L’altare “al dio ignoto” nel Museo Palatino di Roma

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /01 /2014 - 14:06 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la scheda dell’Altare 'al dio ignoto', pubblicata su M.A. Tomei, Museo Palatino, Electa, Milano, 1997, p. 30. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (19/1/2014)

Altare 'al dio ignoto'

Trovato nel 1829 nell'area sud-ovest del Palatino, presso il Velabro, ancora al posto originario. Integro, tranne piccole scheggiature agli angoli.

Travertino. Alt. 106, largh. 82, prof. 67; inv. 379604.

L’ara ha la stessa forma proto-etrusca di due altari conservati nel Palazzo dei Conservatori: i pulvini cilindrici sui lati corti sono infatti aggiunte romane all'originaria forma etrusca. L’ara si compone di due plinti combacianti ed egualmente sagomati con una semplice scozia. Nella fascia del plinto superiore è incisa la seguente iscrizione: "Sei deo sei deivae / sac(rum) C. Sextius / C. f. Calvinus pr(aetor) / de senati sententia / restituit" (Sia a un dio, sia a una dea consacrato, Caio Sestio, figlio di Caio Calvino, pretore, per decreto del Senato rifece).  

La divinità dell'ara di Calvino è dunque sconosciuta, non è specificato neppure se era un dio o una dea.

Da alcuni studiosi l'altare è stato messo in relazione con il santuario di Aius Locutius, la divinità misteriosa che aveva annunciato l'imminente invasione dei Galli. I Romani usavano una formula rituale incerta quando si rivolgevano a divinità tutelari di luoghi di grande importanza storica e religiosa, come riferisce Servio (Aen., II, 351). La stessa invocazione ambigua si ritrova infatti negli Atti dei Fratelli Arvali per la consacrazione dei boschi. Forse si temeva che le preghiere non avessero effetto se il nome del dio era designato in forma errata o, più probabilmente, si voleva
occultare al nemico il nome vero del dio, in modo che non potesse propiziarselo
.

La formula risulta particolarmente adatta per i cippi pomeriali esposti alla vista del nemico.

Il verbo restituit fa supporre che l'altare venisse periodicamente rinnovato nella sua forma arcaica, per mantenere vivo il ricordo delle origini. Il Sextius Calvinus dell'iscrizione è stato ritenuto il figlio dell'omonimo console del 124 a.C.; l'altare sarebbe stato dedicato nell'età di Silla (i caratteri confermano tale datazione), in un luogo già da tempo sacro al culto del 'dio ignoto'.

CIL I2, 801; Lugli 1946, p. 401 ss.; Helbig 19644 II, p. 865, n. 2082 (E. Simon); Dräger 1994, p. 22 ss.; Tomei 1994, p. 1042 s.