relazione per il Laboratorio della Segreteria della CEI, 3/2/2010) e A. Lonardo, Il cantiere dell’educazione cristiana: annuncio - celebrazione - testimonianza e ambiti della vita quotidiana (relazione al XLV Convegno nazionale direttori UCD “Adulti testimoni della fede, desiderosi di trasmettere speranza”, 21/6/2011, disponibile on-line su www.gliscritti.it).

[6] Cfr. K. Demmer, Introduzione alla teologia morale, Casale Monferrato, 1993, pp. 85-87.

[7] Cfr. J. Simcha Cohen, The 613th Commandment. An analysis of the Mitzvah to Write a Sefer Torah, Northvale, 1994.

[8] Cfr. il Laboratorio Biblico, proposto dalla CEI il 22 aprile 2009, La Parola che nutre e vivifica l’impegno pastorale della Chiesa. Bibbia, persona e relazioni per una pastorale integrata.

[9] J. Ratzinger, Transmission de la Foi et sources de la Foi, conferenze tenute a Lione ed a Parigi 15-16/1/1983, on-line su www.gliscritti.it.

[10] J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Brescia, 1974, p. 26.

[11] G.K. Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Milano, 2002, p. 12.

[12] Fra gli altri, è G. Ruta, Romano Guardini e l’essenza del cristianesimo, Messina,2005, a suggerire la figura di Guardini come riferimento per la catechesi.

[13] U. Betti, La trasmissione della divina rivelazione, in La costituzione dogmatica sulla divina rivelazione, Torino-Leumann, 1967, p. 234.

[14] Appare qui evidente quanto sia approssimativa la distinzione proposta da K. Barth che ha opposto fede e religione, poiché non si dà mai fede senza religione.

[15] Cfr. G.K. Chesterton, Francesco d’Assisi, Milano, 2007, pp. 151-152: «O il cristianesimo assorbiva l'opera di Francesco o questa assorbiva il cristianesimo [...] Nella Chiesa del Signore ci sono diverse magioni. Ogni eresia è stato uno sforzo per rimpicciolire la Chiesa. Se il movimento francescano si fosse risolto in una nuova religione, questa sarebbe stata, dopo tutto, una religione meschina».

[16] G. Tauler, Opere, Alba, 1977, p.55, in un’omelia pronunciata alla metà del XIV secolo.

[17] Cfr. su questo J. Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, relazione all’incontro dei vescovi della FABC (2-6 marzo 1993), pubblicato da Asia News, n. 141, 1-15 gennaio 1994 (disponibile on-line su www.gliscritti.it).

[18] Così F.G. Brambilla, cit.

[19] Il Catechismo degli adulti La verità vi farà liberi, si situa esattamente su questa linea, presentando per prima cosa la rivelazione secondo la   Dei Verbum.

[20] Cfr. su questo A. Lonardo, Il Catechismo della Chiesa Cattolica per imparare “la forza e la bellezza della fede”, in Cozzoli. M. (ed.), Pensare, professare, vivere la fede. Nel solco della lettera apostolica “Porta fidei”, Roma 2012, pp. 433-464.