La lucerna sopra il candelabro, di Paolo VI. Un mese e mezzo dopo l’elezione nel conclave del 1963 Paolo VI riflette e medita sulla condizione papale

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /01 /2014 - 15:05 pm | Permalink
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Riprendiamo da l’Edizione straordinaria di mercoledì 13 marzo 2013 - ore 20.30 de L’Osservatore Romano un testo di Paolo VI scritto ad uso personale nel corso di un ritiro che scelse di vivere poco dopo la sua elezione a pontefice. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/1/2014)

+ 5 Agosto 1963

Per modum recollectionis spiritualis. In nomine Domini.

1 - Doveri e bisogni proprî della straordinaria condizione in cui, certo per divina disposizione, ora mi trovo.

Più di così non potrei essere impegnato alla corrispondenza alla volontà di Dio - alla dedizione totale, allo sforzo continuo, all’amore esclusivo, alla devozione intensa. Religione assoluta. Fiducia completa. Idea unica. Perfezione cercata e vissuta al massimo grado. «Diligis me plus his?». Tensione forte e soave. Primato non solo nella potestà, ma altresì nella carità. - Come si fa, al vespro ormai della vita terrena, a salire su questo vertice? È ancora educabile lo spirito, con le sue abitudini acquisite, con la debolezza dei suoi strumenti psico-fisici? Sembra che Gesù alluda a questa progressiva evoluzione, quando dice a Pietro: «cum autem senueris...», e si riferisce a circostanze esterne obbliganti: «alius cinget te...»: profittare perciò dell’apparato esterno, che stilizza una santità, può essere già un aiuto, purché allo stile esteriore risponda e trascenda il buon volere interiore.

2 - Dall’Imitazione di Cristo 1,1 – Occorre:

la imitazione

la meditazione

la unione di Cristo.

            3Devo anche calcolare la somma dei benefici ricevuti; e quanti, in ogni ordine, naturale e soprannaturale, sociale, familiare, culturale, ecc. e in quale misura. Anche questa somma elezione sacerdotale non può essere, nell’intenzione amorosa di Dio, anche se così carica di doveri e di responsabilità, di pericoli e di fatiche, interpretata diversamente che come un altissimo favore e un pensiero di misericordia e di bontà. Anche se il Signore, ancora una volta ed in modo singolarmente evidente, volesse proprio valersi della mia debolezza per manifestare ed esercitare la sua azione salvatrice. Donde scaturiscono due doveri, i quali, se non sono facili ad animo infermo come il mio, sono però consolanti ed invitanti: la gratitudine e la fiducia.

4 - Vocazione di Pietro. Chi era. Come. Destinazione.

A fare questa meditazione nessuno potrebbe essere più impegnato di me; a capirla, a viverla. Signore, quale realtà, quale mistero!

Una cosa comprendo: si tratta d’un favore, non d’un merito. La meditazione comincia con una doverosa professione d’umiltà. È un’avventura, in cui tutto dipende da Cristo. Salvo una cosa: relictis omnibus, secuti sunt Eum. Dedizione assoluta.

5 - Il carisma della verità rivelata conferito a Pietro: «revelavit tibi... Pater meus qui in caelis est» - Capacità di ascoltare la voce del Padre circa la conoscenza e la confessione della divinità di Cristo. In quale atteggiamento debba Pietro conservare la sua anima per captare questa voce celeste; è favore, è privilegio la capacità stessa, ma indubbiamente richiede una corrispondenza personale. Analogia col “fiat” della Madonna: Maria coopera all’Incarnazione, Pietro alla confessione, alla fede dell’Incarnazione.

6 - Pater meus Qui in caelis est. Quale “religione” di Pietro verso Dio? In lui l’evangelica dottrina di Cristo su Dio-Padre è piena, per quanto in questa vita temporale lo può essere. Cfr.: «Benedetto Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo... etc.» (I Pet. 1,3). Religione della Paternità di Dio: teologia risolutiva d’ogni nebulosità e incertezza, scienza incipiente e progrediente sulla Realtà di Dio, ineffabilmente felice e santificante.

Amore a Dio Padre e fiducia.

7 - Cristo amò Pietro. Come.

8 - Pietro amò Cristo. Tu scis quia amo te. Etsi omnes... sed non ego... flevit amare. Exi a me... etc. «Crescete nella grazia e nella cognizione del Signore e Salvator nostro Gesù Cristo» (II Pet. 3,18).

9 - E Paolo? Meditazione immensa. Da fare continuamente

10 - Lo Spirito Santo, anima della Chiesa.

Il Signore mi ha stabilito in un posto obbligato all’azione dello Spirito Santo. Ma ogni grazia: della fede, del battesimo, dei sacramenti, del sacerdozio, della Chiesa e del mondo stesso invaso dall’“economia” divina non è proveniente dallo Spirito Santo? I suoi prodigi, la santità, possono essere profusi «ubi vult», fuori del disegno gerarchico della Chiesa; e alla fine la gerarchia della grazia sarà sola a rinascere nell’eternità. Ma un’azione particolarissima dello Spirito passa, come attraverso strumento, attraverso il ministero gerarchico; anzi, nell’esercizio della potestà di giurisdizione tale azione non è sola ad operare, anche il ministro diventa concausa ed agisce per virtù propria (cfr. S. Th.). In Pietro l’assistenza dello Spirito Santo è eccezionale. Teologia meravigliosa.

Exi a me, quia homo peccator sum!

Quale culto, quale devozione, quale amore sia da me dovuto allo Spirito Santo - 1) purificazione profonda, totale, nei pensieri, nelle azioni, nel contegno - costa sforzo ascetico - (cfr. Lallemant) - Non sempre la storia offre esempi edificanti; ma gli esempi, a cercarli, anche nelle vite dei Papi, ci sono, anche sotto questo aspetto umano e conoscibile. - Non sempre l’ambiente aiuta a conservare quella umiltà, quella semplicità, quella povertà di spirito, quella mondezza di sentimenti, quella disponibilità all’azione superiore della grazia, che pur sarebbero necessarie per lo svolgimento della causalità divina in chi le è totalmente dedicato. Fare attenzione.

11 - 2) Ascoltazione. Obbedienza, anch’essa profonda, sia alla voce interiore, che si possa prudentemente presumere come proveniente da Lui, dal Paraclito (sarà da studiare questo metodo di genuina interpretazione: la buona coscienza? Il desiderio del meglio? Il fervore sincero? La chiarezza interiore? L’ispirazione inconfondibile? La vocazione al sacrificio?). Signore: fa’ ch’io riconosca la «testimonianza dello Spirito»; sia interiore: Ipse reddit testimonium Spiritui nostro...; sia esteriore, quando risuona nell’autorità della dottrina, dei buoni maestri, dei suggerimenti di persone meritevoli, degli avvenimenti indicatori e obbliganti, ecc. Occorreranno sempre momenti di silenzio, di preghiera passiva (orazione di quiete?). Preghiera fatta bene: oh, quale grazia, quale conquista sarebbe! - Poi: coraggio e abnegazione nel seguire le buone ispirazioni; penso che molte vanno perdute, perché non seguite.

12 - Culto e amore allo Spirito Santo - Invocare lo «Spirito di verità»: quale necessità che le capacità conoscitive siano perfezionate! Nella conoscibilità di ciò che deve essere conosciuto, luce esteriore; nelle facoltà conoscitive, luce interiore; nella virtù di bene esercitare il pensiero. I doni speculativi: la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la scienza – Lumen cordium: anche le facoltà affettive e pratiche devono concorrere alla luce vitale.

13 - Invocare il Paraclito - l’aiuto interiore, il confortatore, l’animatore, il vivificante, il dulcis hospes animae, il fons vivus, ignis, charitas - la «spiritalis unctio».

Che cosa si può fare d’altro che chiamarlo, invocarlo?

La sua trascendenza ne dice la gratuità: donum Dei, ne dice la bontà effusiva e libera: ubi vult spirat.

Purezza e silenzio, vita interiore, intimo gaudio, ricchezza segreta. Veni, Sancte Spiritus.

14 - Condizione: la preghiera; la preghiera fatta bene. Oh, divino Spirito, sii maestro anche in questa disposizione d’anima che rende vicina e possibile la Tua presenza - Spiritus precum - Anzi, Tu sei che rendi attivo l’esercizio della preghiera «con gemiti ineffabili». Ma resta il grande dovere - mezzo e fine della vita spirituale - di pregare bene. - E come fare dopo tanti vani tentativi? Si può ancora cominciare da principio? Domine, labia mea aperies. - Invocare l’Angelo Custode: chi sei, e dove sei, o Amico misterioso? Mi vuoi aiutare e condurre?

15 - La Chiesa; non osserverò ora che un solo rapporto, quello che Cristo mi insegna: dilexit Ecclesiam. Intanto devo notare che è Lui stesso ad amarla in me: super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam; è Lui che opera, è Lui che svolge la sua “economia”, il suo piano, facendone centro in Pietro. Passa attraverso Pietro la carità di Cristo verso l’umanità, una carità costruttiva d’un piano, edificatrice d’un ordinamento umano, vivificato dal suo Spirito, la sua Chiesa. Pietro che ha da fare? Capire, capire meglio che può il mistero di carità che edifica in lui, su di lui, attraverso lui, anche mediante lui (dabo tibi claves) un’architettura umana, vivente, splendida, santa, la Chiesa. Capire e lasciarsi condurre, trascinare anzi dal medesimo movimento di dedizione e di amore. Perché questa coordinazione possa avvenire, afferrare Cristo: amas? Pasce. L’amore totale, profondo, incomparabile, che deve intercedere fra l’apostolo e Cristo, si trasferisce sul gregge di Cristo. Si amas, pasce. Qual è il gregge di Cristo? In fieri, l’umanità intera, qual è. In facto, l’umanità “congregata” a formare l’ovile, la Chiesa. Meditazione che continua, che non deve finire più, e deve svolgersi in amore.

16 - Ma intanto devo ritornare al principio: il rapporto con Cristo. Quale più del mio dovrebbe essere pieno, sia nell’alterità, che dev’essere fonte di sincerissima umiltà: Exi a me, quia homo peccator sum; sia nella disponibilità: faciam vos fieri...; sia nella simbiosi della volontà e della grazia: mihi enim vivere Christus est, emòi gàr tò zèn Christòs (Ph., 1,21 - cfr. Gal, 2,20); e ciò nel senso della pienezza che la mia povera vita nella carne acquista dall’essere assorbita da quella del Signore, come nel senso della sicurezza di nulla perdere, se la morte mi privasse di questa mia stessa vita nella carne, non potendomi privare della nuova vita di Cristo in me subentrata, anzi mi mettesse in condizione di meglio sperimentarne e goderne la realtà e la felicità. Chi più di me potrebbe dire con convinzione e con forza queste parole? Oh! Signore, che hai compatito le facili ma inferme professioni di Simone (et si oportuerit me commori Tibi...), fa’ che il canto del gallo mi ricordi, sì, la mia fragilità, ma non mi denunci traditore di tali parole.

17 - La Croce! da ricordare quanto Cristo ne parlasse ai suoi; come insorgesse verso Pietro che voleva dissuaderlo dal pensarvi; preconizzata poi a lui, sul lago di Tiberiade dopo la risurrezione, etc. A Paolo: «quanta oporteat eum pro nomine meo pati» (Act. , 9,16). Vocazione del Papato, comprovata dalla sua storia. Devo osare a chiedere al Signore che della Croce mi dia la conoscenza, il desiderio, l’esperienza, la forza, il gaudio. Mediterò - e certo le circostanze ne daranno continua occasione - il «Christo confixus sum Cruci» di san Paolo, procurando che l’offerta sia vera.

18 -La Chiesa. È di Cristo. È di Pietro, su cui Cristo la costruisce.

Lo svolgimento del mio pensiero ormai è tutto qui. La realtà è già in atto; ma bisogna capirla, penetrarla di intenzione, di preghiera, di affezione, di dedizione.

«Ce qui fait le chef, c’est le coeur qui ne tremble pas, l’oeil clair, l’ordre bref, c’est toujours le souci des autres et l’oubli de soi» (René Bazin; dove?).

19 - Bisogna che mi renda conto della posizione e della funzione, che ormai mi sono proprie, mi caratterizzano, mi rendono inesorabilmente responsabile davanti a Dio, alla Chiesa, all’umanità. La posizione è unica. Vale a dire che mi costituisce in un’estrema solitudine. Era già grande prima, ora è totale e tremenda. Dà le vertigini. Come una statua sopra una guglia; anzi una persona viva, quale io sono. Niente e nessuno mi è vicino. Devo stare da me, fare da me, conversare con me stesso, deliberare e pensare nel foro intimo della mia coscienza. Se la vita in comunità può essere penitenza, questa non lo è meno. Anche Gesù fu solo sulla Croce. Sentimmo allora ch’Egli parlava con Dio ed esprimeva la sua desolazione: Eloi, Eloi... Anzi io devo accentuare questa solitudine: non devo avere paura, non devo cercare appoggio esteriore, che mi esoneri dal mio dovere, ch’è quello di volere, di decidere, di assumere ogni responsabilità, di guidare gli altri, anche se ciò sembra illogico e forse assurdo. E soffrire solo. Le confidenze consolatrici non possono essere che scarse e discrete: il profondo dello spirito resta per me. Io e Dio. Il colloquio con Dio diventa pieno e incomunicabile.

20 - La lucerna sopra il candelabro arde e si consuma da sola. Ma ha una funzione, quella di illuminare gli altri; tutti, se può. Posizione unica e solitaria; funzione pubblica e comunitaria. Nessun ufficio è pari al mio impegnato nella comunione con gli altri. Gli altri: questo mistero, verso il quale io devo continuamente dirigermi, superando quello della mia individualità, della mia apparente incomunicabilità. Gli altri, che sono miei; oves meas; e di Cristo. Gli altri, che sono Cristo: mihi fecistis. Gli altri, che sono il mondo: sollicitudo omnium ecclesiarum. Gli altri, al cui servizio io sono: et vos debetis alter alterius lavare pedes; confirma fratres tuos. Ecco: ognuno è mio prossimo. Quanta bontà è necessaria! Ogni incontro dovrebbe provocarne una manifestazione. Simpatia per tutti; amore al mondo: dilexit mundum. Preghiera ed amore universali. Iniziativa sempre vigilante al bene altrui: politica papale. Quale cuore è necessario. Cuore sensibile, ad ogni bisogno; cuore pronto, ad ogni possibilità di bene; cuore libero, per voluta povertà; cuore magnanimo, per ogni perdono possibile, per ogni impresa ragionevole; cuore gentile, per ogni finezza; cuore pio, per ogni nutrimento dall’alto.