«In questo silenzio sulla sostanza della cosa s'è fatta strada l'idea che il futuro dell'insegnamento stia in una crescente tecnicizzazione (da cui la massiccia divulgazione di modellistica pedagogica, l'uso sempre più diffuso di test e quiz, e poi di computer, lavagne luminose, internet)». A. Asor Rosa, R. Esposito e E. Galli della Loggia d’accordo per un Appello per le scienze umane che ritengono decisive per la scuola ed il futuro dell’Italia. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /01 /2014 - 14:01 pm | Permalink
- Tag usati: , , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Mettiamo a disposizione sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Centro culturale Gli scritti (19/1/2014)

«Alla fine è lo stesso concetto di umanesimo che così si trova ad essere messo inevitabilmente fuori gioco. Vale a dire quella visione del mondo che per secoli ha formato la civiltà di questa parte del pianeta - e dell'Italia in modo particolarissimo -, il cui senso si può compendiare nell'affermazione del carattere fondante di autonomi valori morali e politici»[1].

Così l’ Appello per le scienze umane che A. Asor Rosa, R. Esposito e E. Galli della Loggia hanno pubblicato sulla rivista Il Mulino[2]: stupisce favorevolmente come intellettuali di diversa estrazione culturale, da quella marxista a quella liberale, si ritrovino d’accordo su di un punto così importante.

Per i tre autori la decisione di non investire energie nell’approfondimento della tradizione umanistica propria dell’Italia è una scelta miope:

«Uno dei prodromi, e insieme degli esiti, della regressione che ci minaccia è la crisi verticale che investe l'intero retaggio culturale italiano, di cui la tradizione umanistica è parte fondante. Gettando alle ortiche la quale è di fatto tutto il passato italiano che viene accompagnato alla porta. È un fenomeno che si respira da tempo nei mass media, nelle mode da questi accreditate, nell'editoria di consumo, nell'atteggiarsi concreto della pubblica opinione. E che si manifesta nel modo più evidente nel campo della formazione delle giovani generazioni, dove da anni si sta affermando un secco ripudio, un radicale rigetto, di tutto quanto, in qualunque modo, abbia a che fare con l'ambito degli studi umanistici e, più in generale, con la prospettiva culturale che da quegli studi prende vita e che a sua volta quegli studi alimenta. Il ripudio dell'umanesimo e della sua cultura è […] forse la forma principale che assume l'attacco al passato, la sua virtuale consegna all'irrilevanza, che caratterizza il nostro tempo. Ciò sta avvenendo dovunque, ma si capisce come noi italiani, cittadini di un Paese la cui cultura per tanta parte s'identifica con il retaggio umanistico, siamo più esposti di altri agli effetti negativi di tale evento. E sorprendente più che mai è l'indifferenza con cui ad esso assistono - ma si direbbe quasi senza vederlo, senza neppure accorgersene - le classi dirigenti della Penisola»[3].

Le scelte che si stanno compiendo in ambito scolastico manifestano il tentativo ideologico di tecnicizzare il sapere, privandolo del suo spessore umanistico:

«Tra questi modi [di ripudiare la cultura umanistica] primeggia quello che ha per teatro l'ambito dell'istruzione scolastica: un ambito che da decenni sembra governato dalla classe politica sulla base di due sole direttive: evitare fastidi e risparmiare soldi. Ci sembra inaudito che da decenni manchi qualsiasi discussione pubblica appena impegnativa sulle forme, i contenuti e i fini che l'istruzione stessa dovrebbe avere. Dedicata a capire a che cosa essa debba veramente servire. In questo silenzio sulla sostanza della cosa s'è fatta strada una miriade di provvedimenti parziali, tutti mossi però da una medesima ispirazione: da una parte l'idea che il futuro dell'insegnamento - e del suo protagonista, l'insegnante - stia in una crescente tecnicizzazione (da cui la massiccia divulgazione di modellistica pedagogica, l'uso sempre più diffuso di test e quiz, e poi di computer, lavagne luminose, internet); dall'altra la tesi complementare che l'istruzione, sia primaria che secondaria, debba avere sempre di più un carattere scientifico-tecnologico, opportunamente avvolto nell'involucro di un'informe, e non di rado retorica, pedagogia civica (educazione alla Costituzione, all'affettività ecc.), a scapito dei contenuti «umanistici» tradizionali. Il cui declino è stato anche simbolicamente ratificato con l'omologazione nel comune nome di «liceo» dei più disparati percorsi d'istruzione superiore. Dai quali percorsi, come del resto dal liceo che ancora si chiama «classico», sono stati eliminati, o variamente ridotti nell'orario, appunto gli insegnamenti di tipo umanistico. A cominciare dall'italiano, sicché, come è noto, oggi non è più dato incontrare quasi alcuno studente italiano che abbia letto per intero la Divina Commedia o i Promessi Sposi; per non parlare del latino, grembo linguistico nel quale più di metà dell'arco della storia europea si inscrive»[4].

Non si è consapevoli – affermano i tre autori – che nel rapporto con il passato è in gioco il futuro del’Italia:

«L'accusa che solitamente si muove a chi fa discorsi del genere è di abbracciare una prospettiva «passatista». È vero l'esatto contrario. La rimozione del passato, infatti, si sposa quasi sempre con una crisi del futuro: chi oggi può saperlo meglio di noi italiani?

Il riferimento al passato - anche in forma contrastiva - è fondamentale per ogni passaggio in avanti. Per dirne una, l'uso delle più nuove tecnologie nella conservazione e nel restauro del patrimonio artistico italiano è fondamentale, ma se manca una conoscenza approfondita di quest'ultimo esse sono inutilizzabili»[5].

Nel rapporto umanistico con la storia, la filosofia e la letteratura del Paese è in gioco anche il valore della parola scritta:

«Gli studi umanistici sono per l'appunto gli unici che per la loro stessa natura assicurano il legame con la specificità della dimensione storica della vita e - cosa non meno importante in un'epoca di dilagante egemonia dell'immagine - il legame con la parola scritta e persino un più corretto rapporto tra la parola scritta e l'immagine.

Mettere al bando nell'apparato scolastico il sapere umanistico […] per privilegiare il sapere fondato sulle scienze naturali, significa mettere al bando interi territori e dimensioni dello spirito e della conoscenza umani. Lo ha detto benissimo Isaiah Berlin: significa squalificare “lo specifico e l'unico di contro all'iterativo e all'universale, il concreto di contro all'astratto, il movimento perpetuo di contro alla quiete, l'interiore di contro all'esteriore, la qualità di contro alla quantità, ciò che è culturalmente condizionato di contro ai principi atemporali, la lotta mentale e l'autotrasformazione come una condizione permanente dell'uomo di contro alla possibilità (e desiderabilità) della pace, dell'ordine, di un'armonia finale e delle soddisfazioni di tutti i desideri umani razionali”»[6].

Ciò che avviene nella scuola ha un suo corrispettivo negli studi universitari:

«Perlopiù con l'interessata complicità dei professori, infatti, il modulo del «3 + 2» è servito, specialmente in quelle facoltà, a frantumare l'unitarietà delle discipline moltiplicandone assurdamente il numero, a ridurre il carico didattico a misure spesso ridicole, a rendere la stesura della tesi di laurea un'operazione nella maggior parte dei casi di pura facciata»[7].

Anche nel metodo valutativo si sta assistendo a significative evoluzioni:

«Il passaggio dal concetto classico di «giudizio» a quello, solo apparentemente neutrale, di «valutazione» costituisce la cifra anche semantica di questo passaggio dal piano della qualità a quello della quantità»[8].

Disancorare l’educazione dai suoi contenuti, dai classici che costituiscono i punti di riferimento di una cultura, nasconde un’operazione culturale in atto:

«L'idea che ha guidato tale dissennata omologazione è che il linguaggio sia un utensile neutro, una scatola vuota, riempibile da qualsiasi contenuto. Esso, cioè, non avrebbe rapporto né con il pensiero che veicola né con la storia ed il contesto in cui si genera. I termini sarebbero equivalenti e immediatamente traducibili»[9].

Alla radice di tutto – denunciano i tre autori – c’è la resa ai condizionamenti economici che vengono ritenuti gli unici atti a determinare le scelte in ogni campo della vita:

«Alcuni studiosi di matrice umanistica, come Martha Nussbaum, hanno ricondotto tale tendenza al crescente primato dell’economia nelle nostre società. Le uniche forme di sapere che da qualche tempo vengono incoraggiate, potenziate, finanziate sono quelle che hanno un’immediata ricaduta nel mercato del lavoro e nel mondo produttivo. Il criterio prevalente, se non unico, per misurare l’utilità della cultura è quello della sua potenziale incidenza sulla crescita economica»[10].

Ma in questo modo si viene a negare la peculiarità dell’Italia stessa che, come ogni altra entità culturale, ha una storia che le è propria:

«L'elemento più intrinseco della cultura letteraria e filosofica italiana è costituito proprio da quest'anima politica. Non per nulla l'autore della Commedia è anche quello della Monarchia, così come chi ha composto Il Principe ha scritto anche la Mandragola.

Ma il punto centrale non è neppure questo. Si tratta, piuttosto, del ruolo notissimo, quasi di supplenza che la cultura storica, letteraria, filosofica, ha esercitato in Italia rispetto alla mancata unità politica. L'unico elemento di identità e di unificazione italiana tra il Trecento e l'Ottocento è costituito dalla lingua e dalle opere in essa scritte. Un filo tenace, certo sottile e discontinuo, ma mai spezzato, che da Dante arriva a Manzoni, sfociando nella stagione del Risorgimento»[11].

Note al testo

[1] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1077.

[2] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), pp. 1076-1085.

[3] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1077.

[4] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), pp. 1077-1078.

[5] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1078.

[6] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1079.

[7] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1080.

[8] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1081.

[9] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), pp. 1081-1082.

[10] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1082.

[11] A. Asor Rosa – R. Esposito – E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in “Il mulino”, 6/2013 (62), p. 1083.