Le affinità elettive del prof Guccini sulla locomotiva scolastica, di Alessandro Beltrami

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /12 /2013 - 14:34 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 7/12/2013 un articolo scritto Alessandro Beltrami. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (15/12/2013)

Il Maestrone, lo chiamano. Perché Francesco Guccini a fare il maestro ci provò davvero. L’istituto magistrale prima e poi la facoltà di Magistero, a Bologna. Abbandonata dopo un esame («all’epoca non sapevo come studiare»), ripresa quattro anni dopo… e lasciata incompiuta alla tesi. In compenso le sue parole fanno testo, al punto da essere finite nell’esame di Maturità del 2004. Ed è sulla scorta di questa duplice attitudine di studente e insegnante “irregolare” che Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini pubblicano Guccini in classe (Emi, pp. 224, euro 12,00). Che, come recita il sottotitolo «spunti didattici a partire dalle canzoni (e non solo) del maestro di Pàvana», vuole essere prima di tutto uno strumento per affrontare a scuola temi 'classici' attraverso una lente inconsueta. Ma il libro, passando in rassegna tutta la produzione musicale, da Folk beat n°1 del 1966 a L’ultima Thule, programmatico album di congedo, e quella letteraria, diventa un tour sorprendente nel mondo di un «burattinaio di parole», come si è definito egli stesso in Samantha.

Nell’intervista inedita sui suoi trascorsi tra i banchi che chiude il volume, Guccini sostiene che «le cose che dovrebbe aver acquisito un giovane al termine del percorso scolastico sono… una sola: l’amore per la lettura». E un’ampia sezione è dedicata a esplorare il ricco sistema di riferimenti letterari: la familiarità con Gozzano e Leopardi, assunti quasi a modello letterario, ma anche la letteratura straniera, da Don Chisciotte a Baudelaire fino a Eliot (definito «il poeta di Guccini») e Ginsberg (all’incipit dell’Urlo, 'I saw', rimanda «Ho visto» di Dio è morto). Ma c’è spazio per la storia (dagli anarchici de La locomotiva ad Auschwitz) e la geografia, abbondante nel canzoniere gucciniano. Sulla religione viene ripubblicato un lungo dialogo del 2009 con Salvarani mentre un capitolo, gustoso, è dedicato alla botanica, grazie alla rilettura di un saggio di alcuni anni fa di Maria Adele Signorini in cui si catalogano le citazioni di ben 41 piante.

Tra i contributi originali del volume però c’è un interessante excursus su Guccini 'filosofo' del tempo. «Esistono due tempi: quello quotidiano, scandito dagli orari – scrive il cantautore – e quello lato, che passa e non ritorna, e ci macina tutti, senza troppo rispetto. Nelle mie canzoni si respira forte il senso del tempo che passa. E anche nella mia vita». Un rapporto che per Salvarani e Semellini può diventare chiave di lettura della visione gucciniana del mondo.

Ai non-luoghi, sostengono i due autori, la nostra società sovrappone un non-tempo: una giovinezza estesa fino alla vecchiaia, una festa ormai indistinta dal quotidiano, la perdita della naturale scansione delle stagioni. La riflessione di Guccini, grazie anche alla sua accessibilità, invece può rimettere al centro il problema. «Canto il tempo andato, sarà il mio tema / perché negli anni uguale sempre è il problema», intonava negli anni ’70 ne Il tema. E infatti sono oltre cinquanta le canzoni che vi fanno riferimento. Si tratta della necessità di trovare un senso a questo scorrere inesorabile.

E Guccini, in Radici, brano che dà nome all’album del 1972, lo individua nell’acquisizione del tempo come memoria. Il capodopera gucciniano su questi temi è Stagioni, album del 2000. In cui, significativamente, ci sono canzoni dedicate ad autunno, inverno e primavera, ma non all’estate. «È un disco poco spensierato – ha raccontato l’autore – Tristezza? C’è sempre stata, in ogni mio disco. Però, non è mai resa. Può essere amarezza, delusione, sdegno ma non rinuncia». Più lucidità che pessimismo, dunque. E una profonda fiducia nella memoria, che non è nostalgia ma resistenza: «Noi possiamo vivere soltanto nel passato, l’oggi è veloce e il domani non si può conoscere. Tutto ciò che siamo in grado di fare è interpretare nell’oggi quello che è successo ieri. È l’unico modo per capire. Credo sia per questo che mi hanno spesso definito cantautore della memoria».