Il libro della Sapienza, o la Sapienza di Salomone. Un’introduzione, di Luca Mazzinghi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /12 /2013 - 14:45 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo del prof. Luca Mazzinghi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (8/12/2013)

Amate la giustizia, voi che governate sulla terra,
riflettete sul Signore con bontà d’animo
e con semplicità di cuore cercatelo,
perché egli si lascia trovare da coloro che non lo tentano
e si manifesta a quelli che non mancano di fede in lui.

Questo l’incipit del libro della Sapienza, ovvero la Sapienza di Salomone, un libro dal destino singolare. Mai accolto come Scrittura sacra dall’ebraismo, escluso dal canone delle chiese riformate, rimasto ai margini in quelle ortodosse; soltanto nel canone delle Scritture della chiesa cattolica questo libro continua ad essere letto e rimane così almeno in una parte della tradizione cristiana, come un testo nel quale riecheggia una qualche eco della parola che dal Dio di Israele viene rivolta agli uomini.

Destino singolare, dunque, per un libro certamente singolare. Scritto ad Alessandria di Egitto, molto probabilmente nella seconda metà dell’impero di Ottaviano Augusto, la Sapienza è opera di un anonimo giudeo alessandrino il quale scrive in un greco colto, poetico, una lingua che testimonia la formazione chiaramente ellenistica dell’autore. E dell’ellenismo il marchio è presente ovunque nel libro: sempre nel primo capitolo, il nostro saggio parla così della sapienza:

La sapienza, infatti, è uno spirito amico degli uomini
e non lascerà impunito chi bestemmia con le proprie labbra,
perché Dio è testimone dei suoi sentimenti
ed è il vero scrutatore del suo cuore
e della lingua l’uditore.

Perché lo spirito del Signore riempie la terra
e, tenendo insieme tutte le cose, conosce ogni voce,
perciò nessuno che dica ingiustizie potrà restargli nascosto,
né gli passerà accanto indifferentela Giustizia accusatrice.

Con sintetiche parole, la sapienza che proviene dal Dio di Israele è qui accostata allo “spirito del Signore che riempie la terra e tiene insieme tutte le cose”, un’idea che porta con sé un chiaro riferimento allo pneûma toû kósmou, alla anima mundi che secondo lo stoicismo pervade tutte le cose, pur se nel testo della Sapienza lo “spirito” stoico viene spogliato di tutto il suo panteismo e diviene “lo spirito del Signore”.

Tipicamente ellenistico è poi il riferimento alla Giustizia personificata, ma soprattutto lo è la descrizione dello Spirito come filantropos, amico degli uomini, un termine questo che nell’età ellenistica caratterizza gli dèi, ma in modo particolare i monarchi del tempo. Per il nostro saggio non sono loro i veri amici degli uomini; solo Dio e i saggi che possiedono lo spirito della sapienza che viene da lui possono esserlo.

Ma a questo proposito, a quali monarchi è indirizzato il libro della Sapienza, visto che proprio ai governanti sembra essere diretto (cf. Sap I,1)? Se qualcuno ha pensato ai sovrani ellenistici (i Tolomei d’Egitto) o addirittura all’imperatore romano, come possibili destinatari del libro, quel qualcuno deve presto ricredersi. Pur se imbevuto di cultura ellenistica, il libro della Sapienza diventa infatti addirittura un testo ermetico per chi non conosce le Scritture di Israele. Basti leggere, ad esempio, l’inizio del decimo capitolo:

Essa (la sapienza) protesse il padre del mondo, plasmato per primo,
che era stato creato solo,
e lo strappò dalla sua caduta,
e gli diede il potere di dominare su tutte le cose.
Ma un ingiusto, allontanatosi da lei nella sua collera
perì con il suo furore fratricida.
Quando la terra per causa sua fu sommersa, di nuovo la salvò la sapienza
pilotando il giusto su una fragile imbarcazione.

Parole chiare per tutti quelli che conoscono la storia di Adamo, di Caino e Abele, del diluvio e di Noé, ma assolutamente incomprensibili per un pagano che quei testi non avesse mai letto. Il nostro saggio non scrive dunque per loro, meno che mai per l’imperatore di Roma, ma si indirizza a quei giovani membri della comunità giudaica di Alessandria che erano troppo tentati di abbandonare la fede dei padri per seguire le sirene della straordinaria cultura ellenistica e del nuovo lusso italico.

A questi giovani il nostro saggio, travestitosi sotto i panni del grande re Salomone, dedica la sua opera. Non tanto cercando di mostrar loro i limiti e gli errori della cultura dalla quale si sentono così tanto attratti, quanto piuttosto adottando il linguaggio proprio di quella cultura ellenistica ed entrando in dialogo con essa; in tal modo il nostro saggio intende preparare quei giovani ad assumersi il compito di future guide della comunità giudaica di Alessandria.

È dunque così che si comprende la doppia cittadinanza del libro della Sapienza: apertamente ellenistico, per riuscire ad entrare in sintonia con i suoi ascoltatori e dialogare con questa cultura, ma alla fine profondamente ebraico, perché chi ne ascolta la lettura non scordi mai la fede dei padri d’Israele, ma sappia viverla anche nel nuovo contesto culturale nel quale si trova immerso ogni giorno. Libro coraggioso, dunque; che apre la strada a un dialogo che il cristianesimo alessandrino, di lì a poco, saprà non disprezzare.

***

L’autore del libro ha un messaggio da comunicare ai suoi ascoltatori ed è esplicito fin dall’inizio della sua opera:

Non affannatevi a cercare la morte
con lo smarrimento della vostra vita,
né attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani,
perché Dio non ha creato la morte,
né gode per la perdizione dei viventi.

Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza,
portatrici di vita sono le creature del cosmo
e non c’è in esse veleno di rovina,
né il regno dei morti è sulla terra;
la giustizia, infatti, è immortale (I,13-15).

La morte non è stata voluta da Dio; anzi, essa tocca soltanto a coloro che se la cercano. Il libro della Sapienza ha in mente la dottrina della duplice morte, nota anche al suo contemporaneo, il filosofo Filone di Alessandria. C’è una morte fisica, che colpisce tutti, ma si tratta in realtà di un fatto assolutamente naturale; per i giusti tale morte è semplicemente un passaggio alla pace di Dio: “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio… agli occhi degli stolti parve che morissero, ma essi sono nella pace” (Sap. III,1-2). Per gli empi, invece, la morte fisica è preludio alla ben più rovinosa seconda morte, la morte eterna.

Il messaggio escatologico occupa tutta la prima parte del libro, dal primo al sesto capitolo. Qui il nostro saggio deve anche combattere con i suoi avversari, quegli “empi” ai quali concede la parola nei capitoli secondo e quinto i quali, avendo perso ogni fiducia nel senso della vita, credono di riuscire a fermare il tempo godendo senza freni della vita stessa, sino ad arrivare alla più crudele violenza (Sap II,1-10). Perdita di senso, ricerca del piacere, caduta nella violenza; le tappe degli empi sono quelle della storia di ogni tempo. La risposta del libro della Sapienza sta appunto nell’affermare che il futuro è sempre un cadere, invece, nelle mani di un Dio ricco di misericordia. Oltre a ciò, la creazione non può essere vista come un mondo perverso dominato dall’Ade, dalla morte: il mondo è invece una realtà creata “per la vita”, che si trasforma persino in “portatore di salvezza” per gli uomini.

La parte centrale del libro (Sap VII-X) è consacrata al tema di fondo dell’opera; per avere la vera vita senza fine è necessario ottenere, in questa vita, il dono della sapienza, dono che solo Dio può dare. Ponendosi come si è detto la maschera del re Salomone, il nostro autore compone così una splendida preghiera al Dio dei padri di Israele (Sap IX) perché doni agli uomini la sua sapienza.

Ma che cos’è, alla fine, la sapienza? Seguendo il modello ellenistico dell’encomio il nostro saggio ne compone un elogio (Sap VII-VIII) dove ci fa comprendere che la sapienza è una realtà che viene da Dio, accostata a quel suo “spirito” che pervade il mondo (cf. Sap VII,22-23; VIII,1). È una forza che entra nell’uomo e gli permette di diventare “amico di Dio”: intuizione inaudita! Se l’uomo, infatti, si è rivelato incapace di comprendere con le sue forze il senso profondo delle cose, Dio gli è venuto incontro con la sua sapienza, amica e compagna di viaggio degli uomini.

Quella virtù ellenistica dell’amicizia, così lodata e inseguita dai saggi greci, viene ora trasferita al rapporto tra Dio e l’uomo. La sapienza che Dio comunica a chi la chiede è qualcosa di non molto lontano da ciò che il cristianesimo chiamerà “grazia”; senza la sapienza, infatti, non è possibile neppure conoscere la Legge mosaica, nella quale per la Scrittura si esprime la volontà di Dio (Sap IX,17). Senza la sapienza, Dio resta inaccessibile.

***

Il futuro dell’uomo è così assicurato dal dono fatto da Dio nel presente: la sua sapienza. Eppure il nostro libro non finisce qui: gli ultimi nove capitoli, che al lettore distratto e superficiale possono sembrare addirittura farraginosi e persino inutili hanno invece ancora molto da dirci. Prima di tutto, in due ampie digressioni, il nostro saggio mette in rilievo due punti che gli stanno particolarmente a cuore: nel testo di Sap XI,16-XII,27 appare una domanda di fondo che non di rado assilla ancora oggi i credenti. Se Dio è buono, perché permette l’esistenza dei malvagi? E se egli è giusto, perché non li distrugge tutti come si meritano? La risposta del nostro saggio, che pure mostra nell’arco della sua opera di credere ancora a una giustizia di Dio che giunge alla fine a uccidere già in questo mondo il peccatore impenitente, è una risposta capace ancora di emozionarci: il Dio da lui proclamato è “il Sovrano che ama la vita” (Sap XI,26); un Dio che perdona ed è paziente perché non può non amare tutto ciò che ha creato.

Eppure l’uomo sembra sempre più inseguire la morte… Sulla linea dei grandi profeti di Israele, il nostro saggio ha una risposta da dare alla costante tragedia della storia umana (cf. XIV,22-23): la morte è la conseguenza diretta dell’idolatria, dell’aver cioè giocato a fare il “piccolo dio”. I capitoli XIII-XV del libro costituiscono così una lunga digressione dedicata all’idolatria. Essa è radicata ad esempio nel culto dei sovrani, ma nasce in profondità dall’aver piegato Dio alle esigenze dell’uomo.

È vero: la “religione” nasce spesso dagli uomini che proiettano nella divinità le proprie esigenze di salvezza. Ma questa, per il libro della Sapienza, non è fede, bensì soltanto idolatria. Il Dio della Bibbia sfugge a ogni tentativo di oggettivazione da parte degli uomini. Soltanto i filosofi greci subiscono in questi capitoli un giudizio meno severo; nel bel testo di Sap XIII,1-9, utilizzando - per la prima volta nella storia della filosofia - l’argomento dell’analogia di proporzionalità applicato alla conoscenza di Dio, il nostro saggio salva la ricerca di Dio fatta dalla filosofia greca, ricerca imperfetta, ma positiva nelle sue intenzioni.

La parte finale del libro (Sap XVI-XIX, ma già Sap XI,1-15) è quella che richiede la miglior preparazione biblica da parte di chi ascolta questi testi. In sette quadri antitetici, il libro della Sapienza contrappone le piaghe d’Egitto ai benefici che il popolo di Israele ha sperimentato durante il cammino dell’Esodo e nel deserto. L’importanza di questi capitoli sta prima di tutto nel fatto che il nostro saggio è capace di rileggere testi biblici già all’epoca vecchi di secoli rendendoli attuali alla luce della situazione della comunità giudaica del suo tempo; si veda, ad esempio, come in Sap XIX,13-18 il nostro saggio riesca a combinare la vecchia storia di Lot e dei Sodomiti (cf. Gen 19) con una attualissima polemica sui diritti civili dei giudei alessandrini.

In questi capitoli conclusivi la riflessione del libro della Sapienza si concentra su due punti fondamentali: la creazione e la storia. Già la preghiera del capitolo IX si era aperta con un riferimento alla creazione (IX,1) e si era chiusa con un accenno alla salvezza (IX,18) che la sapienza porta nella storia, prolungata poi nella riflessione del capitolo decimo. Nelle sette antitesi di Sap XI-XIX il Dio di Israele castiga gli empi e premia i giusti servendosi degli elementi del creato: l’acqua, gli animali, la manna, il mare, la luce e le tenebre… La salvezza, cioè, passa attraverso la creazione. Il mondo creato è, come afferma Sap I,14, “portatore di salvezza”; non è un mondo ostile all’uomo, in preda al dominio di satana; il mondo è bello, è capace di parlare di Dio (ancora Sap XIII,1-9) e di esso Dio si serve a favore degli uomini. Inoltre, gli eventi descritti nei capitoli finali del libro sono eventi accaduti all’interno della storia di Israele. La salvezza, perciò, oltre che attraverso la creazione passa anche attraverso la storia.

Ci troviamo di fronte a una tematica particolarmente importante: il cristianesimo, infatti, ha non di rado sperimentato una tragica frattura tra creazione e storia che lo ha portato troppo spesso a considerare la salvezza astratta dal mondo e dalla storia o, peggio, lo ha condotto a considerare il mondo come un “male” solo da combattere. Per il nostro autore, questo ebreo di Alessandria formato nella cultura ellenistica, la storia dell’Esodo, riletta alla luce del contesto dell’Egitto ellenistico e romano, diviene il segno che non è possibile essere salvati se non in questa creazione e in questa storia. E il Dio di Israele è capace di farlo; il Dio che crea è anche il Dio che salva.

Con un accento certamente anche nazionalistico, il libro così si conclude, con lo stesso slancio ottimistico con il quale si era aperto:

In ogni modo, o Signore, hai reso grande il tuo popolo e lo hai glorificato 
e non hai trascurato di assisterlo in ogni tempo e in ogni luogo (Sap XIX,22).